Dario Fo, a 100 anni dalla nascita, perché rileggere “Maria alla croce”

A cento anni dalla nascita, il testo Maria alla croce di Dario Fo viene riletto da un mariologo: emerge un’immagine della Madonna sorprendentemente vicina al messaggio cristiano

24 marzo 2026

di Fausta Speranza

Famiglia cristiana

A 100 anni dalla nascita di Dario Fo, Premio Nobel per la Letteratura nel 1997 (quasi un trentennio fa), il suo testo Maria alla croce resta «un’opera trappola» da rileggere. Questa l’espressione scelta da padre Gian Matteo Roggio, docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e direttore del dipartimento alla Pontificia Accademia Mariana Internazionale (Pami), al quale abbiamo chiesto di rileggere con noi questo racconto, che chiude la più nota delle opere teatrali di Fo, Mistero buffo, rivedendo insieme il video della magistrale interpretazione di sua moglie, Franca Rame, alla prima uscita nel 1969. Si tratta di una rappresentazione che dà voce all’immagine della Vergine sul Golgota, di cui racconta il Vangelo di Giovanni, «restando aperta a diverse interpretazioni».Di certo, affiora l’accento sull’umanità della Madre di Cristo, ma va oltre la dimensione spirituale, con elementi di rottura propri del femminismo, che pure si combinano con la tecnica espressiva nel solco della tradizione medievale. Resta indiscusso, anche in questo caso, lo spessore culturale tipico dei testi del “giullare” riconosciuto tra i più grandi scrittori contemporanei.

Figlio della resistenza

Nato il 24 marzo 1926 nel Varesotto, precisamente a Sangiano, un paesino affacciato sul Lago Maggiore, l’adolescente che diventerà drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, arriva a Milano nel 1940 per studiare all’Accademia di Brera. E qui, nella capitale lombarda, morirà il 13 ottobre 2016. Sempre quest’anno, dunque, si ricorderanno i dieci anni dalla morte. Il padre Felice, socialista, è capostazione, ma anche attore in una compagnia amatoriale. La madre Pina Rota è autrice di un libro autobiografico sul mondo rurale in cui è cresciuta dal titolo Il paese delle rane (edito da Einaudi). Entrambi partecipano alla Resistenza: il padre, responsabile del Comitato di liberazione della zona, organizza il passaggio clandestino in Svizzera dei ricercati ebrei; la madre si occupa della cura dei partigiani feriti. Dario, richiamato sotto le armi nella Repubblica di Salò, riesce a fuggire e trascorre gli ultimi mesi prima della Liberazione dai nazifascisti nascosto in un sottotetto.

Tra oppressi, giullari e potere

Da tutto questo humus di realtà contadina e suggestioni culturali prende le mosse la poliedrica opera Mistero buffo per cui conquista nel 1997 il Nobel con la seguente motivazione: «Seguendo la tradizione dei giullari medievali, ha saputo fustigare il potere restituendo dignità agli umiliati e oppressi».

Ed è proprio sul valore della “denuncia” che si sofferma padre Roggio. Certamente nella Vergine descritta da Dario Fo e messa in scena da Franca Rame c’è un certo valore sociale che il femminismo esprimeva in quegli anni e sembra delinearsi una figura femminile campionessa di ribellione e di ateismo, ma spiega il mariologo: «Non è tutto lì. Nella maestria colta della costruzione narrativa e nell’efficacia di un dialetto reinterpretato, c’è altro. Si trova chiara espressione del cuore del messaggio di fede cristiano: Maria non è affatto spogliata della dimensione di fede, ma, piuttosto, “obbedisce”, ossia accetta la logica della Salvezza del Figlio».

La madre che tenta di salvare Gesù lo segue

Inoltre, è interessante soffermarsi sul dialogo pensato dallo scrittore tra Maria e Gesù. Nel testo di Fo, la Madre, certamente in modo inatteso, tenta di salvare Cristo dalla Croce: «Vengo su, a tirarti giù da queste travi, cavarti fuori i chiodi piano, piano». Ma suo Figlio stesso la richiama alla verità di fede da compiere: «Devo consumare il fiato». È qui che Maria obbedisce, abbandona i suoi propositi, segue Gesù. E a questo proposito padre Roggio ci richiama a un concetto fondamentale: «Il fedele non è altro che colui che, come la Madre di Dio, al di là dell’espressione del suo dolore, fa quel che Gesù chiede di fare. E questo è ciò che emerge dalle parole di Fo».

Nel racconto di Dario, il Mistero della Salvezza viene affidato, con una licenza poetica, alle parole dell’arcangelo Gabriele, che non compare nel racconto biblico della Crocifissione. «Il punto», sottolinea il mariologo, «è che in ogni caso l’arcangelo spiega cose molto vere, annunciando che “attraverso Cristo sarà riaperta la porta del Cielo”, come si legge nel testo». Si delinea pertanto, tra espressioni fantasiose, un messaggio fortemente aderente alla figura della Madre di Cristo: nella Vergine Maria inizia la storia della Salvezza del Nuovo Testamento e in Lei siamo trasportati anche alla fine della storia, poiché è in grado di testimoniare ciò che l’angelo le ha promesso: che il Regno di suo Figlio non avrà mai fine.

Una denuncia forte ma vera

Guardando ancora al racconto, si parla di «schifosa terra», evidentemente segnata dalle miserie umane, e di una dimensione in cui si «torna ad allargare e non ci saranno né pianti, né guerre, né prigioni, né uomini impiccati, né donne violate, né fame, né carestia, nessuno che suda a stancarsi le braccia, né bambini senza sorrisi».

Parte del testo appartiene al vissuto e alla narrativa di Dario Fo e della sua compagna di vita Franca Rame, e a quegli anni Settanta carichi di prese di posizione fortemente ideologiche. Ma anche in questo caso, padre Roggio avverte che si deve partire da una considerazione di fondo: «Innanzitutto, in tema di femminile è importante cogliere la denuncia che il Vangelo stesso ci insegna: ai tempi di Gesù per i condannati alla crocifissione non poteva esserci il conforto della presenza di una donna e, dunque, è Maria che per prima infrange la legge, che impone la sua presenza d’amore e di condivisione contro le norme scritte e non scritte che volevano condannare alla morte da soli».

Maria è una ribelle

Diventa evidente la “trappola”: il rischio di fermarsi solo ad alcuni aspetti del testo di Dario Fo dedicato a Maria equello di perdere di vista che Maria, Madre di Dio, è davvero una “ribelle”, perché segue la meravigliosa logica d’amore di Dio alla sequela del Figlio. Nel dialogo di Maria con gli angeli, che non ci aspetteremmo, sono precisi e corretti i riferimenti alla dimensione trascendente e al Paradiso.

È interessante anche il richiamo alla tradizione: il pianto di Maria non è un’invenzione, ma ci riporta ai vari Planctus Mariae del Medioevo, di cui lo Stabat Mater attribuito a Jacopone da Todi, poi musicato in versione barocca da Pergolesi e da Vivaldi e in versione romantica da Rossini, è solo il più noto. Ma la cosa più significativa è che anche nel testo di Fo si sprigiona, secondo padre Roggio, lo stesso valore catechetico.

