Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

National  Geographic

9 Maggio 2025

“Figlio della globalità” dalla “coinvolgente umanità”, il primo Papa statunitense intreccia radici culturali diverse e una visione ampia che lo rendono un interlocutore significativo per il mondo

di Fausta Speranza

https://www.nationalgeographic.it/chi-e-papa-leone-xiv-e-cosa-possiamo-aspettarci-dal-suo-pontificato

Missionario e canonista, bergogliano e matematico, agostiniano e curiale, statunitense e latino. Con la sua ricca personalità e la piena padronanza di cinque lingue suggerisce un’impressione precisa: Papa Prevost sarà un interlocutore significativo per il mondo.

Il primo Papa statunitense, il secondo americano dopo Bergoglio, Leone XIV, eletto 267esimo Papa l’8 maggio alla quarta votazione del Conclave, si presenta dalla Loggia parlando di pace e di una “chiesa sinodale e missionaria”.

Si è scelto il nome di un predecessore che si è appena affacciato sul Novecento, ma sembra parlare con chiarezza e incisività il linguaggio dell’attualità. E nella sua prima Omelia, alla messa il 9 maggio in Cappella Sistina, parla di vocazione autentica del successore di Pietro con un richiamo a seguire Cristo e testimoniare Cristo fino ad essere “divorato dalle belve nel circo”.

Delinea il profilo della Chiesa “arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo” e avverte: nella fede cristiana non c’è un “super uomo” ma “un impegno irrinunciabile”, una testimonianza di fede che può essere derisa ma non perde la forza evangelica di fotografare “contesti in cui si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”. Parla senza mezzi termini di “istanze di onestà” e di “esigenze morali”.

Robert Francis Prevost, nato a Chicago, nell’Illinois, il 14 settembre 1955, è di doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, ha origini francesi e italiane per parte di padre e spagnole per parte di madre. È un figlio della globalità che alla coinvolgente umanità, che ha messo in campo non nascondendo grande emozione al momento del primo affaccio, accompagna tratti di precisione e chiarezza. Ha fatto il suo saluto leggendo inizialmente un testo scritto e ha dato un nome e un cognome alla prima urgenza globale che il mondo intero si trova ormai di fronte invocando “una pace disarmata e disarmante”.

Ed è stato subito chiaro che non c’è pace senza giustizia, perché ha scelto di richiamarsi a Leone XIII, il Papa che a fine Ottocento ha firmato la Lettera Enciclica Rerum Novarum, da cui prende avvio la dottrina sociale della Chiesa dei tempi moderni. È un innegabile riferimento agli uomini e alle donne, al loro lavoro, anche in tempi di Intelligenza Artificiale di cui sappiamo che si è parlato nelle Congregazioni che hanno anticipato il voto nella Sistina.

Grande vicinanza alla gente e profonda cultura

Peraltro sul piano culturale si presenta con una laurea in matematica che si aggiunge agli studi di filosofia e teologia. Segni particolari: grande vicinanza alla gente, autentica umiltà, ma anche capacità di gestione. Si deve considerare infatti i vari incarichi ricoperti all’interno dell’Ordine agostiniano fino ad essere nominato, e confermato per due mandati, Priore generale, ma anche le responsabilità curiali: dal 2020 ha dato un contributo in qualità di capo del Dicastero per i vescovi ed è stato presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Sembra sia stato anche vicino al Segretario di Stato Parolin nella gestione dei difficili dossier cinesi. Sono attributi importanti per costruire, come ha fatto intendere, “ponti di dialogo e incontro” per affrontare le sfide di quest’epoca.

Sembra evidente la conferma di un’attenzione ai poveri e agli ultimi che appare più che mai inserita nella prospettiva di un pastore internazionale che in tempi di guerra, violenza e profonda polarizzazione presenta un curriculum di misericordia, sinodalità e speranza ma anche un messaggio di inizio pontificato preciso, scandito con energico vigore: “Il male non prevarrà”. E il pensiero a questo punto va anche al Leone di San Marco, in cui il leone simboleggia la forza della parola dell’Evangelista, le ali l’elevazione spirituale e l’aureola è il tradizionale simbolo cristiano della santità.

Sul versante “interno” la sua presentazione è altrettanto chiaramente di spessore. Papa Prevost è stato tra l’altro professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo” mentre gli era affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta successivamente parrocchia con il titolo di Santa Rita, ed è stato amministratore parrocchiale del famoso santuario di Nostra Signora di Monserrat. Peraltro a Maria ha dedicato la preghiera scelta al momento del primo saluto, rendendo omaggio e significato alla devozione mariana così fortemente popolare.

L’idea di Chiesa

Nella prima omelia emerge l’idea della Chiesa che ama: una Chiesa che sia “faro” che illumina, “non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni – come i monumenti in cui ci troviamo – quanto attraverso la santità dei suoi membri”. Parla della sua “missione di vescovo della Chiesa che è in Roma” ribadendo la raccomandazione di Papa Francesco: “La chiesa di Roma è chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”.

Tra tante possibili, cita l’espressione di S. Ignazio di Antiochia: in catene verso Roma dove troverà il martirio, scrive ai cristiani che vi si trovavano: “Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo”. E Papa Prevost commenta così: “Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne – ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”Sembra suggerire che il suo non sarà un pontificato di protagonismi ma di autentico servizio e in quell’autenticità che il brano di San Paolo racconta c’è la promessa di non risparmiarsi.

Missionarietà e dottrina sociale

A proposito della dottrina sociale della Chiesa richiamata dal nome scelto, va ricordato che non è una ideologia ma ovviamente ciò non significa che non possa esprimere valutazioni sulle ideologie con cui l’uomo storico e concreto si deve misurare e, quindi, se in passato ha significato pronunciarsi su marxismo, capitalismo, liberalismo, oggi siamo di fronte alla crisi dei sistemi liberali stessi, al vacillare del multilateralismo e soffocati da un’economia rapace. Gli elementi basilari della dottrina della Chiesa restano il primato della persona, il carattere sacro della vita, la subordinazione dell’azione politica ed economica alle esigenze della morale che riconosce dignità ad ogni persona umana. La Bibbia non è un insieme di indicazioni sociali e non vuole proporre ricette risolutive dei problemi della società, ma è, prima di tutto, annuncio della salvezza realizzata in Gesù. E questo Papa Prevost lo ha ricordato con forza dottrinale parlando di missionarietà e di evangelizzazione nei suoi primi due interventi, e sottolineando molto il rapporto con Dio: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè – afferma – l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”.

Possibili ponti

Il punto è che da qui per i credenti deriva quel diritto naturale che orienta la morale e che rappresenta anche il possibile punto di incontro tra cristiani e non cristiani sui problemi etici. Uno dei ponti cui ha accennato da subito. Il presupposto fondamentale è che gli uomini partecipino a un’unica e comune natura umana. Proprio perché fa riferimento a tale comune natura umana, la Chiesa può rivolgersi a tutti gli uomini, chiedere il loro ascolto, difendere i diritti umani. E c’è da credere che Leone XIV abbia intenzione di farlo.

“Il male non prevarrà”

“Sono un agostiniano”, così si è presentato il Papa e non mancano i significati. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: il vescovo di Ippona cercò sempre di conciliare l’atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Vivendo il conflitto tra i due estremi, ha offerto un pensiero che cerca di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Si tratta di un gigante del pensiero cristiano che ha affrontato tra tanti la questione del male e infatti di “male che non prevarrà” non ha mancato di parlare nel suo primo intervento. Ed è su questo piano che Papa Prevost fa capire di non sottrarsi.

“Istanze di onestà” e “esigenze morali”

All’omelia richiama l’attenzione alla domanda su chi sia Gesù, che torna nei Vangeli, per poi citare “la bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon” per definirla “anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà”. Avverte che questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù “una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire”. E precisa: “Così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”. C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: “quella della gente comune”. “Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele”. Lo seguono – chiarisce Leone XIV “almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti”. Lo considerano “solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”. Afferma con chiarezza: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente – magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza – sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.” E sembra parlare di difficoltà estremamente concrete oltre che attuali: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.”

Nessuna riduzione a super uomo

Papa Prevost offre un’immagine estremamente eloquente del mondo in cui è evidentemente consapevole di muoversi: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomoQuesto sembra il messaggio al mondo: Gesù e tantomeno il vicario non sarà un super uomo ma annuncerà una parola forte in tema di “perdita del senso della vita”, “oblio della misericordia, violazione della dignità della persona”, “crisi della famiglia”. Peraltro con una parola chiara anche ai credenti: “Molti battezzati finiscono col vivere in un ateismo di fatto”. A questo proposito una consapevolezza richiama in causa direttamente Papa Francesco: “Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore” e non solo fino a quando “non ci sono rischi o inconvenienti”.

L’Ue guarda a Leone XIV

All’appello sembra rispondere l’Unione europea: la Presidente von der Leyen e il Presidente Costa sottoscrivono un messaggio di felicitazioni per l’elezione affermando che “ogni giorno milioni di europei traggono ispirazione dal persistente impegno della Chiesa a favore della pace, della dignità umana e della comprensione reciproca tra le nazioni” e dicendosi “fiduciosi che Papa Leone XIV utilizzerà la sua voce sulla scena mondiale per promuovere questi valori condivisi e incoraggiare l’unità nel perseguimento di un mondo più giusto e compassionevole”. Con l’auspicio che “il nuovo pontificato sia accompagnato da saggezza e forza, mentre Papa Leone XIV guida la comunità cattolica e ispira il mondo attraverso il suo impegno a favore della pace e del dialogo”, arriva una dichiarazione di intenti da parte di un pezzo di Occidente: “L’Unione europea è pronta a collaborare strettamente con la Santa Sede per affrontare le sfide globali e promuovere uno spirito di solidarietà, rispetto e gentilezza”. In attesa di conferma concreta delle dichiarazioni fatte e di conoscere altre dichiarazioni a livello mondiale, la figura di Leone XIV sembra molto limpida nel declinare la speranza come virtù cristiana e come diritto umano.

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Il Conclave tra storia, fede ed equilibri di potere

Su National Geographic

Conclave al via: l’elezione del nuovo Papa tra storia, fede ed equilibri di potere

Tra urgenze spirituali, sociali e geopolitiche, il Conclave - al via il 7 maggio - pone la Chiesa di fronte a decisioni cruciali: dal riequilibrio tra carisma e governance ai processi di riforma aperti

di Fausta Speranza

6 Maggio 2025 https://www.nationalgeographic.it/conclave-al-via-l-elezione-del-nuovo-papa-tra-storia-fede-ed-equilibri-di-potere

Come in una partita a scacchi di livello. Un buon giocatore non resta concentrato sull’assetto del gioco in svolgimento ma elabora strategie in anticipo per mosse e contromosse successive. Così la Chiesa, diversa da qualunque altra istituzione e lontana da logiche di partito, si muove con una visione a lunga “gittata”, finora libera da vincoli come il consenso a stretto giro.

Se e quando la Santa Sede fa strategie e si muove sui percorsi della geopolitica per sua stessa costituzione difficilmente lascia spazio a interpretazioni troppo personalistiche: il mandato è per il bene comune e la centralità della persona, e il tracciato è segnato. E infatti su questo le differenze tra papi, almeno dal Novecento, sono trascurabili e dovute alla contingenza storica, che conta più del “consenso”. È vero però che negli ultimi cinquant’anni, con Giovanni Paolo II e Francesco, si è avvertita la tendenza a uno sbilanciamento tra carisma e munus gubernandi, a favore del carisma.

Fare i conti con le spinte sociali e la situazione internazionaleDunque, piuttosto che chiederci se vincerà un “progressista” o un “conservatore”, forse dovremmo porci due interrogativi diversi. Il primo è quale sia la contingenza storica. Il secondo è se la scelta del nuovo pontefice sarà guidata dall’intenzione di ribilanciare la logica del carisma con quella dell’ufficio, oppure no. Si conferma complesso e scivoloso muoversi tra “tradizionalisti”, “progressisti”, più o meno “riformisti”.Per il Conclave del 7 maggio la contingenza sul piano universale è chiara: è urgente elaborare nuove strategie di rapporto con il mondo contemporaneo in cui vacillano le democrazie. E se l’extra omnes lascia soli i cardinali, ci sono questioni ad intra che non li abbandonano: tra queste, i tanti “cantieri” aperti ma non chiusi da Francesco.Francesco ha aperto processi confermando la Chiesa come popolo che cammina nella storia appoggiandosi sulla tradizione ma senza intenderla come un baluardo di “blocco” degli sviluppi di riforma. E questo dovrebbe essere un punto di non ritorno. Potremmo definirla la sua “mossa forzante”, sempre parafrasando il gioco di scacchi. Peraltro, dopo i papi Roncalli, Montini, Luciani e Wojtyła, che erano stati padri conciliari, e dopo Ratzinger, che aveva partecipato all’assise conciliare come perito, Francesco è stato il primo papa per davvero “figlio” del Concilio Vaticano II, in quanto negli anni della convocazione (1962-1965) era ancora in formazione come novizio.Insomma c’è stato un passaggio generazionale e il Concilio regge. In ogni caso, i processi di riforma avviati da Francesco e non conclusi sono tanti, sul piano teologico, normativo, morale. In alcuni casi, come ha detto il cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, a proposito della dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede Fiducia Supplicans pubblicata nel 2023, “ci vorranno ulteriori approfondimenti”.Anche in tema degli abusi commessi da religiosi nei confronti di minori e adulti vulnerabili, che ha segnato in modo drammatico negli ultimi decenni la vita della Chiesa, si sono fatti passi in avanti. Dopo le misure volute da Benedetto XVI, con Papa Francesco si è raggiunto un altro punto di non ritorno interpretando l’abuso come questione ecclesiale e connettendolo con la tentazione del clericalismo. Resta sempre molto da fare, considerati il mancato avvio di alcuni procedimenti giudiziari; l’attesa per il rispetto di alcune sanzioni; esempi di riabilitazione di preti pedofili a davvero poca distanza dalla condanna. Inoltre, nei casi di suore abusate sessualmente e psicologicamente, ci si deve occupare dei meccanismi che li hanno permessi.

