Nel sonno delle negligenze: lettere ai potenti

L’attualità dei richiami di Caterina da Siena ai governanti

Voce potente
che risveglia le coscienze

A colloquio con il padre domenicano Giovanni Calcara

5 Maggio 2026

di Fausta Speranza

«Può fare politica solo chi è sveglio e non addormentato, chi resiste al dilagare del timore servile che produce il sonno delle negligenze». Colpisce la valenza di queste parole nell’attuale contesto storico, segnato dagli scenari di meccanizzazione dell’umano e di antropomorfizzazione dei robot e soprattutto lacerato dalle varie esplosioni di conflitti. Se la tracotanza del più forte sul più debole è la stessa dalla notte dei tempi, le modalità in cui tutto ciò avviene sono aggiornatissime, come gli algoritmi che pervadono il quotidiano tanto quanto guidano le bombe. Eppure queste parole che calzano così precisamente con questo nostro tempo vengono dalla seconda metà del XIV secolo, precisamente da «una fra le operaie più autentiche della teologia cattolica». A definire così santa Caterina da Siena è padre Giovanni Calcara, dello stesso Ordine dei Predicatori di san Domenico di cui Caterina è stata terziaria.

«L’attitudine opposta al timore servile»

Colpisce un’espressione ricorrente negli scritti della mistica, nata il 25 marzo 1347 nella contrada senese di Fontebranda e morta il 29 aprile 1380: quella della «virtù necessaria per abbracciare con coraggio l’impegno per la verità e il bene» che identifica proprio con «l’attitudine opposta al timore servile». E anche a questo proposito la santa, vissuta solo 33 anni sette secoli fa, dà lezione di modernità perché spiega esplicitamente di rivolgersi «sia a uomini che a donne».

Il richiamo è una costante delle circa 380 Lettere che Caterina di Jacopo di Benincasa, nota come Caterina da Siena, ha inviato a tutte le “categorie” della società civile e della Chiesa. «L’originalità del pensiero cateriniano — sottolinea padre Calcara — sta nel fatto che non si ferma alla contemplazione delle verità nella sua vita intima spirituale, piuttosto vuole conoscere, amare, spendersi e proprio per questo è utile per orientare l’impegno sociale».

«Come animale senza nessuna ragione»

Da qui l’appello di questa donna quasi analfabeta di altri tempi a «non evitare la prova, non rimandare la decisione, non tollerare il male solo perché il timore servile impedisce e avvilisce il cuore, e non lascia vivere né adoperare come a uomo ragionevole, ma come animale senza nessuna ragione».

Quel ruolo di donna e battezzata

Caterina da laica gioca un ruolo decisivo nel riportare il papato da Avignone a Roma, convincendo Gregorio XI con lettere appassionate e con un incontro diretto nel 1376. C’è un momento però in cui subisce un processo da parte dell’Ordine al quale è legata, per dubbi sulla sua ortodossia, alimentati dai pregiudizi nei confronti delle donne. A questo proposito Padre Calcara sottolinea «la semplicità di santa Caterina che non rivendica nulla se non il ruolo di donna e di battezzata». Al processo sarà prosciolta e verrà poi proclamata santa da Pio II nel 1461; dichiarata patrona di Roma da Pio IX nel 1866 e patrona d’Italia insieme con san Francesco di Assisi da Pio XII nel 1939; riconosciuta Dottore della Chiesa da Paolo VI nel 1970 insieme con santa Teresa d’Ávila e compatrona d’Europa da Giovanni Paolo II nel 1999.

L’uno o l’altro

Oggi, in tempi di narcisismo digitale, una considerazione contenuta nella Lettera 358 ci interpella in modo particolare: «Non vedo come potremmo ben governare gli altri, se prima non governassimo bene noi stessi». Inoltre, scrivendo a esponenti delle istituzioni civili, Caterina implora di «non mettere indifferentemente o l’uno o l’altro come governatori della città; ma di esigere che siano uomini virtuosi, saggi e prudenti i quali con intelligenza diano alla città quell’ordine che è necessario a mantenere la pace».

«La città è prestata»

In altre missive ribadisce l’assoluta necessità di «scegliere uomini maturi amanti del bene comune e non del proprio bene particolare». Parlando della sua Siena, usa un’espressione curiosa ed efficace: «La città è prestata». Ricorda così che nessuno può considerare come propria la cosa pubblica da amministrare.

Altre parole della mistica, che padre Calcara cita dalla Lettera 338, vogliono esprimere il dolore mai superato di chi non ha abbastanza voce: «Spesso vediamo che taluni governanti fanno osservare fermamente la giustizia verso i poverelli, che spesso è vera e propria ingiustizia, ma non la fanno osservare verso i grandi e i potenti».

Poteri forti sulla testa dei cittadini

Il pensiero va ad alcuni slogan dei nostri tempi contro «l’abuso di potere» e contro «la guerra catastrofica». Risultano ricorrenti nelle manifestazioni che di recente, dopo anni di torpore democratico, denunciano, in diverse parti del mondo occidentale, un certo risveglio di protagonismo cittadino, portando in piazza milioni e milioni di persone.

Oltre i leader le dinamiche da cambiare

Sembra importante cercare di porre attenzione a tutto ciò, al di là dei singoli leader che possano essere più o meno criticati o messi in discussione. E non si tratta di preferire una forma o l’altra di Stato, ma di contestare dinamiche che si sono venute accentuando: decisioni pesantissime per la vita dei cittadini vengono assunte da poteri forti che si impongono ignorando sempre di più esigenze e volontà. In ballo c’è il crollo di un sistema di diritto internazionale che per alcuni decenni ha cercato di superare le logiche della conquista e della sopraffazione. Certamente nulla di perfetto, ma orientato alla convivenza.

Multipolarismi di convenienza

L’impressione è che alleanze di potere di altro genere rispondano piuttosto a logiche di interessi particolaristici. Sembra evidente l’intenzione di sostituire le dinamiche multilaterali, pensate per limitare lo strapotere di alcuni, con multipolarismi di convenienza funzionali allo strapotere di pochi.

Un freno al delirio di potenza

La diffusa insofferenza si fa dilagante inquietudine: che non ci sia freno al delirio di potenza. Non c’è bisogno di essere molto acculturati per rendersene conto, a tutti i livelli della società. Peraltro neanche santa Caterina lo era. Paolo VI, nell’omelia per la proclamazione a Dottore della Chiesa il 3 ottobre 1970, la definisce «la non colta vergine di Fontebranda». «I suoi pensieri — afferma — non sono paragonabili alle alte speculazioni, proprie della teologia sistematica», ma — aggiunge — non si può dimenticare quanto sia stata «affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie e alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci».