Tracotanza e complicità per il male

I riferimenti al testo da commentare sarebbero tanti e si prestano a varie interpretazioni. A fronte del nucleo di senso, in Maria alla croce indubbiamente ci sono alcune espressioni forti attribuite alla Vergine che colpiscono e che avvertiamo lontane dalla sua sensibilità. Citiamo l’asprezza di denunciare «questi assassini, macellai, maledetti, porci rognosi». Ma anche in questo caso va fatta una riflessione, raccomanda padre Roggio. L’espressione si riferisce ai soldati che contribuiscono all’uccisione di Gesù «con la tracotanza di dirsi estranei in quanto meri esecutori». Affermano: «Non ci posso fare niente». Così come, ricorda padre Roggio, «tanti nazisti hanno provato a spiegare di non essere responsabili delle terribili azioni nei lager contro gli ebrei, anche se, esattamente come il soldato di Fo, sono stati complici di piccoli e grandi gesti di corruzione che rendono possibile il male». Al di là delle espressioni, dunque, resta valida la denuncia, sottolinea il mariologo.

Urlo di dolore e di ribellione

C’è poi un altro significato da mettere in luce. Nel testo considerato, la parola è presa da una donna e il suo grido è il grido di dolore di una Madre che non accetta il dolore del Figlio che dice: «Fa’ che si soffochino insieme». È anche un urlo di ribellione al dominio del patriarcato che certamente appartiene al vissuto e alla narrativa di Dario Fo e della sua compagna di vita Franca Rame, e a quegli anni Settanta carichi di prese di posizione fortemente ideologiche.

In una indimenticabile intervista a Famiglia Cristiana

Nel 2014 alla domanda perché un ateo dichiarato come lui continuasse a tornare spesso e volentieri sui temi del sacro, Fo rispose: «Sono ateo, ma lascio aperto il dubbio. L’idea di un amore realizzato in dettagli incredibili, come ad esempio gli insetti che cercano il fiore, il quale si è “truccato” per attirarli, poi si uniscono e corrono via pieni di humus… È qualcosa di stupendo, paradossale e inspiegabile. E non può spiegarlo nemmeno la scienza, di cui peraltro sono fanatico. Sono appassionato dalla cultura popolare e dai grandi poeti, che oggi non vengono mai ricordati… questo mi ha portato a rispettare molto la fede della gente e soprattutto la sua spregiudicatezza».

È facile dedurre che in questo irresistibile richiamo d’amore cui accennò Fo stesso sia stato determinante anche l’amore di Maria e la sua scelta di dedicare un tempo alla Madre di Dio disposta, sempre per quell’amore, a vivere un dolore immenso per un bene molto più grande.

https://www.famigliacristiana.it/attualita/italia/dario-fo-centenario-maria-alla-croce-significato-wmh9rbwf

“Nelle tue mani”: un documentario per una “rivelazione digitale”

“Non tutto può essere calcolato: ciò che ci fa intelligenti non può essere ridotto a calcolo”. Lo ha detto Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, presentando oggi il documentario

Nelle tue mani, scritto da Fausta Speranza, giornalista de L’Osservatore Romano, con la regia di Stefano Gabriele (FrameXS).

Il lavoro – proiettato in anteprima a Roma, nella Sala San Pio X – affronta il tema dell’arte manufatturiera alla luce dell’IA, esplorando il valore della manualità e le implicazioni delle nuove tecnologie sulla psiche e sull’esperienza umana. “Un piccolo film che parla della differenza tra l’ingegno umano che crea e l’intelligenza artificiale che calcola”, lo ha definito il Prefetto, mettendo il guardia dal “rischio di cadere inconsapevolmente in una trappola che noi stessi abbiamo creato”.

Di  qui l’importanza di “fermarsi a riflettere insieme su dove stiamo andando, in un tempo che corre così veloce”. Al centro del documentario, l’esperienza di alta artigianalità della bottega ArtePoli di Verona, una vetreria artistica che ospita il magazzino di vetro soffiato più grande del mondo, ammirato da visitatori e addetti ai lavori di ogni nazionalità.

E proprio sul contributo insostituibile della tradizione artigianale italiana si è soffermato il Presidente della Camera Lorenzo Fontana: “Se l’uomo usa la sua anima – ha detto – non deve aver paura della tecnologia, se invece non usa la sua anima rischia di venire dominato dalle macchine. Non dobbiamo aver paura della tecnologia, ma non dobbiamo farci dominare da essa”. https://mab.to/t/FugSObQnXIb/eu1

“Custodire la centralità della persona”: è questa, secondo il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – intervenuto in videocollegamento – la sfida da raccogliere riguardo all’intelligenza artificiale, che “non è neutrale  eva accompagnata da una riflessione etica e culturale, oltre che da una maggiore competenza”. (ANSA)

A seguire la tavola rotonda “Rivelazione digitale”, alla quale hanno partecipato tra gli altri Federico Eichberg, capo di Gabinetto Ministero delle imprese e del Made in Italy; il fotoreporter Roberto Salomone, free lance in prima linea a difendere verità e originalità delle immagini, Giovanni Tridente, docente di analisi dell’informazione Università della Santa Croce.

Si ringrazia Eurocomunicazione.com che ha seguito in diretta la presentazione

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“I capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”. Di fronte a questo rischio denunciato da Papa Leone XIV, riflettiamo sul valore della manualità, nella convinzione che l’IA possa innanzitutto mettere in luce qualcosa dell’umano. Questo il senso di Nelle tue mani.

Un’iniziativa per non dimenticare che, come afferma Papa Leone XIV, “la tecnologia digitale rischia di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati”.

in rassegna stampa

https://www.ansa.it/vaticano/notizie/2026/03/12/tra-arte-e-intelligenza-artificiale-un-documentario-vaticano_98954784-3a8f-457d-a9a4-d2593a076dc3.html

https://www.agensir.it/quotidiano/2026/3/12/intelligenza-artificiale-ruffini-cio-che-ci-fa-intelligenti-non-puo-essere-ridotto-a-calcolo/


https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2026-03/documentario-nelle-tue-mani-dicastero-fausta-speranza.html

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-03/quo-059/quella-bellezza-che-nasce-dal-soffio-lento-di-dio.html

nelle pagine stampa di ArtePoli: "Per Progetto Arte Poli, la partecipazione a “Nelle tue mani” rappresenta molto più di una presenza narrativa: è il riconoscimento di una missione culturale".CS.GRANDE SUCCESSO PER PROIEZIONE DOCUFILM NELLE TUE MANI . PROGETTO ARTE POLI TESTIMONIANZA NEL DOCUFILM DICASTERO COMUNICAZIONE VATICANO.docx (1)

https://tgverona.telenuovo.it/attualita/2026/03/13/nelle-tue-mani-il-docufilm-del-dicastero-per-la-comunicazione-vaticano-con-progetto-arte-poli
 su canale 21 il servizio video di Federico Citterich:

https://www.rainews.it/rubriche/tg1dialogo/video/2026/03/Tg1-Dialogo-del-28032026-22d94f63-03ab-47a8-beb2-d9042647212c.html
pre evento

Avvenire 8 Marzo 2026 
Agenzia Sir: https://www.agensir.it/quotidiano/2026/3/9/intelligenza-artificiale-il-12-marzo-al-dicastero-per-la-comunicazione-il-documentario-nelle-tue-mani/

Agenparl.eu https://agenparl.eu/2026/03/10/tavola-rotonda-rivelazione-digitale-12-marzo-2026-alle-ore-1000-nella-sala-san-pio-x-di-via-della-conciliazione-5/