Il Papa visto in prospettiva

Francesco è stato scelto nel 2013 quando cominciavano a delinearsi due scenari, almeno a osservatori accorti. Il primo riguardava le costituzioni liberali, che sono il frutto di valori prima di essere dati di fatto e che, se svuotate proprio dei valori fondanti, rischiano di rimanere gusci vuoti e di essere travolte al venir meno dell’ordine mondiale costituito dopo le guerre mondiali. Come aveva ben intuito e denunciato Benedetto XVI mettendo in guardia dal relativismo.

Il secondo scenario riguardava le scadenze date per gli Obiettivi del Millennio, adottati dalle Nazioni Unite nel 2000 per eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo: era chiaro che non avrebbero portato a nulla, travolti dall’inversione di tendenza ad allargare sempre di più il divario tra i pochi ricchi, sempre più ricchi, e i tanti poveri, sempre più poveri e sempre più numerosi.

Sul primo punto, Papa Bergoglio ha parlato da subito di “terza guerra mondiale a pezzi” e ha speso parole a difesa del multilateralismo come i predecessori. E sul piano delle diseguaglianze, ha fatto di tutto per portare la questione della dilagante povertà al cospetto di tutti. Peraltro, già Leone XIII criticava la corsa agli armamenti sottolineando che “la pace non può essere garantita solo attraverso la forza militare ma richiede un ordine sociale e politico giusto e percepito come tale”. E Paolo VI, che si recò per primo in Paesi all’epoca poveri per antonomasia come Africa e India, sostenne la necessità di condonare i debiti di quei Paesi che non possono ripagarli, in particolare se questo impedisce lo sviluppo e la crescita dei loro popoli.

Si può dire che Papa Bergoglio ha sorpreso ma anche che ha risposto alle aspettative. Così era stato per Papa Wojtyła, adatto per lo scossone al baluardo comunista che lasciava poco respirare il polmone orientale d’Europa; o per Roncalli, scelto dopo i difficili anni della Questione romana e delle guerre, in cui la Chiesa si doveva “riposizionare” nei tempi moderni. Giovanni XXIII, infatti, con il suo carisma da Papa “buono” ha risposto al mandato indicendo niente di meno che il Concilio Vaticano II che ha chiamato a uno slancio nuovo per riposizionamenti peraltro ancora da completare. Se è vero infatti che lo sguardo è a lunga gittata, servono anche tempi lunghi per dare compimento a visioni di profondo spessore.

Come diceva Giovanni XXIII “non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Di fatto quando la Chiesa “cambia” sorprende sempre, perché lo fa imprimendo un’accelerazione alla sua storia che non ritrova uguali in altre istituzioni umane per incisività. Insomma, non cambia spesso ma quando “cambia” lo fa davvero. Ovviamente non mancano percorsi tortuosi. L’attuazione dei nuovi orientamenti è come acqua che scorre tra impedimenti e divergenze: prima di impregnare tutto il terreno, a volte percorre anche tratti all’indietro.

Romano Pontifici Eligendo

Viene in mente che prima di arrivare alla sinodalità auspicata dal Concilio e fortemente voluta da Francesco, peraltro messa in atto in questi anni in modo artigianale, sono passati i pontificati di Wojtyła e di Ratzinger, che si sono concentrati su altri aspetti. Ognuno di loro, come gli altri, è stato “incasellato” in una delle due categorie in cui il mondo ama racchiudere i Papi: quella dei conservatori e quella dei progressisti. Se l’operazione è lecita, non può mancare la consapevolezza che a livello mediatico spesso si evidenziano banalizzazioni, forzature o mancanze.

Solo alcuni esempi. Ratzinger è rimasto sempre nel racconto mediatico un Papa conservatore, anche quando ha difeso i documenti conciliari da interpretazioni che li consideravano una rottura con la tradizione; o quando ha ripristinato per il voto al Conclave una maggioranza ampia di due terzi indipendentemente dal numero di scrutini. Giovanni Paolo II aveva fatto scendere il quorum al 50 per cento al 34esimo scrutinio e in quel caso Ratzinger ha difeso la collegialità.

Sul tema del Conclave ricordiamo alcuni aspetti o curiosità che danno anche il senso di una storia che si compone

Paolo VI, che è il Papa che ha limitato l’esercizio del diritto di voto ai cardinali sotto gli ottanta anni di età, aveva ripreso una modifica introdotta da Pio XII e abrogata da Giovanni XXIII e aveva fissato la regola della maggioranza dei due terzi più uno, eliminando l’onere di verificare se l’eletto avesse votato per se stesso.

Porta la firma invece di Pio XII la Costituzione che prevede che alla morte del Papa gli unici a restare in carica siano il Camerlengo, il Penitenziere, il Vicario di Roma. Ricordiamo che a stabilire che per essere eletto Papa un candidato dovesse ricevere due terzi dei voti dei cardinali e che nessun cardinale potesse votare per se stesso fu Alessandro III nel 1179. Ma forse è curioso ricordare anche che fu Nicolò II nel 1059 con la bolla In nomine Domini a stabilire che solo i cardinali possano eleggere il Romano Pontefice.

La voce dei decani e alcuni favoriti

In attesa di conoscere il nome del prossimo Papa e dopo gli entusiasmi di piazza, ci sono alcune critiche, o raccomandazioni che dir si voglia, che emergono dall’interno. Il cardinale Camillo Ruini con i suoi 94 anni di cui 20 spesi come vicario del Papa per la diocesi di Roma e alla guida della Conferenza Episcopale Italiana, ha auspicato “un Papa buono anche a governare”; il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller ha chiesto un Papa “lontano dai mass media o da diverse lobby”. Il cardinale statunitense Timothy Dolan ha detto che bisognerà affiancare al “cuore caldo di Francesco… più chiarezza nell’insegnamento, più raffinatezza della tradizione della Chiesa, più approfondimento dei tesori del passato”. Di questi Müller e Dolan prenderanno parte al Conclave. Ruini insieme con altri esclusi dalla Sistina per limite d’età, come il Decano del Collegio cardinalizio Giovanni Battista Re e il vice Leonardo Sandri, hanno preso parte alle Congregazioni pre Conclave.

In definitiva in tema di incasellamenti poco convincenti, tra conservatori e progressisti,  gli esempi sarebbero tanti, ma ne bastano pochi per mettere a fuoco la fragilità di schematizzazioni che in vista della scelta del prossimo Papa conteranno meno di quanto si pensi. Conterà di più l’urgenza di assicurare capacità diplomatiche all’altezza delle sfide internazionali e uno spessore culturale e spirituale all’altezza dei “cantieri” aperti.

A questo proposito non può sorprendere che venga citato il già Segretario di Stato Pietro Parolin, o che si facciano anche nomi come quelli del Patriarca di Gerusalemme dei Latini PierBattista Pizzaballa, del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, del cardinale Robert Francis Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Ma, di altri, i cardinali potrebbero conoscere o intuire capacità al momento meno evidenti a livello mediatico.

Tutto pronto in Sistina

In ogni caso, l’attesa è vivissima. La mattina del 7 maggio nella Sistina è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e nel pomeriggio una sola votazione. Dal giorno seguente tutto è pronto per due votazioni al mattino e due al pomeriggio, con massimo due fumate previste al giorno, immaginabili alle 12 e alle 19. Il comignolo è pronto e gli occhi del mondo sono puntati su di esso.

Nella Sistina, come mai prima si è cercato di evitare qualunque “scherzo” tecnologico che ne violi l’impenetrabilità. Peraltro l’evoluzione della tecnologia dell’informazione rappresenta un altro fronte delle sfide internazionali citate. Preoccupa un “paradigma tecnocratico” che mette da parte la dignità umana, la fratellanza e la giustizia sociale in nome dell’efficienza, pensando alla profonda influenza che può esercitare sulle strutture economiche, sociali e di governance in tutto il mondo.

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Conclave al via il 7 maggio: attese e incognite nella elezione del nuovo Papa

Conclave al via il 7 maggio: attese e incognite nella elezione del nuovo Papa

29 Aprile 2025

Dopo i funerali di Papa Francesco, il 7 maggio inizia il Conclave per l’elezione del suo successore tra questioni aperte, messaggi di speranza e il ricordo del pontificato di Jorge Mario Bergoglio

di Fausta Speranza

su National Geographic

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Sarà presieduto dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, il Conclave per l’elezione del successore di papa Francesco che avrà inizio il 7 maggio prossimo. La prima votazione si terrà nel pomeriggio mentre al mattino è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e la processione dei cardinali elettori verso la Sistina. Non ci sarà il cardinale Giovanni Angelo Becciu, condannato in primo grado per peculato e truffa in Vaticano e mai inserito nella lista dei partecipanti al Conclave. Becciu ha fatto sapere di “obbedire” alla volontà’ di Francesco pur dichiarandosi “innocente”.

Per eleggere il Papa sarà necessaria una maggioranza qualificata di due terzi. In caso si arrivasse oltre le 32 votazioni, si passerebbe direttamente e obbligatoriamente al ballottaggio fra i due cardinali che avessero ricevuto il maggior numero di voti nell’ultima votazione. Anche in questo caso, però, sarebbe sempre necessaria una maggioranza dei due terzi. La Cappella Sistina è stata chiusa alle visite per poter essere allestita con i banchi per gli scrutini e la stufa dove saranno bruciate le schede delle votazioni.

L’omaggio a Francesco: dalle esequie alla sepoltura

Intanto continuano le file per andare a rendere omaggio alla tomba di Papa Francesco tumulata, con una cerimonia privata, nella basilica di Santa Maria Maggiore sabato scorso, dopo i funerali sul sagrato di piazza San Pietro alla presenza di quasi tutti i “grandi” della terra e 250.000 fedeli. Tra tante parole, colpiva l’appellativo di “Maestro y poeta” comparso su uno striscione in spagnolo dei ragazzi delle Scholas Occurrentes, l’organizzazione internazionale di diritto pontificio, senza scopo di lucro, creata da Papa Bergoglio nel 2013, con l’intento di promuovere una rete mondiale di possibilità in campo formativo. Studio ed educazione si traducono in crescita e sviluppo: parliamo del crinale su cui si gioca la variabile tra miseria e autonomia. Oggi Scholas Occurrentes conta 2,5 milioni di partecipanti in 70 Paesi di cinque continenti. Rappresenta un frutto tangibile e concreto dell’impegno pastorale di Francesco, e non deve sfuggire il valore simbolico della modalità scelta: fare rete.

La connessione tra persone così diverse ma unite dall’affetto per Papa Francesco si è sentita fortissima: in piazza e sul sagrato è stata vissuta in una cerimonia che nella sua Liturgia Francesco ha voluto invariata. Se ha chiesto di avere solo una delle tre tradizionali bare o di non essere posto su catafalco, in tema di Liturgia non ha alterato nulla. Ed è significativo. La connessione poi è stata intatta e viva lungo tutti i sei chilometri che dal Vaticano hanno portato il feretro in papamobile bianca all’ingresso della più piccola delle basiliche papali che conserva da secoli l’immagine Salus Populi Romani cara a Francesco. Una lapide bianca e la scritta Franciscus segnalano la tomba per una bara in cui è stato inserito il Rogito, il “riassunto” del Pontificato, che non poteva certamente riepilogare tutte le opere o tutti i documenti e le decisioni di Francesco ma che dispiace non citi la storica nomina di una donna prefetto, Suor Simona Brambilla, a capo di uno dei Dicasteri che formano la Curia.

E proprio quando il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio che ha presieduto la celebrazione dei funerali, ha espresso questa consapevolezza è scoppiato l’applauso più forte dalla parte della piazza occupata per lo più da giovanissimi. I ragazzi erano presenti e non soltanto per la concomitanza con il Giubileo dei giovani. Il loro applauso si è fatto sentire, insieme con quello di tanti altri, anche quando il cardinale Re ha ricordato come la voce di Francesco si sia levata con forza contro gli “orrori disumani” della guerra, definita “una dolorosa e tragica sconfitta per tutti”, e per chiedere “ragionevolezza” e “onesta trattativa”.

