Un Papa alla Biennale per i “serbatoi di doppia creatività”

11 Marzo 2024

Il 28 aprile Papa Francesco si recherà alla 60esima Esposizione Internazionale d’Arte. Si tratta della prima volta che un Papa visita la Biennale di Venezia, che quest’anno si svolgerà, sul tema Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, dal 20 aprile al 24 novembre 2024 e ospiterà il Padiglione della Santa Sede intitolato With My Eyes. L’allestimento della Santa Sede,   installazione fisica e concettuale, ha coinvolto artisti internazionali e si svolgerà all’interno della Casa di reclusione femminile Venezia Giudecca, offrendo una declinazione particolare della questione dei diritti umani e della figura degli ultimi. Significati e valori che accompagnano l’iniziativa sono stati presentati questa mattina in Sala Stampa Vaticana.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’educazione, cardinale José Tolentino de Mendonça, ha chiarito che «la Chiesa si attende un vero dialogo con gli artisti e non che siano cassa di risonanza». Ha ricordato che «Papa Francesco riconosce l’importanza del senso critico degli artisti che aiuta a pensare», per poi parlare di una polifonia che contiene qualcosa di inatteso o diverso che, anche nelle sue espressioni radicali, può offrire interrogativi o suggestioni utili a rintracciare, ricostruire una visione del sacro. Ha ribadito, dunque, che «la Chiesa si attende un dialogo vero con il mondo e le dinamiche degli artisti».

In conferenza stampa, oltre alla riflessione del porporato  pubblicata in questa pagina,  sono intervenuti Giovanni Russo, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia della Repubblica italiana; i curatori del Padiglione della Santa Sede, Chiara Parisi e Bruno Racine, che si distinguono tra i curatori più importanti nel panorama artistico internazionale; e il Chief governance officer di Intesa Sanpaolo Paolo Maria Vittorio Grandi. Ha moderato l’incontro Cristiane Murray, vicedirettore della Sala Stampa Vaticana.

Giovanni Russo ha raccontato della profonda emozione provata nel rispondere alla proposta di ospitare in carcere la mostra voluta dalla Santa Sede, ricordando che «trasformare l’attesa in speranza è lo scopo degli istituti penitenziari: l’attesa di tornare a vita diversa da quella che ha portato a subire una condanna». Si tratta del «compito difficile di produrre una revisione critica dell’agito che ha condotto alla condanna e alla reclusione». Sono tante le iniziative che avvicinano le persone detenute all’arte, ha detto Russo per poi sottolineare però che nessuna è comparabile con quella voluta dalla Santa Sede per il coinvolgimento relazionale, per lo spessore in termini artistici nonché mediatici. Inoltre, «la partecipazione delle detenute ha raggiunto livelli mai visti».

Gli artisti coinvolti sono otto: Maurizio Cattelan, Bintou Dembélé, Simone Fattal, Claire Fontaine, Sonia Gomes, Corita Kent, Marco Perego & Zoe Saldana e Claire Tabouret. Il punto è che le detenute, di età intorno ai 40 anni,  “ospitano” l’evento negli spazi comuni dell’Istituto penitenziario e contribuiscono alle creazioni artistiche. Il catalogo sarà curato da Irma Boom e pubblicato da Marsilio.

Chiara Parisi ha parlato di «serbatoi di doppia creatività», di «moltiplicata energia creativa degli artisti nutrita dalla forza delle detenute». Una forza che in alcuni casi ha significato condividere foto dell’infanzia o di figli, in altri casi è stata veicolata dai componimenti poetici scritti per gli artisti dalle detenute stesse. In sostanza si mette in contatto il vissuto con i valori universali di solidarietà, di coraggio, di pace veicolati attraverso la bellezza. Si declinano in modi molto diversi: dai workshop alla danza, dalle performance ai dipinti.

Dell’esperienza dei visitatori ha parlato Bruno Racine, mettendo in luce come nell’arte contemporanea si possa cercare e individuare «una dimensione spirituale al di là della materialità dell’opera». Si tratta — ha spiegato — di un’esperienza di visita in un luogo particolare per accedere al quale bisogna lasciare documenti e telefonino. «L’unicità della Santa Sede, Stato unico e senza scena artistica nazionale, ha spinto a sperimentare una nuova formula», ha confidato Racine aggiungendo che «la scelta della location è un manifesto, una dichiarazione di attenzione per percorsi particolari di vita mentre la scelta di coinvolgere artisti provenienti da diversi Paesi e senza distinzione di fede testimonia un messaggio universale di inclusione».

È stato ricordato che il carcere femminile Venezia Giudetta è un luogo storico dalla metà dell’Ottocento: è stato un convento al quale venivano affidate donne che la Repubblica di Venezia riteneva dovessero essere “convertite” a vita più degna. In seguito è stato trasformato in una casa di reclusione senza perdere il target femminile. Oggi si trova al centro di una iniziativa che non lo coinvolge solo come luogo di esposizione ma anche come microcosmo relazionale in cui il lavoro artistico si offre nella consapevolezza del contesto.

Parole di ringraziamento per l’invito a partecipare seppure a diverso titolo sono state espresse da Paolo Maria Vittorio Grandi, che ha ricordato che sono varie le iniziative di Intesa San Paolo in altri istituti penitenziari, come a Caserta, Bari, Foggia, con un’attenzione alle famiglie dei detenuti, in particolare ai figli. Grandi ha ricordato l’invito di Papa Francesco a creare modelli di sviluppo  in grado di generare soluzioni nuove per aiutare individui e comunità, e ha affermato che si deve parlare di piani di impresa e non di isolati gesti caritatevoli.

Emerge l’idea di andare oltre ogni desiderio di voyeurismo o di giudizio, assottigliando i confini tra osservatore e osservato, tra chi giudica e chi viene giudicato. E nella convinzione che l’arte sia in grado di esplorare il linguaggio delle emozioni in tutte le sue sfumature facendosi mezzo di comunicazione sociale, la soglia da attraversare è anche quella tra bellezza e speranza.

di Fausta Speranza

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Dietro l’intreccio magico tra note e parole

Alla ricerca delle radici d’autore ne «La cetra e la penna»

23 febbraio 2024

Non sono tutte «solo canzonette», come diceva, ironizzando, un autore del calibro di Edoardo Bennato. Anche se è difficile definire confini e stabilire il livello di “nobiltà intellettuale”, la poesia, quando c’è, si impone. È con questa consapevolezza che ormai dagli anni Cinquanta siamo abituati a fare distinzioni tra prodotti diversi che rientrano in ogni caso nella cosiddetta popular music, che era e resta strettamente connessa all’industria dell’intrattenimento e della comunicazione. L’obiettivo è intravedere la poesia, viva ma nascosta in luoghi da cui è sempre più difficile estrapolarla, anche perché in sostanza gli strumenti tradizionali con cui veniva analizzata e giudicata non funzionano più. In questo contesto offre spunti di riflessione il libro di Marco Testi La cetra e la penna (Roma, Àncora, 2024, pagine 206, euro 19) che mette in luce tracce del filo rosso che ci porta «dalla letteratura alla canzone d’autore», come si legge nel sottotitolo.

Anche nell’ambito del fenomeno di massa, le canzoni possono regalare più di quello che un suggestivo passaggio sonoro o una strofa riuscita o un ritornello efficace siano in grado di offrire. L’esplorazione del significato per così dire autentico di un brano pop passa però attraverso la sensibilità o insensibilità di critici e tempi. E troppo spesso, ad esempio, si è cercato tra le note e tra le righe la valenza politica, mettendo l’accento esclusivamente sui cantautori impegnati sul piano sociale. È stato fatto non senza forzature o pregiudizi, come ha messo in luce lo storico Eugenio Capozzi nel volume Innocenti evasioni. Uso e abuso politico della musica pop (2013), che ha aperto a un’operazione di tipo diversa: ricercare, liberi dalla lente della politica, quello che può essere riconosciuto in termini di significati e cultura. Meno soggettiva, nonché molto interessante, può essere, dunque, l’individuazione di radici o spunti di quel ricchissimo bagaglio culturale che l’Occidente offre dall’Ecclesiaste in giù.

Indubbiamente l’intreccio tra note e parole di alcune canzoni che si sono imposte nella cultura contemporanea tradisce l’eco di espressioni e immagini “d’autore”. In La cetra e la penna i richiami vengono proposti in chiave tematica, cioè in capitoli dedicati a grandi orizzonti esistenziali come il viaggio, la noia, la solitudine, la morte, la follia. C’è anche il tema della risposta a meccanismi imperanti pure nell’ambito culturale: le famose leggi del mercato, secondo le quali, come affermava Oscar Wilde «tutti conoscono il prezzo delle cose ma pochi ne conoscono il valore».

Come illustra l’autore, considerando l’ambito italiano, tra i testi di artisti come Battiato, Dalla, De André, De Gregori, Vecchioni ritroviamo impronte letterarie di tutti i tempi, da Dante a Joice, da Omero a Baudelaire. E c’è anche il «grande codice dell’Occidente», come il cardinale Gianfranco Ravasi ha definito la Bibbia, ricordando che ha insegnato «a intrecciare nel pensare, scrivere e cantare, spirito e corpo, mito e storia, mistica e amore, sacro e profano, ma soprattutto Dio e uomo».

Nei secoli sono diverse e affascinanti le variabili della declinazione musicale dell’agone poetico, di cui la cetra e la penna sono gli emblemi. Ad esempio, la studiosa Ester Pietrobon nel libro intitolato proprio La penna interprete della cetra (2019) si è soffermata sugli anni del Rinascimento, cruciali per la storia della cristianità occidentale e per la letteratura italiana. Si tratta degli anni dei “volgarizzamenti” biblici, e dunque anche della riproposizione in lingua volgare della poesia dei Salmi, e meglio che in altri contesti si avverte la ricchezza del rapporto dinamico tra metrica, sintassi, ipotesto. Una ricchezza da non dimenticare.

Tornando a tempi più recenti, si può dire che, pur tra diversi limiti e distinguo da fare, a partire dalla seconda metà del Novecento, la canzone ha progressivamente occupato gran parte del ruolo sociale che prima spettava alla poesia. È difficile per le nuove generazioni immaginare come agli inizi del secolo scorso un liceale, ovviamente della minoranza che aveva accesso allo studio, cercasse nei libri di contemporanei, da D’Annunzio a Montale, quello che il suo equivalente moderno cerca oggi nei testi di cantanti preferiti. Il punto è che con il tempo, ci piaccia o non ci piaccia, i confini fra cultura “alta” e “bassa” si sono fatti più sfumati. Si usa il termine middlebrow per individuare un tipo di produzione culturale e artistica che si situa subito al di sotto della tradizionale cultura “alta” e che però è adatta all’intrattenimento delle grandi masse alle quali si dice che, a seconda dei punti di vista, fornisca la possibilità o l’illusione di accedere facilmente a prodotti culturali socialmente prestigiosi. Secondo gli studiosi, il middlebrow comprende anche la fascia più “nobile” che si è creata nell’ambito della musica leggera e che per quanto riguarda l’Italia si identifica proprio con i cantautori “storici” del secondo Novecento. Anche per questo può essere importante individuare tracce del bagaglio culturale del passato di cui si sono “nutriti” questi cantautori, sperando che continui a essere fonte di ispirazione per quell’affascinante magia che in tutti i tempi fonde parole, note, pause e intervalli.

di FAUSTA SPERANZA

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Un nemico in agenda

Diplomazia e umanità alla sfida del dialogo

20 gennaio 2024

 Un nemico in agenda QUO-016
di Fausta Speranza
La guerra di per sé è un crimine contro l’umanità, la pace è sempre possibile: sono parole di Pasquale Ferrara, direttore generale degli Affari politici e della sicurezza del ministero degli Esteri, intervenuto al dibattito voluto in vista della Giornata della Memoria da padre Davide Carbonaro, parroco di Santa Maria in Portico in Campitelli, nel pomeriggio del 18 gennaio. Ferrara parla dell’importanza di «costruire rapporti di fiducia proprio là dove prevalgono le logiche del conflitto, non limitandosi a stringere i legami tra Paesi già alleati e amici». Ricorda il ruolo e le potenzialità degli strumenti della diplomazia sottolineando l’urgenza di «un’agenda positiva» per i leader internazionali.

«Riuscire a trasformare i nemici in amici è uno dei compiti della diplomazia», afferma Ferrara, spiegando che «alla base delle relazioni internazionali c’è la fiducia: se manca, non ci sono relazioni internazionali in grado di assicurare la pace». Parlando dei conflitti in corso in Ucraina e nello scenario israelo-palestinese, spiega che «ci troviamo a confrontarci con delle negazioni: Putin nega l’esistenza dell’Ucraina come Paese indipendente, Hamas nega l’esistenza stessa di Israele che a sua volta ha negato per lungo tempo ai palestinesi il diritto di costituirsi come Stato». Il punto è che «con le negazioni non si arriva a nulla: bisogna dare corpo a un’agenda positiva, cioè occorre non cancellare Stati ma inserire più Stati possibili nella carta geografica, per garantire loro un’esistenza pacifica».

«Non esiste una guerra giusta — afferma l’ambasciatore —. Oltre a parlare di crimini di guerra si dovrebbe riconoscere che la guerra in sé stessa è un crimine. Solo riconoscendo il dolore dell’altro si può evitare il rischio della disumanizzazione del nemico: riconoscersi nella comune umanità, come dice Papa Francesco, è un punto fondamentale anche per la diplomazia. C’è sempre un giorno dopo».

Antonello Blasi, docente di diritto Ecclesiastico e concordatario alla Pontificia Università Lateranense, offre spunti di riflessione sull’evoluzione dell’istituto concordatario e delle conventionesdal punto di vista della Santa Sede, sottolineando come «dal Vaticano II viene elaborato un nuovo sistema di dialogo, fino all’attuale politica ecclesiastica che coinvolge anche interlocutori normalmente non legittimati a condividere tavoli di trattative». Nella consapevolezza che «sono importanti le dinamiche del dialogo e della cooperazione proprio dove c’è distanza di posizioni e che l’attività di pace deve essere presa “insieme” e non separatamente». Ribadisce che il principio di buona fede attua il pacta servanda sunt e che «preliminare a qualsiasi tipo di accordo è l’educazione ai valori di ogni singolo attore che solo così diventa strumento di pace» .

Per comprendere l’attualità è sempre prezioso lo sguardo al passato, ai fatti accaduti, alle scelte dei grandi ma anche dei piccoli personaggi che fanno la storia. E il pensiero va alla Shoah. «Di fronte a qualcosa di così ingiusto i cristiani hanno saputo prendere posizione»: così Grazia Loparco, salesiana ordinaria di storia della Chiesa alla Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium, descrive l’impegno delle case e degli istituti religiosi romani nel salvare gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Cita Primo Levi che ha conosciuto di persona: «La testimonianza è un dovere nei confronti delle giovani generazioni. Le parole hanno un peso». Come cristiani, «non si poteva restare indifferenti», dice Loparco sottolineando che «molti familiari di ebrei soccorsi raccontano di una solidarietà espressa da parte di religiose nel profondo rispetto del credo altrui». Quanti hanno salvato ebrei avevano capito che erano innanzitutto persone: «Non avrebbero rischiato così tanto se non avessero creduto nella dignità della persona umana». Nelle case religiose così come in una famiglia non rischiava solo una persona, ma l’intera comunità. «Oggi, invece, si è perso il senso del noi». Si tratta di tutte storie che hanno trovato conferma attraverso precisi riscontri, assicura Loparco, parlando di documentazione scritta ma anche di interviste ai superstiti. E proprio «l’approccio orale ha dischiuso, in alcuni casi dopo anni, la memoria preziosa di fatti taciuti per varie ragioni, tra cui il dolore e il pudore».

È lo storico Matteo Luigi Napolitano, dell’Università degli Studi del Molise e consulente del Pontificio Istituto di Scienze Storiche, a mettere in luce il contributo importante, per la ricostruzione del periodo della Seconda guerra mondiale, assicurato dall’apertura, il 2 marzo del 2020, degli Archivi vaticani. Spiega, ad esempio, che proprio l’accesso in particolare all’Archivio Storico della Segreteria di Stato ha permesso di “scoprire” che il Vaticano in occasione del processo di Norimberga aveva ragguagliato i giudici inviando materiale “segreto”, documenti e dispacci, sullo stato dei rapporti tra Santa Sede e Germania. Sottolinea che attualmente il sistema di digitalizzazione di questo archivio consente agli studiosi di entrare contemporaneamente sulla stessa pagina o documento, senza attese per la consultazione, parlando di «una garantita capacità di accesso rara». L’obiettivo resta quello di fare memoria storica degli orrori ma anche dell’umana fratellanza che ad essi sopravvive.

di FAUSTA SPERANZA

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Abili alla socialità

Parte alla Gregoriana «L’Etica utile», corso per studenti delle superiori

13 novembre 2023

Liceali in trasferta all’università: è una questione di etica. Prende il via la significativa e originale iniziativa della facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana che, con il patrocinio di Roma Capitale-Assessorato alle Politiche sociali e alla salute, ha organizzato un ciclo di incontri su L’etica utile rivolto esclusivamente agli studenti del triennio finale degli Istituti superiori di Roma. Sette incontri che frutteranno ai ragazzi un attestato di frequenza valido per il riconoscimento di 35 ore in relazione ai Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto). L’iscrizione è gratuita ma passa attraverso l’adesione delle scuole. Il primo appuntamento è fissato a mercoledì prossimo, 15 novembre, ed è dedicato al concetto di fraternità in relazione alla società. Gli altri seguiranno, sempre nel giorno centrale della settimana, affrontando tematiche essenziali come giustizia, sostenibilità, democrazia, realtà e virtualità, spiritualità e dialogo tra religioni, popoli, Stati. Fino a maggio 2024.

In un mondo che rischia di essere sempre più dilaniato dai conflitti, svuotato di senso dalla dittatura degli algoritmi, impoverito dalla corruzione, è immediatamente percepibile l’importante significato di «uno spazio di riflessione sulle implicanze esistenziali del paradigma etico, per contribuire a formare una nuova generazione eticamente responsabile nel proprio quotidiano attraverso il discernimento», come si legge nella presentazione del corso.

L’originalità per la Gregoriana non è nell’orizzonte tematico: l’etica teoretica e pratica sono fulcro della Dottrina Sociale della Chiesa e praticamente di tutti gli insegnamenti nell’ateneo. La novità è rappresentata dall’apertura delle porte ai liceali — ci dice il decano della facoltà di Scienze Sociali, padre Peter Lah — e anche dall’attenzione focalizzata sulla città di Roma, particolare per un ambito culturale abituato ad accogliere studenti da altre latitudini, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia.

«È un’iniziativa pensata per aiutare i giovani ad allargare gli orizzonti», sottolinea il decano, spiegando che «quando si parla di cultura o di educazione si tende a trasmettere agli studenti l’idea che debbano essere sempre migliori, sempre più preparati ma per rispondere ai criteri di efficienza del lavoro della società». Cioè, in sostanza «ci si preoccupa molto della preparazione “tecnica”, meno della preparazione umana». I giovani — prosegue Lah — hanno diritto a «un orizzonte di finalità completo, che non trascuri il bene della persona stessa e della società in cui vivranno». Il rischio è preciso nelle parole del decano: «Chiediamo ai giovani di essere sempre più veloci, di alzare il livello, ma non parliamo loro di direzione».

Si arricchiscono i significati se si pensa che la Gregoriana si fa spazio di confronto per un punto di vista su Roma facendo incontrare mondo della scuola e mondo dell’università ma anche avendo coinvolto le istituzioni, nella fattispecie nella persona di Barbara Funari, assessore alle Politiche sociali e alla salute del comune di Roma. Si spera peraltro che, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, il discorso sul bene comune possa contagiare positivamente le preoccupazioni per una città che è emblema della bellezza storico-artistica ma che vive da tempo le difficoltà delle metropoli.

In ogni caso non potrebbe essere Etica utile se non parlasse il linguaggio della concretezza. È il direttore responsabile del programma, Luigi Mariano, a precisare che «si tratta di etica applicata e non teoretica». Dunque ci si muove da premesse filosofiche attraversando principi dell’educazione civica, ma si vuole arrivare alle tematiche più urgenti per la società contemporanea e più vicine alla realtà dei giovani. Significa — afferma Mariano — «affrontare le questioni socio-economiche, le sfide ambientali, trattare le logiche politiche e quelle della comunicazione».

Determinante è anche la modalità scelta, che prevede per ogni incontro tre momenti: la relazione di un docente della Gregoriana e di un esperto invitato; la testimonianza di organizzazioni impegnate nel contesto dell’area tematica specifica (tra cui Caritas di Roma, Cittadinanza attiva, Next, Economia di comunione, Fridays for Future, Circoli Laudato si’); e poi il confronto.

Come sottolinea Mariano, «si cerca di aprire davvero il dibattito, lasciando un tempo agli studenti per fare domande, perché sia vera occasione di approfondimento». Guardando alle adesioni, sembra che l’approccio sia quello giusto: sono stati registrati 300 alunni, negando l’opportunità ad altri 150 richiedenti per motivi di spazio legati alla capienza massima dell’Aula Magna della Gregoriana. A proposito di numeri, al progetto hanno aderito oltre 20 scuole, sia statali che paritarie, di Roma e provincia. Vario è l’indirizzo disciplinare: scientifico, classico, artistico, linguistico, scienze umane, informatica e telecomunicazioni, eccetera.

Un altro punto è rilevante a proposito di approccio. «Il tema dell’etica è spesso affrontato in maniera negativa — sottolinea Mariano — come assenza o vuoto che si percepisce attraverso i fatti della cronaca». È indubbiamente vero ed è indubbiamente perdente. La via giusta è un’altra: «Bisogna fare uno scatto in avanti positivo, scommettere sui giovani presentando loro l’etica come opzione e scelta alla loro portata». Vengono in mente le parole di una giovane che non ha avuto l’opportunità di crescere per l’assurda negazione di qualunque logica di bene comune. Eppure, nonostante l’angosciosa precarietà della situazione, Anna Frank scriveva: «Io non penso a tutte le miserie, ma a tutta la bellezza che ancora rimane».

di FAUSTA SPERANZA

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L’arte di sognare

A colloquio con l’artista cubano Kcho

Al Palazzo della Cancelleria la mostra «Un nuovo mondo»

10 novembre 2023

 

Sulla scia dell’invito di Papa Francesco a «sognare nuove versioni del mondo», torna un’esposizione di opere d’arte dell’artista Kcho al Palazzo della Cancelleria, dopo quella nel 2014 e quella nel 2018. Si tratta della mostra, a cura di Eriberto Bettini con il Patrocinio dell’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede e del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, intitolata proprio Un nuovo mondo. Inaugurata domani sabato 11, resterà aperta fino al 26 novembre.

L’artista cubano dà forma e colore all’angoscia di chi, da diversi lidi del mondo, imbocca la via del mare per dare una svolta a un’esistenza difficile o impossibile. Nato nel 1970 a Nueva Gerona, Isla de la Juventud di Cuba, nella sua infanzia ha visto salpare su imbarcazioni di fortuna tante persone in cerca di un’altra terra. All’anagrafe è registrato come Alexis Leiva Machado, ma resta affezionato al soprannome con cui il papà, da bambino, lo paragonava a un pezzetto di cacio: dallo spagnolo cacho, in arte è Kcho. L’artista, già intervistato su questo giornale da Silvia Guidi il 18 giugno 2014, oggi a «L’Osservatore Romano» confida l’emozione e la gioia di essere di nuovo in spazi del Vaticano e parla di senso di responsabilità, suggerendo l’idea che «quello che l’arte non tocca con la sua luce rischia di venire dimenticato».

Ma «non basta soltanto guardare, bisogna sognare»: Kcho cita le parole di Papa Francesco pronunciate il 23 giugno scorso, quando, nel 50° anniversario dell’inaugurazione della Collezione d’Arte moderna e contemporanea dei Musei Vaticani, ha ricevuto circa 200 tra i più illustri creativi contemporanei. In particolare ricorda l’incoraggiamento del Papa: «Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo. Voi artisti, allora, avete la capacità di sognare nuove versioni del mondo».

È proprio il sognare l’elemento innovativo. In precedenza, il racconto per immagini riguardava in particolare gli approdi a Lampedusa, anche se le opere richiamano scenari diversi ma accomunati: Gibilterra, Pacifico, Rio Grande, Mar dei Caraibi. Situazioni che l’autore cubano aveva sintetizzato in una croce formata dall’assemblaggio di remi e dai frammenti di legno memori di un naufragio esistenziale. Una croce che è stata donata al Papa come emblema di sofferenza e di riferimento salvifico per chi si riconosce in essa.

Nell’attuale mostra prevale il desiderio di suscitare, alimentare e costruire almeno dentro ciascuno di noi un nuovo mondo, fatto di partecipazione e di accoglienza. Kcho ci dice che «come tante barche anche il mondo sta dando l’idea di andare alla deriva verso sempre più guerre e violenze». L’urgenza è la stessa di sempre sotto tante latitudini, ci dice l’artista aggiungendo che «non si tratta di spegnere ogni volta un fuoco diverso, pacificare una ennesima guerra, ma la sfida è immaginare, per contribuire a renderlo reale, un mondo impostato sulla fratellanza».

Il critico d’arte Luciano Caprile ci spiega che nelle opere ultime in esposizione in questi giorni «le barche ruotano in circolo a formare una sorta di mappamondo di unione e di sostanza dove le candide vele sono vessilli da innalzare al cielo e dove si instaura un clima di coesione tra gli scafi e i loro anonimi occupanti».
Quella prospettata da Kcho non è la «nuova versione del mondo» auspicata, ma ne esprime l’anelito, tiene vivo il desiderio di “sogno”. È anche il desiderio — espresso dall’artista — di «politiche culturali con meno mercato e più umanità».
Si conferma una caratteristica: nella raffigurazione di persone non compaiono i tratti somatici dei volti, per suggerire — ci spiega Kcho — che noi possiamo specchiarci in loro e loro in noi.

di FAUSTA SPERANZA

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Il valore della testimonianza oltre il dramma della storia

Un volume ripercorre la vita di Arminio Wachsberger, uno dei pochi sopravvissuti

16 Ottobre 2023

di FAUSTA SPERANZA

Il dramma della Shoah, declinato a Roma in particolare con “il sabato nero”, per tanto tempo è stato accompagnato da una sorta di afasia collettiva. Per anni i testimoni diretti non sono riusciti a trovare le parole adatte a riferire quello che nell’immaginario anche verbale non sembrava essere stato concepito. Nessun termine poteva essere all’altezza del vissuto e nessuno sembrava davvero interessato ad ascoltare narrazioni dall’abisso di disumanità che era stato raggiunto. Una voce ha fatto eccezione proprio in riferimento al 16 ottobre 1943, quella di Arminio Wachsberger, uno dei pochi sopravvissuti tra gli arrestati nel quartiere ebraico. Conosceva il tedesco e ha fatto da interprete e forse proprio questo paradossale avvicendarsi di traduzioni lo ha aiutato a trovare anche il linguaggio comprensibile per un’esperienza al limite della comunicabilità.

«Un testimone d’eccezione della deportazione degli ebrei di Roma», si legge nel sottotitolo del volume dello storico Gabriele Rigano, intitolato L’interprete di Auschwitz (Milano, Edizioni Guerini e Associati 2015, p. 254). È il lavoro scientifico di uno studioso e ha tutte le caratteristiche di un saggio rigoroso che ricostruisce dettagli e risvolti della vicenda di Arminio Wachsberger attraverso un minuzioso esame delle carte e dei documenti, ma trasuda l’emotività di una presa diretta.

Rigano lo definisce «un testimone loquace e appassionato di buona memoria», che ha lasciato varie testimonianze scrivendo e parlando sin da subito dopo la fine della guerra, pur avendo un carattere riservato. «A suo modo un protagonista delle vicende che ha vissuto, senza lasciarsi mai schiacciare dal senso di impotenza, che doveva essere un macigno sulla vita degli ebrei perseguitati». La conoscenza delle lingue e la sua intraprendenza gli hanno conquistato il ruolo di intermediario tra i deportati e le autorità naziste, anche con Mengele ad Auschwitz e poi in tutti i luoghi di detenzione dove si è trovato tra il 1943 e il 1945. Successivamente, nella Germania liberata tra il 1946 e il ‘49 ha testimoniato nelle aule dei tribunali. «Io, naturalmente, come al solito, fungevo anche da interprete», racconta Arminio.

Dal confronto con gli strumenti dello storico emerge un quadro in cui Arminio ha cercato di ritrovare sempre il linguaggio dell’umanità. Nato nel 1913 a Fiume, figlio del rabbino capo di questa città cosmopolita e aperta dove era normale parlare diverse lingue, si trasferisce a Roma nel 1936 dove sposa Regina Polacco da cui avrà, poco dopo, una figlia. Viene sorpreso dalla razzia di quel sabato 16 ottobre con la sua famiglia. Durante il trasferimento al Collegio militare e nei due giorni successivi prima della partenza del treno dalla stazione Tiburtina verso Auschwitz, da subito tenta di salvare più vite possibile. Consegna un bimbo a una donna non ebrea che, intercettato lo sguardo della mamma ebrea sul camion, chiede di riavere «suo figlio». Arminio convince le SS confermando la versione delle due donne. Dichiara, sotto la sua responsabilità, che alcuni dal nome non prettamente ebraico sono stati presi per errore. Portato ad Auschwitz, scampa alle selezioni ma non riesce a salvare invece la moglie e la figlia. Lavorando per il famigerato Mengele, riesce invece a salvare altri procacciando medicine e viveri. Porta conforto ai malati. Trasferito a Varsavia insieme con altri ebrei romani, per lavorare allo sgombero delle macerie del ghetto distrutto dai tedeschi dopo la rivolta, nell’estate del 1944 è tra quanti vengono trasferiti con una terribile marcia al campo di Dachau. Nell’aprile del 1945 viene liberato. Continuerà a collaborare nella ricerca dei sopravvissuti e a testimoniare nei processi contro gli aguzzini. Tornerà in Italia nel 1949, dove morirà nel 2002.

«Grazie al suo instancabile ruolo di testimone, Arminio Wachsberger — scrive Rigano — ci restituisce con precisione l’ambiente ebraico di Fiume, la Roma fascista durante le leggi razziali, Auschwitz, le marce della morte, la liberazione dei campi». Lo storico definisce i suoi racconti «fondamentali perché tra i 16 sopravvissuti del 16 ottobre è stato l’unico a parlare subito» e perché «il suo è un punto di vista particolare, diremmo pure “privilegiato”, rispetto a quello degli altri prigionieri, essendo in continuo contatto con i nazisti». Inoltre, «dopo la guerra la sua testimonianza fu importantissima per determinare il destino di tanti ebrei italiani deportati e morti che aveva incontrato».

A 80 anni da quei tragici eventi, restano pagine di storia da finire di ricomporre e, come sottolinea Rigano, «sono gli eredi che spesso si fanno promotori di ricerche, ma c’è la difficoltà per i testimoni — diretti o indiretti come gli eredi — di accettare di sottoporre le loro memorie ai meccanismi della verificabilità storica: lo vivono come una profanazione». Proviamo a immaginare di quanto tatto e sensibilità ci sia bisogno, mentre Rigano aggiunge una sorta di appello: «Oggi come oggi la contrapposizione tra storici e testimoni va superata: senza le storie individuali il lavoro degli storici perde la “carne”, si deumanizza, ma senza l’impegno degli studiosi le testimonianze possono essere svilite dai negatori della Shoah che si attaccano ai normali errori di memoria per delegittimare tutto il patrimonio di testimonianza sulla deportazione e lo sterminio». Lo storico li definisce «gli Eichmann di carta».

Incontrare di persona Rigano ci permette di ascoltare l’eco particolare del suo lavoro oltre le pagine del libro: «Spesso noi storici ci occupiamo di grandi numeri e eventi collettivi, soffermarsi sulle vicende di una singola persona ci permette di addentrarci nella quotidianità, nelle passioni, paure, speranze delle persone che vivendo fanno la storia». Confrontarsi con le narrazioni dei deportati è sempre «destabilizzante» — ci confida — perché «ci richiama alla tragica capacità di odio di cui è capace l’uomo». Ma non finisce tutto lì: «Ci mette anche di fronte alla capacità di opporsi al male, che ci richiama alla possibilità di poter fare sempre qualcosa, anche nelle situazioni più estreme».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-10/quo-238/il-valore-della-testimonianza-oltre-il-dramma-della-storia.html

Archeologia di fratellanza

04 ottobre 2023

«Percorsi di pace»

per la sesta Giornata delle Catacombe

«Percorsi di Pace» è il titolo dell’iniziativa voluta il 7 ottobre prossimo dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nella VI Giornata delle Catacombe-Edizione d’Autunno. Saranno gratuitamente visitabili, su prenotazione, alcuni siti che generalmente sono chiusi al pubblico dislocati a Roma e in varie regioni d’Italia. In un momento storico segnato da drammatiche conflittualità, si guarda a quelle immagini catacombali che ancora a distanza di secoli suscitano una riflessione sulla fratellanza e la pace.

Dopo il successo dell’apertura il 18 marzo scorso di sette catacombe romane, per questa Edizione d’Autunno si offre la possibilità di visitare sei complessi ipogei della Roma sotterranea: Santa Tecla, San Lorenzo, Pretestato, Vigna Chiaraviglio, l’ipogeo degli Aureli e Generosa.

In alcuni casi avranno luogo conferenze, come quella organizzata sulla figura di Sant’Antioco nel Palazzo del Capitolo dell’omonimo comune, un’isoletta nell’estremo sud ovest della Sardegna. Ci sono anche laboratori dedicati ai bambini, come quello sulle epigrafi cristiane nel Comprensorio callistiano a via Appia Antica a Roma, o quello sui simboli cristiani presso le Catacombe di S. Savinilla nel comune laziale diNepi. Le iniziative si chiuderanno con una messa presieduta da monsignor Pasquale Iacobone, presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, ad Albano Laziale.

Alcuni simboli nelle decorazioni nelle catacombe, che rappresentano episodi e personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento, o scenari bucolici e paradisiaci, o momenti di vita quotidiana, sono molto noti, ma si possono scoprire sfumature interessanti. L’immagine dell’agnello, ad esempio, vittima sacrificale per eccellenza, viene utilizzata per rappresentare il Cristo, ma anche gli apostoli e i fedeli e può figurare anche, più semplicemente, una estrema sintesi del mondo pastorale. C’è poi la colomba che simboleggia l’anima che ha raggiunto la pace divina, nonché l’intervento salvifico di Dio, lo Spirito santo, e, se rappresentata con un ramoscello di ulivo, riporta alla pace dopo il diluvio universale. C’è poi l’àncora che suggerisce immediatamente l’idea della sicurezza di una nave nel porto, ma che può essere vista insieme con il faro, che con la sua luce indica l’approdo finale della navigazione: la salvezza. Meno conosciuta la rappresentazione della lepre, simbolo del fedele che fugge dalle insidie del mondo.

Se sono tanti i significati delle decorazioni, non meno importante è il messaggio stesso delle catacombe. La comunità cristiana ha ben presto avvertito la necessità di uno spazio destinato ad accogliere i fedeli in un riposo comune e in particolare si desiderava garantire a tutti i suoi membri, anche a quelli più poveri, una sepoltura dignitosa, esprimendo dunque un forte richiamo all’uguaglianza e alla fratellanza. È con questo spirito che nascono e si sviluppano le prime catacombe, composte da reti di gallerie sotterranee scavate talvolta riutilizzando spazi preesistenti. Garantivano l’apertura di più pile di loculi sovrapposti oppure forme di deposizione più articolate, come le tombe a mensa, gli arcosoli e i cubicoli. Sono spazi definiti cimiteri con un termine che deriva dal greco e indica «il luogo del riposo, che rispecchiano con esattezza la concezione cristiana della morte come tempo sospeso in attesa della Risurrezione.

Il valore delle Giornate delle Catacombe, che hanno preso il via nel 2018, è quello di offrire un percorso di visita e conoscenza che introduca alle fonti monumentali, testi diretti, ma anche alle fonti letterarie. «trascrizioni indirette». Fra le risorse più comuni si ricordano le Sacre Scritture, ma ci sono anche altri scritti, come quelli dei padri apostolici, coloro che ebbero rapporti con gli apostoli; o quelli degli apologisti greci del II secolo; o alcuni scritti antieretici dello stesso secolo e quelli degli scrittori cristiani del III IV secolo, tra cui si distingue Tertulliano con i suoi Ad Nationes e Apologeticum. D’altra parte, la Commissione di Archeologia Sacra istituita per un’idea dell’archeologo romano Giovanni Battista de Rossi venne riconosciuta come istituzione da Pio IX il 6 gennaio 1852 con la finalità di «custodire i sacri cemeteri antichi, per curarne preventivamente la conservazione, le ulteriori esplorazioni, le investigazioni, lo studio, per tutelare inoltre le più vetuste memorie dei primi secoli cristiani».

di FAUSTA SPERANZA

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-10/quo-228/archeologia-di-fratellanza.html

Nella mappa interiore

 Nella mappa interiore QUO-186
12 agosto 2023

«Senza nessuna commissione ecclesiale»: è quanto sottolinea suor Linda Pocher parlando di come sono nate le tre diverse iniziative cinematografiche dedicate a Maria che l’hanno colpita e stimolata a tal punto da scrivere Immagini di Maria. Immagini della donna dedicato, come recita il sottotitolo, a Cinema e mariologia in dialogo (Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 2023, pagine 176, euro 14). Tre film che nella penna dell’autrice, docente all’Auxilium e membro del Consiglio della Pontificia Academia Mariana Internationalis, diventano uno strumento della sua appassionante ricerca sulla mariologia contemporanea.

Se non si possono individuare committenze precise per i film o per il volume, ci sono invece almeno tre punti fermi che risuonano come ideali ciak di incoraggiamento: la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio vaticano II che, come sottolinea l’autrice, «incoraggia a fare alleanza con la “settima arte” e la sua potenza comunicativa»; l’esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus che «invita a rinnovare l’immagine di Maria incrociando la Scrittura, le scienze umane e le esigenze degli uomini e delle donne di oggi»; e il libro di Papa Francesco Ave Maria (Rizzoli-Lev 2019) in cui si racconta Maria come «una ragazza normale» incoraggiando a non rimanere ingabbiati nell’immaginario miracoloso del dogma.

«Quando Maria viene rappresentata come troppo diversa, separata e distante dall’esperienza umana — spiega Pocher —, si rischia di favorire processi di idealizzazione religiosa che allontanano dalla realtà quotidiana». Non si tratta di sminuire il linguaggio che opportunamente esprime i fondamentali aspetti della potenza divina, della liberazione dal male, della felicità promessa, ma di illuminare maggiormente le esperienze di Maria che meglio aiutano a comprendere le umane difficoltà, come i momenti di ansietà, di sofferenza, di oscurità, di impotenza, «di contrasto», afferma l’autrice. Il punto essenziale è non perdere il contatto con la situazione personale in cui di fatto ognuno attua il proprio percorso di vita e il proprio cammino di fede.

Il libro illustra i frutti di un approccio interdisciplinare: tutto è partito infatti dal seminario organizzato dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma in cui tre film italiani che hanno come protagonista la Madre di Dio sono stati messi a confronto, in un vivace dibattito, con gli studi più recenti su Maria. Si tratta di Io sono con te (2010), del regista Guido Chiesa che si è valso della sceneggiatura di Nicoletta Micheli; Troppa grazia (2018) diretto da Gianni Zanasi e sceneggiato da Michele Pellegrini; Bar Giuseppe (2019) di Giulio Base. Ne è emersa una riflessione attualissima, anche perché i film sono recenti. Ed è stata “aggiornata” anche la lente di lettura del gesuita Nicolas Steeves, studioso di teologia; dell’esperta di scienze psicologiche suor Milena Stevani; di don Renato Butera, docente di Comunicazione sociale; di Katia Malatesta, relatrice e giurata a vari festival internazionali di cinema. Peraltro il passaggio dalla modalità cinematografica a quella di videoconferenza e poi alla scrittura aggiunge alla caratteristica dell’interdisciplinarietà quella della multimedialità. E il rimbalzo in realtà non finisce qui perché Pocher riferisce qualcosa nel libro anche dell’eco che queste tematiche hanno suscitato nei suoi studenti.

Tra i diversi punti di vista, una lettura in chiave psicologica si sofferma sulla peculiarità del rapporto di ognuno con i genitori e ancor più con la madre. Un rapporto con cui si deve fare i conti, nell’equilibrio tra lati positivi e lati negativi, se si vuole approcciare davvero la maturità. Si parte dalla consapevolezza dell’importanza dei processi di memoria e delle informazioni sensoriali e psicologiche ricevute nell’ambito delle relazioni familiari per poi indagare il ruolo dell’immaginazione e di quella che viene definita la «mappa interiore», la rete di rappresentazioni che sono alla base del senso di sé e dell’altro. Il punto è che è importante un’equilibrata elaborazione personale che porti a una percezione realistica in grado di accogliere la complessità delle relazioni, lasciando cadere aspettative illusorie di rapporti gratificanti e senza ombra di conflitto o resistendo a forme di rifiuto di limiti non accettati. Tutto ciò aiuta a comprendere proprio quell’adesione al percorso di vita e di fede di cui si parlava.

Nella scrittura intensa ma agile del libro emerge chiaramente il rischio di una idealizzazione della figura di Maria che non tenga conto degli aspetti di limite, del momento della frustrazione, dell’incontro con ostacoli e difficoltà. «Quando le dinamiche idealizzanti sono troppo accentuate — afferma Pocher — i modelli si ammirano e si esaltano, e si amplificano così i vissuti affettivi di entusiasmo, ma non avviene poi un passaggio ulteriore alla propria vita concreta».

In definitiva, la sintesi e la rielaborazione di Pocher offrono un contributo al rinnovamento contemporaneo della mariologia che è in atto.

Tutto concorre a rilanciare oggi quegli inviti del Concilio e di Paolo VI che secondo Pocher chiamano all’appello insegnanti e operatori pastorali perché «sfruttino maggiormente il cinema quale strumento per la formazione e l’evangelizzazione».

di FAUSTA SPERANZA

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Sulla cima del silenzio

Restaurata la cappella di Saint-Michel de Brasparts in Bretagna

Al di là del cerchio di fuoco. È tornata a essere luogo di accoglienza e di preghiera la cappella di Saint-Michel de Brasparts nella suggestiva Bretagna. Siamo all’estremo nord-ovest della Francia, sulla sommità del colle omonimo, il più alto dei Monts d’Arrée, dove alla fine del XVII secolo la devozione locale diede vita alla piccola chiesa. Si può immaginare l’apprensione quando nell’estate 2022 i poderosi incendi che hanno colpito la costa occidentale della Francia sono arrivati a danneggiarla, dopo aver distrutto 2.200 ettari del bosco circostante. Nei giorni scorsi è stata riaperta al culto grazie al prezioso restauro effettuato in tempi di record e con una committenza d’eccezione: per il nuovo arredo liturgico è stato chiamato il disegnatore Ronan Bouroullec, originario proprio della Bretagna.

L’edificio è modesto, a pianta rettangolare, con abside inclinata. Le pareti, spesse più di un metro, sono il tratto fisico della profondità che si coglie. I muri in pietra intonacati a calce e il pavimento in terra battuta, leggermente rialzato nella zona del coro, richiamano la semplicità. La sensazione di una continuità tra la Cappella di Saint-Michel e il suo sito — tra architettura e natura — è forte. C’è il tetto in ardesia delle colline di Arrée, che poggia su un telaio di quercia.

L’impegno di Ronan Bouroullec si avverte proprio in linea con questa continuità, che è anche continuità con la tradizione del luogo e con l’impiego di maestranze locali. Nei materiali ha lasciato la sua impronta particolare anche scegliendo alcuni elementi particolari, come i residui minerari dell’altare in granito o il vetro smaltato per il contro rosone, che ben si armonizzano con la luce naturale e con quella delle candele, ospitate in essenziali ma eleganti supporti in ferro battuto. Si tratta di due gruppi di candelieri, uno formato dai tre grandi candelieri incastonati nella base in granito accanto all’altare, l’altro da ben quattordici candelieri incastonati nella consolle in granito. Sulla cima di ognuno c’è una coppa, che accoglie candele diverse per forma e dimensioni: da un grande cero a un modesto lumino.

Della cappella ci parla Martin Bethenod, impegnato da anni nel campo della cultura e dell’arte contemporanea in Francia, attualmente presidente del Crédac-Centre d’art contemporain di Ivry e presidente degli Archives de la Critique d’Art. «Progettare un oggetto, uno spazio — spiega —, è un tentativo di produrre, sulla base di pochi elementi selezionati e interconnessi, un effetto che vada oltre i materiali, gli oggetti e il luogo stesso, per suscitare la sensazione che qualcosa stia accadendo e metta in moto cambiamenti». Il progetto di Ronan Bouroullec «si basa su un triplice approccio: trovare un vocabolario di materiali ridotto all’essenziale; trovare un equilibrio tra un senso di massa e di leggerezza; trovare la vibrazione nelle cose attraverso il trattamento delle superfici e della luce». C’è poi «l’aspetto fondamentale» dell’intuizione che — afferma sempre Bethenod — «non riguarda tanto il fornire una risposta specifica a una domanda diretta quanto dare vita a un’esperienza».

A proposito della cappella restaurata, Martin Bethenod sottolinea che «fornisce il contesto ideale per questo tipo di processo: provocando una temporanea sospensione del movimento e del suono del mondo circostante»: il suo essere luogo di culto e di riflessione genera «particolarissime sfumature di silenzio, di concentrazione, di contemplazione, di attenzione al mondo e a se stessi». E c’è da dire che i moti dell’animo si intensificano quando si arriva in un posto dopo un’arrampicata, con il paesaggio e il cielo negli occhi.

Nella mente di Bouroullec — racconta lo stesso artista — «il ricordo degli incendi che avevano colpito la regione già negli anni Settanta e l’immagine impressa nella memoria del paesaggio annerito su cui spiccava in contrasto la forma più pallida della cappella fanno parte dell’esperienza che è sempre radicata in un’impressione che è tattile, uditiva, olfattiva». In effetti l’aspetto della sensazione fisica — la penombra, l’umidità, la sensazione della pietra, il rapporto del proprio corpo con gli spazi — indubbiamente si ritrovano nel progetto per Saint-Michel de Brasparts.

Un’esperienza è immediata per tutti. Mentre la porta della facciata principale della cappella è usata solo raramente, la porta esposta a sud è senza chiave: sempre aperta. Una scelta precisa per un luogo voluto come rifugio dell’anima per escursionisti, pellegrini, passanti. E infatti con il suo garbo di essenzialità, l’interno della cappella accoglie chiunque cerchi raccoglimento.

La gioia di vederla restaurata e restituita al culto è anche la gioia di vedere valorizzati luoghi per la preghiera, per il silenzio e per l’ascolto che hanno il privilegio di essere in dialogo con la storia e con la natura.

di FAUSTA SPERANZA

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Modelli di fraternità

19 Luglio 2023
Un corso sui manoscritti ebraici alla Biblioteca Apostolica Vaticana
Progetto in collaborazione con il Seminario Rabbinico Latinoamericano

«Modelli concreti di fraternità»: così monsignor Angelo Vincenzo Zani, Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ha definito l’iniziativa — presentata nella mattina del 19 luglio presso la Biblioteca Apostolica Vaticana — di un corso di studio sui manoscritti ebraici custoditi dalla Biblioteca stessa, in collaborazione con il Seminario Rabbinico Latinoamericano Marshall T. Meyer. Il Rabbino Ariel Stofenmacher, rettore del Seminario, che ha sede a Buenos Aires, ha parlato di «un onore straordinario» e ha sottolineato che si tratta di «un corso storico». All’inaugurazione hanno partecipato autorità religiose e vaticane e autorità dei governi di Israele e Argentina.

Si tratta di un programma di formazione specialistica che prevede una settimana intensiva di lezioni (in presenza e a distanza) che saranno seguite da studenti di varie università del mondo e di diverse religioni. A tenere i corsi sono stati chiamati docenti di spicco, fra cui i rabbini Adolfo Roitman, David Golinkin e Ariel Stofenmacher; Judith Olszowy-Schlanger, Craig Morrison, Leonardo Pessoa, Sarit Shalev-Eyni, Marco Morselli, Stephen Metzger e Delio Vania Proverbio.

Si comprende l’entusiasmo di tutti per questo impegno di studio, considerando il patrimonio culturale e religioso in questione. Stiamo parlando, infatti, di una delle collezioni più importanti al mondo, soprattutto per l’originalità delle copie e delle versioni testuali che hanno fatto luce sulla ricerca di opere fondamentali dell’ebraismo. Si tratta di centinaia di manoscritti tra cui si distinguono rotoli di Torah, testi biblici e di esegesi, letteratura rabbinica, filosofia ebraica, libri liturgici, poesia, scienza e testi cabalistici.

L’emozione che si è avvertita nella Sala Barberini della Biblioteca Vaticana, dove si è svolta la presentazione, ben si accompagna alla consapevolezza del salto temporale: la maggior parte dei manoscritti risalgono al periodo compreso tra il XII e il XV secolo, altri affondano le loro radici tra il IX e l’ XI secolo. Il pensiero va a circostanze e fatti storici come le Crociate, l’Inquisizione, l’espulsione degli ebrei dalla Spagna.

L’antefatto che ha reso possibile questa coinvolgente esperienza di collaborazione culturale ci riporta al dicembre 2022: in occasione di una prima visita, le autorità del Seminario hanno potuto analizzare per la prima volta i manoscritti ebraici. Da lì è nata la proposta di un programma di studio che coinvolgesse studenti e specialisti di tutto il mondo. Ha preso, dunque, il via il processo di analisi e di confronto tra équipe professionali che ha elaborato il progetto per la realizzazione del corso. In particolare, alla presentazione è stato sottolineato il ruolo avuto per quanto riguarda la Biblioteca Apostolica da Claudia Montuschi, Scriptor Latinus e direttrice del Dipartimento dei Manoscritti, e da Delio Vania Proverbio, Scriptor Orientalis e curatore delle collezioni africane e del Vicino e Medio Oriente.

La dimensione internazionale degli studiosi coinvolti certamente non sorprende pensando alla vocazione universale della Chiesa e della Biblioteca Apostolica Vaticana e considerando il Seminario Rabbinico Latinoamericano Marshall T. Meyer, che è la principale istituzione accademica ed educativa ebraica in «Iberoamerica». Trae origine dalla fondazione a Berlino nel 1819 del gruppo Organizzazione per la cultura e la scienza ebraica, composto da sette intellettuali tra cui Eduard Gans, Heinrich Heine e Leopold Zunz. Ma è quando, tra le due guerre mondiali, diversi studiosi e rabbini di formazione europea hanno raggiunto l’America Latina che, insieme con il Seminario Teologico Ebraico di New York, è maturata l’idea del Seminario di Buenos Aires, fondato nel 1962 sotto la guida del rabbino Marshall T. Meyer. Da sempre la sua missione — ci hanno spiegato — è quella di «contribuire a trasformare il mondo attraverso l’istruzione, la formazione di studiosi, leader laici e religiosi, educatori e la promozione dei diritti umani e del dialogo interreligioso».

Nelle parole del rabbino Stofenmacher, che lo guida attualmente, la storia del seminario si arricchisce oggi di un capitolo preziosissimo: l’iniziativa con la Biblioteca Apostolica rappresenta «un’occasione per dialogare, condividere sapere e studi, impegnarsi ricordando al mondo la profonda responsabilità nei confronti delle eredità culturali». Di responsabilità ha parlato anche monsignor Zani auspicando che «la famiglia umana contrasti e superi una certa forma di sentire dilagante che vuole l’uomo contro l’altro uomo». Il riferimento esplicito è alla Fratelli tutti di Papa Francesco che ha denunciato «la mancanza di orizzonti in grado di farci convergere in unità» se si distrugge «lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana». È altrettanto chiaro il prezzo da pagare: «Il nostro mondo avanza in una dicotomia senza senso, con la pretesa di garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia». L’impegno deve essere da parte di tutti e a tanti livelli, anche ad esempio in quella che monsignor Zani ha definito «la diplomazia della cultura».

di FAUSTA SPERANZA

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