Chiesaoggi: https://www.chiesaoggi.com/events/nelle-tue-mani-il-docufilm-che-racconta-lartigianalita-di-progetto-arte-poli-nellera-dellintelligenza-artificiale/

Se la sintesi è superiore

“Giorgio La Pira”  un domenicano alla Costituente

Se la sintesi è superiore
su Osservatore Romano, 28 febbraio 2026

di Fausta Speranza

«Una autentica classe dirigente che non sapeva di esserlo». È un modo elegantemente significativo con cui si può raccontare l’impegno del gruppo di trentenni che hanno dato vita alla Costituzione italiana. Non si parla certamente della consapevolezza della gravità della sfida dell’Assemblea costituente post guerra che non mancava affatto, ma si parla del rigore con cui si è obbedito al senso di responsabilità prima e ben oltre le ambizioni personali di potere. Il rimbalzo all’oggi per contrasto è immediato, diretto, spietato. Tanto più, dunque, è stata fonte di interessantissimi spunti di riflessione la presentazione, ieri pomeriggio presso la libreria dell’Università Lateranense, del libro di Giulio Alfano dedicato a Giorgio La Pira. Un Domenicano alla Costituente (Solfanelli, 2025). È stata l’accademica Patrizia Giunti a parlare del valore del contributo di quei giovani leader, chiarendo con la precisione dei fatti competenze e ruoli dell’Assemblea Costituente italiana, l’organo elettivo votato il 2 giugno 1946 per redigere la Costituzione della Repubblica, che era appena nata dal referendum istituzionale.

Nei numeri l’Assemblea costituente si racconta con 556 deputati partecipanti, tra cui 21 donne; 375 sedute; 75 deputati selezionati per il gruppo incaricato di elaborare la prima bozza, tra cui figurava Giorgio La Pira. Tra i “padri fondatori” vengono giustamente considerate figure  come il socialista poi presidente Sandro Pertini; il democristiano Giovanni Gronchi in quel periodo presidente della Camera dei deputati; Palmiro Togliatti, leader del Partito comunista italiano; o il liberale Benedetto Croce, che hanno dato un contributo decisivo al dibattito ma che però non sono stati come La Pira tra i legislatori che hanno scritto articolo per articolo il testo. Altro dato storico significativo è l’arco temporale: la Costituente resta in vita dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948, dopo aver approvato la Carta costituzionale il 22 dicembre 1947. Un tempo che oggi appare davvero rapido e non solo alla luce di alcune lungaggini parlamentari.

È un tempo breve soprattutto in considerazione dello spessore profondissimo e del lavoro di cesello per raggiungere formulazioni condivise, che si devono riconoscere ad ogni singolo articolo. Uno spessore di cui la professoressa Giunti, ordinario di Istituzioni di Diritto romano alla cattedra nell’Università degli Studi di Firenze che fu del sindaco domenicano laico nonché presidente della Fondazione a lui intitolata, ha restituito in tutta la sua ricchezza di significati, seppure nell’occasione breve di una presentazione e attraverso la scelta di pochissimi articoli.

A dare decisivo contributo in questo senso è proprio il libro di Alfano, professore incaricato alla Lateranense per i temi delle dottrine politiche con particolare attenzione all’etica, che è anche laico domenicano come Giorgio La Pira.  Il testo, infatti, raccoglie gli interventi di La Pira all’Assemblea Costituente che restituiscono proprio passo per passo il senso della costruzione di qualcosa che per l’Italia era una novità. La parentesi del fascismo aveva cancellato lo Stato liberale ma l’obiettivo non era quello di tornare alla formulazione precedente, bensì di fare il grande salto ad uno Stato democratico mettendo al centro la dignità della persona. Un’impresa enorme di cui riecheggia tutta la difficoltà nel curioso interrogativo al centro di alcuni scritti di La Pira: «Riusciremo a murare la pietra d’angolo?».

Il libro di Alfano offre un contributo estremamente stimolante non solo alla ricostruzione di un’epoca ma alla riscoperta di un metodo vero e proprio. Si tratta del metodo democratico, fatto di dialogo e confronto, di cui indubbiamente La Pira è stato interprete illustre e concreto sulla scia del cattolicesimo politico ispirato da Pio XII.  A quel metodo si sono conformate forze politiche ideologicamente molto distanti ma capaci in quel momento di integrare visioni diverse o contrapposte per trovare una sintesi superiore.  Stiamo parlando del metodo della democrazia che quei «trentenni, educati a tutt’altro sotto la dittatura» come sottolineato dalla professoressa Giunti, sono stati in grado di maturare, proprio in alternativa al fascismo. Un metodo che oggi subisce ogni giorno di più i colpi della conflittualità dominante, tanto da costringerci a domandarci fino a che punto risulti oggi assimilato.

Nel periodo di relativizzazione dei principi democratici e di fragilità delle istituzioni che stiamo vivendo, un punto di partenza per richiamare l’attenzione di tutti sarebbe proprio l’Articolo 1 della Costituzione italiana in cui emerge l’essenziale: è lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato; lo Stato per la prima volta non “elargisce” diritti ma «riconosce» i diritti che vengono dalla dignità della persona che per prima viene riconosciuta.

Rileggere gli interventi con cui La Pira ha difeso tutto ciò, proprio in relazione al primo di tutti gli articoli senza il quale gli altri non sarebbero stati possibili, dà il senso delle pietre d’angolo da murare oggi.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-03/quo-049/se-la-sintesi-e-superiore.html

Percentuali di consapevolezza

A colloquio con il domenicano padre Giovanni Calcara
Percentuali di consapevolezza
L’appello dei miliardari a Davos letto alla luce di Tommaso d’Aquino
05 febbraio 2026

di Fausta Speranza

Tommaso d’Aquino a suo agio tra i miliardari. Nella società attuale in cui mai come prima, non solo nei fatti particolari ma anche nelle teorizzazioni generali, la libertà viene confusa con la licenza, accade che le parole di un gruppo di super ricchi facciano ripensare alle riflessioni del santo che 160 anni fa veniva iscritto, quale «primo della lista in ordine di importanza», nel volume Gli scrittori politici italiani dello storico e politico Giuseppe Ferrari, anche se socialista con fama anticlericale. Sembra interessante, dunque, prendere spunto dalla lettera aperta che quasi 400 milionari di 24 Paesi hanno inviato ai leader riuniti a Davos poche settimane fa per rileggere, oltre a tutti i pronunciamenti sulla Dottrina sociale dei Papi di età moderna, le parole del frate domenicano teologo, filosofo, giurista tra i più influenti della storia occidentale. Lo facciamo con padre Giovanni Calcara, dello stesso Ordine dei Predicatori di san Domenico.

«Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che la ricchezza estrema va a detrimento di tutti gli altri non c’è dubbio che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio». Così scrivono alcuni dei più facoltosi al mondo — tra cui Mark Ruffalo, Brian Eno e Abigail Disney —, chiedendo un aumento della tassazione sui redditi più abbienti. Inoltre, il sondaggio tra 3.900 milionari dei Paesi del G20, pubblicato negli stessi giorni da Oxfam, rivela che circa l’80 per cento di loro denuncia «l’eccessiva influenza politica dei super-ricchi».

Il pensiero va, tra tante possibili citazioni, al giudice della Corte Suprema statunitense Louis Brandeis che agli inizi del secolo scorso sottolineava come la concentrazione di ricchezza in poche mani, plutocrazia, porti inevitabilmente alla concentrazione del potere politico e all’erosione della parità di diritti e della sovranità popolare. «Possiamo avere una democrazia oppure una ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere entrambe le cose» è la frase che gli viene attribuita. Con la definizione di «pericoloso perché incorruttibile». I fatti raccontano che considerazioni simili sono cadute nel vuoto.