Al piccolo come al grande

Invocando oggi pace e giustizia, una raccomandazione di santa Caterina, tra tante, risuona particolarmente preziosa: «Colui che ha autorità deve rendere ragione e giustizia al piccolo come al grande, senza corrompere mai questa virtù della giustizia, né per piacere agli amici, né per cupidigia del denaro».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-05/quo-102/voce-potente-che-risveglia-le-coscienze.html

Se la sintesi è superiore

“Giorgio La Pira”  un domenicano alla Costituente

Se la sintesi è superiore
su Osservatore Romano, 28 febbraio 2026

di Fausta Speranza

«Una autentica classe dirigente che non sapeva di esserlo». È un modo elegantemente significativo con cui si può raccontare l’impegno del gruppo di trentenni che hanno dato vita alla Costituzione italiana. Non si parla certamente della consapevolezza della gravità della sfida dell’Assemblea costituente post guerra che non mancava affatto, ma si parla del rigore con cui si è obbedito al senso di responsabilità prima e ben oltre le ambizioni personali di potere. Il rimbalzo all’oggi per contrasto è immediato, diretto, spietato. Tanto più, dunque, è stata fonte di interessantissimi spunti di riflessione la presentazione, ieri pomeriggio presso la libreria dell’Università Lateranense, del libro di Giulio Alfano dedicato a Giorgio La Pira. Un Domenicano alla Costituente (Solfanelli, 2025). È stata l’accademica Patrizia Giunti a parlare del valore del contributo di quei giovani leader, chiarendo con la precisione dei fatti competenze e ruoli dell’Assemblea Costituente italiana, l’organo elettivo votato il 2 giugno 1946 per redigere la Costituzione della Repubblica, che era appena nata dal referendum istituzionale.

Nei numeri l’Assemblea costituente si racconta con 556 deputati partecipanti, tra cui 21 donne; 375 sedute; 75 deputati selezionati per il gruppo incaricato di elaborare la prima bozza, tra cui figurava Giorgio La Pira. Tra i “padri fondatori” vengono giustamente considerate figure  come il socialista poi presidente Sandro Pertini; il democristiano Giovanni Gronchi in quel periodo presidente della Camera dei deputati; Palmiro Togliatti, leader del Partito comunista italiano; o il liberale Benedetto Croce, che hanno dato un contributo decisivo al dibattito ma che però non sono stati come La Pira tra i legislatori che hanno scritto articolo per articolo il testo. Altro dato storico significativo è l’arco temporale: la Costituente resta in vita dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948, dopo aver approvato la Carta costituzionale il 22 dicembre 1947. Un tempo che oggi appare davvero rapido e non solo alla luce di alcune lungaggini parlamentari.

È un tempo breve soprattutto in considerazione dello spessore profondissimo e del lavoro di cesello per raggiungere formulazioni condivise, che si devono riconoscere ad ogni singolo articolo. Uno spessore di cui la professoressa Giunti, ordinario di Istituzioni di Diritto romano alla cattedra nell’Università degli Studi di Firenze che fu del sindaco domenicano laico nonché presidente della Fondazione a lui intitolata, ha restituito in tutta la sua ricchezza di significati, seppure nell’occasione breve di una presentazione e attraverso la scelta di pochissimi articoli.

A dare decisivo contributo in questo senso è proprio il libro di Alfano, professore incaricato alla Lateranense per i temi delle dottrine politiche con particolare attenzione all’etica, che è anche laico domenicano come Giorgio La Pira.  Il testo, infatti, raccoglie gli interventi di La Pira all’Assemblea Costituente che restituiscono proprio passo per passo il senso della costruzione di qualcosa che per l’Italia era una novità. La parentesi del fascismo aveva cancellato lo Stato liberale ma l’obiettivo non era quello di tornare alla formulazione precedente, bensì di fare il grande salto ad uno Stato democratico mettendo al centro la dignità della persona. Un’impresa enorme di cui riecheggia tutta la difficoltà nel curioso interrogativo al centro di alcuni scritti di La Pira: «Riusciremo a murare la pietra d’angolo?».

Il libro di Alfano offre un contributo estremamente stimolante non solo alla ricostruzione di un’epoca ma alla riscoperta di un metodo vero e proprio. Si tratta del metodo democratico, fatto di dialogo e confronto, di cui indubbiamente La Pira è stato interprete illustre e concreto sulla scia del cattolicesimo politico ispirato da Pio XII.  A quel metodo si sono conformate forze politiche ideologicamente molto distanti ma capaci in quel momento di integrare visioni diverse o contrapposte per trovare una sintesi superiore.  Stiamo parlando del metodo della democrazia che quei «trentenni, educati a tutt’altro sotto la dittatura» come sottolineato dalla professoressa Giunti, sono stati in grado di maturare, proprio in alternativa al fascismo. Un metodo che oggi subisce ogni giorno di più i colpi della conflittualità dominante, tanto da costringerci a domandarci fino a che punto risulti oggi assimilato.

Nel periodo di relativizzazione dei principi democratici e di fragilità delle istituzioni che stiamo vivendo, un punto di partenza per richiamare l’attenzione di tutti sarebbe proprio l’Articolo 1 della Costituzione italiana in cui emerge l’essenziale: è lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato; lo Stato per la prima volta non “elargisce” diritti ma «riconosce» i diritti che vengono dalla dignità della persona che per prima viene riconosciuta.

Rileggere gli interventi con cui La Pira ha difeso tutto ciò, proprio in relazione al primo di tutti gli articoli senza il quale gli altri non sarebbero stati possibili, dà il senso delle pietre d’angolo da murare oggi.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-03/quo-049/se-la-sintesi-e-superiore.html

Percentuali di consapevolezza

A colloquio con il domenicano padre Giovanni Calcara
Percentuali di consapevolezza
L’appello dei miliardari a Davos letto alla luce di Tommaso d’Aquino
05 febbraio 2026

di Fausta Speranza

Tommaso d’Aquino a suo agio tra i miliardari. Nella società attuale in cui mai come prima, non solo nei fatti particolari ma anche nelle teorizzazioni generali, la libertà viene confusa con la licenza, accade che le parole di un gruppo di super ricchi facciano ripensare alle riflessioni del santo che 160 anni fa veniva iscritto, quale «primo della lista in ordine di importanza», nel volume Gli scrittori politici italiani dello storico e politico Giuseppe Ferrari, anche se socialista con fama anticlericale. Sembra interessante, dunque, prendere spunto dalla lettera aperta che quasi 400 milionari di 24 Paesi hanno inviato ai leader riuniti a Davos poche settimane fa per rileggere, oltre a tutti i pronunciamenti sulla Dottrina sociale dei Papi di età moderna, le parole del frate domenicano teologo, filosofo, giurista tra i più influenti della storia occidentale. Lo facciamo con padre Giovanni Calcara, dello stesso Ordine dei Predicatori di san Domenico.

«Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che la ricchezza estrema va a detrimento di tutti gli altri non c’è dubbio che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio». Così scrivono alcuni dei più facoltosi al mondo — tra cui Mark Ruffalo, Brian Eno e Abigail Disney —, chiedendo un aumento della tassazione sui redditi più abbienti. Inoltre, il sondaggio tra 3.900 milionari dei Paesi del G20, pubblicato negli stessi giorni da Oxfam, rivela che circa l’80 per cento di loro denuncia «l’eccessiva influenza politica dei super-ricchi».

Il pensiero va, tra tante possibili citazioni, al giudice della Corte Suprema statunitense Louis Brandeis che agli inizi del secolo scorso sottolineava come la concentrazione di ricchezza in poche mani, plutocrazia, porti inevitabilmente alla concentrazione del potere politico e all’erosione della parità di diritti e della sovranità popolare. «Possiamo avere una democrazia oppure una ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere entrambe le cose» è la frase che gli viene attribuita. Con la definizione di «pericoloso perché incorruttibile». I fatti raccontano che considerazioni simili sono cadute nel vuoto.

Ai nostri giorni però è interessante constatare che sembra farsi breccia tra i più facoltosi la consapevolezza dell’insostenibilità di un sistema in cui nell’ultimo decennio si è triplicato il portafoglio dell’un per cento della popolazione che da anni sappiamo che detiene la ricchezza pari al restante 99 per cento. Peccato che oltre all’incertezza politica mondiale, e quindi economica, che spaventa oggi alcuni settori, ci siano anche guerre, povertà e disastri ambientali che da tempo rappresentano l’evidenza più drammatica di una insensata gestione delle risorse.

Nel bagaglio culturale dell’Occidente non mancano considerazioni appropriate. Padre Calcara cita le parole con cui san Tommaso d’Aquino spiega che si impone un limite all’avere, in base alla natura stessa del superfluo e al diritto naturale della destinazione universale dei beni: «Le cose inferiori sono ordinate a sovvenire alle necessità degli uomini… perciò le cose che alcuni hanno in sovrappiù, per diritto naturale sono destinate al mantenimento dei poveri». Sembrerebbe facile — commenta il domenicano — stabilire con san Tommaso quale sia il ruolo dello Stato in questo campo e quello della comunità per poter assicurare a tutti il «bene vivere» ed evitare quella sperequazione che è causa di rovina per i popoli e per le nazioni.

Si suggerisce, poi, un salto ulteriore. Oltre ad una diversa “distribuzione”, infatti, serve una più sana impostazione concettuale. Padre Calcara ci richiama ad una precisa focalizzazione: «La dottrina sociale di san Tommaso, come quella della Chiesa, ha come oggetto o soggetto, non la società ma l’uomo che vive in società tessendo rapporti con i suoi simili». Insomma, l’ente sociale esiste, senza dubbio, ma è una relazione, non una realtà organica o quasi un corpo a sé stante. Dunque, si dovrebbero pensare le persone per il bene comune e non per la società, o tantomeno per lo Stato concepito come persona fisica o come potere.

In un momento storico di svilimento del concetto di persona, di esibizioni autoritaristiche, di multipolarismi spacciati per multilateralismo, questa affermazione fa molto riflettere. E padre Calcara ne chiarisce ancora meglio la portata affermando che «un pilastro fondamentale dell’antropologia di san Tommaso consiste nel rispetto profondo per la dignità e la libertà dell’uomo che — sottolinea — elude ogni concezione totalitaria che riduca la società ad un amalgama di individui considerati e trattati come semplici parti dello Stato, e anche ogni concezione teocratica che subordini la loro presenza nella società, il loro lavoro, la loro stessa esistenza alle esigenze della produzione, all’efficienza». Per san Tommaso tutto è subordinato alle esigenze del bene comune nelle relazioni sociali e le leggi che impongono oneri ai cittadini per il bene comune, sono giuste e obbligano in coscienza.

L’idea è che il bene della collettività e il fine della persona in un certo senso si identifichino, perché l’uomo trova nel bene comune l’espansione piena della sua personalità. E troviamo indicazioni precise anche in tema di proprietà: per san Tommaso i beni della terra appartengono a tutto il genere umano, e sono a disposizione di tutti, ma l’amministrazione dei beni posseduti non è necessariamente comune, anzi di norma la proprietà privata è necessaria per assicurare un buon uso e una possibile distribuzione dei beni.

Padre Calcara precisa: «Il diritto alla proprietà però non è assoluto ma relativo al diritto alla vita; non è primario, ma secondario e accessorio per rispetto alla legge naturale». Qui arriva il punto dolente. Per il credente è il rapporto con Dio che fonda la supremazia della persona libera e responsabile su tutte le strutture della società, ma è evidente che bisogna convenire sul valore della vita e su quello della legge naturale, piuttosto che minarlo alle fondamenta.

Si capisce, dunque, come le parole di san Tommaso richiamino ad un dibattito sui valori dell’uomo e dell’umano, tra credenti e non credenti, peraltro anche in considerazione delle intelligenze artificiali. Tra le menzogne e le paure di questo tempo, c’è il rischio che si spacci per ordine nel caos un approccio che non tenga presente presupposti come questi, da non dare più per scontati.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-02/quo-029/percentuali-di-consapevolezza.html

ripreso da “Il domani d’Italia”: https://ildomaniditalia.eu/non-ce-liberta-senza-limite-san-tommaso-daquino-e-lillusione-dei-super-ricchi/

Sfiduciare il disorientamento

«Bene bello giusto e persona» di Simone Fagioli

Sfiduciare il disorientamento

di Fausta Speranza

Essenzialità versus nichilismo. La società smarrita frutto della neo-modernità spaventa e l’inquietudine è perfino maggiore se ci si ferma ad osservarla con gli strumenti della riflessione analitica. «Il disorientamento etico e valoriale non è più un fenomeno marginale, ma una vera emergenza pubblica», ci dice il filosofo Simone Fagioli, che aggiunge senza mezzi termini: «Stiamo vivendo uno stato di abbandono che produce solitudine e perdita di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità stessa di una convivenza giusta».  Di fronte a tutto ciò, è forte la tentazione, non a caso imperante, di ripiegarsi nell’iper-individualismo che ci sta consumando. Un’alternativa c’è: scegliere di muoversi sulla via della speranza, così come intesa da Leone XIV, «una forza divina che genera vita, non paura; che resiste alla violenza e la vince generando pace e non distruzione». Il punto è che la speranza «nasce dall’attesa fiduciosa e dall’amore» e «si deve coltivare», scavando sotto la superficie della realtà. I modi per farlo sono molti e proprio lo sguardo “spietato” dello studioso può essere un felice punto di partenza se, come nel suo libro, si parte dall’essenziale per l’essere umano già dal titolo Bene, bello, giusto e persona (Roma, Armando Editore, 2025, pagine 190, euro 15).

