A Villa Medici la mostra «Luoghi sacri condivisi» Significati in prospettiva

8 Ottobre 2025

A Villa Medici la mostra “Luoghi sacri condivisi”

di Fausta Speranza

Figure, episodi e qualche “oggetto errante”, con la caratteristica di avere un legame con una o più confessioni religiose e di appartenere all’area del Mediterraneo. Sono le tracce di cui si occupa la mostra Luoghi sacri condivisi che rappresenta, così come recita il sottotitolo, un «viaggio tra le religioni». L’esposizione, a cura di Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, si può visitare all’Accademia di Francia a Roma da oggi, 9 ottobre, al 19 gennaio 2026. È stata ideata e prodotta dall’Accademia stessa a Villa Medici a partire dall’esposizione originale realizzata dieci anni fa dal Mucem di Marsiglia, in collaborazione con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma e a Loreto. E si avvale di prestiti eccezionali dei Musei Vaticani, del Museo Ebraico di Roma, del Louvre, oltre che del Mucem. Si tratta di un’iniziativa che, senza scivolare nell’indifferentismo, sfida l’idea che sia un ossimoro parlare di sacralità e di condivisione con altre fedi. Ovviamente non è in questione la specificità di ogni credo, ma si indagano interazioni storiche, culturali, artistiche, spirituali.

Si va da Gentile da Fabriano a Marc Chagall passando per Le Corbusier: cento opere di rilievo, provenienti da collezioni francesi, italiane e vaticane in dialogo con creazioni contemporanee, regalano una sorta di topografia della convivenza nel grande bacino d’acqua che i romani definirono Mare Nostrum e che è situato tra Europa, Africa e Asia occidentale. L’antropologo specialista di Europa e Mediterraneo Dionigi Albera, direttore di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ci spiega che «si vuole mettere l’accento sulla dimensione della comunanza piuttosto che su quella della divisione» e parla di «una prospettiva non abituale da leggere anche in considerazione dell’attualità».

Si mettono in luce tracce, momenti, occasioni, episodi, figure, riconosciuti dalle varie tradizioni. Il pensiero va a situazioni come si vivono in Libano dove non è raro vedere musulmani in preghiera al Santuario della Madonna di Harissa o nel monastero di Saint Maron Annaya, Santuario di san Charbel. In altri casi, non si tratta di diversi legami con la stessa figura, ma di una particolare “condivisione” nel tempo.

Tra i capitoli in cui sono divise le opere esposte, si citano temi che non sorprendono perché siamo abituati a sentirli citati in diverse religioni, come il giardino, la montagna, le città sante. Ci sono poi altre tematiche come quella degli “oggetti erranti” che incuriosiscono. Albera chiarisce: «Si tratta di oggetti che nel corso della storia hanno viaggiato, sono diventati degli oggetti un po’ vagabondi, e in questo loro viaggio si sono arricchiti di nuovi significati». Individuiamo un esempio nella Bibbia di San Luigi. Si tratta di una Bibbia illustrata, creata nel XIII secolo in Francia senza nessuna parte scritta. Successivamente è stata arricchita di commenti in Italia nel XIV secolo; quindi è stata offerta come dono diplomatico allo scià di Persia e in quel contesto sono stati aggiunti in farsi alcuni commenti da un punto di vista musulmano; nel XVIII secolo è stata acquistata da un mercante ebreo che ha aggiunto note in giudeo-persiano. Oggi siamo di fronte a un oggetto che, come sottolinea Albera, «sintetizza la comunicazione durante questi suoi lunghi viaggi». Un testo che in qualche modo «si è arricchito di significati partendo da una matrice comune che è quella della Bibbia e che è riconosciuta dalle tre religioni monoteiste».

In ogni caso, a comunicare non sono solo le parole. Le architetture, ad esempio, a volte più di altri elementi tradiscono quella sorta di ibridazione dovuta al fatto che molti territori sono passati dal controllo da parte di un potere legato a una religione al controllo di un altro legato ad altra religione. «In queste loro vicissitudini tracce del passato sono rimaste». Albera ricorda chiese che sono diventate moschee e che magari poi sono ritornate a essere chiese o moschee che sono diventate chiese. In questi passaggi alcuni elementi architettonici si sono conservati, «un po’ come se si trattasse di palinsesti in cui la scrittura precedente non è stata completamente cancellata».

Emerge la sfida ad ampliare il punto di vista. Siamo abituati a considerare che una chiesa trasformata in moschea o una moschea diventata chiesa raccontino una storia di prevaricazione, di trasformazione forzata. Ma questa mostra suggerisce che si deve considerare anche altro: in qualche modo persino episodi di questo genere sono diventati spazi, luoghi di condivisione. Albera la definisce «una condivisione per certi versi paradossale: anche in alcune forme di prevaricazione si riconosce una forma di interazione che, quando si stempera la fase violenta lascia intravedere qualche traccia». Cita Damasco, la Grande Moschea degli Omayyadi, che è stata una chiesa sorta sulle rovine di un tempio politeista, quindi è stata trasformata in una moschea. E la particolarità è che la chiesa era dedicata a san Giovanni Battista e una reliquia del santo è rimasta conservata all’interno della moschea, perché si tratta, come sottolinea Albera, di «una figura che in qualche modo parla anche all’Islam» e di «tracce che permangono in modo un po’ sotterraneo».

Sempre in tema di architetture, Albera ci parla di «tentativi recenti nell’ambito del dialogo interreligioso di pensare realizzazioni architettoniche che “riuniscano”, che avvicinino dei luoghi di culto di religioni diverse» e cita il progetto di Berlino che si chiama House of One che mira a costruire nel centro della capitale tedesca una costruzione che racchiuda una sinagoga accanto a una moschea e a una chiesa.

Alla mostra ci si può avvicinare anche grazie al catalogo co-edito da Silvana Editoriale e Villa Medici, che raccoglie testi dei curatori e contributi inediti di autori e specialisti invitati ad approfondire i temi illustrati nell’esposizione. Oltre a Dionigi Albera, Raphaël Bories, Alberta Campitelli, Eleonora D’Alessandro, Paolo La Spisa, Vincent Lemire, Adnane Mokrani, Manoël Pénicaud.

 

Al Meeting della Fraternità, il futuro si costruisce con dignità e verità

13 Settembre 2025

Al World Meeting on Human Fraternity 2025, dignità e fraternità sono state le parole chiave di due giorni di confronto a Roma. Premi Nobel, leader religiosi, giornalisti e accademici hanno condiviso idee e pratiche per un futuro di pace: un processo sinodale aperto alle sfide del presente, dall’ambiente all’IA. “La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto”, ha ricordato il cardinale Gambetti in chiusura dell’Assemblea dell’umano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

E’ il concetto di dignità il primo “spazio” di riflessione individuato al World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human. Ha  trasformato ieri e oggi Roma in un ideale laboratorio dell’umano: 450 persone per parlare di risorse, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel, quindici tavoli tematici, un confronto tra i rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali; imprenditori, economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali che si sono confrontati per raccogliere buone pratiche, condividere esperienze, proporre azioni concrete.

Esseri umani

“Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune”. Sono state le parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro. Dopo l’incontro al Campidoglio stamane, l’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale “Grace for the World” stasera in piazza San Pietro, con esibizioni di Andrea Bocelli, Pharrell Williams con il coro Voices of Fire, John Legend e il coro della Diocesi di Roma, Karol G., oltre a uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Un processo sinodale sull’umano

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma al contrario proseguire “un processo sinodale sull’umano”. Il cardinale Gambetti chiarisce: “La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza”.

Oltre le “diagnosi”

La prima consapevolezza è che “non ci basta fare diagnosi, il mondo non ha bisogno di analisi sterili: ha bisogno di terapie, di guarigione, di fiducia, di fraternità concreta”. Il contesto è chiaro: “Viviamo un tempo in cui la tecnica corre più veloce della coscienza, in cui la verità si piega alle manipolazioni e in cui la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo”. Ma c’è sempre spazio per le possibilità, suggerisce il cardinale Gambetti parlando di “capacità di resistere, di innovare, di creare ponti” e di guardare al futuro da questa nuova tappa.

La sfida dell’intelligenza artificiale e la fraternità come bussola

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali. La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che – ci ricorda padre Occhetta – “significa un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento”. “Quando il potere non ascolta il popolo – avverte – lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo”.

Perché parlare di sinodalità

Con questo spirito sono ancora possibili democrazie e sviluppo. Il forum sulla fraternità e tutte le altre iniziative che vanno in questa direzione, e per le quali la Chiesa parla di sinodalità, vogliono rappresentare una piattaforma di dialogo e incontro per “un linguaggio che diventi cultura di pace”.