Ai nostri giorni però è interessante constatare che sembra farsi breccia tra i più facoltosi la consapevolezza dell’insostenibilità di un sistema in cui nell’ultimo decennio si è triplicato il portafoglio dell’un per cento della popolazione che da anni sappiamo che detiene la ricchezza pari al restante 99 per cento. Peccato che oltre all’incertezza politica mondiale, e quindi economica, che spaventa oggi alcuni settori, ci siano anche guerre, povertà e disastri ambientali che da tempo rappresentano l’evidenza più drammatica di una insensata gestione delle risorse.

Nel bagaglio culturale dell’Occidente non mancano considerazioni appropriate. Padre Calcara cita le parole con cui san Tommaso d’Aquino spiega che si impone un limite all’avere, in base alla natura stessa del superfluo e al diritto naturale della destinazione universale dei beni: «Le cose inferiori sono ordinate a sovvenire alle necessità degli uomini… perciò le cose che alcuni hanno in sovrappiù, per diritto naturale sono destinate al mantenimento dei poveri». Sembrerebbe facile — commenta il domenicano — stabilire con san Tommaso quale sia il ruolo dello Stato in questo campo e quello della comunità per poter assicurare a tutti il «bene vivere» ed evitare quella sperequazione che è causa di rovina per i popoli e per le nazioni.

Si suggerisce, poi, un salto ulteriore. Oltre ad una diversa “distribuzione”, infatti, serve una più sana impostazione concettuale. Padre Calcara ci richiama ad una precisa focalizzazione: «La dottrina sociale di san Tommaso, come quella della Chiesa, ha come oggetto o soggetto, non la società ma l’uomo che vive in società tessendo rapporti con i suoi simili». Insomma, l’ente sociale esiste, senza dubbio, ma è una relazione, non una realtà organica o quasi un corpo a sé stante. Dunque, si dovrebbero pensare le persone per il bene comune e non per la società, o tantomeno per lo Stato concepito come persona fisica o come potere.

In un momento storico di svilimento del concetto di persona, di esibizioni autoritaristiche, di multipolarismi spacciati per multilateralismo, questa affermazione fa molto riflettere. E padre Calcara ne chiarisce ancora meglio la portata affermando che «un pilastro fondamentale dell’antropologia di san Tommaso consiste nel rispetto profondo per la dignità e la libertà dell’uomo che — sottolinea — elude ogni concezione totalitaria che riduca la società ad un amalgama di individui considerati e trattati come semplici parti dello Stato, e anche ogni concezione teocratica che subordini la loro presenza nella società, il loro lavoro, la loro stessa esistenza alle esigenze della produzione, all’efficienza». Per san Tommaso tutto è subordinato alle esigenze del bene comune nelle relazioni sociali e le leggi che impongono oneri ai cittadini per il bene comune, sono giuste e obbligano in coscienza.

L’idea è che il bene della collettività e il fine della persona in un certo senso si identifichino, perché l’uomo trova nel bene comune l’espansione piena della sua personalità. E troviamo indicazioni precise anche in tema di proprietà: per san Tommaso i beni della terra appartengono a tutto il genere umano, e sono a disposizione di tutti, ma l’amministrazione dei beni posseduti non è necessariamente comune, anzi di norma la proprietà privata è necessaria per assicurare un buon uso e una possibile distribuzione dei beni.

Padre Calcara precisa: «Il diritto alla proprietà però non è assoluto ma relativo al diritto alla vita; non è primario, ma secondario e accessorio per rispetto alla legge naturale». Qui arriva il punto dolente. Per il credente è il rapporto con Dio che fonda la supremazia della persona libera e responsabile su tutte le strutture della società, ma è evidente che bisogna convenire sul valore della vita e su quello della legge naturale, piuttosto che minarlo alle fondamenta.

Si capisce, dunque, come le parole di san Tommaso richiamino ad un dibattito sui valori dell’uomo e dell’umano, tra credenti e non credenti, peraltro anche in considerazione delle intelligenze artificiali. Tra le menzogne e le paure di questo tempo, c’è il rischio che si spacci per ordine nel caos un approccio che non tenga presente presupposti come questi, da non dare più per scontati.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-02/quo-029/percentuali-di-consapevolezza.html

ripreso da “Il domani d’Italia”: https://ildomaniditalia.eu/non-ce-liberta-senza-limite-san-tommaso-daquino-e-lillusione-dei-super-ricchi/

Sfiduciare il disorientamento

«Bene bello giusto e persona» di Simone Fagioli

Sfiduciare il disorientamento

di Fausta Speranza

Essenzialità versus nichilismo. La società smarrita frutto della neo-modernità spaventa e l’inquietudine è perfino maggiore se ci si ferma ad osservarla con gli strumenti della riflessione analitica. «Il disorientamento etico e valoriale non è più un fenomeno marginale, ma una vera emergenza pubblica», ci dice il filosofo Simone Fagioli, che aggiunge senza mezzi termini: «Stiamo vivendo uno stato di abbandono che produce solitudine e perdita di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità stessa di una convivenza giusta».  Di fronte a tutto ciò, è forte la tentazione, non a caso imperante, di ripiegarsi nell’iper-individualismo che ci sta consumando. Un’alternativa c’è: scegliere di muoversi sulla via della speranza, così come intesa da Leone XIV, «una forza divina che genera vita, non paura; che resiste alla violenza e la vince generando pace e non distruzione». Il punto è che la speranza «nasce dall’attesa fiduciosa e dall’amore» e «si deve coltivare», scavando sotto la superficie della realtà. I modi per farlo sono molti e proprio lo sguardo “spietato” dello studioso può essere un felice punto di partenza se, come nel suo libro, si parte dall’essenziale per l’essere umano già dal titolo Bene, bello, giusto e persona (Roma, Armando Editore, 2025, pagine 190, euro 15).

In termini di dignità

«Rimettere al centro la persona» è il primo appello di Fagioli il quale riconosce che certamente non è più tanto facile, se si fa fuori il Cristianesimo, che ha insegnato al mondo la dignità dell’essere umano fatto «a immagine di Dio». Il filosofo chiarisce l’obiettivo: «La centralità non consiste nel ruolo ma in termini di dignità irriducibile».  Si capisce meglio che non si tratta di voli pindarici e la posta in gioco risulta chiara: restituire senso alle scelte pubbliche, orientare le istituzioni, superare l’individualismo e rigettare la logica del più forte. «Non è un compito per soli accademici», assicura Fagioli.

Antidoti contro l’alienazione

Siamo effettivamente di fronte a una sfida politica nel senso più alto che, come tale, ci investe tutti. Innanzitutto — sottolinea il filosofo — «riguarda la qualità della nostra democrazia e la capacità di immaginare un futuro che non sia dominato dal relativismo e dalla rassegnazione». Emerge l’idea di una filosofia che non fugga dal mondo, ma che lo attraversi, che offra criteri, limiti, misure. In questo senso Fagioli offre una lettura di filosofi del passato ma con una chiave di interpretazione attualizzata: spunti e riflessioni sono proposti senza pretese di esaustività ma come “antidoti” contro i sintomi più contingenti della malattia dell’alienazione sociale.