Non possiamo sapere cosa sia rimasto davvero nel cuore dei “grandi” presenti: 52 capi di Stato, 14 capi di Governo; 12 sovrani regnanti. E i rappresentanti ad altissimo livello dell’Onu, dell’Unione Europea e di tutti gli altri organismi internazionali. Tutti “schierati” sostanzialmente in ordine alfabetico ma francese, lingua della diplomazia. Tra tanti, è stata evidente l’assenza di esponenti di vertice della Cina. C’è da dire che da Pechino sono giunte in Vaticano condoglianze che in altri tempi sarebbero state difficilmente immaginabili. Restano tante immagini e quella foto: Trump e Zelensky seduti a dialogare dentro la basilica di San Pietro e le attese accese dalle dichiarazioni dei due leader seguite da aperture al negoziato che sembrano arrivare dal Cremlino. Tutte aspettano di essere declinate nei fatti.

Il Cardinale Pietro Parolin celebra

la Messa della Domenica della Divina Misericordia in suffragio di Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 27 aprile 2025, nella Città del Vaticano

 I riti funebri per il defunto Papa Francesco si svolgono per nove giorni dopo la sua sepoltura, mentre i fedeli lo commemorano e lo celebrano. Durante questo periodo, il Vaticano si prepara al processo per eleggere un nuovo Papa, noto come Conclave, che deve iniziare entro 15-20 giorni dalla morte del Pontefice.

Il Giubileo dei giovani

È stato importante vedere che i giovani sono tornati in piazza San Pietro il giorno seguente ai funerali, domenica 27 aprile, quando non c’erano più i capi di Stato e di Governo. C’erano comunque di nuovo 200.000 persone alla Messa presieduta la mattina dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, nell’ambito dei Novendiali, i nove giorni di celebrazioni in suffragio del Papa defuntoche da lunedì 28 fino a domenica 4 maggio proseguono in San Pietro, ma alle ore 17:00.

Nel corso dell’omelia Parolin ha raccomandato: “Siamo chiamati all’impegno di vivere le nostre relazioni non più secondo i criteri del calcolo o accecati dall’egoismo, ma aprendoci al dialogo con l’altro”. La certezza è la stessa: “Solo la misericordia guarisce, solo la misericordia crea un mondo nuovo: questo è il grande insegnamento di Papa Francesco.” Il cardinale, capo della Segreteria di Stato da agosto 2013 e dunque in tutti gli anni di Pontificato di Francesco, ha parlato di “dolore”, “turbamento”, “sensazione di smarrimento” chiedendo che l’affetto per Francesco “non resti una semplice emozione del momento” quanto piuttosto che “la sua eredità diventi vita vissuta”.

Ai giovani, giunti da tutto il mondo, ha parlato delle tante sfide ricordando anche “quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca”. Sempre ai giovani è dedicato il video registrato con smartphone l’8 gennaio scorso e diffuso nel giorno dei funerali. Francesco, seduto nella sua stanza di Santa Marta con un maglione bianco, dice: “Cari ragazzi e ragazze, una delle cose molto importanti nella vita è ascoltare, imparare ad ascoltare. Quando una persona ti parla, aspettare che finisca per capirla bene e, poi, se me la sento dire qualcosa. Ma l’importante è ascoltare”.

Un testamento spirituale

Prendersi cura delle relazioni è davvero il cuore di tutte le scelte pastorali di Papa Francesco. Nei suoi 12 anni di pontificato, ha chiesto di combattere la “cultura dello scarto” con la medicina della “cura” delle relazioni. Innanzitutto la relazione con Dio, che non ha affatto trascurato. Poi, in stretta correlazione, ha concepito la relazione con l’altro, visto come fratello nella famiglia umana. Inoltre ha parlato della relazione con l’ambiente, “casa comune” in cui – ha chiarito – non si possono più immaginare sistemi sociali slegati dai sistemi naturali e viceversa. Il messaggio centrale dell’Enciclica Laudato Sì del 2015 è che “tutto è in relazione” e “nessuno si salva da solo”.

Di Papa Francesco restano centinaia di appelli per la pace e quelle parole pronunciate per ultime: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo”, alla benedizione Urbi et Orbi di Pasqua. Francesco ha ribadito che “l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo” e ha chiesto di “abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche”.

In poche parole nel messaggio di Pasqua dell’anno giubilare ha fotografato la drammatica evidenza: “Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti!”. Con una consapevolezza fondamentale: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui”.

E questo è l’appello che, come ha sottolineato il cardinale Parolin, non deve solo emozionare in questi giorni: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano”.

read also (24 aprile 2025): https://www.faustasperanza.eu/wordpress/2025/04/24/su-national-geographic-le-ultime-volonta-di-francesco/

su National Geographic le ultime volontà di Francesco

24 Aprile 2025

  National Geographic

di Fausta Speranza

Le ultime volontà di Papa Francesco: semplicità, fede e umanità

https://www.nationalgeographic.it/le-ultime-volonta-di-papa-francesco-semplicita-fede-e-umanita

In attesa della Messa esequiale di Papa Francesco – che si terrà sabato 26 aprile alle ore 10.00 sul sagrato della Basilica di San Pietro – migliaia di fedeli sono accorsi per rendergli omaggio. Ripercorriamo le ultime volontà del Papa della Gente che evocano il suo credo di umiltà.

“Solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura”: con queste parole Papa Francesco ha chiarito al mondo di non avere altre disposizioni testamentarie se non in relazione alle sue spoglie mortali. A colpire tutti è stata la scelta di essenzialità: “Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione Franciscus”.

È la semplicità alla quale il Papa morto il 21 aprile 2025 ci aveva abituato da subito: il 13 marzo 2013 era apparso dalla Loggia di San Pietro augurando “buonasera” e chiedendo “pregate per me”. Lo ha chiesto fino all’ultimo respiro ed è certo che alle esequie, il 26 aprile, nella celebrazione presieduta dal cardinale decano Giovanni Battista Re, saranno in tanti a farlo, in presenza o da lontano. Ma è una semplicità da comprendere appieno, ricordando che il Papa che ha scelto il nome del Santo di Assisi era un colto gesuita. La semplicità non è soltanto spontaneità.

Il testamento

Non manca lo spirito di concretezza di Papa Francesco nel testamento redatto, e in parte reso noto, tre anni prima della morte: “Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (la Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale…”. E ci sono anche le risorse previste: “Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto”. L’auspicio: “Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene continueranno a pregare per me”. E c’è poi la sofferenza “offerta per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli”.

Perché la sepoltura in Santa Maria Maggiore

C’è una preferenza precisa: “Chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore”, dove si recava in preghiera all’inizio e al termine di ogni viaggio apostolico. Si tratta di una Basilica Papale ma non è quella dove ci eravamo abituati a pensare i sepolcri dei papi. Si può essere semplici e controcorrente. Ma non nel senso in cui a volte ci è sembrato di sentire raccontare Francesco: quasi una sorta di “Giamburrasca” del Vaticano. Dietro alle scelte, piuttosto, c’è un bagaglio di comprensione da non sottovalutare.

Oltre la dichiarata personale devozione per la Madre di Dio e Madre della Chiesa, c’è quella lettera che Papa Francesco ha scritto cinque anni fa al presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale (PAMI), padre Stefano Cecchin, firmata il 15 agosto 2020. Francesco ha chiesto di liberare Maria dall’immagine di una donna sottomessa che tanto è utile alle logiche familistiche e impenetrabili delle mafie, e di tutti gli apparati di potere.

Si comprende l’importanza e l’urgenza di riscoprire l’umiltà di Maria che non è sottomissione o sudditanza. È la scelta libera di una donna forte di aderire totalmente al Mistero della Salvezza. Peraltro, già l’esortazione apostolica Marialis Cultus di Paolo VI nel 1974 chiariva che “Maria non è donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo”. Francesco ha inoltre nominato suor Raffaella Petrini Presidente del Governatorato e suor Simona Brambilla primo Prefetto donna. Sono gesti concreti che suonano come promesse di un cambio di passo al quale solo il futuro potrà dare compimento. Nel linguaggio e nei fatti.

Il papato di Francesco e il consesso internazionale

A livello di equilibri internazionali sembrano di nuovo sdoganate le logiche di potenza, con l’emergere di poteri forti vecchi e nuovi, strutture, condizionamenti che non rispondono a criteri evangelici e neanche a principi del diritto internazionale. A questo proposito, Papa Francesco si è inserito nella tradizione curiale che risale a Paolo VI, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e il coinvolgimento dell’ONU, un organismo che però risulta bloccato nel fuoco incrociato di veti.

Da Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin ha parlato di una organizzazione caduta nella “apatia” e nella “irresponsabilità” e per giunta “passiva dinanzi alle ostilità subite da popolazioni indifese”. Da qui alcune mediazioni. Pensiamo ai buoni uffici posti dalla Santa Sede nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali cubano-statunitensi, rotte dopo la rivoluzione castrista, giunto ad un accordo nel 2014. Inoltre, Francesco ha coinvolto altri personaggi, nei casi conosciuti alcuni cardinali, come Ortega per Cuba e Zuppi per l’Ucraina, per attivare una diplomazia più “personalizzata”. Peraltro si sa di altri contesti come nel Sud Sudan e in Repubblica Democratica del Congo. In ogni caso, sono canali ricondotti sotto il lavoro della Segreteria di Stato, confermando “creatività” e tradizione. Un binomio in cui restano centrali i valori.

Tra guerre vecchio stampo e ripensamenti dell’ordine mondiale, tra antiche diseguaglianze e moderne forme di rapacità economica, è urgente infatti ricordare – e Papa Francesco come altri Papi ha cercato di chiarirlo – che le istituzioni occidentali vanno ricongiunte alle loro radici di civiltà più profonde: quelle che dal nomos greco, dallo ius romano, dalla Legge ebraica conducono all’affermazione netta della centralità assoluta della persona umana, e della sua superiorità rispetto a ogni potenza terrena, asserita dall’umanesimo cristiano. Anche l’obiettivo è urgente: frenare la consunzione delle barriere contro l’abuso del potere, alla quale stiamo assistendo. E sulla centralità della persona c’è tutta la fermezza della Chiesa.

Le ultime volontà di Papa Francesco

ROMA, ITALIA – 8 DICEMBRE: Papa Francesco celebra la Festa dell’Immacolata Concezione donando tre Rose d’Oro all’antica icona romana “Maria Salus Populi Romani” nella Basilica di Santa Maria Maggiore, l’8 dicembre 2023 a Roma, Italia. FOTOGRAFIA DI Vatican Media

Le esequie

Tornando al commiato, ci sono poi le nuove regole volute da Francesco per le esequie. In questo caso, non ha disposto per sé ma in generale per i Pontefici. Tra le novità c’è stata la constatazione della morte non più nella camera del defunto ma nella cappella dell’abitazione Domus Sanctae Marthae; la deposizione immediata dentro la bara; l’eliminazione delle tradizionali tre bare di cipresso, piombo e rovere a favore di una di legno e zinco. La bara di Papa Francesco, esposta nei giorni 23, 24 e 25 aprile nella Basilica vaticana, è stata deposta davanti all’Altare della Confessione su una piccola pedana leggermente inclinata, posta su un tappeto a terra, e non sul catafalco come è sempre avvenuto nel passato.

La salma è rivestita delle vesti liturgiche rosse, con mitra e pallio, e il rosario tra le mani. Manca il pastorale papale. Francesco si è presentato da vescovo di Roma. D’altra parte, ha diffuso di sé l’immagine del “parroco del mondo”, vicino alla gente, lontano dalle aristocrazie. Un’immagine alla quale hanno dimostrato di essere affezionati i fedeli che nel primo giorno di esposizione a san Pietro sono arrivati in 20.000. Un modo di fare che ha conquistato molti ma che ha rischiato di essere assimilato al vento di populismo che ha contagiato la nostra epoca.

Ma il punto importante non è soltanto come abbia presentato al mondo il vicario di Cristo ma anche cosa abbia disposto per vescovi e cardinali: nel 2021 con Motu proprio ha stabilito che i cardinali e i vescovi, quando sono accusati di reati penali comuni (non religiosi), siano processati nel Tribunale vaticano, come tutti gli altri cittadini, secondo i tre gradi di giudizio. Ha eliminato il privilegio di un pronunciamento da parte di una commissione per gli alti prelati. È una decisione destinata a rimanere, salvo un intervento diretto ed esplicito del prossimo Papa, più di un’immagine.

I Novendiali

Nessuna variazione per l’antica consuetudine dei Novendiali: per nove giorni consecutivi si svolgono particolari celebrazioni dell’Eucaristia, a partire dalla Messa esequiale il 26 aprile alle ore 10.00 sul sagrato della Basilica di San Pietro. I Novendiali sono celebrazioni aperte che in realtà prevedono, ogni giorno, la partecipazione di un “gruppo” diverso, in base all’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Interessante notare chi celebri in questo caso. Domenica 27 aprile, ore 10.30, presiede il cardinale Pietro Parolin per i dipendenti del Vaticano. Si tratta del “già” Segretario di Stato perché tutte le cariche risultano automaticamente decadute alla morte di un Papa.