La sfida e la Chiesa

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”. Si tratta infatti di “essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto”. Con potenziali drammatici risvolti.

Differenti, ma Fratelli e Sorelle

A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità, che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito mandano un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.
Il percorso prosegue facendo tesoro dei frutti raccolti anche da questa terza tappa, nata da un primo impegno preciso: la firma, l’11 giugno 2023 in San Pietro, di una dichiarazione sottoscritta per la Santa Sede dal Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin che ribadiva: “Siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni, ma siamo fratelli e vogliamo vivere in pace”.

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-09/meeting-fraternita-roma-assemblea-umano.html

 

 

Un «laboratorio dell’umano»

13 Settembre 2025

di Fausta Speranza

«Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune».

Sono parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, a conclusione dell’incontro in Campidoglio, alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, nella seconda giornata del World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human.

Si è trattato dell’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale Grace for the World, nella serata di sabato 13 settembre in piazza San Pietro, con l’esibizione tra gli altri di Andrea Bocelli e uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma “inaugurare un processo sinodale sull’umano”.

Il cardinale Gambetti chiarisce: «La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza».

Il contesto è chiaro: «La tecnica corre più veloce della coscienza, la verità si piega alle manipolazioni e la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo».

Ma c’è sempre spazio per la “capacità di resistere, innovare, creare ponti”.

L’incontro definito “Assemblea dell’Umano” rappresenta “una tappa simbolica e operativa” per “misurare, definire e promuovere la fraternità nella vita reale”.

Tra i partecipanti, la giornalista filippina naturalizzata statunitense Maria Ressa, insignita del Premio Nobel per la pace per la sua lotta a favore della libertà di espressione e contro la piaga della disinformazione, chiede di fermare la sorveglianza digitale e il pregiudizio codificato per una comunicazione più autentica, apprezzando molto l’Assemblea dell’umano in cui le persone si possono incontrare, conoscere, progettare insieme perché – ribadisce – «il futuro che vogliamo passa attraverso verità e azione umana».

Per questa terza edizione, padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, racconta di una “partecipazione straordinaria”, di «un crescendo di adesioni da quattro continenti, con religioni, culture, generazioni diverse: 450 economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel».

Quindici tavoli tematici, con il confronto tra rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali hanno trasformato Roma in una sorta di ideale laboratorio dell’umano.

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali.

La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che — ci ricorda padre Occhetta — significa «un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento, perché — avverte — quando il potere non ascolta il popolo lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo».

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”.

Si tratta infatti di «essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto».

Con potenziali drammatici risvolti. A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito hanno mandato un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-09/quo-211/un-laboratorio-dell-umano.html

 

 

 

«Una Amma da riscoprire»

A 350 anni dalla prima apparizione all’apostola del Sacro Cuore di Gesù

2 Giugno 2025

su L’Osservatore Romano:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-06/quo-126/una-amma-da-riscoprire.html

di Fausta Speranza

Dalla Dilexit nos, ultima enciclica di Papa Francesco, al cuore ardente di tradizione agostiniana nello stemma papale di Leone XIV. Senza dimenticare che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù una tappa importante è stata l’enciclica di Leone XIII Annum Sacrum. Nella vocazione universale dell’amore, non sorprendono richiami e punti di congiunzione che aiutano, arricchendola, la comprensione di eventi significativi come le celebrazioni giubilari per i 350 anni dalla prima apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni, iniziate a fine 2023, si concluderanno a Paray-Le-Monial, in Francia, il 27 giugno prossimo. Ci sarà in quanto Inviato speciale di Papa Leone XIV il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio.

Un’occasione privilegiata

L’anniversario rappresenta un’occasione privilegiata per riscoprire «una autentica Amma, madre spirituale», come padre Bernard Ardura, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, definisce la mistica nata nel 1647 e morta nel 1690 proprio nell’edificio adiacente alla basilique du Sacré-Cœur sorta in Borgogna a Paray-Le-Monial. È stato il luogo delle apparizioni avvenute nell’arco di 17 anni, rese note e valorizzate dal suo padre spirituale Claudio de la Colombière (1641-1682) della Compagnia di Gesù. Oggi è uno dei santuari più importanti di Francia.

«Un ricchissimo messaggio di amore»

Padre Ardura parla di «un ricchissimo messaggio di amore» trasmesso «senza inutili ricerche stilistiche, ma con naturalezza e limpidezza». È quanto si legge nella sua prefazione al volumetto Lettere (Amazon Italia Logistics, 2025, pagine 150, euro 4.50) che racchiude le missive inviate dalla suora Visitandina alla superiora, madre Maria Francesca de Saumaise. Si tratta di un’iniziativa editoriale voluta e sovvenzionata dal gruppo di preghiera nato sui social denominato Trionfo del Sacro Cuore di Gesù. In una serie di agili volumi tematici si ripropongono gli scritti così come riportati nella Vie et Oeuvres de S. Margherita Maria Alacoque, opera a cura di monsignor Francesco Leone Gauthey, (Edizioni de Gigord, 1915), nella traduzione italiana approvata dal Monastero di Paray-le-Monial. Da marzo 2024 sono usciti Consigli particolariPreghiereSfide e istruzioni, oltre a Lettere, ma altri ne seguiranno.

Il testamento spirituale di Francesco

Il 3 giugno, presso la Libreria San Paolo di via della Conciliazione a Roma, verranno presentati in un incontro con don Javier Ortiz, parroco della basilica del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, e Luciano Regolo, codirettore della rivista «Maria con te». Un’occasione di riflessione intorno a quella che la mistica ha definito «la grazia del Cuore di Gesù: incontrare l’amore personale di Gesù per me». Proprio in questi giorni Leone XIV ha inviato alla Conferenza dei vescovi di Francia un messaggio a 100 anni dalla canonizzazione di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney, santa Teresa del Bambin Gesù. Ricorda che «il compianto Papa Francesco ci ha lasciato, un po’ come un testamento, una bella enciclica sul Sacro Cuore nella quale afferma: “Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità”». Leone XIV aggiunge: «Non potrebbe esserci programma di evangelizzazione e di missione più bello e più semplice».

ANSA: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/giubileo_news/2025/06/02/giubileoa-fine-mese-si-chiude-in-francia-evento-del-sacro-cuore_90b40301-98ee-494b-90a5-28e72fcf8dc7.html

Tempi di dialogo per “percorsi solitari”

19 maggio 2025

Il nuovo pelagianesimo e gli interrogativi sempre attuali di sant’Agostino in una riflessione con il professor Gaetano Piccolo

di Fausta Speranza

L’illusione che l’uomo possa salvarsi da solo e una ricerca interiore che diventa solipsismo. Sono due attitudini mentali che ritroviamo nel nostro tempo, avvezzo a individualismi e protagonismi. Se è molto chiaro come tutto ciò si palesi oggi amplificato nei social, sembra meno evidente il collegamento con il IV e il V secolo e con il vescovo di Ippona. Ma, parlando con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, si comprende quanto possa essere stimolante il salto temporale.

Parliamo della fase storica in cui la Chiesa intesa come istituzione religiosa viveva, dopo l’Editto di Milano del 313 che sanciva la libertà di culto per i cristiani in tutto l’Impero Romano, un notevole sviluppo. Significava anche trovarsi alle prese con l’emergere di tante eresie di cui una in particolare, il pelagianesimo, riporta proprio all’idea che l’uomo possa bastare a se stesso. Si tratta, dunque, di uno dei parallelismi possibili che ci raccontano come sant’Agostino non sia solo un gigante della cultura, della teologia e della spiritualità del passato, ma anche un uomo che parla agli uomini e alle donne del nostro tempo.

L’attualità di sant’Agostino al centro dell’appello di Leone XIV

Recuperare questa consapevolezza aiuta a comprendere la profondità dell’incoraggiamento di Leone XIV: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi». Sono parole di sant’Agostino che il Papa ha ricordato il 12 maggio scorso nel discorso agli operatori dei media venuti da tutto il mondo per i funerali di Papa Francesco e per il Conclave. Leone XIV, come ha detto al primo affaccio dalla Loggia di San Pietro l’8 maggio, è agostiniano: nel seminario minore dei padri agostiniani ha compiuto gli studi per il diploma conseguito nel 1973; l’Ordine di Sant’Agostino ha scelto nel 1977 per il suo noviziato; dell’Ordine stesso è stato Priore generale dal 2001 per 12 anni.