In termini di dignità

«Rimettere al centro la persona» è il primo appello di Fagioli il quale riconosce che certamente non è più tanto facile, se si fa fuori il Cristianesimo, che ha insegnato al mondo la dignità dell’essere umano fatto «a immagine di Dio». Il filosofo chiarisce l’obiettivo: «La centralità non consiste nel ruolo ma in termini di dignità irriducibile».  Si capisce meglio che non si tratta di voli pindarici e la posta in gioco risulta chiara: restituire senso alle scelte pubbliche, orientare le istituzioni, superare l’individualismo e rigettare la logica del più forte. «Non è un compito per soli accademici», assicura Fagioli.

Antidoti contro l’alienazione

Siamo effettivamente di fronte a una sfida politica nel senso più alto che, come tale, ci investe tutti. Innanzitutto — sottolinea il filosofo — «riguarda la qualità della nostra democrazia e la capacità di immaginare un futuro che non sia dominato dal relativismo e dalla rassegnazione». Emerge l’idea di una filosofia che non fugga dal mondo, ma che lo attraversi, che offra criteri, limiti, misure. In questo senso Fagioli offre una lettura di filosofi del passato ma con una chiave di interpretazione attualizzata: spunti e riflessioni sono proposti senza pretese di esaustività ma come “antidoti” contro i sintomi più contingenti della malattia dell’alienazione sociale.

In tema di «persona», da san Tommaso d’Aquino, e la sua massima omne individuum rationalis naturae dicitur persona che sottolineava che ogni individuo di natura razionale è detto persona, fino al personalismo cristiano di Emmanuel Mounier, c’è un mondo infinito da riscoprire. L’autore parte, piuttosto, dal IV secolo avanti Cristo, dal pensatore allievo di Platone fondatore della logica e della filosofia come disciplina sistematica: di Aristotele cita i tre concetti di ethos, pathos e logos per suggerire di ripartire da quella riflessione per riscoprire quello che definisce «un logos multilaterale per un concetto di persona in chiave neo moderna».

La rivolta/crisi

Nella sua ricerca di un essenziale assiologico che possa nutrire il pensiero moderno sulla persona, Fagioli rinuncia a logiche di consequenzialità o di sistematicità e sceglie pertanto di “saltare” al saggista francese Albert Camus e alla sua “rivolta”, o meglio alla sua “etica della rivolta”, cioè a quei valori che in tempi di rivolta/crisi l’uomo riscopre, come l’uguaglianza, la dignità umana, il rispetto della persona. Semplificando, possiamo dire che, poi, Fagioli passa attraverso il pensiero dello statunitense John Rawls, teorico del liberalismo in opposizione rispetto ad una concezione utilitarista della distribuzione della ricchezza, per mettere in luce la sua definizione di bene e di giusto come due concetti chiari e distinti. In sostanza — suggerisce il filosofo — Rawls parla di una società in cui il giusto è prioritario e congruente rispetto al bene: se ogni cittadino segue e rispetta i principi di giustizia avrà necessariamente il proprio bene.

Il libro si chiude con spunti di analisi di alcune intuizioni di Paul Ricoeur, autore di fede protestante certamente non facile. Fagioli rilegge i suoi concetti di persona, «un corpo individuale dotato di predicati psichici e di predicati fisici»; e di mondo, «vissuto da individui, da cose di tipo particolare, da persone». E l’intento è lo stesso: quello di arricchire, in un momento storico di dilagante disorientamento, la prospettiva etica come prospettiva della vita buona all’interno di, e con, istituzioni giuste.

Filosofia atto civile

In definitiva, si avverte di fondo un sentito appello ad una filosofia, o forse meglio ad un esercizio filosofico, che possa farsi atto civile. Non servono teorizzatori d’eccezione, ma persone in grado di seguire la logica che suggerisce Fagioli e che, senza dubbio, non trova smentite: «Senza una bussola etica, una comunità non si governa ma si perde».

Sfiduciare il disorientamento 2026-01-17-16-01-00

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-01/quo-013/sfiduciare-il-disorientamento.html

Nonostante la ruspa della Storia

05 dicembre 2025
Un’altra Roma in «Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza» di Rossella Pace
di Fausta Speranza

«La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta». Con questo incipit poetico, Eugenio Montale, nel suo componimento La Storia, mette in guardia dalle ricostruzioni ideologiche e sottolinea che «la storia non è prodotta /da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora». Ci sembrano parole utili, come una cartina tornasole, a introdurre il lavoro della studiosa Rossella Pace che, lontana da velleità ideologiche o fantasiose interpretazioni, ha ricostruito, documento dopo documento, vicende e risvolti di un vissuto collettivo praticamente dimenticato tra i tragici fatti del Novecento. Si tratta di Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Milano, Franco Angeli, 2025, pagine 120, euro 22). Ricostruisce pezzi di storia considerati a lungo minori, trascurabili, lasciando emergere il ruolo della Santa Sede e anche quello delle donne.

Memorialista e fonti private

Si tratta di uno studio comparativo della memorialistica e delle fonti archivistiche private finora inedite, che presenta uno spaccato di Roma tra gli anni Venti e l’occupazione tedesca della città tra il 1943 e il 1944. Pace racconta la continuità delle élites liberali in Italia attraverso la dittatura fascista, fino alla seconda guerra mondiale e al ritorno della democrazia. Ricostruisce gli interventi della Santa Sede, sotto il Pontificato di Pio XII, tesi a intercedere con gli occupanti tedeschi, per conto di alcune famiglie aristocratiche romane, al fine di liberare o salvare prigionieri antifascisti. Sono interventi evidenziati dai documenti della Commissione soccorsi nel Fondo Pio XII dell’Archivio Apostolico Vaticano. C’è poi il ruolo di molti sacerdoti e religiosi che rischiano la vita, come il camaldolese padre Bernardo Ignesti che, nel monastero di san Gregorio al Celio adibito al tempo a prigione, riesce a salvare moltissime persone.

È la storia di come, attraverso una fitta rete di relazioni familiari e associative, quelle élites mantengano in vita i princìpi di libertà nei quali si erano formate e li tramandino alle nuove generazioni, opponendo una resistenza sotterranea al regime mussoliniano, fino a sostenere l’ala patriottica, lealista, non ideologizzata della Resistenza.

In una mappa allargata della resistenza

Per quanto riguarda le famiglie aristocratiche, c’è una figura chiave a partire dalla quale si riesce a tracciare la “mappa” della resilienza e poi della resistenza liberale romana: è il duca siciliano Giovanni Colonna di Cesarò. Nipote per parte di madre di Sidney Sonnino, esponente dell’ala radicale della classe politica liberale messinese, deputato dal 1909, interventista nella Grande Guerra, ministro delle Poste nel governo Facta e poi nel primo esecutivo Mussolini, Cesarò come molti liberali rompe con il fascismo nel corso del 1924 e, dopo il delitto Matteotti, è con Giovanni Amendola tra i principali animatori della protesta dell’Aventino contro la deriva apertamente autoritaria del regime. Da allora il duca avrebbe continuato, fino alla morte nel 1940, a svolgere una costante attività di collegamento clandestina, a Roma e nel resto d’Italia, tra le frange disperse dell’opposizione liberale, sorvegliato e schedato dal regime ma mai “colto sul fatto”. Viene considerato da alcuni l’ispiratore del fallito attentato a Mussolini a opera dell’irlandese Violet Gibson nel 1926.

Il ruolo delle donne

Ma leggendo il testo di Pace si capisce che non si potrebbe ricostruire l’intera trama se non si considerasse il ruolo delle donne. La studiosa cita la grande funzione di aggregazione tra le élites liberali romane svolta in quel periodo dai salotti mondani gestiti da donne colte come Lavinia Taverna, Giacinta Marescotti, Giuliana Benzoni, nonché il ruolo diretto nell’ambito dell’associazionismo del gruppo femminile nato nel circolo della regina Margherita, che aveva formato una generazione di donne sempre più presenti nella vita civile. Inoltre, le eredi di Cesarò, la moglie Barbara Antonelli e le figlie Mita e Simonetta, svolgono, a partire dall’inizio della guerra, una funzione di raccordo. Si tratta del raccordo tra i vari rami dell’antifascismo liberale romano, che si incontravano nei palazzi del rione Colonna e Campo Marzio e soprattutto nella loro casa di Via Gregoriana, e di cauti contatti con la diplomazia statunitense. I documenti riportati da Pace raccontano di come la condanna di Simonetta di Cesarò al confino a Sorrento si sia trasformata in un’occasione privilegiata. Madre e figlie infatti hanno avuto modo di stringere contatti con Giuliana Benzoni e le figlie di Benedetto Croce, lì trasferitosi per sfuggire ai bombardamenti. Inoltre, si sono create le condizioni per la tessitura di un “complotto” liberale finalizzato a portare dalla parte degli antifascisti la principessa Maria Josè, della quale la Benzoni era dama di compagnia, e la Corte. L’obiettivo era sostituire il governo di Mussolini con un esecutivo politico ma il tentativo fallisce per la riluttanza di Vittorio Emanuele III. Quando poi, dopo l’8 settembre, Roma viene occupata dai tedeschi, — si legge nel testo di Pace — le Cesarò, insieme con la Benzoni e altre nobildonne, sostengono il Fronte militare clandestino guidato da Giuseppe Cordero di Montezemolo.

Il ruolo della Santa Sede

Contemporaneamente svolgono un’incessante opera di triangolazione con la Santa Sede, nella persona del Sostituto Segretario di Stato Montini e spesso dello stesso Pio XII, per la liberazione dei prigionieri e la salvezza dei condannati. Intanto, gli edifici della Santa Sede, per il loro statuto di extraterritorialità, offrono costantemente rifugio ai ricercati. In definitiva, durante l’occupazione nazista — scrive Pace — è esistita “un’altra Roma”, sotterranea e sotto assedio ma mai doma.

Come assicura Montale, «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli». Dove non si deve smettere di fare ricerca.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-12/quo-280/nonostante-la-ruspa-della-storia.html

Tempi nuovi per vecchi disorientamenti

10 Ottobre 2025

A colloquio con padre Gaetano Piccolo in occasione del Giubileo della spiritualità mariana

di Fausta Speranza

Tra la crescente conflittualità che inquieta il mondo, lo sgretolamento del diritto internazionale e un voluto disordine culturale, c’è un “appellativo” da riscoprire: è quello di Stella Maris attribuito nei secoli alla Madre di Dio. La stella del mare è l’astro del mattino che da sempre rappresenta il primo riferimento per i marinai e così si è identificata «Colei che orienta». Nei tempi di “navigazione” difficile che l’umanità attraversa, il Giubileo della spiritualità mariana, l’11 e 12 ottobre, sembra un’occasione privilegiata per riscoprire tra l’altro il valore di questa espressione. Ne parliamo con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Gregoriana, che ci aiuta a rileggere il pensiero di sant’Agostino, «anche se non ha dedicato un’opera precisa a Maria».

L’eredità di sant’Agostino

Certamente i pronunciamenti sulla «Mediatrice di tutte le grazie» del filosofo, teologo, monaco e mistico romano di origine berbera e lingua latina sono stati fondamentali. Agostino di fatto ha “anticipato” il concilio di Efeso del 431 con il riconoscimento che Maria è «genitrice di Dio», Theotókos, e ha anticipato il concilio Lateranense del 649 a proposito della Verginità di Maria. Di fatto ha gettato le basi della concezione di Maria in quella che oggi definiamo la Patristica. Ma, parlando con padre Piccolo, comprendiamo che dobbiamo focalizzare un valore aggiunto: lo sguardo proprio del vescovo di Ippona nel De Civitate Dei.

Tra passato e futuro

Si tratta della preziosa capacità di rileggere il passato per interpretare i fatti presenti e affacciarsi in modo consapevole sul futuro. È quello che Agostino fa nel suo tempo analizzando le vere ragioni del crollo dell’impero romano. Ed è quello cui siamo chiamati oggi in una fase storica in cui la tecnologia ha reso possibile una manipolazione che ha seminato rabbia e odio raccogliendo paura; ha messo in crisi in modo non più congiunturale ma strutturale il sistema economico capitalistico, ottenendo più profonde diseguaglianze; ha minato il principio di verità con il risultato non solo di far credere in qualcosa di alternativo ma proprio di far sì che non si creda più a nulla. Sono sotto attacco principi che sono stati capisaldi della modernità: libertà di coscienza, ricerca critica, scientificità.

Una stella polare

Umanamente, sarebbe prezioso riscoprire il concetto di una comunità che per navigare ha bisogno di spegnere tante luci e di intravedere una stella polare da seguire, mentre sembra che si voglia navigare a vista nell’individualismo che acceca e isola.

Spiritualmente, il Giubileo rappresenta un’occasione privilegiata per vivere lo spirito e la speranza di un cammino condiviso guardando al cielo. È qui dunque che si spalanca l’orizzonte di senso dell’espressione «Colei che orienta».

Gli appelli di Papa Leone XIV

Si avverte l’urgenza di riflettere sui richiami di Papa Leone XIV alla pacificazione della comunità umana, alla convivenza fraterna, alla cura solidale per la casa comune e di risvegliare la speranza di essere orientati al bene. E il pensiero va al suo primo affaccio dalla Loggia di San Pietro: ha ricordato di essere agostiniano e ha scelto di recitare un’Ave Maria. Si è poi presto recato al Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano. Un “buon consiglio” è proprio quello che serve per orientarsi e dunque il profondo legame degli agostiniani con quell’immagine ci sembra un’altra declinazione della stessa fiducia in Colei che orienta.

In funzione di Cristo

Emerge tra le parole di padre Piccolo una raccomandazione: «È importante chiarire che, in ogni caso, Agostino parla di Maria sempre in relazione, in funzione di Cristo». Si tratta di una visione cristologica in cui «Maria entra come Madre di Cristo, come umanità che non intacca la divinità». Per sant’Agostino la maternità e la verginità di Maria sono mirabilmente unite per professare nella fede sia la realtà di Gesù vero uomo perché Maria è vera Madre, sia la divinità di Gesù perché Lo ha concepito e dato alla luce verginalmente. Altro punto importante è che Agostino «parla di Maria come immagine della Chiesa o a volte come parte di essa» perché individua con estrema lucidità le due prerogative di Maria, essere vergine e essere madre, che definiscono la sua missione proprio come Madre del Verbo e modello della Chiesa.

L’eco di un Concilio

A questo punto ci accorgiamo che dai primi concili arriviamo al concilio Vaticano II e in particolare alla mariologia che prende vita dalla Costituzione Lumen gentium, che ribadisce — ricorda padre Piccolo — «il concetto di Maria come immagine della Chiesa».

Inoltre, tra i tanti scritti di sant’Agostino, che oltre alle Confessioni e alla Città di Dio compongono l’imponente corpus dei suoi studi, si individua già l’idea della predestinazione di Maria che ritroviamo formulata nella Bolla dogmatica Munificentissimus Deus di Pio XII. Nel V secolo infatti sant’Agostino affermava: «Conosceva Sua Madre prima di nascere da Lei, quando La predestinò; e prima di creare, come Dio, colei della quale come uomo sarebbe stato creatura».

In particolare, nel Sermone a commento al Vangelo di Giovanni il vescovo di Ippona scriveva: «Egli scelse la Madre che aveva creato; creò la Madre che aveva scelto». E il magistero recente chiarisce che Maria è stata eletta nel momento stesso in cui Dio decise l’Incarnazione del Verbo. In definitiva, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, padre Piccolo ci ricorda che «come membro eminente, modello e madre della Chiesa, Maria è fonte della nostra speranza e della nostra gioia». Il messaggio è potente: «Noi speriamo ciò che Maria è e lo raggiungiamo con la mediazione del suo amore materno».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-10/quo-233/tempi-nuovi-per-vecchi-disorientamenti.html

A Villa Medici la mostra «Luoghi sacri condivisi» Significati in prospettiva

8 Ottobre 2025

A Villa Medici la mostra “Luoghi sacri condivisi”

di Fausta Speranza

Figure, episodi e qualche “oggetto errante”, con la caratteristica di avere un legame con una o più confessioni religiose e di appartenere all’area del Mediterraneo. Sono le tracce di cui si occupa la mostra Luoghi sacri condivisi che rappresenta, così come recita il sottotitolo, un «viaggio tra le religioni». L’esposizione, a cura di Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, si può visitare all’Accademia di Francia a Roma da oggi, 9 ottobre, al 19 gennaio 2026. È stata ideata e prodotta dall’Accademia stessa a Villa Medici a partire dall’esposizione originale realizzata dieci anni fa dal Mucem di Marsiglia, in collaborazione con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma e a Loreto. E si avvale di prestiti eccezionali dei Musei Vaticani, del Museo Ebraico di Roma, del Louvre, oltre che del Mucem. Si tratta di un’iniziativa che, senza scivolare nell’indifferentismo, sfida l’idea che sia un ossimoro parlare di sacralità e di condivisione con altre fedi. Ovviamente non è in questione la specificità di ogni credo, ma si indagano interazioni storiche, culturali, artistiche, spirituali.

Si va da Gentile da Fabriano a Marc Chagall passando per Le Corbusier: cento opere di rilievo, provenienti da collezioni francesi, italiane e vaticane in dialogo con creazioni contemporanee, regalano una sorta di topografia della convivenza nel grande bacino d’acqua che i romani definirono Mare Nostrum e che è situato tra Europa, Africa e Asia occidentale. L’antropologo specialista di Europa e Mediterraneo Dionigi Albera, direttore di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ci spiega che «si vuole mettere l’accento sulla dimensione della comunanza piuttosto che su quella della divisione» e parla di «una prospettiva non abituale da leggere anche in considerazione dell’attualità».

Si mettono in luce tracce, momenti, occasioni, episodi, figure, riconosciuti dalle varie tradizioni. Il pensiero va a situazioni come si vivono in Libano dove non è raro vedere musulmani in preghiera al Santuario della Madonna di Harissa o nel monastero di Saint Maron Annaya, Santuario di san Charbel. In altri casi, non si tratta di diversi legami con la stessa figura, ma di una particolare “condivisione” nel tempo.

Tra i capitoli in cui sono divise le opere esposte, si citano temi che non sorprendono perché siamo abituati a sentirli citati in diverse religioni, come il giardino, la montagna, le città sante. Ci sono poi altre tematiche come quella degli “oggetti erranti” che incuriosiscono. Albera chiarisce: «Si tratta di oggetti che nel corso della storia hanno viaggiato, sono diventati degli oggetti un po’ vagabondi, e in questo loro viaggio si sono arricchiti di nuovi significati». Individuiamo un esempio nella Bibbia di San Luigi. Si tratta di una Bibbia illustrata, creata nel XIII secolo in Francia senza nessuna parte scritta. Successivamente è stata arricchita di commenti in Italia nel XIV secolo; quindi è stata offerta come dono diplomatico allo scià di Persia e in quel contesto sono stati aggiunti in farsi alcuni commenti da un punto di vista musulmano; nel XVIII secolo è stata acquistata da un mercante ebreo che ha aggiunto note in giudeo-persiano. Oggi siamo di fronte a un oggetto che, come sottolinea Albera, «sintetizza la comunicazione durante questi suoi lunghi viaggi». Un testo che in qualche modo «si è arricchito di significati partendo da una matrice comune che è quella della Bibbia e che è riconosciuta dalle tre religioni monoteiste».

In ogni caso, a comunicare non sono solo le parole. Le architetture, ad esempio, a volte più di altri elementi tradiscono quella sorta di ibridazione dovuta al fatto che molti territori sono passati dal controllo da parte di un potere legato a una religione al controllo di un altro legato ad altra religione. «In queste loro vicissitudini tracce del passato sono rimaste». Albera ricorda chiese che sono diventate moschee e che magari poi sono ritornate a essere chiese o moschee che sono diventate chiese. In questi passaggi alcuni elementi architettonici si sono conservati, «un po’ come se si trattasse di palinsesti in cui la scrittura precedente non è stata completamente cancellata».

Emerge la sfida ad ampliare il punto di vista. Siamo abituati a considerare che una chiesa trasformata in moschea o una moschea diventata chiesa raccontino una storia di prevaricazione, di trasformazione forzata. Ma questa mostra suggerisce che si deve considerare anche altro: in qualche modo persino episodi di questo genere sono diventati spazi, luoghi di condivisione. Albera la definisce «una condivisione per certi versi paradossale: anche in alcune forme di prevaricazione si riconosce una forma di interazione che, quando si stempera la fase violenta lascia intravedere qualche traccia». Cita Damasco, la Grande Moschea degli Omayyadi, che è stata una chiesa sorta sulle rovine di un tempio politeista, quindi è stata trasformata in una moschea. E la particolarità è che la chiesa era dedicata a san Giovanni Battista e una reliquia del santo è rimasta conservata all’interno della moschea, perché si tratta, come sottolinea Albera, di «una figura che in qualche modo parla anche all’Islam» e di «tracce che permangono in modo un po’ sotterraneo».

Sempre in tema di architetture, Albera ci parla di «tentativi recenti nell’ambito del dialogo interreligioso di pensare realizzazioni architettoniche che “riuniscano”, che avvicinino dei luoghi di culto di religioni diverse» e cita il progetto di Berlino che si chiama House of One che mira a costruire nel centro della capitale tedesca una costruzione che racchiuda una sinagoga accanto a una moschea e a una chiesa.

Alla mostra ci si può avvicinare anche grazie al catalogo co-edito da Silvana Editoriale e Villa Medici, che raccoglie testi dei curatori e contributi inediti di autori e specialisti invitati ad approfondire i temi illustrati nell’esposizione. Oltre a Dionigi Albera, Raphaël Bories, Alberta Campitelli, Eleonora D’Alessandro, Paolo La Spisa, Vincent Lemire, Adnane Mokrani, Manoël Pénicaud.

 

Quel “prestito grazioso”

24 settembre 2025

A cento anni dalla nascita dell’editrice Morcelliana

Libri freschi
come il pane quotidiano

di Fausta Speranza

Cento anni di coraggiosa ricerca grazie al contributo di intellettuali di fede e anche di «un prestito grazioso». Questo ha significato finora l’Editrice Morcelliana che, fondata a Brescia a settembre 1925, si è subito misurata con la resistenza al fascismo. Nella sua storia, rappresentativa della cultura cattolica e religiosa dell’Italia contemporanea, si ritrova poi la stessa impronta in difesa della verità dell’uomo nel contributo al rinnovamento religioso tra le due guerre, nell’adesione feconda al Concilio vaticano II, nella coerente presenza nella società secolarizzata. Di tutti questi passaggi e soprattutto delle prospettive future, in cui si intravedono pubblicazioni sul tema donne, si discute al convegno organizzato nel pomeriggio del 25 settembre, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore della stessa città della Lombardia annoverata tra i principali centri economico-produttivi della penisola.

Nel difficile dopoguerra

Tra tanti spunti di riflessione che proiettano dal passato al futuro, si deve innanzitutto ricordare il ruolo che ha avuto il giovane sacerdote Giovanni Battista Montini nella fondazione dell’editrice, nonché in quel sostegno economico nell’immediato dopo-guerra, 1946-1947, elargito quando era monsignore della Segreteria di Stato e accompagnato da quella simpatica definizione di «prestito grazioso». Un contributo dato con la leggerezza della gratuità e la sottile allusione a un «debito», evidentemente da «ripagare» confermando sempre l’obiettivo: la promozione di autori di elevato valore culturale nel campo della ricerca biblica, teologica, filosofica, spirituale e storica. Parlando con Ilario Bertoletti, direttore editoriale di Morcelliana, che ha come presidente Francesca Bazoli, comprendiamo quanto sia vivo il desiderio di sentirsi ancora «debitori».

Giovani e intellettuali

Con lo sguardo alle radici, si devono citare almeno alcuni del gruppo di giovani intellettuali che hanno pensato e voluto l’editrice in collaborazione con l’altrettanto giovane don Giovanni Battista: Fausto Minelli, Alessandro Capretti, Mario Bendiscioli e padre Giulio Bevilacqua della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, che sarà figura di rilievo negli anni del Concilio e poi alla guida della parrocchia di Sant’Antonio di Brescia quale primo «cardinale-parroco» della Chiesa.

Due padri da non diemnticare

E dobbiamo ricordare i due padri della coscienza democratica europea, Romano Guardini e Jacques Maritain, che hanno rappresentato le prime figure di riferimento nell’intento di rinnovare la cultura cattolica e di resistere al fascismo. Le loro opere sono state pubblicate in Italia per la prima volta proprio da Morcelliana. Impossibile citare i tanti altri significativi autori tradotti in anteprima, tra cui alcuni impegnati in tempi non scontati sul tema dell’ecumenismo, ma non si può non ricordare le traduzioni dei primi scritti dell’allora giovane sacerdote professore Joseph Ratzinger.

Anche oggi è tempo di grandi sfide

La prima è fare editoria di cultura nel tempo della crisi del libro classico. Non solo. L’intelligenza artificiale apre interrogativi che vanno dai dilemmi etici alla dipendenza e manipolazione tecnologica, dalla discriminazione alla perdita di controllo umano sui sistemi. Bertoletti ci parla di «piste nuove da aprire» e cita tra tanti lo storico tedesco don Hubert Jedin per ricordarci «un’impronta» dell’editrice: «Muoversi nel concetto di riforma cattolica non in stato di minorità ma quali protagonisti di modernità». Bertoletti ricorda anche l’impegno del predecessore Stefano Minelli, alla guida dell’editrice per 40 anni, nella particolare fase del Concilio vaticano II, e cita il testo dello storico Fulvio De Giorgi Paolo VI. Il papa del Moderno (2015), che, tra biografia e analisi, tratteggia il pontificato che ha segnato una transizione importante verso il mondo moderno.

Al convegno Morcelliana 1925-2025: 100 anni di editoria cattolica

Per l’occasione si presenta il nuovo Catalogo storico dell’Editore, dal 1925 al 2025, a cura di Daria Gabusi. Cento anni che raccontano anche le relazioni di lunga data che l’editrice ha costruito con gli atenei e le università italiane, con le avanguardie del pensiero e degli studi europei. Il taglio storico è assicurato dall’intervento introduttivo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, con la relazione Il cristianesimo alla prova di un secolo. Seguono i contributi di numerosi studiosi e autori di Morcelliana che rispondono al doveroso sguardo al futuro. In particolare, citiamo l’intervento di Giovanni Filoramo su Le scienze delle religioni, un cantiere aperto; quello di Alessandro Saggioro su Il futuro degli studi storici delle religioni nel mondo; quello di Tessa Canella su La storia del cristianesimo e le donne: nuove prospettive di ricerca. Tra gli altri eventi culturali organizzati, segnaliamo a Brescia, a dicembre prossimo, la lectio del filosofo Massimo Cacciari dedicata a L’arte e il sacro e quella dell’arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto monsignor Bruno Forte su Cristianesimo e cultura a partire dal nuovo libro in uscita Eclissi e ritorno di Dio.

Idee per il futuro

In definitiva, si vuole celebrare il particolare anniversario con «un’idea precisa», ci spiega Ilario Bertoletti: quella di «riscoprire le radici e gli snodi principali, tratteggiare la storia, individuare idee per il futuro». È preciso anche un riferimento: la raccomandazione che san Paolo VI rivolse ai rappresentanti di Morcelliana ricevendoli dopo la sua elezione: «I libri devono essere freschi come il pane quotidiano».

Un «laboratorio dell’umano»

13 Settembre 2025

di Fausta Speranza

«Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune».

Sono parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, a conclusione dell’incontro in Campidoglio, alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, nella seconda giornata del World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human.

Si è trattato dell’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale Grace for the World, nella serata di sabato 13 settembre in piazza San Pietro, con l’esibizione tra gli altri di Andrea Bocelli e uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma “inaugurare un processo sinodale sull’umano”.

Il cardinale Gambetti chiarisce: «La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza».

Il contesto è chiaro: «La tecnica corre più veloce della coscienza, la verità si piega alle manipolazioni e la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo».

Ma c’è sempre spazio per la “capacità di resistere, innovare, creare ponti”.

L’incontro definito “Assemblea dell’Umano” rappresenta “una tappa simbolica e operativa” per “misurare, definire e promuovere la fraternità nella vita reale”.

Tra i partecipanti, la giornalista filippina naturalizzata statunitense Maria Ressa, insignita del Premio Nobel per la pace per la sua lotta a favore della libertà di espressione e contro la piaga della disinformazione, chiede di fermare la sorveglianza digitale e il pregiudizio codificato per una comunicazione più autentica, apprezzando molto l’Assemblea dell’umano in cui le persone si possono incontrare, conoscere, progettare insieme perché – ribadisce – «il futuro che vogliamo passa attraverso verità e azione umana».

Per questa terza edizione, padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, racconta di una “partecipazione straordinaria”, di «un crescendo di adesioni da quattro continenti, con religioni, culture, generazioni diverse: 450 economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel».

Quindici tavoli tematici, con il confronto tra rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali hanno trasformato Roma in una sorta di ideale laboratorio dell’umano.

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali.

La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che — ci ricorda padre Occhetta — significa «un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento, perché — avverte — quando il potere non ascolta il popolo lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo».

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”.

Si tratta infatti di «essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto».

Con potenziali drammatici risvolti. A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito hanno mandato un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-09/quo-211/un-laboratorio-dell-umano.html

 

 

 

«Una Amma da riscoprire»

A 350 anni dalla prima apparizione all’apostola del Sacro Cuore di Gesù

2 Giugno 2025

su L’Osservatore Romano:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-06/quo-126/una-amma-da-riscoprire.html

di Fausta Speranza

Dalla Dilexit nos, ultima enciclica di Papa Francesco, al cuore ardente di tradizione agostiniana nello stemma papale di Leone XIV. Senza dimenticare che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù una tappa importante è stata l’enciclica di Leone XIII Annum Sacrum. Nella vocazione universale dell’amore, non sorprendono richiami e punti di congiunzione che aiutano, arricchendola, la comprensione di eventi significativi come le celebrazioni giubilari per i 350 anni dalla prima apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni, iniziate a fine 2023, si concluderanno a Paray-Le-Monial, in Francia, il 27 giugno prossimo. Ci sarà in quanto Inviato speciale di Papa Leone XIV il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio.

Un’occasione privilegiata

L’anniversario rappresenta un’occasione privilegiata per riscoprire «una autentica Amma, madre spirituale», come padre Bernard Ardura, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, definisce la mistica nata nel 1647 e morta nel 1690 proprio nell’edificio adiacente alla basilique du Sacré-Cœur sorta in Borgogna a Paray-Le-Monial. È stato il luogo delle apparizioni avvenute nell’arco di 17 anni, rese note e valorizzate dal suo padre spirituale Claudio de la Colombière (1641-1682) della Compagnia di Gesù. Oggi è uno dei santuari più importanti di Francia.

«Un ricchissimo messaggio di amore»

Padre Ardura parla di «un ricchissimo messaggio di amore» trasmesso «senza inutili ricerche stilistiche, ma con naturalezza e limpidezza». È quanto si legge nella sua prefazione al volumetto Lettere (Amazon Italia Logistics, 2025, pagine 150, euro 4.50) che racchiude le missive inviate dalla suora Visitandina alla superiora, madre Maria Francesca de Saumaise. Si tratta di un’iniziativa editoriale voluta e sovvenzionata dal gruppo di preghiera nato sui social denominato Trionfo del Sacro Cuore di Gesù. In una serie di agili volumi tematici si ripropongono gli scritti così come riportati nella Vie et Oeuvres de S. Margherita Maria Alacoque, opera a cura di monsignor Francesco Leone Gauthey, (Edizioni de Gigord, 1915), nella traduzione italiana approvata dal Monastero di Paray-le-Monial. Da marzo 2024 sono usciti Consigli particolariPreghiereSfide e istruzioni, oltre a Lettere, ma altri ne seguiranno.

Il testamento spirituale di Francesco

Il 3 giugno, presso la Libreria San Paolo di via della Conciliazione a Roma, verranno presentati in un incontro con don Javier Ortiz, parroco della basilica del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, e Luciano Regolo, codirettore della rivista «Maria con te». Un’occasione di riflessione intorno a quella che la mistica ha definito «la grazia del Cuore di Gesù: incontrare l’amore personale di Gesù per me». Proprio in questi giorni Leone XIV ha inviato alla Conferenza dei vescovi di Francia un messaggio a 100 anni dalla canonizzazione di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney, santa Teresa del Bambin Gesù. Ricorda che «il compianto Papa Francesco ci ha lasciato, un po’ come un testamento, una bella enciclica sul Sacro Cuore nella quale afferma: “Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità”». Leone XIV aggiunge: «Non potrebbe esserci programma di evangelizzazione e di missione più bello e più semplice».

ANSA: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/giubileo_news/2025/06/02/giubileoa-fine-mese-si-chiude-in-francia-evento-del-sacro-cuore_90b40301-98ee-494b-90a5-28e72fcf8dc7.html