Il richiamo è all’art. 6 della Costituzione apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II abrogata dalla Praedicate Evangelium di Francesco ma non per tale articolo. Tutti i Capi dei Dicasteri della Curia Romana, sia il Segretario di Stato sia i Prefetti sia i Presidenti Arcivescovi, come anche i Membri dei medesimi Dicasteri cessano dall’esercizio del loro ufficio. Fanno eccezione il Camerlengo di Santa Romana Chiesa e il Penitenziere Maggiore, che continuano a svolgere gli affari ordinari, facendo riferimento al Collegio dei cardinali. Allo stesso modo, in base alla Costituzione apostolica Vicariae potestatis, il Cardinale Vicario per la diocesi di Roma non cessa dal suo ufficio e non cessa, per la sua giurisdizione, l’Arciprete della Basilica e Vicario Generale per la Città del Vaticano.

La Sede vacante verso il conclave

Ci si augura che la Salus Populi Romani, l’icona così tanto venerata da Papa Francesco, vegli sulle sue spoglie mortali, sui suoi propositi migliori e sulla Chiesa che si presenta all’appuntamento del prossimo Conclave. I cardinali hanno giurato di osservare fedelmente le norme della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis circa la vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996. Una costituzione che, come mille altre, introduceva cambiamenti. A conferma di un cammino della Chiesa che ci ricorda la definizione della Chiesa secondo il Concilio Vaticano II: “Un popolo di Dio in cammino”. Un’espressione, usata da Francesco in quel primo affaccio dalla Loggia, che presuppone passi concreti senza immobilismi ma che va letta nel suo insieme: soffermarsi troppo sulle specificità di un tratto finirebbe per far passare per nuovo anche ciò che non lo è.

Papa Bergoglio non è stato un “intruso” nella storia della Chiesa, come sembrerebbe da analisi protese a sottolinearne la novità, ma un figlio di questa storia, fatta dalle gerarchie e dal popolo di Dio. Nessuno si avverta esente da responsabilità. Una storia che prosegue e che ci interroga sul futuro di una Chiesa, al di là degli entusiasmi, missionaria anche in Paesi un tempo cattolici.

Nessuna resa alla guerra

16 Gennaio 2024

di Fausta Speranza sul sito  www.meridianoitalia.tv:

Negli ultimi quattro decenni le istanze pacifiste hanno dato vita a molte iniziative, ma in tanti si sono rassegnati all’ineluttabilità della guerra, vista come l’unica via per risolvere, pur dolorosamente, situazioni di ingiustizia. Eppure non solo le guerre mondiali della prima metà del Novecento, ma tutti i conflitti succedutisi dagli anni Ottanta ad oggi hanno dimostrato che la logica della violenza produce solo altra violenza, che la dinamica del riarmo innesca un meccanismo ad orologeria in cui la variabile riguarda solo il momento in cui scoppierà un’altra guerra e non la possibilità che ci sia o meno. Serve ragionare di pace. Pubblichiamo di seguito la prefazione di Fausta Speranza al libro di Alberto Zorloni «Pacifismo – Storia e analisi del caso italiano» (Infinito Edizioni)

«L’esasperazione dell’individualità è il primo degli atti di guerra». Questa considerazione del filosofo francese Emmanuel Mounier offre il migliore snodo concettuale per comprendere quanto possa essere fragile una pace pensata o propagandata in un mondo che svilendo il diritto internazionale perde il desiderio di difendere i diritti fondamentali; che assiste alla polarizzazione tra ricchissimi e poverissimi; che arretra di fronte alla necessità di una governance globale di beni materiali e immateriali essenziali per la vita. In una modalità tecnologicamente aggiornata, anche oggi «quasi tutte le nazioni si affannano nella gara febbrile degli armamenti», come denunciato nel 1902 da Leone XIII, nella Lettera apostolica Principibus populisque universi in cui parlava di «stato di pace armata divenuto intollerabile».

Nel proseguo della storia ci sono i due devastanti conflitti mondiali del secolo scorso e gli appelli per la pace di altri dodici papi, tra cui Francesco che, ben prima dell’invasione dell’Ucraina a febbraio 2022, ha cominciato a parlare di «guerra mondiale a pezzi» (o «a capitoli»), denunciando la gravità del fenomeno delle cosiddette proxy war, guerre per “procura”. Si tratta di combattimenti all’interno di Paesi ma per interessi esterni di attori che spesso riescono ad avere un controllo, proprio all’interno di quei Paesi o quelle aree, attraverso milizie locali: senza riferimento agli eserciti regolari. E’ la modalità che maggiormente accresce la mancanza di sicurezza a livello internazionale: una sorta di pace che è di fatto guerra senza veri interlocutori e senza regole.

Non si possono tralasciare i passi avanti fatti da parte della società globale negli ultimi sessant’anni, ma questa vera e propria architettura di pace va difesa. Si è solidificato un ampio consenso attorno ai diritti umani e alla difesa delle libertà personali; sono stati istituiti a livello internazionale diversi organismi per cooperare su tematiche come le pari opportunità, il rispetto delle minoranze, la tutela dei rifugiati. Torna in mente la considerazione sulla Grande guerra del protagonista de La coscienza di Zeno, il romanzo di Italo Svevo pubblicato nel 1923: «Io avevo vissuto in piena calma in un fabbricato di cui il pianoterra bruciava e non avevo previsto che prima o poi tutto il fabbricato con me si sarebbe sprofondato nelle fiamme». Lo scrittore è scomparso nel 1928, poco prima che il mondo riproponesse un copione di guerra perfino peggiore.

Dopo decenni di processi di disarmo, dal 2014 è corsa al riarmo. La spesa militare mondiale, secondo le stime del Sipra di Stoccolma, ha raggiunto nel 2022 la somma di 2.240 miliardi di dollari complessivi, che corrisponde ad una crescita del 3,7 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente. Intanto si esaspera il gap economico: negli ultimi 10 anni l’1 per cento più ricco ha accumulato, in termini reali, un ammontare di ricchezza 74 volte superiore a quella del 50 per cento più povero. Inoltre dal 2020 la ricchezza dei miliardari è cresciuta al ritmo di 2,7 miliardi di dollari al giorno, in termini reali. Una situazione che si palesa come un investimento planetario sulla conflittualità, come polvere da sparo rilasciata nell’aria che aspetta l’innesco per deflagrare. Nel 1965 Paolo VI all’Onu lanciava il grido «mai più la guerra» chiarendo che «non c’è pace senza giustizia». Per tutte queste argomentazioni è davvero significativo, oltre che coraggioso, un libro dedicato al pacifismo. Nel testo si argomenta sui significati e sulle implicazioni di questa definizione con il pregio di offrire una chiave di lettura che storicizza. Indubbiamente si fa focus sulla situazione in Italia, ma sono tanti gli opportuni richiami impliciti o espliciti a contesti più larghi. L’autore invita a pensare – «oltre alle giuste scelte personali» – di organizzare «un’azione comune, incisiva e macroscopica, relativa a un argomento di importanza capitale nel quale si è tutti coinvolti». E’ di tutto rilievo l’invito contenuto nel libro a «superare la parcellizzazione delle associazioni competenti in materia di pacifismo». Con la consapevolezza che «ben difficilmente se ne libereranno», l’autore ribadisce l’importanza di «poter correre tutti insieme verso un obiettivo più grande». Ci permettiamo di allargare idealmente l’orizzonte dell’invito auspicando che qualunque leadership al mondo – che siano politici al potere o multinazionali che fatturano introiti superiori al Pil di alcune nazioni – comprendano che tutte le parcellizzazioni frutto di interessi particolaristici contribuiscono a disgregare il tessuto sociale e a incrinare la pace. Il mondo ha bisogno di multilateralismo che non è affatto scontato.

Approccio multilaterale significa bilanciamento degli equilibri di potere tra potenze attraverso il diritto internazionale, che è sempre più messo in discussione nei fatti. Inoltre significa saper guardare in modo sinergico ai sistemi naturali e ai sistemi sociali: non c’è cura dell’ambiente che possa pacificare la relazione tra esseri umani e risorse del pianeta senza un’adeguata cura delle sperequazioni che colpiscono le fasce più deboli delle popolazioni. Il primo esempio dovrebbe essere uno sguardo d’insieme a cambiamenti climatici e migrazioni. Concretamente dovrebbe significare concepire una politica in grado di cogliere la dimensione umana planetaria delle questioni.

Osiamo parlare di una sorta di costituzionalismo mondiale che metta l’umanità al centro, in cui l’umanità diventi soggetto di diritto al riparo da ottuse logiche nazionalistiche e statualistiche e in grado di contrastare dinamiche come quelle che permettono che l’acqua sia venduta da privati in terre aride a prezzi esponenziali: tra il 2021 e il 2022, secondo l’Oxfam, nel sud dell’Etiopia, nel nord del Kenya e in Somalia sono lievitati del 400 per cento.

Uscire a tanti livelli dai binari degli interessi particolaristici è l’obiettivo principale al quale si deve lavorare. In parallelo, vanno sostenute e incoraggiate tutte quelle dinamiche locali di pacificazione che possono fare la differenza nel “piccolo”. Si devono tenere a bada estremismi, estremizzazioni, esasperazioni relativistiche di tanti generi, che generano conflittualità, anche grazie al fenomeno, ancora troppo poco discusso rispetto all’entità, delle fake news.

Le nostre democrazie devono ancora imparare a fare i conti davvero con l’impatto della disintermediazione informativa sui processi di formazione dell’opinione pubblica, che tanti scherzi può giocare alla pace. Basti ricordare l’episodio alimentato dai social dell’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti d’America, impensabile prima del 6 gennaio 2021.

Il fenomeno della disinformazione non è nato oggi e non è orfano: è figlio della bramosia di manipolare le masse, evidente mutatis mutandis in tutte le epoche della storia umana. Ai nostri tempi si nutre dell’automatizzazione e delle sue «magnifiche sorti e progressive» – per dirla con Leopardi — che stanno sotto gli occhi di tutti: algoritmi che ci raggiungono in base a studi di mercato, notizie scritte da pc, sistemi di software che offrono pseudo relazioni con persone scomparse. Si parla di human enhancement, di “gemello digitale” dell’essere umano, di esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive: non solo memoria e giudizio ma anche la coscienza fonte di auto-determinazione. Facile immaginare le conseguenze di un consenso “prodotto” a partire da conclusioni tratte da Big Data e Data Analytics.

Se multilateralismo si traduce con un’ottica di bene comune, in quest’ottica deve innanzitutto restare centrale la persona, con la sua interiorità da difendere, con il suo consenso da esprimere o da negare. C’è il rischio che guerre e conflitti, che da sempre vengono decisi dai pochi e vissuti dai tanti, siano sempre meno messi in discussione.

C’è il rischio di dimenticare la verità sulla differenza di punti di vista tra potenti e popoli che nell’interiorità di Bertolt Brecht ha preso la forma dei versi della poesia Chi sta in alto dice: pace e guerra.

«Sono di essenza diversa. La loro pace e la loro guerra
son come vento e tempesta.0  La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.

Ha in faccia i suoi lineamenti orridi. La loro guerra uccide quel che alla loro pace  è sopravvissuto.»

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/cultura1/658-nessuna-resa-alla-guerra

Intervistata da Notizie geopolitiche

Per parlare di Marocco, intervistata dal collega Gianluca Vivacqua del quotidiano indipendente online Notizie Geopolitiche:

https://www.notiziegeopolitiche.net/speranza-il-marocco-quel-tranquillo-paese-che-ama-del-suo-re/

Speranza, ‘Il Marocco, quel tranquillo Paese che ama il suo re’

‘Continua a giovargli un rapporto saldo con l’Europa’.

a cura di Gianluca Vivacqua –

Nella turbolenta area afro-mediterranea così come nella polveriera mediorientale le poche monarchie ereditarie appaiono come una garanzia di stabilità interna. In effetti sembra che i destini della monarchia alawita marocchina e di quella hashemita giordana scorrano su binari convergenti: una sensazione rafforzata, in questo particolare momento storico, dal fatto che entrambe sono incarnate da sovrani giovani, con vedute moderniste. Possono stringersi la mano, Mohammed VI e Abdallah II, rassicuranti baricentri della politica dei loro Paesi, a propria volta rassicurati da un gradimento popolare assai elevato: naturale che, in questa situazione, le primavere arabe li abbiano solo sfiorati o leggermente bruciacchiati. Del Marocco di Mohammed VI parliamo, più nello specifico, con Fausta Speranza, giornalista inviata dei media vaticani, al Radiogiornale internazionale di Radio Vaticana dal 1992 e prima donna a occuparsi di politica internazionale sulle colonne de L’Osservatore Romano. Di Africa, non solo mediterranea, si è occupata molto nei suoi reportage.