Oltre l’oracolo di Delfi

Per mettere a fuoco al meglio perché «noi siamo i tempi» — ci suggerisce padre Piccolo — conviene approfondire la correlazione tra le due opere più note del santo di Ippona: le Confessioni, in cui sant’Agostino riflette molto sulla propria interiorità, e il testo De Civitate Dei, in cui riflette molto sui suoi tempi. Innanzitutto padre Piccolo focalizza l’idea di interiorità del santo di Ippona affermando che «attraversa la filosofia classica e dunque abbraccia il presupposto del “conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi, ma propone poi la conoscenza di Dio».

Oltre i Soliloqui

Si tratta di un’interiorità che porta fuori il proprio io e, su questo piano, padre Piccolo cita un’altra opera importante, Soliloqui, spiegando che si tratta di un termine inventato da sant’Agostino stesso per spiegare che Agostino dialoga con Agostino, con la sua ragione. Come in uno specchio, trova l’interlocutore cui sottoporre dubbi, aspirazioni, rivelare profonde fragilità e il dialogo diventa strumento per scandagliare lo spirito soprattutto su due argomenti-cardine: Dio e l’anima. Padre Piccolo sottolinea: «Rappresenta in sostanza un dialogo tra sé e la ragione in cui emerge la convinzione che anche la ricerca delle ragioni come la ricerca di Dio non si fa da soli». Peraltro padre Piccolo mette in luce che secondo il vescovo di Ippona «anche il desiderio porta fuori da sé, muove verso altro e in questo senso aiuta a non fermarsi in modo narcisistico su se stessi». In ogni caso, non è ancora l’approdo che regala pienezza. Con sant’Agostino si scopre che il cuore resta «inquieto» se la ricerca non va oltre se stessi e anche oltre il desiderio, se resta su «percorsi solitari» senza arrivare a Dio. In definitiva, si conosce se stessi pienamente se si conosce Dio e la relazione nuova con Dio. Ed è proprio in questa relazione — afferma padre Piccolo — quella «salvezza di Dio che non avrebbe senso se l’uomo si salvasse da solo».

Al di là dell’autocompiacimento

L’argomentare di padre Piccolo a questo punto torna all’uomo di oggi per sottolineare che «ogni visione, ricerca umana è bene che si concentri su di sé ma quel tanto che permetta di trovare segnali e indicazioni che possano portarci fuori». Non a caso, — aggiunge — sant’Agostino darà vita a una comunità, adatterà il suo episcopio a vivere con alcuni chierici, fonderà monasteri, «nella convinzione che nessuno può farcela da solo».  Risulta evidente che stiamo parlando di un’attitudine contraria a quel ripiegamento sul proprio io e a quell’autocompiacimento che producono estraniamento dalla propria coscienza e dall’altro, nonché fuga dalla realtà. E che precludono la scoperta della verità di Dio.

I tempi sono “luogo”

È con tutti questi elementi di consapevolezza che conviene guardare ai tempi. Sant’Agostino li considera come un “luogo” in cui si svolge la storia dell’umanità e come un’occasione di grazia divina. Il tempo infatti è visto come lo “spazio” in cui Dio incontra l’uomo per salvarlo. Per questo è importante aver compreso i suoi concetti di interiorità e di salvezza. Il punto è che ai tempi del vescovo di Ippona, di fronte al disgregarsi della società latina, la Chiesa era accusata dai suoi detrattori di essere la causa del crollo dell’Impero romano. Sant’Agostino, in particolare nel suo testo De Civitate Dei ma non solo, fa ben notare che sono altre le ragioni.

Le vere ragioni della crisi

Il riferimento ai tempi attuali diventa interessante quanto doveroso. «Anche oggi — afferma padre Piccolo — ci interroghiamo sul declino della società occidentale ed è indispensabile saper leggere il presente e chiederci quali siano i veri motivi». Leone XIV, il giorno dopo l’elezione, ha parlato tra l’altro di «perdita del senso della vita, oblio della misericordia, violazione della dignità delle persone nelle sue forme più drammatiche, crisi della famiglia», ricordando che la Parola di Gesù è «fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama». Nel discorso al corpo diplomatico, il 16 maggio, ha affermato che «la Chiesa non può esimersi dal dire la verità sull’uomo e nel mondo» e ieri alla Messa di inizio Pontificato ha chiarito quale Chiesa: «Una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato». Si delinea sempre meglio lo spessore di significati e di responsabilità racchiusi nell’appello a comprendere che «i tempi siamo noi».

Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

National  Geographic

9 Maggio 2025

“Figlio della globalità” dalla “coinvolgente umanità”, il primo Papa statunitense intreccia radici culturali diverse e una visione ampia che lo rendono un interlocutore significativo per il mondo

di Fausta Speranza

https://www.nationalgeographic.it/chi-e-papa-leone-xiv-e-cosa-possiamo-aspettarci-dal-suo-pontificato

Missionario e canonista, bergogliano e matematico, agostiniano e curiale, statunitense e latino. Con la sua ricca personalità e la piena padronanza di cinque lingue suggerisce un’impressione precisa: Papa Prevost sarà un interlocutore significativo per il mondo.

Il primo Papa statunitense, il secondo americano dopo Bergoglio, Leone XIV, eletto 267esimo Papa l’8 maggio alla quarta votazione del Conclave, si presenta dalla Loggia parlando di pace e di una “chiesa sinodale e missionaria”.

Si è scelto il nome di un predecessore che si è appena affacciato sul Novecento, ma sembra parlare con chiarezza e incisività il linguaggio dell’attualità. E nella sua prima Omelia, alla messa il 9 maggio in Cappella Sistina, parla di vocazione autentica del successore di Pietro con un richiamo a seguire Cristo e testimoniare Cristo fino ad essere “divorato dalle belve nel circo”.

Delinea il profilo della Chiesa “arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo” e avverte: nella fede cristiana non c’è un “super uomo” ma “un impegno irrinunciabile”, una testimonianza di fede che può essere derisa ma non perde la forza evangelica di fotografare “contesti in cui si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”. Parla senza mezzi termini di “istanze di onestà” e di “esigenze morali”.

Robert Francis Prevost, nato a Chicago, nell’Illinois, il 14 settembre 1955, è di doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, ha origini francesi e italiane per parte di padre e spagnole per parte di madre. È un figlio della globalità che alla coinvolgente umanità, che ha messo in campo non nascondendo grande emozione al momento del primo affaccio, accompagna tratti di precisione e chiarezza. Ha fatto il suo saluto leggendo inizialmente un testo scritto e ha dato un nome e un cognome alla prima urgenza globale che il mondo intero si trova ormai di fronte invocando “una pace disarmata e disarmante”.

Ed è stato subito chiaro che non c’è pace senza giustizia, perché ha scelto di richiamarsi a Leone XIII, il Papa che a fine Ottocento ha firmato la Lettera Enciclica Rerum Novarum, da cui prende avvio la dottrina sociale della Chiesa dei tempi moderni. È un innegabile riferimento agli uomini e alle donne, al loro lavoro, anche in tempi di Intelligenza Artificiale di cui sappiamo che si è parlato nelle Congregazioni che hanno anticipato il voto nella Sistina.

Grande vicinanza alla gente e profonda cultura

Peraltro sul piano culturale si presenta con una laurea in matematica che si aggiunge agli studi di filosofia e teologia. Segni particolari: grande vicinanza alla gente, autentica umiltà, ma anche capacità di gestione. Si deve considerare infatti i vari incarichi ricoperti all’interno dell’Ordine agostiniano fino ad essere nominato, e confermato per due mandati, Priore generale, ma anche le responsabilità curiali: dal 2020 ha dato un contributo in qualità di capo del Dicastero per i vescovi ed è stato presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Sembra sia stato anche vicino al Segretario di Stato Parolin nella gestione dei difficili dossier cinesi. Sono attributi importanti per costruire, come ha fatto intendere, “ponti di dialogo e incontro” per affrontare le sfide di quest’epoca.

Sembra evidente la conferma di un’attenzione ai poveri e agli ultimi che appare più che mai inserita nella prospettiva di un pastore internazionale che in tempi di guerra, violenza e profonda polarizzazione presenta un curriculum di misericordia, sinodalità e speranza ma anche un messaggio di inizio pontificato preciso, scandito con energico vigore: “Il male non prevarrà”. E il pensiero a questo punto va anche al Leone di San Marco, in cui il leone simboleggia la forza della parola dell’Evangelista, le ali l’elevazione spirituale e l’aureola è il tradizionale simbolo cristiano della santità.