In tema di «persona», da san Tommaso d’Aquino, e la sua massima omne individuum rationalis naturae dicitur persona che sottolineava che ogni individuo di natura razionale è detto persona, fino al personalismo cristiano di Emmanuel Mounier, c’è un mondo infinito da riscoprire. L’autore parte, piuttosto, dal IV secolo avanti Cristo, dal pensatore allievo di Platone fondatore della logica e della filosofia come disciplina sistematica: di Aristotele cita i tre concetti di ethos, pathos e logos per suggerire di ripartire da quella riflessione per riscoprire quello che definisce «un logos multilaterale per un concetto di persona in chiave neo moderna».

La rivolta/crisi

Nella sua ricerca di un essenziale assiologico che possa nutrire il pensiero moderno sulla persona, Fagioli rinuncia a logiche di consequenzialità o di sistematicità e sceglie pertanto di “saltare” al saggista francese Albert Camus e alla sua “rivolta”, o meglio alla sua “etica della rivolta”, cioè a quei valori che in tempi di rivolta/crisi l’uomo riscopre, come l’uguaglianza, la dignità umana, il rispetto della persona. Semplificando, possiamo dire che, poi, Fagioli passa attraverso il pensiero dello statunitense John Rawls, teorico del liberalismo in opposizione rispetto ad una concezione utilitarista della distribuzione della ricchezza, per mettere in luce la sua definizione di bene e di giusto come due concetti chiari e distinti. In sostanza — suggerisce il filosofo — Rawls parla di una società in cui il giusto è prioritario e congruente rispetto al bene: se ogni cittadino segue e rispetta i principi di giustizia avrà necessariamente il proprio bene.

Il libro si chiude con spunti di analisi di alcune intuizioni di Paul Ricoeur, autore di fede protestante certamente non facile. Fagioli rilegge i suoi concetti di persona, «un corpo individuale dotato di predicati psichici e di predicati fisici»; e di mondo, «vissuto da individui, da cose di tipo particolare, da persone». E l’intento è lo stesso: quello di arricchire, in un momento storico di dilagante disorientamento, la prospettiva etica come prospettiva della vita buona all’interno di, e con, istituzioni giuste.

Filosofia atto civile

In definitiva, si avverte di fondo un sentito appello ad una filosofia, o forse meglio ad un esercizio filosofico, che possa farsi atto civile. Non servono teorizzatori d’eccezione, ma persone in grado di seguire la logica che suggerisce Fagioli e che, senza dubbio, non trova smentite: «Senza una bussola etica, una comunità non si governa ma si perde».

Sfiduciare il disorientamento 2026-01-17-16-01-00

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-01/quo-013/sfiduciare-il-disorientamento.html

A Fausta Speranza il Premio De Carli VIII edizione

Per l’articolo intitolato Terra Santa, a Gerusalemme un museo che “racconta” la convivenza delle fedi pubblicato da «Famiglia Cristiana» il 7 febbraio 2025, (https://www.famigliacristiana.it/chiesa/terra-santa-a-gerusalemme-un-museo-che-racconta-la-convivenza-delle-fedi-r1f2efi2)

a Fausta Speranza è stato consegnato, il 10 dicembre 2025, il primo Premio Giuseppe De Carli 2025 per la sezione  “Giornalismo e tradizioni religiose”. La cerimonia si è svolta presso l’Università Santa Croce.

Nella motivazione si legge che il servizio racconta Gerusalemme in tempo di guerra, mettendo al centro la possibilità di dialogo tra fedi e la forza della memoria, accompagnando il lettore nei luoghi del futuro Museo della Custodia di Terra Santa.

 

 

Per la sezione “Testimoni di speranza” premiata Lucia Bellaspiga di «Avvenire» e al secondo posto Joaquim Franco e Antonio Marujo (CNN Portugal);  per la sezione Migranti, Lorenzo Giroffi (Rai 3) . Menzione speciale a Gianluca Vannucchi (Ansa).

“Dalla speranza all’azione” è stato il  tema della tavola rotonda che ha introdotto la premiazione, dopo i saluti istituzionali del prof. Daniele Arasa (decano della Facoltà di Comunicazione)

del prof. Manuel Fandila Sánchez (Presidente dell’Associazione ISCOM) e del prof. Giovanni Tridente (Presidente dell’Associazione De Carli), sono intervenuti la giornalista Safiria Leccese, conduttrice Mediaset e autrice del libro “La ricchezza del bene”, il sociologo dell’Università Lateranense Massimiliano Padula, e il Card. Fabio Baggio, C.S., Sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. I lavori sono stati moderati dalla giornalista Alessandra Ferraro, direttrice di Rai Isoradio.

La visione di Giuseppe De Carli

“Quest’anno ricorrono quindici anni dalla scomparsa di Giuseppe De Carli, e proprio in questo tempo così carico di incertezze ci accorgiamo di quanto la sua visione del giornalismo resti sorprendentemente attuale”, ha commentato Giovanni Tridente, presidente dell’Associazione Giuseppe De Carli nel saluto introduttivo.

“Il giornalismo religioso può e deve essere una forma di tessitura, capace di ricucire ciò che la comunicazione spesso esaspera o polarizza. È il modo migliore per onorare chi, come Giuseppe De Carli, ha saputo unire competenza e misura, passione e rispetto”, ha concluso Tridente.

 

ANSA: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/2025/12/10/da-gerusalemme-ai-migranti-i-temi-vincitori-del-premio-de-carli_d57ca0b7-745e-4a34-abf1-f7b6091bf522.html

https://www.famigliacristiana.it/attualita/premio-de-carli-a-famiglia-cristiana-bmx5y7ub

https://mailchi.mp/a6c0f88abe99/premiodecarli-2025-ecco-i-vincitori-della-8-edizione

su Famiglia Cristiana: Terra Santa, a Gerusalemme un museo che “racconta” la convivenza delle fedi

Nonostante la ruspa della Storia

05 dicembre 2025
Un’altra Roma in «Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza» di Rossella Pace
di Fausta Speranza

«La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta». Con questo incipit poetico, Eugenio Montale, nel suo componimento La Storia, mette in guardia dalle ricostruzioni ideologiche e sottolinea che «la storia non è prodotta /da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora». Ci sembrano parole utili, come una cartina tornasole, a introdurre il lavoro della studiosa Rossella Pace che, lontana da velleità ideologiche o fantasiose interpretazioni, ha ricostruito, documento dopo documento, vicende e risvolti di un vissuto collettivo praticamente dimenticato tra i tragici fatti del Novecento. Si tratta di Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Milano, Franco Angeli, 2025, pagine 120, euro 22). Ricostruisce pezzi di storia considerati a lungo minori, trascurabili, lasciando emergere il ruolo della Santa Sede e anche quello delle donne.

Memorialista e fonti private

Si tratta di uno studio comparativo della memorialistica e delle fonti archivistiche private finora inedite, che presenta uno spaccato di Roma tra gli anni Venti e l’occupazione tedesca della città tra il 1943 e il 1944. Pace racconta la continuità delle élites liberali in Italia attraverso la dittatura fascista, fino alla seconda guerra mondiale e al ritorno della democrazia. Ricostruisce gli interventi della Santa Sede, sotto il Pontificato di Pio XII, tesi a intercedere con gli occupanti tedeschi, per conto di alcune famiglie aristocratiche romane, al fine di liberare o salvare prigionieri antifascisti. Sono interventi evidenziati dai documenti della Commissione soccorsi nel Fondo Pio XII dell’Archivio Apostolico Vaticano. C’è poi il ruolo di molti sacerdoti e religiosi che rischiano la vita, come il camaldolese padre Bernardo Ignesti che, nel monastero di san Gregorio al Celio adibito al tempo a prigione, riesce a salvare moltissime persone.

È la storia di come, attraverso una fitta rete di relazioni familiari e associative, quelle élites mantengano in vita i princìpi di libertà nei quali si erano formate e li tramandino alle nuove generazioni, opponendo una resistenza sotterranea al regime mussoliniano, fino a sostenere l’ala patriottica, lealista, non ideologizzata della Resistenza.

In una mappa allargata della resistenza

Per quanto riguarda le famiglie aristocratiche, c’è una figura chiave a partire dalla quale si riesce a tracciare la “mappa” della resilienza e poi della resistenza liberale romana: è il duca siciliano Giovanni Colonna di Cesarò. Nipote per parte di madre di Sidney Sonnino, esponente dell’ala radicale della classe politica liberale messinese, deputato dal 1909, interventista nella Grande Guerra, ministro delle Poste nel governo Facta e poi nel primo esecutivo Mussolini, Cesarò come molti liberali rompe con il fascismo nel corso del 1924 e, dopo il delitto Matteotti, è con Giovanni Amendola tra i principali animatori della protesta dell’Aventino contro la deriva apertamente autoritaria del regime. Da allora il duca avrebbe continuato, fino alla morte nel 1940, a svolgere una costante attività di collegamento clandestina, a Roma e nel resto d’Italia, tra le frange disperse dell’opposizione liberale, sorvegliato e schedato dal regime ma mai “colto sul fatto”. Viene considerato da alcuni l’ispiratore del fallito attentato a Mussolini a opera dell’irlandese Violet Gibson nel 1926.

Il ruolo delle donne

Ma leggendo il testo di Pace si capisce che non si potrebbe ricostruire l’intera trama se non si considerasse il ruolo delle donne. La studiosa cita la grande funzione di aggregazione tra le élites liberali romane svolta in quel periodo dai salotti mondani gestiti da donne colte come Lavinia Taverna, Giacinta Marescotti, Giuliana Benzoni, nonché il ruolo diretto nell’ambito dell’associazionismo del gruppo femminile nato nel circolo della regina Margherita, che aveva formato una generazione di donne sempre più presenti nella vita civile. Inoltre, le eredi di Cesarò, la moglie Barbara Antonelli e le figlie Mita e Simonetta, svolgono, a partire dall’inizio della guerra, una funzione di raccordo. Si tratta del raccordo tra i vari rami dell’antifascismo liberale romano, che si incontravano nei palazzi del rione Colonna e Campo Marzio e soprattutto nella loro casa di Via Gregoriana, e di cauti contatti con la diplomazia statunitense. I documenti riportati da Pace raccontano di come la condanna di Simonetta di Cesarò al confino a Sorrento si sia trasformata in un’occasione privilegiata. Madre e figlie infatti hanno avuto modo di stringere contatti con Giuliana Benzoni e le figlie di Benedetto Croce, lì trasferitosi per sfuggire ai bombardamenti. Inoltre, si sono create le condizioni per la tessitura di un “complotto” liberale finalizzato a portare dalla parte degli antifascisti la principessa Maria Josè, della quale la Benzoni era dama di compagnia, e la Corte. L’obiettivo era sostituire il governo di Mussolini con un esecutivo politico ma il tentativo fallisce per la riluttanza di Vittorio Emanuele III. Quando poi, dopo l’8 settembre, Roma viene occupata dai tedeschi, — si legge nel testo di Pace — le Cesarò, insieme con la Benzoni e altre nobildonne, sostengono il Fronte militare clandestino guidato da Giuseppe Cordero di Montezemolo.

Il ruolo della Santa Sede

Contemporaneamente svolgono un’incessante opera di triangolazione con la Santa Sede, nella persona del Sostituto Segretario di Stato Montini e spesso dello stesso Pio XII, per la liberazione dei prigionieri e la salvezza dei condannati. Intanto, gli edifici della Santa Sede, per il loro statuto di extraterritorialità, offrono costantemente rifugio ai ricercati. In definitiva, durante l’occupazione nazista — scrive Pace — è esistita “un’altra Roma”, sotterranea e sotto assedio ma mai doma.

Come assicura Montale, «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli». Dove non si deve smettere di fare ricerca.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-12/quo-280/nonostante-la-ruspa-della-storia.html

Tempi nuovi per vecchi disorientamenti

10 Ottobre 2025

A colloquio con padre Gaetano Piccolo in occasione del Giubileo della spiritualità mariana

di Fausta Speranza

Tra la crescente conflittualità che inquieta il mondo, lo sgretolamento del diritto internazionale e un voluto disordine culturale, c’è un “appellativo” da riscoprire: è quello di Stella Maris attribuito nei secoli alla Madre di Dio. La stella del mare è l’astro del mattino che da sempre rappresenta il primo riferimento per i marinai e così si è identificata «Colei che orienta». Nei tempi di “navigazione” difficile che l’umanità attraversa, il Giubileo della spiritualità mariana, l’11 e 12 ottobre, sembra un’occasione privilegiata per riscoprire tra l’altro il valore di questa espressione. Ne parliamo con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Gregoriana, che ci aiuta a rileggere il pensiero di sant’Agostino, «anche se non ha dedicato un’opera precisa a Maria».

L’eredità di sant’Agostino

Certamente i pronunciamenti sulla «Mediatrice di tutte le grazie» del filosofo, teologo, monaco e mistico romano di origine berbera e lingua latina sono stati fondamentali. Agostino di fatto ha “anticipato” il concilio di Efeso del 431 con il riconoscimento che Maria è «genitrice di Dio», Theotókos, e ha anticipato il concilio Lateranense del 649 a proposito della Verginità di Maria. Di fatto ha gettato le basi della concezione di Maria in quella che oggi definiamo la Patristica. Ma, parlando con padre Piccolo, comprendiamo che dobbiamo focalizzare un valore aggiunto: lo sguardo proprio del vescovo di Ippona nel De Civitate Dei.

Tra passato e futuro

Si tratta della preziosa capacità di rileggere il passato per interpretare i fatti presenti e affacciarsi in modo consapevole sul futuro. È quello che Agostino fa nel suo tempo analizzando le vere ragioni del crollo dell’impero romano. Ed è quello cui siamo chiamati oggi in una fase storica in cui la tecnologia ha reso possibile una manipolazione che ha seminato rabbia e odio raccogliendo paura; ha messo in crisi in modo non più congiunturale ma strutturale il sistema economico capitalistico, ottenendo più profonde diseguaglianze; ha minato il principio di verità con il risultato non solo di far credere in qualcosa di alternativo ma proprio di far sì che non si creda più a nulla. Sono sotto attacco principi che sono stati capisaldi della modernità: libertà di coscienza, ricerca critica, scientificità.

Una stella polare

Umanamente, sarebbe prezioso riscoprire il concetto di una comunità che per navigare ha bisogno di spegnere tante luci e di intravedere una stella polare da seguire, mentre sembra che si voglia navigare a vista nell’individualismo che acceca e isola.

Spiritualmente, il Giubileo rappresenta un’occasione privilegiata per vivere lo spirito e la speranza di un cammino condiviso guardando al cielo. È qui dunque che si spalanca l’orizzonte di senso dell’espressione «Colei che orienta».

Gli appelli di Papa Leone XIV

Si avverte l’urgenza di riflettere sui richiami di Papa Leone XIV alla pacificazione della comunità umana, alla convivenza fraterna, alla cura solidale per la casa comune e di risvegliare la speranza di essere orientati al bene. E il pensiero va al suo primo affaccio dalla Loggia di San Pietro: ha ricordato di essere agostiniano e ha scelto di recitare un’Ave Maria. Si è poi presto recato al Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano. Un “buon consiglio” è proprio quello che serve per orientarsi e dunque il profondo legame degli agostiniani con quell’immagine ci sembra un’altra declinazione della stessa fiducia in Colei che orienta.

In funzione di Cristo

Emerge tra le parole di padre Piccolo una raccomandazione: «È importante chiarire che, in ogni caso, Agostino parla di Maria sempre in relazione, in funzione di Cristo». Si tratta di una visione cristologica in cui «Maria entra come Madre di Cristo, come umanità che non intacca la divinità». Per sant’Agostino la maternità e la verginità di Maria sono mirabilmente unite per professare nella fede sia la realtà di Gesù vero uomo perché Maria è vera Madre, sia la divinità di Gesù perché Lo ha concepito e dato alla luce verginalmente. Altro punto importante è che Agostino «parla di Maria come immagine della Chiesa o a volte come parte di essa» perché individua con estrema lucidità le due prerogative di Maria, essere vergine e essere madre, che definiscono la sua missione proprio come Madre del Verbo e modello della Chiesa.

L’eco di un Concilio

A questo punto ci accorgiamo che dai primi concili arriviamo al concilio Vaticano II e in particolare alla mariologia che prende vita dalla Costituzione Lumen gentium, che ribadisce — ricorda padre Piccolo — «il concetto di Maria come immagine della Chiesa».

Inoltre, tra i tanti scritti di sant’Agostino, che oltre alle Confessioni e alla Città di Dio compongono l’imponente corpus dei suoi studi, si individua già l’idea della predestinazione di Maria che ritroviamo formulata nella Bolla dogmatica Munificentissimus Deus di Pio XII. Nel V secolo infatti sant’Agostino affermava: «Conosceva Sua Madre prima di nascere da Lei, quando La predestinò; e prima di creare, come Dio, colei della quale come uomo sarebbe stato creatura».

In particolare, nel Sermone a commento al Vangelo di Giovanni il vescovo di Ippona scriveva: «Egli scelse la Madre che aveva creato; creò la Madre che aveva scelto». E il magistero recente chiarisce che Maria è stata eletta nel momento stesso in cui Dio decise l’Incarnazione del Verbo. In definitiva, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, padre Piccolo ci ricorda che «come membro eminente, modello e madre della Chiesa, Maria è fonte della nostra speranza e della nostra gioia». Il messaggio è potente: «Noi speriamo ciò che Maria è e lo raggiungiamo con la mediazione del suo amore materno».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-10/quo-233/tempi-nuovi-per-vecchi-disorientamenti.html

A Villa Medici la mostra «Luoghi sacri condivisi» Significati in prospettiva

8 Ottobre 2025

A Villa Medici la mostra “Luoghi sacri condivisi”

di Fausta Speranza

Figure, episodi e qualche “oggetto errante”, con la caratteristica di avere un legame con una o più confessioni religiose e di appartenere all’area del Mediterraneo. Sono le tracce di cui si occupa la mostra Luoghi sacri condivisi che rappresenta, così come recita il sottotitolo, un «viaggio tra le religioni». L’esposizione, a cura di Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, si può visitare all’Accademia di Francia a Roma da oggi, 9 ottobre, al 19 gennaio 2026. È stata ideata e prodotta dall’Accademia stessa a Villa Medici a partire dall’esposizione originale realizzata dieci anni fa dal Mucem di Marsiglia, in collaborazione con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma e a Loreto. E si avvale di prestiti eccezionali dei Musei Vaticani, del Museo Ebraico di Roma, del Louvre, oltre che del Mucem. Si tratta di un’iniziativa che, senza scivolare nell’indifferentismo, sfida l’idea che sia un ossimoro parlare di sacralità e di condivisione con altre fedi. Ovviamente non è in questione la specificità di ogni credo, ma si indagano interazioni storiche, culturali, artistiche, spirituali.

Si va da Gentile da Fabriano a Marc Chagall passando per Le Corbusier: cento opere di rilievo, provenienti da collezioni francesi, italiane e vaticane in dialogo con creazioni contemporanee, regalano una sorta di topografia della convivenza nel grande bacino d’acqua che i romani definirono Mare Nostrum e che è situato tra Europa, Africa e Asia occidentale. L’antropologo specialista di Europa e Mediterraneo Dionigi Albera, direttore di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ci spiega che «si vuole mettere l’accento sulla dimensione della comunanza piuttosto che su quella della divisione» e parla di «una prospettiva non abituale da leggere anche in considerazione dell’attualità».

Si mettono in luce tracce, momenti, occasioni, episodi, figure, riconosciuti dalle varie tradizioni. Il pensiero va a situazioni come si vivono in Libano dove non è raro vedere musulmani in preghiera al Santuario della Madonna di Harissa o nel monastero di Saint Maron Annaya, Santuario di san Charbel. In altri casi, non si tratta di diversi legami con la stessa figura, ma di una particolare “condivisione” nel tempo.

Tra i capitoli in cui sono divise le opere esposte, si citano temi che non sorprendono perché siamo abituati a sentirli citati in diverse religioni, come il giardino, la montagna, le città sante. Ci sono poi altre tematiche come quella degli “oggetti erranti” che incuriosiscono. Albera chiarisce: «Si tratta di oggetti che nel corso della storia hanno viaggiato, sono diventati degli oggetti un po’ vagabondi, e in questo loro viaggio si sono arricchiti di nuovi significati». Individuiamo un esempio nella Bibbia di San Luigi. Si tratta di una Bibbia illustrata, creata nel XIII secolo in Francia senza nessuna parte scritta. Successivamente è stata arricchita di commenti in Italia nel XIV secolo; quindi è stata offerta come dono diplomatico allo scià di Persia e in quel contesto sono stati aggiunti in farsi alcuni commenti da un punto di vista musulmano; nel XVIII secolo è stata acquistata da un mercante ebreo che ha aggiunto note in giudeo-persiano. Oggi siamo di fronte a un oggetto che, come sottolinea Albera, «sintetizza la comunicazione durante questi suoi lunghi viaggi». Un testo che in qualche modo «si è arricchito di significati partendo da una matrice comune che è quella della Bibbia e che è riconosciuta dalle tre religioni monoteiste».

In ogni caso, a comunicare non sono solo le parole. Le architetture, ad esempio, a volte più di altri elementi tradiscono quella sorta di ibridazione dovuta al fatto che molti territori sono passati dal controllo da parte di un potere legato a una religione al controllo di un altro legato ad altra religione. «In queste loro vicissitudini tracce del passato sono rimaste». Albera ricorda chiese che sono diventate moschee e che magari poi sono ritornate a essere chiese o moschee che sono diventate chiese. In questi passaggi alcuni elementi architettonici si sono conservati, «un po’ come se si trattasse di palinsesti in cui la scrittura precedente non è stata completamente cancellata».

Emerge la sfida ad ampliare il punto di vista. Siamo abituati a considerare che una chiesa trasformata in moschea o una moschea diventata chiesa raccontino una storia di prevaricazione, di trasformazione forzata. Ma questa mostra suggerisce che si deve considerare anche altro: in qualche modo persino episodi di questo genere sono diventati spazi, luoghi di condivisione. Albera la definisce «una condivisione per certi versi paradossale: anche in alcune forme di prevaricazione si riconosce una forma di interazione che, quando si stempera la fase violenta lascia intravedere qualche traccia». Cita Damasco, la Grande Moschea degli Omayyadi, che è stata una chiesa sorta sulle rovine di un tempio politeista, quindi è stata trasformata in una moschea. E la particolarità è che la chiesa era dedicata a san Giovanni Battista e una reliquia del santo è rimasta conservata all’interno della moschea, perché si tratta, come sottolinea Albera, di «una figura che in qualche modo parla anche all’Islam» e di «tracce che permangono in modo un po’ sotterraneo».

Sempre in tema di architetture, Albera ci parla di «tentativi recenti nell’ambito del dialogo interreligioso di pensare realizzazioni architettoniche che “riuniscano”, che avvicinino dei luoghi di culto di religioni diverse» e cita il progetto di Berlino che si chiama House of One che mira a costruire nel centro della capitale tedesca una costruzione che racchiuda una sinagoga accanto a una moschea e a una chiesa.

Alla mostra ci si può avvicinare anche grazie al catalogo co-edito da Silvana Editoriale e Villa Medici, che raccoglie testi dei curatori e contributi inediti di autori e specialisti invitati ad approfondire i temi illustrati nell’esposizione. Oltre a Dionigi Albera, Raphaël Bories, Alberta Campitelli, Eleonora D’Alessandro, Paolo La Spisa, Vincent Lemire, Adnane Mokrani, Manoël Pénicaud.

 

Quel “prestito grazioso”

24 settembre 2025

A cento anni dalla nascita dell’editrice Morcelliana

Libri freschi
come il pane quotidiano

di Fausta Speranza

Cento anni di coraggiosa ricerca grazie al contributo di intellettuali di fede e anche di «un prestito grazioso». Questo ha significato finora l’Editrice Morcelliana che, fondata a Brescia a settembre 1925, si è subito misurata con la resistenza al fascismo. Nella sua storia, rappresentativa della cultura cattolica e religiosa dell’Italia contemporanea, si ritrova poi la stessa impronta in difesa della verità dell’uomo nel contributo al rinnovamento religioso tra le due guerre, nell’adesione feconda al Concilio vaticano II, nella coerente presenza nella società secolarizzata. Di tutti questi passaggi e soprattutto delle prospettive future, in cui si intravedono pubblicazioni sul tema donne, si discute al convegno organizzato nel pomeriggio del 25 settembre, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore della stessa città della Lombardia annoverata tra i principali centri economico-produttivi della penisola.

Nel difficile dopoguerra

Tra tanti spunti di riflessione che proiettano dal passato al futuro, si deve innanzitutto ricordare il ruolo che ha avuto il giovane sacerdote Giovanni Battista Montini nella fondazione dell’editrice, nonché in quel sostegno economico nell’immediato dopo-guerra, 1946-1947, elargito quando era monsignore della Segreteria di Stato e accompagnato da quella simpatica definizione di «prestito grazioso». Un contributo dato con la leggerezza della gratuità e la sottile allusione a un «debito», evidentemente da «ripagare» confermando sempre l’obiettivo: la promozione di autori di elevato valore culturale nel campo della ricerca biblica, teologica, filosofica, spirituale e storica. Parlando con Ilario Bertoletti, direttore editoriale di Morcelliana, che ha come presidente Francesca Bazoli, comprendiamo quanto sia vivo il desiderio di sentirsi ancora «debitori».

Giovani e intellettuali

Con lo sguardo alle radici, si devono citare almeno alcuni del gruppo di giovani intellettuali che hanno pensato e voluto l’editrice in collaborazione con l’altrettanto giovane don Giovanni Battista: Fausto Minelli, Alessandro Capretti, Mario Bendiscioli e padre Giulio Bevilacqua della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, che sarà figura di rilievo negli anni del Concilio e poi alla guida della parrocchia di Sant’Antonio di Brescia quale primo «cardinale-parroco» della Chiesa.

Due padri da non diemnticare

E dobbiamo ricordare i due padri della coscienza democratica europea, Romano Guardini e Jacques Maritain, che hanno rappresentato le prime figure di riferimento nell’intento di rinnovare la cultura cattolica e di resistere al fascismo. Le loro opere sono state pubblicate in Italia per la prima volta proprio da Morcelliana. Impossibile citare i tanti altri significativi autori tradotti in anteprima, tra cui alcuni impegnati in tempi non scontati sul tema dell’ecumenismo, ma non si può non ricordare le traduzioni dei primi scritti dell’allora giovane sacerdote professore Joseph Ratzinger.

Anche oggi è tempo di grandi sfide

La prima è fare editoria di cultura nel tempo della crisi del libro classico. Non solo. L’intelligenza artificiale apre interrogativi che vanno dai dilemmi etici alla dipendenza e manipolazione tecnologica, dalla discriminazione alla perdita di controllo umano sui sistemi. Bertoletti ci parla di «piste nuove da aprire» e cita tra tanti lo storico tedesco don Hubert Jedin per ricordarci «un’impronta» dell’editrice: «Muoversi nel concetto di riforma cattolica non in stato di minorità ma quali protagonisti di modernità». Bertoletti ricorda anche l’impegno del predecessore Stefano Minelli, alla guida dell’editrice per 40 anni, nella particolare fase del Concilio vaticano II, e cita il testo dello storico Fulvio De Giorgi Paolo VI. Il papa del Moderno (2015), che, tra biografia e analisi, tratteggia il pontificato che ha segnato una transizione importante verso il mondo moderno.

Al convegno Morcelliana 1925-2025: 100 anni di editoria cattolica

Per l’occasione si presenta il nuovo Catalogo storico dell’Editore, dal 1925 al 2025, a cura di Daria Gabusi. Cento anni che raccontano anche le relazioni di lunga data che l’editrice ha costruito con gli atenei e le università italiane, con le avanguardie del pensiero e degli studi europei. Il taglio storico è assicurato dall’intervento introduttivo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, con la relazione Il cristianesimo alla prova di un secolo. Seguono i contributi di numerosi studiosi e autori di Morcelliana che rispondono al doveroso sguardo al futuro. In particolare, citiamo l’intervento di Giovanni Filoramo su Le scienze delle religioni, un cantiere aperto; quello di Alessandro Saggioro su Il futuro degli studi storici delle religioni nel mondo; quello di Tessa Canella su La storia del cristianesimo e le donne: nuove prospettive di ricerca. Tra gli altri eventi culturali organizzati, segnaliamo a Brescia, a dicembre prossimo, la lectio del filosofo Massimo Cacciari dedicata a L’arte e il sacro e quella dell’arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto monsignor Bruno Forte su Cristianesimo e cultura a partire dal nuovo libro in uscita Eclissi e ritorno di Dio.

Idee per il futuro

In definitiva, si vuole celebrare il particolare anniversario con «un’idea precisa», ci spiega Ilario Bertoletti: quella di «riscoprire le radici e gli snodi principali, tratteggiare la storia, individuare idee per il futuro». È preciso anche un riferimento: la raccomandazione che san Paolo VI rivolse ai rappresentanti di Morcelliana ricevendoli dopo la sua elezione: «I libri devono essere freschi come il pane quotidiano».