– Speranza, qual è lo stato di salute della monarchia marocchina? Si può parlare di un suo splendido isolamento nello scacchiere dell’Africa mediterranea?
“Mi permetta di dire spontaneamente che ho qualche difficoltà a parlare di “isolamento” per il Marocco, seppure al positivo. E’ un Paese niente affatto isolato. Vorrei subito sottolineare che circa un anno fa è stato il quarto Paese dopo gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan ad aderire ai cosiddetti Accordi di Abramo con Israele. E aggiungo che è stato il primo Paese arabo a stringere con Israele anche un accordo di tipo militare. Per non parlare dei legami con l’Unione europea e con alcuni Paesi europei, che restano significativi nonostante il ricorso vinto nel 2021 da parte del Sahara occidentale sugli accordi commerciali stabiliti tra Ue e Marocco nel 2013 e rinnovati nel 2019. E nonostante che il 2021 abbia segnato anche momenti di tensione tra Mohammed VI e la Spagna e la Germania. Il motivo degli attriti è stato anche in questo caso il Sahara Occidentale, dopo il riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’autorità marocchina sulla regione proprio il 10 dicembre 2021. In ogni caso, è sempre privilegiata ad esempio la relazione con Parigi, che sussiste fin dal 1956, anno in cui la Francia concesse l’indipendenza al Marocco a differenza di quanto fatto con l’Algeria, che dovette passare da una sanguinosissima guerra per arrivare alla decolonizzazione. Detto questo, immagino che la domanda intenda individuare un certo scollamento rispetto a problematiche che accomunano l’area che identifichiamo con la sigla Mena, cioè territori mediorientali e del Nord Africa. In genere, l’area Mena ci richiama a traffici di esseri umani, instabilità politica. Sono fenomeni che effettivamente nelle cronache non ci riportano al Marocco. In questo senso è “un’isola” felice. In questo mondo, che vive guerre e conflittualità a tanti livelli e anche crisi sociali nelle più forti democrazie, in questa fase storica oserei dire che non vedo nulla di “splendido”, ma certamente il Marocco ha una sua stabilità, una certa coesione sociale e un dibattito parlamentare che lo distinguono. A proposito del ruolo della monarchia ricordo che in Marocco, dal 1963, sono state approvate sei diverse Costituzioni. L’ultima nel 2011 in risposta al movimento di protesta nato sull’onda delle cosiddette Primavere arabe. Il fatto che la monarchia abbia risposto tempestivamente alle istanze del movimento analogo a quello delle cosiddette primavere arabe con una nuova costituzione ha certamente rafforzato la figura del re. Undici anni dopo, il re Mohammed VI rimane il vero centro di potere del Paese. Una buona parte della popolazione ha perso fiducia nei partiti e in una serie di meccanismi istituzionali, compresa l’ultima legge elettorale del 2020 che di fatto risulta favorire la formazione di governi deboli e frammentati. Ma il fatto che in altri Paesi le forze più sane che chiedevano riforme siano state soppiantate in un modo o in un altro da forze radicali, con derive come la guerra in Siria, ha certamente fatto crescere il consenso nei confronti delle scelte della monarchia. E’ un multipartitismo che difficilmente permette a una singola forza politica di guadagnare la maggioranza, ma quello che appare agli occhi stranieri è che la popolazione abbia più fiducia nel re che nei partiti”.

– Cosa consente al Marocco di godere di una stabilità politica interna così miracolosamente duratura?
“Credo sia proprio la capacità della monarchia di aprirsi alle riforme quel tanto da permettere di non essere percepita come rigida o fuori del tempo. E’ interessante ricordare che, secondo l’articolo 1 della Costituzione, il Marocco è “una monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale”. Il Parlamento si compone di due camere, la Camera dei Rappresentanti e la Camera dei Consiglieri. La prima è eletta a suffragio universale diretto ogni cinque anni, la seconda ogni sei a suffragio universale indiretto. Entrambe esercitano il potere legislativo. Tuttavia il re, come capo dello Stato, dispone di ampi poteri, incluso quello di nominare il capo di governo e tutti i suoi membri, all’interno del partito vincitore delle elezioni. Il re può sciogliere entrambe le Camere tramite decreto reale (dahir) e dichiarare lo stato di emergenza, ed è a capo delle forze armate e del consiglio superiore del potere giudiziario. Mohammed VI, attuale sovrano del Marocco, gode anche del titolo di “comandante dei fedeli”, ponendosi come autorità non solo politica ma anche spirituale. Considerando tutto ciò, non può che essere la monarchia stessa ad offrire stabilità perché di fatto il sovrano è appunto il fulcro di tutto”.

– E che cosa gli consente invece di soffrire una pressione terroristica minore rispetto ai Paesi vicini?
“I problemi non mancano ma certamente il territorio del Marocco è decisamente lontano dal drammatico Far West del Sahel. Ritengo che il fortissimo legame con i Paesi europei abbia sempre giocato a favore di Rabat in questo senso, anche in termini di “salute” delle forze dell’ordine. Quello che permette il dramma dei traffici di esseri umani sono certamente le bande criminali ma anche gli occhi chiusi delle forze di sicurezza dei Paesi interessati. In Marocco non manca la corruzione, ma non raggiunge i livelli di impunità delle zone diventate rotte indisturbate di traffici. E poi c’è anche il legame diverso con l’Ue, rispetto agli altri Paesi del Nord Africa. Ci sono vincoli e accordi presi. Il Marocco è il primo Paese del Mediterraneo ad aver firmato con la Commissione Europea, nel mese di giugno 2013, la “partnership sulla mobilità”. Certamente non mancano i problemi: periodicamente scoppiano tensioni e episodi di violenza a ridosso delle enclavi spagnole, le città autonome di Ceuta e Melilla, per la pressione di irregolari che cercano di raggiungere così il territorio dell’Ue a loro più prossimo. E bisogna tornare anche all’irrisolta questione del Sarahawi, cui abbiamo accennato. Il Sahara occidentale è una ex colonia spagnola annessa dal Marocco nel 1975. Gli indipendentisti del Fronte Polisario, sostenuti dall’Algeria, hanno combattuto per l’indipendenza della loro terra fino alla conclusione di un cessate il fuoco nel 1991, sotto l’egida delle Nazioni Unite ed in cooperazione con l’Organizzazione dell’Unità africana. L’accordo prevedeva anche lo svolgimento di un referendum tra la popolazione del Sahara occidentale sulla scelta tra l’indipendenza e l’integrazione nel Marocco. Il referendum, che inizialmente doveva tenersi nel 1992, è stato oggetto di ripetuti rinvii, anche per la difficoltà della missione delle Nazioni Unite (Minurso), di procedere alla registrazione degli aventi diritto al voto a causa di divergenti interpretazioni delle parti al proposito. Nell’aprile 2004, poi, il Marocco ha fatto sapere di non poter accettare lo svolgimento di un referendum che avesse tra le possibili opzioni quella dell’indipendenza. Semplificando molto, il Marocco è disposto a concedere uno statuto d’autonomia al Sahara occidentale, ma non è disposto a negoziare che sulla base di questo presupposto. Il Fronte Polisario chiede invece lo svolgimento di un referendum che rimetta al popolo saharawi la scelta tra l’indipendenza, l’autonomia, o l’annessione tout court al Marocco. Le posizioni nonostante diversi negoziati non sono sostanzialmente cambiate e permane una situazione di stallo. Resta tutta la ricchezza culturale di un Paese abitato fin dalla preistoria dai berberi e che ha conosciuto la colonizzazione di fenici, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, francesi, spagnoli. La sua è una storia che rientra ovviamente in quella di tutta l’area del Maghreb ma che ha i suoi momenti di svolta e di distinzione molto netti. D’altra parte, il Maghreb si espande su una superficie geografica di oltre cinque milioni di chilometri quadrati, tra il bacino del Mediterraneo e il deserto del Sahara, e rappresenta da sempre un crocevia tra le civiltà mediterranee e quelle africane. Offre un’indicazione preziosa se si ragiona in termini di macroregioni, ma merita di essere studiato Paese per Paese”.

Fausta Speranza è giornalista inviata dei media vaticani, al Radiogiornale internazionale di Radio Vaticana dal 1992 e prima donna a occuparsi di politica internazionale nel quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano nel 2016.
-Ha lavorato con uno dei padri del giornalismo in Italia, Sergio Zavoli. Ha collaborato con Famiglia cristiana, Limes, RadioRai, il Corriere della Sera (intervista alla supertestimone del caso Spallone), Rai Storia Tv.
– Ha realizzato reportage dall’Europa, dagli Stati Uniti, ma anche dal Messico e dall’Africa. In particolare, in Ghana ha documentato, entrando con la macchina da ripresa, il disastro di una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici al mondo.
-Vincitrice di sette premi (in sezioni Radio, Tv e Libri).
-Ha pubblicato con Infinito edizioni Messico in bilico (2018) (Premio Giustolisi al Giornalismo d’inchiesta 2018), Fortezza Libano (2020) e Il senso della sete, (Premio Demetra 2021 e Premio Letterario Nazionale di Mesagne 2021)
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L’emergenza Ucraina e le grandi sfide da non dimenticare

Dopo anni di Trattati internazionali per il disarmo, si torna a parlare di aumento delle spese militari in ambito Nato. Al di là del  dibattito parlamentare all’interno di ogni singolo Paese dell’Ue, è importante  fare riflessioni di carattere globale. Il primo pensiero va alle spese mondiali per gli armamenti degli ultimi anni, al progressivo e significativo aumento: è stato registrato dai dati ma forse non dalla percezione generale in Occidente. Una distrazione da non ripetere.

E poi c’è la febbre del pianeta, quel surriscaldamento che già presenta il conto in termini di disastri ambientali e umanitari, da non dimenticare. Su questo piano rischiamo oggi – nessun Paese è escluso – un’altra colpevolissima distrazione.

Come dice Papa Francesco “la vita umana indifesa viene prima di qualunque strategia”. Certamente la priorità assoluta è salvare le persone facendo cessare il conflitto in Ucraina. Ma è importante e doveroso anche non perdere di vista alcuni orizzonti di riflessione importanti per la vita stessa sul pianeta. L’Unione europea, finora compatta come solo nel caso della pandemia avevamo visto, nell’ambito delle strategie di reazione all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – oltre all’impegno straordinario per i profughi – ha stabilito che tutti i Paesi europei dovranno, nei prossimi anni, aumentare le spese militari fino al 2 per cento del Pil, secondo quanto già previsto a livello di Alleanza Atlantica. Per l’Italia si tratta di passare da 25 a 38 miliardi di euro e il dibattito è in corso.

Dobbiamo ricordarci dell’aumento che non abbiamo voluto vedere. E’ come se la percezione generale si fosse fermata a dopo il 2001 quando in Occidente, nonostante l’11 settembre e la guerra in Iraq e altri fatti molto gravi, il trend delle spese militari mondiali era in diminuzione anche se leggera. Ma già negli anni successivi se  diminuivano le spese  dei Paesi occidentali – Stati Uniti in testa  in particolare con la presidenza Obama  –  aumentavano quelle in Asia in generale, e nell’Asia orientale in particolare, come anche nel Medio Oriente. Quello che è successo poi, nel 2014, è che, per la prima volta da molti anni, c’è stata una inversione di tendenza: il complesso delle spese militari mondiali seppure di “qualche” decina di miliardi di dollari ha progressivamente registrato rialzi, anche di quasi un punto percentuale in un anno. Da quel momento i Paesi impegnati a ridurre la spesa non sono stati più in grado di compensare quelli impegnati ad aumentarla. Da allora lo stesso trend si è esasperato fino al 2021 quando nel mondo le spese militari sono aumentate di 50 miliardi di dollari, superando i 2000 miliardi di dollari. E fino al conflitto in Ucraina che porta ad un aumento di spesa in armamenti anche nei Paesi europei. Il discorso è complesso ma in ogni caso va considerato nella sua intera parabola.

“Un obiettivo che consentirà di creare una vera e propria difesa europea”: così, in sede di Consiglio europeo  che si è tenuto il 24 e 25 marzo, il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi ha definito l’aumento della spesa militare. Si spera davvero che possa essere il momento di svolta per il processo che manca alla costruzione europea: la formazione di una difesa comune per una reale politica estera comune. E’ uno degli indispensabili anelli mancanti insieme con la fiscalità. Non si tratta, dunque, solo di raggiungere un’intesa per l’Ucraina. Dobbiamo ricordarci che sono tante e significative le vie da percorrere per scongiurare le sabbie mobili della conflittualità su diversi fronti, sotto diverse latitudini. Serve un’Europa compatta e unita sul fronte della pace che non è fatto solo da trincee vere e proprie. Non dimentichiamo tutta la questione delle cosiddette “guerre per procura”   che in questo momento rappresentano il punto cruciale di tanti conflitti in singoli Paesi o in  aree geografiche. Ci si combatte all’interno ma per interessi esterni di attori che riescono ad avere, proprio all’interno di questi Paesi o di queste aree, un controllo, magari attraverso milizie locali e  cioè senza far riferimento agli eserciti regolari. Si tratta di modalità che  contribuiscono ad accrescere la mancanza di sicurezza a livello internazionale. Anche per questo serve la Difesa europea.