Sul versante “interno” la sua presentazione è altrettanto chiaramente di spessore. Papa Prevost è stato tra l’altro professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo” mentre gli era affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta successivamente parrocchia con il titolo di Santa Rita, ed è stato amministratore parrocchiale del famoso santuario di Nostra Signora di Monserrat. Peraltro a Maria ha dedicato la preghiera scelta al momento del primo saluto, rendendo omaggio e significato alla devozione mariana così fortemente popolare.

L’idea di Chiesa

Nella prima omelia emerge l’idea della Chiesa che ama: una Chiesa che sia “faro” che illumina, “non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni – come i monumenti in cui ci troviamo – quanto attraverso la santità dei suoi membri”. Parla della sua “missione di vescovo della Chiesa che è in Roma” ribadendo la raccomandazione di Papa Francesco: “La chiesa di Roma è chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”.

Tra tante possibili, cita l’espressione di S. Ignazio di Antiochia: in catene verso Roma dove troverà il martirio, scrive ai cristiani che vi si trovavano: “Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo”. E Papa Prevost commenta così: “Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne – ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”Sembra suggerire che il suo non sarà un pontificato di protagonismi ma di autentico servizio e in quell’autenticità che il brano di San Paolo racconta c’è la promessa di non risparmiarsi.

Missionarietà e dottrina sociale

A proposito della dottrina sociale della Chiesa richiamata dal nome scelto, va ricordato che non è una ideologia ma ovviamente ciò non significa che non possa esprimere valutazioni sulle ideologie con cui l’uomo storico e concreto si deve misurare e, quindi, se in passato ha significato pronunciarsi su marxismo, capitalismo, liberalismo, oggi siamo di fronte alla crisi dei sistemi liberali stessi, al vacillare del multilateralismo e soffocati da un’economia rapace. Gli elementi basilari della dottrina della Chiesa restano il primato della persona, il carattere sacro della vita, la subordinazione dell’azione politica ed economica alle esigenze della morale che riconosce dignità ad ogni persona umana. La Bibbia non è un insieme di indicazioni sociali e non vuole proporre ricette risolutive dei problemi della società, ma è, prima di tutto, annuncio della salvezza realizzata in Gesù. E questo Papa Prevost lo ha ricordato con forza dottrinale parlando di missionarietà e di evangelizzazione nei suoi primi due interventi, e sottolineando molto il rapporto con Dio: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè – afferma – l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”.

Possibili ponti

Il punto è che da qui per i credenti deriva quel diritto naturale che orienta la morale e che rappresenta anche il possibile punto di incontro tra cristiani e non cristiani sui problemi etici. Uno dei ponti cui ha accennato da subito. Il presupposto fondamentale è che gli uomini partecipino a un’unica e comune natura umana. Proprio perché fa riferimento a tale comune natura umana, la Chiesa può rivolgersi a tutti gli uomini, chiedere il loro ascolto, difendere i diritti umani. E c’è da credere che Leone XIV abbia intenzione di farlo.

“Il male non prevarrà”

“Sono un agostiniano”, così si è presentato il Papa e non mancano i significati. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: il vescovo di Ippona cercò sempre di conciliare l’atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Vivendo il conflitto tra i due estremi, ha offerto un pensiero che cerca di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Si tratta di un gigante del pensiero cristiano che ha affrontato tra tanti la questione del male e infatti di “male che non prevarrà” non ha mancato di parlare nel suo primo intervento. Ed è su questo piano che Papa Prevost fa capire di non sottrarsi.

“Istanze di onestà” e “esigenze morali”

All’omelia richiama l’attenzione alla domanda su chi sia Gesù, che torna nei Vangeli, per poi citare “la bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon” per definirla “anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà”. Avverte che questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù “una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire”. E precisa: “Così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”. C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: “quella della gente comune”. “Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele”. Lo seguono – chiarisce Leone XIV “almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti”. Lo considerano “solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”. Afferma con chiarezza: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente – magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza – sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.” E sembra parlare di difficoltà estremamente concrete oltre che attuali: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.”

Nessuna riduzione a super uomo

Papa Prevost offre un’immagine estremamente eloquente del mondo in cui è evidentemente consapevole di muoversi: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomoQuesto sembra il messaggio al mondo: Gesù e tantomeno il vicario non sarà un super uomo ma annuncerà una parola forte in tema di “perdita del senso della vita”, “oblio della misericordia, violazione della dignità della persona”, “crisi della famiglia”. Peraltro con una parola chiara anche ai credenti: “Molti battezzati finiscono col vivere in un ateismo di fatto”. A questo proposito una consapevolezza richiama in causa direttamente Papa Francesco: “Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore” e non solo fino a quando “non ci sono rischi o inconvenienti”.

L’Ue guarda a Leone XIV

All’appello sembra rispondere l’Unione europea: la Presidente von der Leyen e il Presidente Costa sottoscrivono un messaggio di felicitazioni per l’elezione affermando che “ogni giorno milioni di europei traggono ispirazione dal persistente impegno della Chiesa a favore della pace, della dignità umana e della comprensione reciproca tra le nazioni” e dicendosi “fiduciosi che Papa Leone XIV utilizzerà la sua voce sulla scena mondiale per promuovere questi valori condivisi e incoraggiare l’unità nel perseguimento di un mondo più giusto e compassionevole”. Con l’auspicio che “il nuovo pontificato sia accompagnato da saggezza e forza, mentre Papa Leone XIV guida la comunità cattolica e ispira il mondo attraverso il suo impegno a favore della pace e del dialogo”, arriva una dichiarazione di intenti da parte di un pezzo di Occidente: “L’Unione europea è pronta a collaborare strettamente con la Santa Sede per affrontare le sfide globali e promuovere uno spirito di solidarietà, rispetto e gentilezza”. In attesa di conferma concreta delle dichiarazioni fatte e di conoscere altre dichiarazioni a livello mondiale, la figura di Leone XIV sembra molto limpida nel declinare la speranza come virtù cristiana e come diritto umano.

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Il Conclave tra storia, fede ed equilibri di potere

Su National Geographic

Conclave al via: l’elezione del nuovo Papa tra storia, fede ed equilibri di potere

Tra urgenze spirituali, sociali e geopolitiche, il Conclave - al via il 7 maggio - pone la Chiesa di fronte a decisioni cruciali: dal riequilibrio tra carisma e governance ai processi di riforma aperti

di Fausta Speranza

6 Maggio 2025 https://www.nationalgeographic.it/conclave-al-via-l-elezione-del-nuovo-papa-tra-storia-fede-ed-equilibri-di-potere

Come in una partita a scacchi di livello. Un buon giocatore non resta concentrato sull’assetto del gioco in svolgimento ma elabora strategie in anticipo per mosse e contromosse successive. Così la Chiesa, diversa da qualunque altra istituzione e lontana da logiche di partito, si muove con una visione a lunga “gittata”, finora libera da vincoli come il consenso a stretto giro.

Se e quando la Santa Sede fa strategie e si muove sui percorsi della geopolitica per sua stessa costituzione difficilmente lascia spazio a interpretazioni troppo personalistiche: il mandato è per il bene comune e la centralità della persona, e il tracciato è segnato. E infatti su questo le differenze tra papi, almeno dal Novecento, sono trascurabili e dovute alla contingenza storica, che conta più del “consenso”. È vero però che negli ultimi cinquant’anni, con Giovanni Paolo II e Francesco, si è avvertita la tendenza a uno sbilanciamento tra carisma e munus gubernandi, a favore del carisma.

Fare i conti con le spinte sociali e la situazione internazionaleDunque, piuttosto che chiederci se vincerà un “progressista” o un “conservatore”, forse dovremmo porci due interrogativi diversi. Il primo è quale sia la contingenza storica. Il secondo è se la scelta del nuovo pontefice sarà guidata dall’intenzione di ribilanciare la logica del carisma con quella dell’ufficio, oppure no. Si conferma complesso e scivoloso muoversi tra “tradizionalisti”, “progressisti”, più o meno “riformisti”.Per il Conclave del 7 maggio la contingenza sul piano universale è chiara: è urgente elaborare nuove strategie di rapporto con il mondo contemporaneo in cui vacillano le democrazie. E se l’extra omnes lascia soli i cardinali, ci sono questioni ad intra che non li abbandonano: tra queste, i tanti “cantieri” aperti ma non chiusi da Francesco.Francesco ha aperto processi confermando la Chiesa come popolo che cammina nella storia appoggiandosi sulla tradizione ma senza intenderla come un baluardo di “blocco” degli sviluppi di riforma. E questo dovrebbe essere un punto di non ritorno. Potremmo definirla la sua “mossa forzante”, sempre parafrasando il gioco di scacchi. Peraltro, dopo i papi Roncalli, Montini, Luciani e Wojtyła, che erano stati padri conciliari, e dopo Ratzinger, che aveva partecipato all’assise conciliare come perito, Francesco è stato il primo papa per davvero “figlio” del Concilio Vaticano II, in quanto negli anni della convocazione (1962-1965) era ancora in formazione come novizio.Insomma c’è stato un passaggio generazionale e il Concilio regge. In ogni caso, i processi di riforma avviati da Francesco e non conclusi sono tanti, sul piano teologico, normativo, morale. In alcuni casi, come ha detto il cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, a proposito della dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede Fiducia Supplicans pubblicata nel 2023, “ci vorranno ulteriori approfondimenti”.Anche in tema degli abusi commessi da religiosi nei confronti di minori e adulti vulnerabili, che ha segnato in modo drammatico negli ultimi decenni la vita della Chiesa, si sono fatti passi in avanti. Dopo le misure volute da Benedetto XVI, con Papa Francesco si è raggiunto un altro punto di non ritorno interpretando l’abuso come questione ecclesiale e connettendolo con la tentazione del clericalismo. Resta sempre molto da fare, considerati il mancato avvio di alcuni procedimenti giudiziari; l’attesa per il rispetto di alcune sanzioni; esempi di riabilitazione di preti pedofili a davvero poca distanza dalla condanna. Inoltre, nei casi di suore abusate sessualmente e psicologicamente, ci si deve occupare dei meccanismi che li hanno permessi.

Il Papa visto in prospettiva

Francesco è stato scelto nel 2013 quando cominciavano a delinearsi due scenari, almeno a osservatori accorti. Il primo riguardava le costituzioni liberali, che sono il frutto di valori prima di essere dati di fatto e che, se svuotate proprio dei valori fondanti, rischiano di rimanere gusci vuoti e di essere travolte al venir meno dell’ordine mondiale costituito dopo le guerre mondiali. Come aveva ben intuito e denunciato Benedetto XVI mettendo in guardia dal relativismo.

Il secondo scenario riguardava le scadenze date per gli Obiettivi del Millennio, adottati dalle Nazioni Unite nel 2000 per eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo: era chiaro che non avrebbero portato a nulla, travolti dall’inversione di tendenza ad allargare sempre di più il divario tra i pochi ricchi, sempre più ricchi, e i tanti poveri, sempre più poveri e sempre più numerosi.

Sul primo punto, Papa Bergoglio ha parlato da subito di “terza guerra mondiale a pezzi” e ha speso parole a difesa del multilateralismo come i predecessori. E sul piano delle diseguaglianze, ha fatto di tutto per portare la questione della dilagante povertà al cospetto di tutti. Peraltro, già Leone XIII criticava la corsa agli armamenti sottolineando che “la pace non può essere garantita solo attraverso la forza militare ma richiede un ordine sociale e politico giusto e percepito come tale”. E Paolo VI, che si recò per primo in Paesi all’epoca poveri per antonomasia come Africa e India, sostenne la necessità di condonare i debiti di quei Paesi che non possono ripagarli, in particolare se questo impedisce lo sviluppo e la crescita dei loro popoli.

Si può dire che Papa Bergoglio ha sorpreso ma anche che ha risposto alle aspettative. Così era stato per Papa Wojtyła, adatto per lo scossone al baluardo comunista che lasciava poco respirare il polmone orientale d’Europa; o per Roncalli, scelto dopo i difficili anni della Questione romana e delle guerre, in cui la Chiesa si doveva “riposizionare” nei tempi moderni. Giovanni XXIII, infatti, con il suo carisma da Papa “buono” ha risposto al mandato indicendo niente di meno che il Concilio Vaticano II che ha chiamato a uno slancio nuovo per riposizionamenti peraltro ancora da completare. Se è vero infatti che lo sguardo è a lunga gittata, servono anche tempi lunghi per dare compimento a visioni di profondo spessore.

Come diceva Giovanni XXIII “non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Di fatto quando la Chiesa “cambia” sorprende sempre, perché lo fa imprimendo un’accelerazione alla sua storia che non ritrova uguali in altre istituzioni umane per incisività. Insomma, non cambia spesso ma quando “cambia” lo fa davvero. Ovviamente non mancano percorsi tortuosi. L’attuazione dei nuovi orientamenti è come acqua che scorre tra impedimenti e divergenze: prima di impregnare tutto il terreno, a volte percorre anche tratti all’indietro.

Romano Pontifici Eligendo

Viene in mente che prima di arrivare alla sinodalità auspicata dal Concilio e fortemente voluta da Francesco, peraltro messa in atto in questi anni in modo artigianale, sono passati i pontificati di Wojtyła e di Ratzinger, che si sono concentrati su altri aspetti. Ognuno di loro, come gli altri, è stato “incasellato” in una delle due categorie in cui il mondo ama racchiudere i Papi: quella dei conservatori e quella dei progressisti. Se l’operazione è lecita, non può mancare la consapevolezza che a livello mediatico spesso si evidenziano banalizzazioni, forzature o mancanze.

Solo alcuni esempi. Ratzinger è rimasto sempre nel racconto mediatico un Papa conservatore, anche quando ha difeso i documenti conciliari da interpretazioni che li consideravano una rottura con la tradizione; o quando ha ripristinato per il voto al Conclave una maggioranza ampia di due terzi indipendentemente dal numero di scrutini. Giovanni Paolo II aveva fatto scendere il quorum al 50 per cento al 34esimo scrutinio e in quel caso Ratzinger ha difeso la collegialità.

Sul tema del Conclave ricordiamo alcuni aspetti o curiosità che danno anche il senso di una storia che si compone

Paolo VI, che è il Papa che ha limitato l’esercizio del diritto di voto ai cardinali sotto gli ottanta anni di età, aveva ripreso una modifica introdotta da Pio XII e abrogata da Giovanni XXIII e aveva fissato la regola della maggioranza dei due terzi più uno, eliminando l’onere di verificare se l’eletto avesse votato per se stesso.

Porta la firma invece di Pio XII la Costituzione che prevede che alla morte del Papa gli unici a restare in carica siano il Camerlengo, il Penitenziere, il Vicario di Roma. Ricordiamo che a stabilire che per essere eletto Papa un candidato dovesse ricevere due terzi dei voti dei cardinali e che nessun cardinale potesse votare per se stesso fu Alessandro III nel 1179. Ma forse è curioso ricordare anche che fu Nicolò II nel 1059 con la bolla In nomine Domini a stabilire che solo i cardinali possano eleggere il Romano Pontefice.

La voce dei decani e alcuni favoriti

In attesa di conoscere il nome del prossimo Papa e dopo gli entusiasmi di piazza, ci sono alcune critiche, o raccomandazioni che dir si voglia, che emergono dall’interno. Il cardinale Camillo Ruini con i suoi 94 anni di cui 20 spesi come vicario del Papa per la diocesi di Roma e alla guida della Conferenza Episcopale Italiana, ha auspicato “un Papa buono anche a governare”; il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller ha chiesto un Papa “lontano dai mass media o da diverse lobby”. Il cardinale statunitense Timothy Dolan ha detto che bisognerà affiancare al “cuore caldo di Francesco… più chiarezza nell’insegnamento, più raffinatezza della tradizione della Chiesa, più approfondimento dei tesori del passato”. Di questi Müller e Dolan prenderanno parte al Conclave. Ruini insieme con altri esclusi dalla Sistina per limite d’età, come il Decano del Collegio cardinalizio Giovanni Battista Re e il vice Leonardo Sandri, hanno preso parte alle Congregazioni pre Conclave.

In definitiva in tema di incasellamenti poco convincenti, tra conservatori e progressisti,  gli esempi sarebbero tanti, ma ne bastano pochi per mettere a fuoco la fragilità di schematizzazioni che in vista della scelta del prossimo Papa conteranno meno di quanto si pensi. Conterà di più l’urgenza di assicurare capacità diplomatiche all’altezza delle sfide internazionali e uno spessore culturale e spirituale all’altezza dei “cantieri” aperti.

A questo proposito non può sorprendere che venga citato il già Segretario di Stato Pietro Parolin, o che si facciano anche nomi come quelli del Patriarca di Gerusalemme dei Latini PierBattista Pizzaballa, del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, del cardinale Robert Francis Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Ma, di altri, i cardinali potrebbero conoscere o intuire capacità al momento meno evidenti a livello mediatico.

Tutto pronto in Sistina

In ogni caso, l’attesa è vivissima. La mattina del 7 maggio nella Sistina è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e nel pomeriggio una sola votazione. Dal giorno seguente tutto è pronto per due votazioni al mattino e due al pomeriggio, con massimo due fumate previste al giorno, immaginabili alle 12 e alle 19. Il comignolo è pronto e gli occhi del mondo sono puntati su di esso.

Nella Sistina, come mai prima si è cercato di evitare qualunque “scherzo” tecnologico che ne violi l’impenetrabilità. Peraltro l’evoluzione della tecnologia dell’informazione rappresenta un altro fronte delle sfide internazionali citate. Preoccupa un “paradigma tecnocratico” che mette da parte la dignità umana, la fratellanza e la giustizia sociale in nome dell’efficienza, pensando alla profonda influenza che può esercitare sulle strutture economiche, sociali e di governance in tutto il mondo.

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Conclave al via il 7 maggio: attese e incognite nella elezione del nuovo Papa

Conclave al via il 7 maggio: attese e incognite nella elezione del nuovo Papa

29 Aprile 2025

Dopo i funerali di Papa Francesco, il 7 maggio inizia il Conclave per l’elezione del suo successore tra questioni aperte, messaggi di speranza e il ricordo del pontificato di Jorge Mario Bergoglio

di Fausta Speranza

su National Geographic

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Sarà presieduto dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, il Conclave per l’elezione del successore di papa Francesco che avrà inizio il 7 maggio prossimo. La prima votazione si terrà nel pomeriggio mentre al mattino è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e la processione dei cardinali elettori verso la Sistina. Non ci sarà il cardinale Giovanni Angelo Becciu, condannato in primo grado per peculato e truffa in Vaticano e mai inserito nella lista dei partecipanti al Conclave. Becciu ha fatto sapere di “obbedire” alla volontà’ di Francesco pur dichiarandosi “innocente”.

Per eleggere il Papa sarà necessaria una maggioranza qualificata di due terzi. In caso si arrivasse oltre le 32 votazioni, si passerebbe direttamente e obbligatoriamente al ballottaggio fra i due cardinali che avessero ricevuto il maggior numero di voti nell’ultima votazione. Anche in questo caso, però, sarebbe sempre necessaria una maggioranza dei due terzi. La Cappella Sistina è stata chiusa alle visite per poter essere allestita con i banchi per gli scrutini e la stufa dove saranno bruciate le schede delle votazioni.

L’omaggio a Francesco: dalle esequie alla sepoltura

Intanto continuano le file per andare a rendere omaggio alla tomba di Papa Francesco tumulata, con una cerimonia privata, nella basilica di Santa Maria Maggiore sabato scorso, dopo i funerali sul sagrato di piazza San Pietro alla presenza di quasi tutti i “grandi” della terra e 250.000 fedeli. Tra tante parole, colpiva l’appellativo di “Maestro y poeta” comparso su uno striscione in spagnolo dei ragazzi delle Scholas Occurrentes, l’organizzazione internazionale di diritto pontificio, senza scopo di lucro, creata da Papa Bergoglio nel 2013, con l’intento di promuovere una rete mondiale di possibilità in campo formativo. Studio ed educazione si traducono in crescita e sviluppo: parliamo del crinale su cui si gioca la variabile tra miseria e autonomia. Oggi Scholas Occurrentes conta 2,5 milioni di partecipanti in 70 Paesi di cinque continenti. Rappresenta un frutto tangibile e concreto dell’impegno pastorale di Francesco, e non deve sfuggire il valore simbolico della modalità scelta: fare rete.

La connessione tra persone così diverse ma unite dall’affetto per Papa Francesco si è sentita fortissima: in piazza e sul sagrato è stata vissuta in una cerimonia che nella sua Liturgia Francesco ha voluto invariata. Se ha chiesto di avere solo una delle tre tradizionali bare o di non essere posto su catafalco, in tema di Liturgia non ha alterato nulla. Ed è significativo. La connessione poi è stata intatta e viva lungo tutti i sei chilometri che dal Vaticano hanno portato il feretro in papamobile bianca all’ingresso della più piccola delle basiliche papali che conserva da secoli l’immagine Salus Populi Romani cara a Francesco. Una lapide bianca e la scritta Franciscus segnalano la tomba per una bara in cui è stato inserito il Rogito, il “riassunto” del Pontificato, che non poteva certamente riepilogare tutte le opere o tutti i documenti e le decisioni di Francesco ma che dispiace non citi la storica nomina di una donna prefetto, Suor Simona Brambilla, a capo di uno dei Dicasteri che formano la Curia.

E proprio quando il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio che ha presieduto la celebrazione dei funerali, ha espresso questa consapevolezza è scoppiato l’applauso più forte dalla parte della piazza occupata per lo più da giovanissimi. I ragazzi erano presenti e non soltanto per la concomitanza con il Giubileo dei giovani. Il loro applauso si è fatto sentire, insieme con quello di tanti altri, anche quando il cardinale Re ha ricordato come la voce di Francesco si sia levata con forza contro gli “orrori disumani” della guerra, definita “una dolorosa e tragica sconfitta per tutti”, e per chiedere “ragionevolezza” e “onesta trattativa”.

Non possiamo sapere cosa sia rimasto davvero nel cuore dei “grandi” presenti: 52 capi di Stato, 14 capi di Governo; 12 sovrani regnanti. E i rappresentanti ad altissimo livello dell’Onu, dell’Unione Europea e di tutti gli altri organismi internazionali. Tutti “schierati” sostanzialmente in ordine alfabetico ma francese, lingua della diplomazia. Tra tanti, è stata evidente l’assenza di esponenti di vertice della Cina. C’è da dire che da Pechino sono giunte in Vaticano condoglianze che in altri tempi sarebbero state difficilmente immaginabili. Restano tante immagini e quella foto: Trump e Zelensky seduti a dialogare dentro la basilica di San Pietro e le attese accese dalle dichiarazioni dei due leader seguite da aperture al negoziato che sembrano arrivare dal Cremlino. Tutte aspettano di essere declinate nei fatti.

Il Cardinale Pietro Parolin celebra

la Messa della Domenica della Divina Misericordia in suffragio di Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 27 aprile 2025, nella Città del Vaticano

 I riti funebri per il defunto Papa Francesco si svolgono per nove giorni dopo la sua sepoltura, mentre i fedeli lo commemorano e lo celebrano. Durante questo periodo, il Vaticano si prepara al processo per eleggere un nuovo Papa, noto come Conclave, che deve iniziare entro 15-20 giorni dalla morte del Pontefice.

Il Giubileo dei giovani

È stato importante vedere che i giovani sono tornati in piazza San Pietro il giorno seguente ai funerali, domenica 27 aprile, quando non c’erano più i capi di Stato e di Governo. C’erano comunque di nuovo 200.000 persone alla Messa presieduta la mattina dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, nell’ambito dei Novendiali, i nove giorni di celebrazioni in suffragio del Papa defuntoche da lunedì 28 fino a domenica 4 maggio proseguono in San Pietro, ma alle ore 17:00.

Nel corso dell’omelia Parolin ha raccomandato: “Siamo chiamati all’impegno di vivere le nostre relazioni non più secondo i criteri del calcolo o accecati dall’egoismo, ma aprendoci al dialogo con l’altro”. La certezza è la stessa: “Solo la misericordia guarisce, solo la misericordia crea un mondo nuovo: questo è il grande insegnamento di Papa Francesco.” Il cardinale, capo della Segreteria di Stato da agosto 2013 e dunque in tutti gli anni di Pontificato di Francesco, ha parlato di “dolore”, “turbamento”, “sensazione di smarrimento” chiedendo che l’affetto per Francesco “non resti una semplice emozione del momento” quanto piuttosto che “la sua eredità diventi vita vissuta”.

Ai giovani, giunti da tutto il mondo, ha parlato delle tante sfide ricordando anche “quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca”. Sempre ai giovani è dedicato il video registrato con smartphone l’8 gennaio scorso e diffuso nel giorno dei funerali. Francesco, seduto nella sua stanza di Santa Marta con un maglione bianco, dice: “Cari ragazzi e ragazze, una delle cose molto importanti nella vita è ascoltare, imparare ad ascoltare. Quando una persona ti parla, aspettare che finisca per capirla bene e, poi, se me la sento dire qualcosa. Ma l’importante è ascoltare”.

Un testamento spirituale

Prendersi cura delle relazioni è davvero il cuore di tutte le scelte pastorali di Papa Francesco. Nei suoi 12 anni di pontificato, ha chiesto di combattere la “cultura dello scarto” con la medicina della “cura” delle relazioni. Innanzitutto la relazione con Dio, che non ha affatto trascurato. Poi, in stretta correlazione, ha concepito la relazione con l’altro, visto come fratello nella famiglia umana. Inoltre ha parlato della relazione con l’ambiente, “casa comune” in cui – ha chiarito – non si possono più immaginare sistemi sociali slegati dai sistemi naturali e viceversa. Il messaggio centrale dell’Enciclica Laudato Sì del 2015 è che “tutto è in relazione” e “nessuno si salva da solo”.

Di Papa Francesco restano centinaia di appelli per la pace e quelle parole pronunciate per ultime: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo”, alla benedizione Urbi et Orbi di Pasqua. Francesco ha ribadito che “l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo” e ha chiesto di “abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche”.

In poche parole nel messaggio di Pasqua dell’anno giubilare ha fotografato la drammatica evidenza: “Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti!”. Con una consapevolezza fondamentale: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui”.

E questo è l’appello che, come ha sottolineato il cardinale Parolin, non deve solo emozionare in questi giorni: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano”.

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La speranza che brucia: il documento sulla Fratellanza e l’eredità profetica di Francesco

La speranza che brucia: il documento sulla Fratellanza e l’eredità profetica di Francesco

su Famiglia Cristiana

28/04/2025  Durante il Giubileo degli artisti, il pontefice scomparso ha richiamato la vera natura di questa virtù, intrecciata al dramma umano. Una visione che ha radici profonde nel Documento sulla Fratellanza Umana, firmato nel 2019 con il Grande Imam di Al-Azhar: un testo che non solo condanna senza ambiguità terrorismo e disuguaglianze, ma anticipa anche le crisi che oggi minacciano la pace globale

di Fausta Speranza

https://www.famigliacristiana.it/articolo/la-speranza-che-brucia-il-documento-sulla-fratellanza-e-leredita-profetica-di-francesco.aspx

«La vera speranza si intreccia con il dramma dell’esistenza umana. Non è un rifugio comodo, ma un fuoco che brucia e illumina, come la Parola di Dio». In questa idea di speranza che papa Francesco ha espresso durante il Giubileo degli artisti a febbraio scorso, ci sembra emergere tanto della sensibilità e concretezza del suo pontificato, segnato dalla fattiva attenzione ai più deboli ma anche di richiami e gesti “politici” significativi. Uno in particolare sembra importante ricordare. Durante il viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti dal 3 al 5 febbraio 2019, papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, che è una delle più importanti autorità del mondo islamico, hanno sottoscritto, precisamente il giorno 4, il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Si tratta di un documento che non ha soltanto il valore di una tappa nel percorso del dialogo interreligioso. Abbiamo chiesto il punto di vista di uno storico, Daniele De Luca, docente di Storia delle Relazioni internazionali e di Storia Internazionale del Medio Oriente presso l’Università del Salento.  «Per alcuni aspetti», spiega De Luca,  «il documento sembra presagire avvenimenti che hanno poi sconvolto il quadro internazionale nel giro di pochi anni. Nel 2019, quanti avrebbero potuto prevedere un conflitto tra due Paesi europei a quasi ottanta anni di distanza dall’ultimo, o una ripresa così violenta del sanguinoso conflitto in Medio Oriente? Eppure, il Pontefice e il Grande Imam di Al-Azhar si soffermarono su alcune questioni che sarebbero diventate di drammatica attualità nel giro di pochissimo tempo: l’estremismo religioso e quello nazionale, l’intolleranza, la mancanza di una equa distribuzione delle risorse naturali (a beneficio di pochi) e che, come possiamo verificare quasi quotidianamente, hanno portato a “crisi letali” nel silenzio internazionale più assordante. È chiaro il riferimento alle innumerevoli situazioni di violenza e sfruttamento, in particolar modo nel continente africano, molto caro a Papa Francesco.

La forte condanna del terrorismo sottoscritta nel Documento non è scontata: non lo era in quel momento e forse lo è ancora meno oggi?

«Vero, perché non sono pochi i Paesi che preferiscono nascondersi dietro una forte ambiguità sull’argomento. Il Documento sulla fratellanza umana, al contrario, è chiaro e diretto: una condanna decisa del terrorismo in tutte le sue forme. Ma la condanna non basta, il Pontefice e il Grande Imam aggiungono che bisogna interrompere qualsiasi tipo di sostegno alle organizzazioni terroristiche. Niente denaro, armi o copertura mediatica, come alcune emittenti televisive hanno fatto negli ultimi anni. Gli atti terroristici devono essere considerati dei chiari crimini internazionali che “minacciano la sicurezza e la pace mondiale”. Basti qui considerare le drammatiche conseguenze provocate dall’attacco di Hamas nei confronti dello Stato di Israele il 7 ottobre 2023.

Quanto è particolare il riferimento alle donne?

«Il richiamo e il sostegno dei diritti delle donne assume un particolare significato perché il Documento viene firmato negli Emirati Arabi Uniti – e non diciamo nulla di nuovo se sottolineiamo la difficile condizione delle donne nell’intero Medio Oriente. Per l’Occidente è quasi scontato il riconoscimento dei diritti delle donne all’istruzione, al lavoro o all’esercizio dei propri diritti politici. In altre regioni del mondo questo non avviene, per questa ragione stilare e sottoscrivere un Documento che, oltre a quanto detto, dichiara la necessità della protezione delle donne dallo sfruttamento sessuale e dalla loro mercificazione diventa di un’importanza fondamentale. E questo in un’ottica più generale per una decisiva difesa della dignità femminile».

Ci si deve soffermare anche sul diritto di cittadinanza. Perché è tanto importante per il mondo mediorientale?

«Perché in molte aree della regione questo è decisamente limitato. Sull’argomento, una parte del Documento appare estremamente interessante: la richiesta di una piena cittadinanza per tutti e per tutte e la rinuncia “all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità̀”. È, insomma, il principio della uguaglianza nella diversità. Uguaglianza nei diritti, nei doveri e nella dignità che viene richiamata nella parte iniziale del Documento, con un riferimento – non sappiamo quanto voluto – al preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nel caso specifico, i Padri Fondatori inserirono nei diritti delle persone anche il “perseguimento della felicità”».

Ma visto il contesto attuale di tentativi di sgretolamento del diritto internazionale il richiamo contenuto nel Documento assume nuovo valore anche per l’Occidente?

«Forse è proprio qui che troviamo un’ulteriore attualità del Documento del 2019. Papa Francesco e l’Imam Ahmad Al-Tayyeb, insieme, riconoscono l’impellente necessità dell’incontro tra Occidente e Oriente. Citando testualmente: “L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà̀ dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà̀ dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale”. Qui siamo di fronte non tanto a un dialogo interreligioso ma a una vera dichiarazione di strategia politica per rispondere a molte delle insidie dei tempi moderni: frustrazione, solitudine, disperazione che – secondo il Documento – possono portare a un estremismo ateo e agnostico, oppure a un integralismo religioso».

Il contesto in cui Bergoglio è stato Papa è stato definito da Lui stesso di “Terza guerra mondiale a pezzi” … vogliamo ricordare il senso di questa espressione tenendo presente il Documento sulla fratellanza Umana?

«Citiamo testualmente, così da essere chiari: “La storia afferma che l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò̀ che potrebbe essere chiamato i segnali di una «terza guerra mondiale a pezzi»”. Nel momento in cui il Documento viene scritto, quanto sta succedendo particolarmente in Africa spinge verso una considerazione del genere. Ma il Documento va oltre, mettendo in guardia verso la possibilità che si creino ulteriori zone per nuovi conflitti e, quindi, che si possa realizzare “una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi”. In un modo o in un altro, sembra preannunciare i giorni che stiamo vivendo».

Read also: 28 Aprile 2025  https://www.faustasperanza.eu/wordpress/2025/04/28/la-speranza-che-brucia-il-documento-sulla-fratellanza-e-leredita-profetica-di-francesco/

«Papa Francesco nella storia: non un’eccezione, ma un frutto della Chiesa del Novecento»

Papa Francesco nella prospettiva storica

27/04/2025  Nel ripensare il suo pontificato occorre evitare sia le banalizzazioni sia le celebrazioni acritiche. La sua attenzione ai poveri, la diplomazia della pace, il dialogo interreligioso e l’impegno per la Casa comune sono eredità profonde, radicate nella storia recente della Chiesa. Con don Roberto Regoli, professore alla Pontificia Università Gregoriana, rileggiamo la parabola di Bergoglio alla luce di un percorso iniziato ben prima di lui, che dal Concilio Vaticano II arriva fino ai nostri giorni lettura in prospettiva nell’intervista allo storico don Roberto Regoli

di Fausta Speranza

su Famiglia Cristiana on line: https://www.famigliacristiana.it/articolo/papa-francesco-nella-storia-non-un-eccezione-ma-un-frutto-maturo-della-chiesa-del-novecento.aspx

Nel raccontare la figura di un papa, e tanto più nel momento in cui ha chiuso la sua parabola terrena ed è tornato alla Casa del Padre, viene spontaneo sottolineare tutte le specificità che hanno caratterizzato il suo Pontificato e la sua personalità. Di papa Francesco ricordiamo a gran voce l’attenzione ai più poveri e fragili e i temi dei due anni giubilari: quello della Misericordia e quello, in corso, della Speranza. Se lo sguardo però resta troppo concentrato sugli anni in questione, si corre il rischio di perdere di vista l’ottica più opportuna per “rileggere” qualunque pontificato: quella che lo comprende nella storia della Chiesa, in cui si colloca tra un prima e un dopo. Per una prospettiva più ampia, abbiamo intervistato lo storico don Roberto Regoli, professore ordinario della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana. «In questi giorni», spiega don Regoli, «in tanti hanno parlato di eccezionalità, unicità e di forza rivoluzionaria del pontificato di Francesco, a volte banalizzandolo nei contenuti, come se fosse un extraterrestre o un extraecclesiastico. Facendo passare per nuovo anche ciò che è antico. È opportuno invece inserirlo dentro la storia della Chiesa per capire a meglio il suo contenuto. Solo in questo modo si comprende che Bergoglio ha portato avanti istanze della sua storia personale ecclesiale: un vescovo argentino e dell’America Latina. Un vescovo che era stato al centro delle scelte ecclesiali di quel continente, che ha voluto guardare in maniera preferenziale alle necessità dei poveri e a proporre una Chiesa missionaria dentro gli antichi territori pensati cattolici, ma che non lo sono più. È da ricordare che era un gesuita e la Compagnia di Gesù nel tempo successivo al Concilio Vaticano II ha compiuto la cosiddetta scelta preferenziale per i poveri. Bergoglio non è un caso, un miracolo o un errore della storia, ma il frutto di un percorso. Anche di quello che si inserisce nei pontificati che lo precedono».

In particolare, se guardiamo al Novecento ritroviamo temi fondamentali che vediamo svilupparsi nel corso di diversi papati. Viene in mente innanzitutto il tema della pace e strettamente connessi quelli del multilateralismo e del disarmo…

«Addirittura sin dallo scoppio della prima guerra mondiale (1914-1918) tutti i papi del Novecento si sono impegnati a disarmare la guerra, togliendole ogni possibile pretesa di legittimazione religiosa. Non esiste una guerra santa. Benedetto XV definì la guerra una “inutile strage” e Pio XII dichiarò che “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. E nella stessa direzione sono andati i successori. È importante ricordare Giovanni Paolo II che avviò gli incontri di preghiera delle religioni ad Assisi nel 1986 per far capire al mondo che le religioni non sono causa di guerre, ma comunità per la pace. In questo senso Benedetto XVI dichiarerà addirittura che “la non violenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. E in questo percorso non solo si inserisce papa Francesco, ma lo promuove con la stessa convinzione dei suoi predecessori di fronte a quella che lui ha chiamato con ragione e successo “terza guerra mondiale a pezzi”. La sua diplomazia ha privilegiato il multilateralismo, con un sempre maggiore impegno da parte della Segreteria di Stato vaticana, e un bilateralismo creativo come con l’impiego di cardinali non diplomatici a fini pacificatori. Pensiamo al cardinale Ortega per una mediazione tra USA e Cuba e al cardinale presidente della Cei Zuppi per la guerra in Ucraina».

Il diritto internazionale in questa fase storica sembra sempre più minacciato. Può essere di aiuto inquadrare le parole e gli sforzi di papa Francesco in un contesto più ampio?

«A livello diplomatico papa Francesco si è inserito nella tradizione curiale che ha trovato. Come i suoi predecessori, a partire da Paolo VI, ha chiesto il rispetto del diritto internazionale e il coinvolgimento dell’ONU. Sia lui, sia il suo segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, nei primi anni del pontificato affidano un ruolo dirimente alle Nazioni Unite sulle condizioni e la liceità degli interventi militari, cioè sull’uso della forza al fine di formare una forza di interposizione che blocchi le violenze, le aggressioni e i combattimenti. L’ONU riceve alta considerazione nei discorsi pubblici del papa e del suo cardinale segretario di Stato. La Santa Sede ritiene che per compiere azioni di forza si debba richiedere il consenso internazionale. L’ONU, però, è bloccata dai veti interni incrociati. Lo stesso Parolin si lascia andare ad un pubblico richiamo nel quale considera l’ONU una organizzazione caduta nell’“apatia” e nella “irresponsabilità” e per giunta “passiva dinanzi alle ostilità subite da popolazioni indifese”. Di fronte alle grandi crisi internazionali la Santa Sede rimanda all’autorità dell’ONU, cioè indica un metodo, ma non una soluzione. Ma quel metodo non ha portato frutto, perché bloccato nel fuoco incrociato di veti. A fronte di questa situazione il Papato ha voluto giocare anche da solo alcune mediazioni. Vanno segnalati i buoni uffici posti dalla Santa Sede nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali cubano-statunitensi, rotte dopo la rivoluzione castrista, e che giunse ad un accordo nel 2014».

Come definirebbe la diplomazia di Francesco?

«Durante il pontificato di Francesco emerge un tratto tipico della sua diplomazia, secondo il quale a fianco degli usuali canali diplomatici, il papa coinvolge altri personaggi, nei casi conosciuti alcuni cardinali, come Ortega per Cuba e Zuppi per l’Ucraina, per attivare una diplomazia più personale e personalizzata. Questi canali vengono comunque ricondotti sotto il lavoro della Segreteria di Stato. Si sa di altri contesti in cui il papa e la sua diplomazia ai nostri giorni sono attivi per mediare in senso largo, come nel Sud-Sudan e in Congo, ma di cui non si hanno resoconti sicuri».

Il Documento sulla Fratellanza Umana del 2019, firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, ci introduce al dialogo interreligioso e a un cammino lungo.

«Seguendo l’impostazione di Giovanni Paolo II, il dialogo interreligioso è considerato un presupposto per raggiungere una pace vera e duratura a livello internazionale. In un mondo minacciato dal terrorismo di matrice fondamentalista ad inizio XXI secolo e da guerre regionali e internazionali oggi, il dialogo interreligioso, come quello interculturale, viene presentato quale vera e propria «necessità vitale». In questa prospettiva Francesco insiste su ciò che accomuna in ultimo ogni uomo: l’umanità stessa. È un linguaggio laico che vuole includere ogni possibile interlocutore. Un linguaggio che vuole però essere religioso in nome del fatto che ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio».

Certamente la Laudato Sì è stata un’Enciclica importante per comprendere l’urgenza di occuparsi della Casa comune e soprattutto per mettere a fuoco come sistemi naturali e sistemi sociali siano profondamente interconnessi. Come “collocare” questa attenzione preziosa di papa Francesco nella storia della Chiesa?

«La “Laudato sì” è un tipico documento di Francesco. Indubbiamente già da prima c’era questa sensibilità. Si pensi alla dichiarazione del 2006 tra Benedetto XVI e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo sui comuni sforzi per la conservazione dei valori morali in tutto il mondo, per la tutela dei diritti civili e delle libertà, per resistere alla guerra e al terrorismo e per l’appunto per proteggere l’ambiente dall’inquinamento. Detto questo, va però riconosciuto che il tema ecologico è uno dei contributi più propri di Bergoglio, che ha trovato importanti riscontri nella società civile. L’anziano Bergoglio ha saputo intercettare una sensibilità sempre più presente nell’Occidente. Sarà anche una sua eredità. Ma bisognerà capire come sarà intesa in un mondo occidentale che sta cambiando le sue politiche green».

C’è poi la “più grande grazia del XX secolo” come san Giovanni Paolo II ha definito il Concilio Vaticano II. Ci aiuta a tracciare la linea che parte dalla Chiesa conciliare e arriva fino a papa Francesco?

«Se mi si permette una battuta, vorrei manipolare un detto del papa. Con Francesco abbiamo assistito ad un Concilio Vaticano III  “a pezzi”. Si è fatto promotore di stili e sensibilità che hanno lanciato agende ecclesiali che nei decenni precedenti vivevano per lo più in piccoli circoli. Indubbiamente Bergoglio ha parlato del Vaticano II, ma allo stesso tempo – per la sua mentalità – ha preferito guardare in altre direzioni».