Fa effetto parlarne nel giorno in cui è venuta a mancare Maria Romana De Gasperi che sempre ricordava il forte rammarico del padre nel presagire il fallimento della Comunità Europea di Difesa. Lo statista tra i padri fondatori della casa comune europea morì due giorni prima della bocciatura fondamentale da parte della Francia, ma purtroppo aveva intravisto l’esito.

Ci sono poi altre spese da non dimenticare. Nel 2021 le Nazioni Unite hanno chiesto di triplicare la cifra prevista a livello mondiale per far fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici e per assicurare una transizione ecologica. In ballo c’è il ripristino dell’ecosistema degradato e del suolo compromesso.  Nel 2020 la spesa è stata di 120 miliardi. Tra le promesse emerse nel G20 di Roma e rimbalzate alla Conferenza di Glasgow COP26, tra fine ottobre e inizio novembre scorsi, c’è quella di assicurare una spesa di 350 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Per arrivare a 536 miliardi di dollari l’anno entro il 2050. Sono obiettivi che aspettano una prima verifica alla prossima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico voluta dall’Onu, COP27, fissata a novembre prossimo in Egitto, tra soltanto otto mesi. Ma ci si chiede con quale consesso internazionale ci si arriverà.

Oltre all’urgenza assoluta di far cessare “la selvaggia crudeltà della guerra” in Ucraina – come l’ha definita Papa Francesco nella quarta udienza generale dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio scorso – c’è la “battaglia” sul clima da portare avanti, che l’Unione europea per prima al mondo ha lanciato. Lo ha fatto da anni, in considerazione della gravità delle conseguenze per tutti ma anche nella consapevolezza che è necessario adottare misure efficaci ma anche costruire un consenso globale niente affatto scontato e “inventare” nuove forme di governance per problematiche globali e interconnesse.

Tematiche scottanti come le guerre, le emergenze climatiche, migrazioni, la povertà, la crisi sanitaria sono tremendamente interconnesse. La posta in gioco va ben oltre le doverose misure di contenimento dei rischi e dei danni.  La sfida – ora è più palese che mai –  non consiste solo nel raggiungere accordi per contrastare il surriscaldamento globale, ma nel ritrovare, dopo lo strappo della guerra in Ucraina che segue gli scossoni della globalizzazione e della pandemia, un nuovo equilibrio di collaborazione a livello internazionale. In sostanza, si tratta di recuperare la prospettiva che ha portato in precedenza a concepire le Nazioni Unite. Mettere a punto una Difesa europea può significare mettere insieme le forze su diversi fronti compreso quello di difendere propositi fondamentali e assicurare strumenti giuridici sempre nuovi per poter garantire modalità all’altezza delle sfide più attuali.

I drammatici fatti in Ucraina hanno messo bruscamente in discussione, dopo altri evidenti vacillamenti, il presupposto di un consesso internazionale all’interno del quale far sviluppare confronti e accordi che permettano di superare le logiche di equilibri di potenza. Già si sentiva parlare di fallimento o di riforma dell’Onu, ora in realtà si deve puntare l’attenzione sulla volontà politica dei vari Paesi di far funzionare il meccanismo delle Nazioni Unite, perché bisogna recuperare il presupposto di base: trovare accordi e modalità di collaborazione seppure nel rispetto delle peculiarità di ogni Paese. Serve un’Europa sempre più forte dei suoi valori migliori. L’alternativa è lasciare il campo alle armi.

Provvedere ai bisogni militari, creare un’Europa della Difesa deve significare tenere ben presente tutto l’orizzonte di necessità.

La condanna della guerra che costruisce la pace: la voce di Papa Francesco

“Guerra ripugnante”: Papa Francesco, dopo altri accorati appelli dall’attacco del 24 febbraio, torna a dare un nome al “massacro insensato” che avviene in Ucraina. E’ la voce del Pastore di anime, e tradisce tutta l’intensità della preghiera fatta all’Angelus della terza domenica di Quaresima, ma è anche la voce dell’uomo di Dio che tuona potente come la condanna: “Tutto questo è disumano, anzi è anche sacrilego perché va contro la sacralità della vita umana indifesa”. C’è tanto in comune con i Papi che lo hanno preceduto, ma c’è anche qualcosa di nuovo in quello che resterà anche come uno dei più significativi moniti all’umanità e uno dei più importanti contributi alla pace. A patto che venga ascoltato – e non solo da chi lancia ora sull’Ucraina missili e bombe –  quando sottolinea che “la vita umana indifesa viene prima di qualunque strategia”.

Tanti, nell’ultimo secolo, gli appelli e le condanne da parte di Papi di fronte a guerre e conflitti, ma queste parole di Francesco arrivano come un vento in grado di spazzare via la definizione di “operazione militare” di Putin e quella di “guerra giusta” del Patriarca di Mosca Kirill. C’è qualcosa che accomuna tutti i pronunciamenti e qualcosa, come sempre, che distingue.  Come i suoi predecessori, Papa Francesco non nomina mai l’aggressore, in questo caso palesemente la Russia di Putin. Al di là di tutte le possibili responsabilità immaginabili di ogni parte in causa sul territorio e altrove, è chiaro chi ha fatto la scelta scellerata e anacronistica dei missili e delle bombe su case e ospedali. Ma Papa Francesco – non solo a questo Angelus ma in tutti gli interventi in varie occasioni – non chiama l’aggressore per nome. Il motivo è preciso ed è in perfetta continuazione con l’attività diplomatica della Santa Sede dal secolo scorso: non nominare l’interlocutore per lasciare aperta la porta del dialogo. Suggerisce nella sua formalità un’importante sostanza: la verità della condanna non può significare mettere all’angolo l’altro, perché equivarrebbe a chiudere la porta di un dialogo vero.  Vale per tutti, potenti e politici della terra, e per tutti i conflitti che purtroppo, al di là della concentrazione mediatica sul caso ucraino, continuano a portare lo stesso “massacro insensato” in altre parti del mondo, a partire dallo Yemen ma non solo.

In comune con i predecessori anche il tentativo di smantellare alle radici qualunque giustificazione della violenza e della sopraffazione. Di particolare, però, c’è il contesto che non è rappresentato solo dalle bombe. L’intervento ai primi di marzo del Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, in cui ha parlato di “giusta guerra come lotta contro la promozione di modelli di vita anti cristiani come i gay pride”, resta come un’inquietante pietra miliare, anche se è stato poi accompagnato da un appello alla pace dopo il colloquio il 16 marzo con Papa Francesco.

Anche lo scenario di cui parliamo va chiamato per nome: si chiama fondamentalismo religioso etno-filetico, di carattere totalitario. Si tratta in sostanza dell’incontro tra nazionalismo e religione presa a pretesto come copertura ideologica. Di etno-filetismo si parla dal Concilio di Costantinopoli del 1872 come di “moderna eresia” ma torna come tornano i nazionalismi. In Russia oggi si parla di Russkii mir: significa semplicemente mondo russo, ma rappresenta proprio il fenomeno di identificazione tra chiesa e nazione che affascina tanti estremisti e fondamentalisti tra gli ortodossi. Ma non mancano proseliti anche altrove tra cattolici e protestanti.

Per tutti Francesco ribadisce che non si può fare male in nome di Dio: Da Dio – dice nello stesso Angelus – non può mai venire il male o l’ispirazione del male, perché “non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia”. Piuttosto – aggiunge – “sono i nostri egoismi a lacerare le relazioni; sono le nostre scelte sbagliate e violente a scatenare il male”. Secondo Francesco, la soluzione è chiaramente solo una: “Convertiamoci dal male, rinunciamo a quel peccato che ci seduce, apriamoci alla logica del Vangelo: perché, dove regnano amore e fraternità, il male non ha più potere!”.

Il piano inclinato della tecnoscienza

di Fausta Speranza

Si fa presto a dire transizione ecologica: senza meccanismi di welfare ad hoc e senza una rivoluzione dei sistemi educativi, si rischia di dare la parola solo alla tecnoscienza che già pervade anche troppo la vita dell’uomo contemporaneo. A lanciare l’avvertimento è una personalità di spicco del mondo dell’innovazione tecnologica, Francesco Profumo, già presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Non bastano i buoni propositi di recupero dell’ambiente naturalistico, sottolinea.

    Incontriamo Francesco Profumo a Milano, oggi presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo. E’ stato, oltre che ai vertici del Cnr, anche ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. La sua storia personale esprime l’opposto rispetto a quello che potremmo definire scetticismo o diffidenza nei confronti delle scoperte tecnologiche.

Lo sguardo si illumina quando ci fa un esempio di innovazione: il prototipo messo a punto da giovani per ottenere acqua dall’aria. In sostanza si tratta di raffreddare l’aria disponibile nell’atmosfera convertendo l’acqua dallo stato gassoso, cioè dall’umidità, allo stato liquido, grazie alla condensa. Profumo ci spiega con entusiasmo che il prototipo è in grado di estrarre al giorno 13 litri di acqua, risorsa essenziale per definizione, in zone desertiche.

Il tono si fa grave quando, di fronte alle emergenze ambientali, chiediamo in che direzione stiamo andando. “Non c’è prototipo che tenga se non si recupera una visione olistica”, risponde subito. E poi ci consegna questa consapevolezza: “La tecnologia è solo uno degli strumenti possibili ma da sola non risolve i problemi, forse li accentua”.

“Non ci sono più le condizioni per dire che la sola tecnologia possa interagire con il tema dell’ambiente e della transizione ecologica”, afferma Profumo, sottolineando che non si può non parlare di transizione sociale. Spiega: “I piani da considerare sono tre: quello della transizione ecologica, quello della digitalizzazione, quello della resilienza sociale”.

C’è un “allineamento da fare” – sostiene – tra i sistemi di produttività e i sistemi di relazioni”. A livello teorico le basi ci sarebbero, sembra dire Profumo quando cita il discorso della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al momento del suo insediamento a novembre 2019 che “conteneva precisamente l’indicazione di questi tre piani, da cui non si deve prescindere”. Ricorda la cosiddetta Agenda 2030 dell’Onu che prevede misure cheFrancesco Profumo considerano l’ambiente naturalistico e l’ambiente sociale, per affermare che, tra tanti passi avanti e passi indietro, in particolare l’Obiettivo 17 dell’Agenda rischia di essere il primo disatteso: è l’ultimo della lista, quello che invoca il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

“Si rischia di considerare solo l’urgenza di salvare il pianeta mentre l’essere umano continua a perseguire logiche autodistruttive e pensa di contare solo sui nuovi strumenti dell’era della digitalizzazione”. L’esperto di innovazione tecnologica avverte che “non si può perdere la centralità dell’uomo” e ricorda la chiarezza con cui viene spiegato nell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco: l’ecologia o è integrale nel senso che si occupa di riequilibrare  sistemi naturali e sistemi sociali o non è.

Profumo ne sottolinea l’importanza spiegando che “serve tenere insieme cose diverse, tutto è integrato”.

Viene subito in mente che la famosa transizione verso un nuovo sistema di produzione più ecologico non avrà lo stesso costo per tutti. Ci sono Paesi meno ricchi e sviluppati che rischiano di pagarne il prezzo più alto, ci sono fasce di popolazione in Paesi con economie agiate che potrebbero non reggere l’urto. Ma Profumo annuisce ma chiarisce che non è solo questo il punto: “Ci sono scenari problematici per tutti”.

“Servirà un welfare ad hoc, di accompagnamento, per la transizione ecologica che richiederà tempi molto lunghi”, avverte Profumo. I tradizionali sistemi di welfare sono in crisi. Il punto di vista non è negativo: “L’obiettivo finale è corretto e soprattutto ne verranno grandi opportunità”. Ma “servono forte consapevolezza e tanta ricerca”. Per la messa a punto dei modelli di welfare così come li conosciamo c’è voluto un processo di formazione e evoluzione. “Oggi non reggono più il confronto con i processi del futuro”. Serve quella che Profumo definisce “ibridazione da saperi diversi”, attenzione a indirizzi pro-profit o no-profit, a piani diversi tra Stato, settore secondario, settore terziario.

Se si guarda a singole tematiche come quella delle sorgenti energetiche, si capisce subito la profonda complessità della questione. Ma Profumo invita a riflettere sul fatto che la complessità non sta solo nelle revisioni tecniche da considerare ma in alcuni “rapporti chiave da rivedere, a partire dal rapporto tra domanda e disponibilità”. Ricorda che alcune fonti come quella solare sono segnate dalla variabilità della disponibilità. Dunque, “bisognerà disaccoppiare la domanda e l’offerta”, afferma, spiegando che “serve sempre più ricerca per assicurare bacini intermedi, bacini ‘cuscinetto’ che consentano il disaccoppiamento”. L’esempio è quello delle batterie che consentono di immagazzinare energia per quando ce n’è bisogno. Si capisce che la soluzione non è semplice su larga scala. Rispetto ai ritmi delle centrali termoelettriche “cambia l’equilibrio tra tempi di produzione e utilizzo”.

La proverbialità della rivoluzione copernicana sembra impallidire. Dal colloquio con Profumo usciamo con due parole d’ordine: ricerca e educazione, invocando innovazione e creatività. Non possono essere all’altezza dei tempi neanche i modelli educativi in atto, che sono figli dei modelli industriali in cui si sono sviluppati. Il punto è che finora i tempi di ogni rivoluzione industriale sono stati abbastanza lunghi da permettere che la conoscenza “prodotta” reggesse alle richieste e alle esigenze. Ma, nell’orizzonte che ci schiarisce Profumo, la quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo durerà massimo altri dieci anni per lasciare il passo alla prossima, che dovrà essere figlia delle tre transizioni indicate: ecologica, digitale, sociale, che portano con sé cambiamenti e accelerazioni impensabili fino a poco tempo fa. Per tenere il passo servono nuovi sistemi educativi.

Ci si deve abituare all’idea che “la conoscenza che l’uomo impara invecchi sempre più velocemente”. La priorità dunque sarà “imparare ad imparare accettando che si tornerà a scuola nella vita sei o sette volte in un meccanismo continuo di re-apprendimento”. Ma se “le competenze saranno sempre più temporanee, sarà fondamentale aver coltivato nello zainetto della vita una serie di conoscenze di tipo soft, come creatività, capacità di lavorare in squadra, attitudine al pensiero critico”. In qualche caso, argomenta Profumo, bisognerà anche “tornare a scuola per disimparare e reimparare perché il contenitore della mente non è infinito”. I dettagli della visione sono tutti da disegnare, ma è precisa la riflessione di Profumo: “Sarà una vita molto più interessante ma anche più faticosa”.

La velocità si sposa con l’incertezza, che flirta con “tentazioni autocratiche”. Profumo cita lo scenario di nuove povertà ma anche di nuove “debolezze”. Le crisi economiche e l’automazione hanno bruciato fette di lavoro e di impiego tradizionali; la pandemia ci ha bruscamente gettato nell’emergenza sanitaria globale; la digitalizzazione ha aperto scenari di cyber attacchi. Profumo non ha dubbi: “Sono tutti terreni che possono indurre a invocare interventi dall’alto, produrre scivolamenti verso forme di autoritarismo”. Il punto è che “la moderna tecnologia può ben sposarsi con un crescente controllo, può intercettare e bloccare mobilitazioni dal basso”.

Nessuno si senta escluso: il rischio è planetario e i sistemi democratici non sono di per sé inattaccabili. Tentazioni e derive da scientismo e culto della potenza a diversi livelli sono sotto gli occhi di tutti. Nell’era della tecnoscienza, serve una nuova antropologia all’altezza delle sfide per difendere umanesimo e democrazia.

“C’è la necessità di riscrivere una parte della storia dell’uomo”, dice Profumo, e “la più grave debolezza su tutti i fronti sarebbe la mancanza di consapevolezza che rende impreparati”.

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/cultura1/459-il-piano-inclinato-della-tecnoscienza

Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste

Stesse remore

su “Democrazia Futura”

di Fausta Speranza

“La comunicazione deve avere le stesse remore dell’agire”. Una delle figure chiave del giornalismo italiano, Sergio Zavoli, scomparso il 4 agosto 2020, ne era convinto, e amava ripeterloNon è solo una bella frase da ricordare, magari rievocando i tempi d’oro dell’inchiesta che fu, ma deve essere il principio con il quale analizzare, da cronisti che antepongono i fatti alle considerazioni, quanto accade oggi, a partire dal proliferare di notizie e dalla sparizione delle inchieste. Tra i dati più rilevanti da considerare c’è un fenomeno tanto sottaciuto quanto grave: oggi la disinformazione è più pagata del corretto giornalismo. Sul web è spesso involontariamente finanziata anche dai maggiori inserzionisti pubblicitari perché prevalgono meccanismi di automazione. Significa sacrificare il senso critico di una cittadinanza alla dittatura dell’algoritmo. Da tutto ciò dobbiamo partire per ragionare sul valore dell’inchiesta ai tempi dei social, tra tagli alle redazioni giustificati dalle crisi economiche, dimenticanza delle fonti accertabili camuffata da post verità, superficialità spacciata per velocità.

La tensione morale

Del giornalismo appassionato e accuratissimo di Zavoli restano produzioni da manuale, ma forse l’eredità più preziosa sta proprio nella tensione morale, alla quale, come tutti gli umani, non sarà stato sempre perfettamente all’altezza nei suoi 96 anni di vita, ma che senza dubbio lo ha chiaramente contraddistinto non abbandonandolo mai e permeando profondamente i suoi oltre settant’anni di attività da giornalista, politico, scrittore. Stiamo parlando della tensione a rispettare valori come la verità, la libertà, la giustizia, il senso del bene comune. Stiamo parlando di giornalismo serio e di qualità, il solo possibile nella convinzione che Alexis De Toqueville ha ben sintetizzato avvertendo che “la democrazia è il potere del popolo informato”. Altrimenti, è potere manipolabile e manipolato.

Oltre la cronaca

Nel caso di Zavoli, si andava oltre la cronaca raccontata correttamente che è già buon giornalismo. Si aggiungeva lo slancio di scavare, andare oltre la descrizione e la ricostruzione di un fatto, per indagare su di esso, ricercarne cause e spiegazioni, e spesso svelare ciò che è nascosto, portando alla luce aspetti e circostanze ignote ai più, o – peggio – che qualcuno vuole occultare. Zavoli, che è stato anche presidente Rai e, una volta senatore, è stato nominato presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha firmato reportage che hanno aperto orizzonti di comprensione su temi come il terrorismo, il fascismo, la democrazia, la malattia mentale, la scuola. “La notte della Repubblica” o “Nascita di una dittatura” sono solo i titoli più noti, fino a “Diario di un cronista”.

L’inchiesta deve rimbalzare”  

E’ essenziale in ogni caso il rispetto della verità. Si può argomentare per secoli sui criteri di valutazione: possiamo parlare di verità oggettiva, storica o contingente, eccetera eccetera. Al di là delle possibili elucubrazioni al proposito, c’è qualcosa di profondamente “pragmatico” che Zavoli insegnava a chi ha avuto, come chi scrive, il privilegio di lavorare con lui. Ed è racchiuso in una simpatica espressione che ripeteva con convinzione: “L’inchiesta deve rimbalzare”. Ho sempre pensato che significasse che doveva essere come una palla lanciata non per andare a segno su un obiettivo predestinato ma per raggiungere spazi inattesi. Non si può concepire, come purtroppo spesso accade, che si raccolgano prove per una tesi precostituita. Non è questo – pensava Zavoli – il valore dell’inchiesta, che piuttosto deve servire a scavare e a scoprire quello che è ignoto anche a chi decide di andare a fondo e che poi deve fare i conti con la “verità” che gli si palesa. Non è una considerazione scontata. Ci vuole onestà intellettuale e dobbiamo riconoscere che non è merce che si trova facilmente di questi tempi. Ma dobbiamo anche riconoscere che, al di là della “qualità” dei giornalisti, ci vogliono anche tempo e risorse che purtroppo le testate giornalistiche non sono più disposte a concedere, se non eccezionalmente.

Futuro dell’inchiesta,  post-verità e social network

Ma se pensiamo allo stato di salute attuale e al futuro dell’inchiesta, non possiamo non parlare delle implicazioni della cosiddetta post verità. E’ un termine ormai entrato nel gergo del mondo occidentale e forse ancora di più nell’attitudine mentale. Il primo a chiarirci le idee è stato il filosofo polacco Zygmunt Bauman che ha parlato di “modernità liquida” in cui tutto – compresa la verità – è individualizzato, privatizzato, incerto, flessibile, vulnerabile.

Poi abbiamo riconosciuto il concetto di post verità, che individua in sostanza le tante situazioni in cui deliberatamente, facendo leva sulle emozioni, sulle personali credenze, sui pregiudizi cognitivi della psiche di ognuno, la realtà viene distorta e si stabilisce una sequenza parallela. Si crea una realtà fittizia ma il punto è che è proprio in base a questa “verità” fittizia che molti formano le loro opinioni, attraversano e rileggono le loro esperienze. E’ qualcosa che va ben oltre l’individualismo e il relativismo ed è ben evidente quanto facilmente si sposi con il mondo dei social network. E’ un meccanismo in base al quale quanto percepito è considerato vero perché sorretto anche solo dal desiderio e dai sentimenti o dalle sensazioni cui fa appello. Il problema vero è l’impatto che tutto ciò ha sui comportamenti degli individui e delle masse. E il quesito essenziale è come far sopravvivere la ricerca del vero oltre l’apparenza – l’inchiesta – in un momento storico in cui  sensazioni e  sensazionalismo diventano il sostegno della realtà.

Il bisogno di verità dopo la presa di Kabul…

A ben guardare tutto ciò non significa che sia morto il bisogno dell’uomo di verità o che la verità non abbia più un peso e un valore. Solo guardando all’emergenza Afghanistan, è evidente come i talebani la temano più di ogni altra cosa. Gli attacchi ai media hanno accompagnato di pari passo la conquista di nuovi territori. Dove hanno imposto la sharia, hanno anche subito trasformato le radio locali in organi di propaganda. E tra i primi oppositori giustiziati dagli jihadisti è stato assassinato a Kabul il direttore del Government Information Media Center, Dawa Khan Menapal, figura chiave per la comunicazione del governo, già uno dei portavoce del presidente Ashraf Ghani. Se la prendono con i giornalisti, li braccano, li minacciano, li ammazzano. Le uccisioni di giornalisti, di interpreti, i raid sulle radio locali, fanno parte di un’unica strategia. Non possono permettersi alcuna narrazione che sia diversa dalle loro bugie e dalle loro fake news. Possono imporsi soltanto con la brutalità e mettendo a tacere qualunque altra verità diversa dalla loro.

— e le manifestazioni di guerriglia urbana a casa nostra

Non ci sono soltanto gli scenari estremi. Ci sono anche prospettive molto inquietanti a casa nostraLe recenti manifestazioni di protesta in molti Paesi occidentali sono il segnale di come la pandemia stia contribuendo a destabilizzare la relazione fra i cittadini e lo Stato. Le scene di guerriglia urbana provocate a Roma e in altre città d’Italia a fine agosto dai cosiddetti “no vax” e “no pass” sono state caratterizzate da due preoccupanti elementi: l’uso della violenza e la scelta dei giornalisti e degli scienziati come obiettivo da colpire.

La pandemia ha generato frustrazione, esclusione sociale e molte altre preoccupazioni, alimentando gli atteggiamenti antigovernativi e anti-sistema.

Lo sottoscrive uno studio dell’Istituto di ricerca sulla pace di Oslo pubblicato sulla rivista Psychological Science[1]. Il gruppo di analisti ha intervistato 6 mila adulti abitanti negli Stati Uniti, in Danimarca, Italia e Ungheria ed è emerso un impressionate legame tra il carico psicologico del Covid-19 e sentimenti e comportamenti altamente distruttivi, incluso l’uso della violenza per una causa politica. Non è invece emersa una relazione consistente tra il peso della pandemia e le motivazioni a impegnarsi in forme di attivismo pacifico. Per questo – raccomanda lo studio – quando finirà, i programmi di ripresa dovranno anche riparare le relazioni tra i cittadini e il sistema politico. Senza dimenticare le relazioni tra cittadini e giornalisti, bersaglio in realtà già da prima della pandemia della furia delegittimatrice dei populismi.

Verità fa rima con libertà

Non si può cercare la verità se non si è liberi. Ma anche per il concetto di libertà bisognerebbe intendersi. E’ ovvio che il giornalista deve poter avere un margine di movimento, non può essere ingabbiato da nessuno, nei tanti modi in cui può accadere che lo sia. Ma c’è un altro punto di vista decisivo. Tra i ricordi più vivi delle riunioni di redazione con Zavoli e di alcuni scambi personali, nella memoria di chi scrive c’è un pensiero preciso formulato a seguito di alcune considerazioni del giornalista che amava definirsi cronista. Per un intellettuale, la libertà fondamentale – sembrava suggerire Zavoli – non è solo quella di muoversi in qualunque spazio senza limitazioni o con meno limitazioni possibile, ma è quella di gestire la propria interiorità. Sono bisogni e desideri, ambizioni e aspettative, se non la cupidigia di gloria, di soldi, di potere, a limitare la libertà di movimento. I legacci non sono solo al di fuori, ma dentro di noi. Tante considerazioni e tanti ricordi si potrebbero aggiungere su questo tema. Personalmente ricordo scambi intensissimi di pensieri e di dubbi sulla fede. Non vorrei o saprei raccontarli. Ma c’è un verso dedicato a Dio che, senza restituire tutto lo spessore delle riflessioni di Zavoli e della sua esperienza umana e spirituale di cui nessuno peraltro potrebbe mai davvero dire se non balbettare, mi sembra esprimere il suo anelito di conoscenza, di verità, di libertà perfino nel rapporto con l’ultraterreno, almeno nella dimensione in cui riusciamo a pensarlo.

“Noi parliamo di Dio quasi origliasse

per sapere che cosa ne pensiamo,

 ed è arduo non nominarlo invano

specie da quando, irato,

ha scelto il suo nascondimento[2]

In relazione alla fede, resta il titolo del suo libro, Il socialista di Dio, pubblicato nel 1981 da Mondadori,[3] che ha spiegato che un tempo essere socialisti voleva dire essere atei, mentre Zavoli era di fede cattolica e di animo laico. Ha segnato una sorta di superamento di una barriera, da parte di un uomo che era profondamente figlio della tradizione politica romagnola che affondava le sue radici nella difesa dei deboli ma anche nelle violente lotte anticlericali contro lo Stato Pontificio. Ma in realtà bisogna riconoscere che le definizioni non possono essere efficaci di fronte a personalità che meritano questo appellativo. E infatti, più che di superamento, dovremmo parlare di sintesi che l’uomo, il comunicatore, il poeta, ha poi personalmente espresso, tante sintesi quanti sono stati i momenti e i passaggi più significativi della sua esistenza e delle sue convinzioni religiose e politiche. Per un intellettuale vero non c’è approdo: c’è solo la tensione di un continuo viaggiare verso, cercare, attraversare significati e definizioni.

Se la superficialità è spacciata per velocità

Si è detto per anni: la radio lancia la notizia, la Tv la fa vedere, il quotidiano la spiega. Non si è capito ancora cosa debbano fare il web e i social. Si può obiettare che siamo nell’era del medium totale, ma si deve riconoscere che la rete ha gestito l’informazione prima che il mondo del giornalismo gestisse davvero internet. Di certo c’è che si è imposto un ritmo di snellezza della notizia, corredata da video e foto che rappresentano un’ipoteca sul sensazionalismo, carente troppo spesso di vere spiegazioni.

E quel che è peggio è che la rete e i social sono diventati fonti per i media tradizionali. L’effetto principale è di stordimento e di assuefazione a un fenomeno: l’offerta in termini numerici si è esponenzialmente moltiplicata, ma troppo spesso viene riproposta la stessa notizia che conserva spessissimo anche lo stesso errore di battitura. Tutto ciò risponde e riconduce a un pensiero disarticolato e spezzettato che sta agli antipodi rispetto al concetto di approfondimento o di inchiesta. E chi vive la realtà di tante delle redazioni di oggi si rende conto che corrisponde alla velocità con cui si fanno le riorganizzazioni aziendali.

Accade che professionisti siano surclassati da persone meno competenti scelte per dirigere settori cruciali dell’informazione perché se ne sapessero abbastanza si renderebbero conto dello scempio che si compie. L’ignoranza, se si sposa con l’ambizione partorisce obbedienza, tanto apprezzata in tempi di tagli e di sensazionalismo. Dunque, la superficialità è servita in salsa veloce, condita da ignoranza. La distanza dall’amore per lo studio e il rispetto della competenza che si respirava accanto a Sergio Zavoli, e che peraltro ovviamente conosce altre felici eccezioni, è abissale.

E accade che, mentre i media seri stanno vivendo grosse difficoltà a livello globale, l’industria della disinformazione sta vivendo un momento particolarmente florido. Programmi strutturati di inserzioni pubblicitarie per 2,6 miliardi di dollari all’anno firmati da top brand del settore sembrerebbero una fetta come un’altra di mercato, se non fosse che il prodotto in questione da promuovere è la disinformazione.

I dati di NewsGuard

A tanto ammonta, infatti, l’incasso per chi produce fake news, secondo la ricerca  condotta grazie alla combinazione dei dati di NewsGuard e quelli di Comscore. Si tratta rispettivamente dell’organizzazione fatta di giornalisti che monitorano la disinformazione online e dell’azienda che misura pubblico, traffico e metriche pubblicitarie per decine di migliaia di siti. NewsGuard è un’estensione per browser Internet, creata da NewsGuard Technologies. In sostanza, si tratta di un programma che contrassegna le notizie con un’icona di colore verde oppure rosso, che permette agli utenti di riconoscere le fake news. ComScore è una società di ricerca via internet in grado di fornire servizi e dati per il marketing in diversi settori commerciali del web. Sostanzialmente tiene un monitoraggio costante di tutti i flussi che appaiono in internet per studiare il comportamento della “rete”. Sussulti di consapevolezza.

Soldi a chi mente

A chi pubblica falsità, dunque, arrivano miliardi di dollari che possiamo stimare per difetto perché si tratta solo di quelli che risultano. Le piattaforme digitali che controllano gran parte del mercato pubblicitario non rendono pubblici tali dati. Spesso le pubblicità vengono inserite automaticamente tramite algoritmi dalle piattaforme pubblicitarie digitali. Gli strumenti offerti dalle aziende tradizionali di verifica delle inserzioni, create con lo scopo di proteggere i brand dall’inserire annunci su siti inappropriati, sono efficienti nell’uso dell’intelligenza artificiale per individuare e bloccare le pubblicità su siti pornografici, o che promuovono violenza e odio. Queste aziende sono invece generalmente inefficaci nel riconoscimento della disinformazione, che spesso si presenta esattamente come vera e propria notizia e che non può essere identificata attraverso l’uso della sola intelligenza artificiale.

“Valore” commerciale  

Le falsità più supportate dalla pubblicità riguardano settori estremamente sensibili per il cittadino: salute,  disinformazione elettorale, propaganda. Si tratta semplicemente di notizie false ma catturano l’attenzione proprio perché l’ambito interessa. Un esempio lampante arriva da quello che è accaduto in Germania nell’estate che ha preceduto il voto di ottobre 2021. Mentre il partito dei Verdi ha continuato ad essere il principale obiettivo della campagna di falsità, le alluvioni hanno introdotto nuove narrative di disinformazione elettorale su presunti illeciti compiuti durante i disastri, incluse affermazioni secondo cui le inondazioni sarebbero state interamente orchestrate per ragioni politiche.

Il sito web anonimo N23.tv, considerato inaffidabile da NewsGuard perché viola pesantemente standard giornalistici fondamentali, ha scritto precisamente che “evidenti anomalie  suggeriscono fortemente che l’inondazione di intere località e regioni sia stata voluta e forse anche intenzionalmente forzata”. L’articolo ha raggiunto oltre 60 mila utenti su Facebook, secondo i dati di CrowdTangle, uno strumento di monitoraggio dei social media di proprietà di Facebook. Va ribadito che non sempre c’è consapevolezza da parte dei brand del fatto che la loro pubblicità raggiunge siti di questo tipo. La cosiddetta pubblicità programmatica passa per un processo automatizzato che non offre informazioni chiare e complete ai brand su dove esattamente compaiano i loro annunci e di conseguenza su quale tipo di informazioni stiano finanziando.

Ma nessuno può girarsi dall’altra parte. Ridurre o eliminare le pubblicità che inavvertitamente supportano i siti di fake news toglierebbe loro una fonte di guadagno determinante. Ben l’1,68 per cento della spesa per la pubblicità programmatica nei 7.500 siti facenti parte del campione è andata a siti che pubblicano disinformazione.

Considerando i 155 miliardi di dollari della spesa mondiale della pubblicità programmatica, si arriva alla stima di spesa pubblicitaria mondiale annua su siti di disinformazione pari ai 2,6 miliardi di dollari sopra citati. Quest’ultima ricerca arriva dopo numerosi altri report sulla sconcertante iniezione di fondi con la quale gli inserzionisti supportano inavvertitamente la disinformazione attraverso la loro pubblicità.  Le notizie sono false ma ben indirizzate.

Chi aiuta l’algoritmo

Grazie all’analisi di NewsGuard e Comscore si comprende bene il motivo per cui così tanti siti che pubblicano bufale siano in grado di generare introiti e mantenere modelli aziendali di successo. I loro articoli tendono a generare interazioni significative online e gli articoli contenenti notizie false sono spesso anche promossi dagli algoritmi dei social media. L’elemento determinante è che sono studiati per massimizzare il livello di interazione e le entrate pubblicitarie e non l’accuratezza dell’informazione e la sicurezza di chi legge. In definitiva, oggi chi pubblica disinformazione può produrre notizie false a un costo molto ridotto, a prescindere dal fatto che si tratti di notizie semplicemente inaccurate oppure dannose, e può competere in termini di engagement e introiti con organizzazioni giornalistiche legittime che spendono milioni in giornalisti, editor,  cosiddetti fact-checker per produrre contenuti accurati e di qualità. Inoltre, ogni dollaro speso in pubblicità che vada a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che vada a media legittimi contribuisca alla “produzione” di vero giornalismo.

L’intelligenza umana come forma di resistenza al “copia e incolla” e agli algoritmi

Serve l’intelligenza umana, ovvero giornalisti formati e competenti che non si affidino al “copia e incolla” e agli algoritmi. Sembrerebbe banale ripeterlo ma invece ci rendiamo conto che non è scontata una considerazione né per giovani laureati né per professionisti: se si trova un articolo sulle pagine di un motore di ricerca o di un social media non è detto che sia scritto da un giornalista legato a regole di deontologia professionale: potrebbe, ad esempio, far parte di una campagna politica. Sarebbe fondamentale capire chi finanzi quel sito – un’azienda privata, un governo straniero – e quale sia il suo orientamento editoriale. Ma difficilmente, nonostante la delicatezza e l’importanza dell’informazione, ci si sofferma o si hanno effettivamente gli strumenti per capire. Non si tratta di valutazioni di tipo ideologico sui contenuti, ma di analisi dei criteri che assicurano affidabilità a un prodotto giornalistico.

Alcuni esempi: si controlla se quel sito citi le fonti da cui attinge per le notizie o se pubblichi smentite in caso di errori. Sembrano dettagli ma, con altre considerazioni, fanno invece la differenza. Così come un’informazione corretta fa sempre la differenza per il cittadino. Sono considerazioni che non valgono solo per l’ambito della pubblicità. E bene lo ha argomentato Michele Mezza su questa rivista nel suo testo intitolato “Lo spillover del giornalismo”, pubblicato nel fascicolo invernale 2021. Mezza invita a “riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, parlando della figura del social timing manager che “non deriva né da esperienze giornalistiche né da logiche editoriali, ma direttamente dalle pratiche di esecuzione degli stilemi algoritmici”, e che “tende a chiedersi solo come postare e non perché postare”. E’ chiara, efficace, esaustiva la sua definizione: “La redazione diventa così sempre più un hub, una stazione di smistamento, dove il momento magico è dato dalla coincidenza che si coglie fra attenzione e contenuto[4].

L’informazione chiede “battaglia”

C’è da chiedersi quanto spazio resterà per la corretta informazione. Non per lagnarsi della delusione per le  “magnifiche sorti e progressive” che la tecnologia  riserva, ma per cercare di recuperare la consapevolezza che era degli antichi: nella mitologia greca e romana  Atena/Minerva era dea della guerra e delle arti intellettuali. Inventare divinità non era certo un problema all’epoca: la sovrapposizione era voluta e significativa. Nella ricchezza dell’immaginario dei Classici, i due orizzonti di vita hanno in comune il valore del campo di battaglia. Battaglie profondamente diverse, anzi di concezione opposta, ma battaglie.

L’impegno intellettuale è il contrario dell’arrendevolezza. Ricordiamo Sergio Zavoli per conservare la grinta di fare e farsi domande vere e in autentica libertà. E’ bello farlo con alcuni suoi versi, ricchi del suo indimenticabile garbo e della sua indomita intelligenza:

Mi domando

da quale autunno venga

la realtà fuggente che mi attornia

c’è un’aria risentita, scaldata appena dall’inganno…”[5]


[1] Henrikas BartusevičiusAlexander BorFrederik Jørgensen,  “The Psychological Burden of the COVID-19 Pandemic Is Associated With Antisystemic Attitudes and Political Violence”, Psychological Science, Sage Journals, 9 agosto, 2021. Cfr https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/09567976211031847.

[2] “Chi scioglierà l’enigma del ritorno”, poesia tratta dalla raccolta di Sergio Zavoli, Infinito istante. Poesia, Milano, Mondadori, 2012, 121 p. Cfr. https://www.laboratoripoesia.it/linfinito-istante-sergio-zavoli/.

[3] Sergio Zavoli, Il socialista di Dio, Milano Mondadori, 1981, 335 p.

[4] Michele Mezza, “Lo ‘spillover’ del giornalismo. Riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, Democrazia futura, I (1), gennaio-marzo 2021, pp. 95-108. Cfr. https://www.key4biz.it/democrazia-futura-lo-spillover-del-giornalismo/350850/.

[5]“Un’invecchiata pace”, poesia tratta dalla raccolta di: Sergio Zavoli, L’infinito istante. Poesia, op. cit.alla nota 2.

Democrazia Futura. Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste