Sfiduciare il disorientamento

«Bene bello giusto e persona» di Simone Fagioli

Sfiduciare il disorientamento

di Fausta Speranza

Essenzialità versus nichilismo. La società smarrita frutto della neo-modernità spaventa e l’inquietudine è perfino maggiore se ci si ferma ad osservarla con gli strumenti della riflessione analitica. «Il disorientamento etico e valoriale non è più un fenomeno marginale, ma una vera emergenza pubblica», ci dice il filosofo Simone Fagioli, che aggiunge senza mezzi termini: «Stiamo vivendo uno stato di abbandono che produce solitudine e perdita di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità stessa di una convivenza giusta».  Di fronte a tutto ciò, è forte la tentazione, non a caso imperante, di ripiegarsi nell’iper-individualismo che ci sta consumando. Un’alternativa c’è: scegliere di muoversi sulla via della speranza, così come intesa da Leone XIV, «una forza divina che genera vita, non paura; che resiste alla violenza e la vince generando pace e non distruzione». Il punto è che la speranza «nasce dall’attesa fiduciosa e dall’amore» e «si deve coltivare», scavando sotto la superficie della realtà. I modi per farlo sono molti e proprio lo sguardo “spietato” dello studioso può essere un felice punto di partenza se, come nel suo libro, si parte dall’essenziale per l’essere umano già dal titolo Bene, bello, giusto e persona (Roma, Armando Editore, 2025, pagine 190, euro 15).

In termini di dignità

«Rimettere al centro la persona» è il primo appello di Fagioli il quale riconosce che certamente non è più tanto facile, se si fa fuori il Cristianesimo, che ha insegnato al mondo la dignità dell’essere umano fatto «a immagine di Dio». Il filosofo chiarisce l’obiettivo: «La centralità non consiste nel ruolo ma in termini di dignità irriducibile».  Si capisce meglio che non si tratta di voli pindarici e la posta in gioco risulta chiara: restituire senso alle scelte pubbliche, orientare le istituzioni, superare l’individualismo e rigettare la logica del più forte. «Non è un compito per soli accademici», assicura Fagioli.

Antidoti contro l’alienazione

Siamo effettivamente di fronte a una sfida politica nel senso più alto che, come tale, ci investe tutti. Innanzitutto — sottolinea il filosofo — «riguarda la qualità della nostra democrazia e la capacità di immaginare un futuro che non sia dominato dal relativismo e dalla rassegnazione». Emerge l’idea di una filosofia che non fugga dal mondo, ma che lo attraversi, che offra criteri, limiti, misure. In questo senso Fagioli offre una lettura di filosofi del passato ma con una chiave di interpretazione attualizzata: spunti e riflessioni sono proposti senza pretese di esaustività ma come “antidoti” contro i sintomi più contingenti della malattia dell’alienazione sociale.

In tema di «persona», da san Tommaso d’Aquino, e la sua massima omne individuum rationalis naturae dicitur persona che sottolineava che ogni individuo di natura razionale è detto persona, fino al personalismo cristiano di Emmanuel Mounier, c’è un mondo infinito da riscoprire. L’autore parte, piuttosto, dal IV secolo avanti Cristo, dal pensatore allievo di Platone fondatore della logica e della filosofia come disciplina sistematica: di Aristotele cita i tre concetti di ethos, pathos e logos per suggerire di ripartire da quella riflessione per riscoprire quello che definisce «un logos multilaterale per un concetto di persona in chiave neo moderna».

La rivolta/crisi

Nella sua ricerca di un essenziale assiologico che possa nutrire il pensiero moderno sulla persona, Fagioli rinuncia a logiche di consequenzialità o di sistematicità e sceglie pertanto di “saltare” al saggista francese Albert Camus e alla sua “rivolta”, o meglio alla sua “etica della rivolta”, cioè a quei valori che in tempi di rivolta/crisi l’uomo riscopre, come l’uguaglianza, la dignità umana, il rispetto della persona. Semplificando, possiamo dire che, poi, Fagioli passa attraverso il pensiero dello statunitense John Rawls, teorico del liberalismo in opposizione rispetto ad una concezione utilitarista della distribuzione della ricchezza, per mettere in luce la sua definizione di bene e di giusto come due concetti chiari e distinti. In sostanza — suggerisce il filosofo — Rawls parla di una società in cui il giusto è prioritario e congruente rispetto al bene: se ogni cittadino segue e rispetta i principi di giustizia avrà necessariamente il proprio bene.

Il libro si chiude con spunti di analisi di alcune intuizioni di Paul Ricoeur, autore di fede protestante certamente non facile. Fagioli rilegge i suoi concetti di persona, «un corpo individuale dotato di predicati psichici e di predicati fisici»; e di mondo, «vissuto da individui, da cose di tipo particolare, da persone». E l’intento è lo stesso: quello di arricchire, in un momento storico di dilagante disorientamento, la prospettiva etica come prospettiva della vita buona all’interno di, e con, istituzioni giuste.

Filosofia atto civile

In definitiva, si avverte di fondo un sentito appello ad una filosofia, o forse meglio ad un esercizio filosofico, che possa farsi atto civile. Non servono teorizzatori d’eccezione, ma persone in grado di seguire la logica che suggerisce Fagioli e che, senza dubbio, non trova smentite: «Senza una bussola etica, una comunità non si governa ma si perde».

Sfiduciare il disorientamento 2026-01-17-16-01-00

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-01/quo-013/sfiduciare-il-disorientamento.html

Nonostante la ruspa della Storia

05 dicembre 2025
Un’altra Roma in «Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza» di Rossella Pace
di Fausta Speranza

«La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta». Con questo incipit poetico, Eugenio Montale, nel suo componimento La Storia, mette in guardia dalle ricostruzioni ideologiche e sottolinea che «la storia non è prodotta /da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora». Ci sembrano parole utili, come una cartina tornasole, a introdurre il lavoro della studiosa Rossella Pace che, lontana da velleità ideologiche o fantasiose interpretazioni, ha ricostruito, documento dopo documento, vicende e risvolti di un vissuto collettivo praticamente dimenticato tra i tragici fatti del Novecento. Si tratta di Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Milano, Franco Angeli, 2025, pagine 120, euro 22). Ricostruisce pezzi di storia considerati a lungo minori, trascurabili, lasciando emergere il ruolo della Santa Sede e anche quello delle donne.

Memorialista e fonti private

Si tratta di uno studio comparativo della memorialistica e delle fonti archivistiche private finora inedite, che presenta uno spaccato di Roma tra gli anni Venti e l’occupazione tedesca della città tra il 1943 e il 1944. Pace racconta la continuità delle élites liberali in Italia attraverso la dittatura fascista, fino alla seconda guerra mondiale e al ritorno della democrazia. Ricostruisce gli interventi della Santa Sede, sotto il Pontificato di Pio XII, tesi a intercedere con gli occupanti tedeschi, per conto di alcune famiglie aristocratiche romane, al fine di liberare o salvare prigionieri antifascisti. Sono interventi evidenziati dai documenti della Commissione soccorsi nel Fondo Pio XII dell’Archivio Apostolico Vaticano. C’è poi il ruolo di molti sacerdoti e religiosi che rischiano la vita, come il camaldolese padre Bernardo Ignesti che, nel monastero di san Gregorio al Celio adibito al tempo a prigione, riesce a salvare moltissime persone.

È la storia di come, attraverso una fitta rete di relazioni familiari e associative, quelle élites mantengano in vita i princìpi di libertà nei quali si erano formate e li tramandino alle nuove generazioni, opponendo una resistenza sotterranea al regime mussoliniano, fino a sostenere l’ala patriottica, lealista, non ideologizzata della Resistenza.

In una mappa allargata della resistenza

Per quanto riguarda le famiglie aristocratiche, c’è una figura chiave a partire dalla quale si riesce a tracciare la “mappa” della resilienza e poi della resistenza liberale romana: è il duca siciliano Giovanni Colonna di Cesarò. Nipote per parte di madre di Sidney Sonnino, esponente dell’ala radicale della classe politica liberale messinese, deputato dal 1909, interventista nella Grande Guerra, ministro delle Poste nel governo Facta e poi nel primo esecutivo Mussolini, Cesarò come molti liberali rompe con il fascismo nel corso del 1924 e, dopo il delitto Matteotti, è con Giovanni Amendola tra i principali animatori della protesta dell’Aventino contro la deriva apertamente autoritaria del regime. Da allora il duca avrebbe continuato, fino alla morte nel 1940, a svolgere una costante attività di collegamento clandestina, a Roma e nel resto d’Italia, tra le frange disperse dell’opposizione liberale, sorvegliato e schedato dal regime ma mai “colto sul fatto”. Viene considerato da alcuni l’ispiratore del fallito attentato a Mussolini a opera dell’irlandese Violet Gibson nel 1926.

Il ruolo delle donne

Ma leggendo il testo di Pace si capisce che non si potrebbe ricostruire l’intera trama se non si considerasse il ruolo delle donne. La studiosa cita la grande funzione di aggregazione tra le élites liberali romane svolta in quel periodo dai salotti mondani gestiti da donne colte come Lavinia Taverna, Giacinta Marescotti, Giuliana Benzoni, nonché il ruolo diretto nell’ambito dell’associazionismo del gruppo femminile nato nel circolo della regina Margherita, che aveva formato una generazione di donne sempre più presenti nella vita civile. Inoltre, le eredi di Cesarò, la moglie Barbara Antonelli e le figlie Mita e Simonetta, svolgono, a partire dall’inizio della guerra, una funzione di raccordo. Si tratta del raccordo tra i vari rami dell’antifascismo liberale romano, che si incontravano nei palazzi del rione Colonna e Campo Marzio e soprattutto nella loro casa di Via Gregoriana, e di cauti contatti con la diplomazia statunitense. I documenti riportati da Pace raccontano di come la condanna di Simonetta di Cesarò al confino a Sorrento si sia trasformata in un’occasione privilegiata. Madre e figlie infatti hanno avuto modo di stringere contatti con Giuliana Benzoni e le figlie di Benedetto Croce, lì trasferitosi per sfuggire ai bombardamenti. Inoltre, si sono create le condizioni per la tessitura di un “complotto” liberale finalizzato a portare dalla parte degli antifascisti la principessa Maria Josè, della quale la Benzoni era dama di compagnia, e la Corte. L’obiettivo era sostituire il governo di Mussolini con un esecutivo politico ma il tentativo fallisce per la riluttanza di Vittorio Emanuele III. Quando poi, dopo l’8 settembre, Roma viene occupata dai tedeschi, — si legge nel testo di Pace — le Cesarò, insieme con la Benzoni e altre nobildonne, sostengono il Fronte militare clandestino guidato da Giuseppe Cordero di Montezemolo.

Il ruolo della Santa Sede

Contemporaneamente svolgono un’incessante opera di triangolazione con la Santa Sede, nella persona del Sostituto Segretario di Stato Montini e spesso dello stesso Pio XII, per la liberazione dei prigionieri e la salvezza dei condannati. Intanto, gli edifici della Santa Sede, per il loro statuto di extraterritorialità, offrono costantemente rifugio ai ricercati. In definitiva, durante l’occupazione nazista — scrive Pace — è esistita “un’altra Roma”, sotterranea e sotto assedio ma mai doma.

Come assicura Montale, «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli». Dove non si deve smettere di fare ricerca.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-12/quo-280/nonostante-la-ruspa-della-storia.html

Tempi nuovi per vecchi disorientamenti

10 Ottobre 2025

A colloquio con padre Gaetano Piccolo in occasione del Giubileo della spiritualità mariana

di Fausta Speranza

Tra la crescente conflittualità che inquieta il mondo, lo sgretolamento del diritto internazionale e un voluto disordine culturale, c’è un “appellativo” da riscoprire: è quello di Stella Maris attribuito nei secoli alla Madre di Dio. La stella del mare è l’astro del mattino che da sempre rappresenta il primo riferimento per i marinai e così si è identificata «Colei che orienta». Nei tempi di “navigazione” difficile che l’umanità attraversa, il Giubileo della spiritualità mariana, l’11 e 12 ottobre, sembra un’occasione privilegiata per riscoprire tra l’altro il valore di questa espressione. Ne parliamo con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Gregoriana, che ci aiuta a rileggere il pensiero di sant’Agostino, «anche se non ha dedicato un’opera precisa a Maria».

L’eredità di sant’Agostino

Certamente i pronunciamenti sulla «Mediatrice di tutte le grazie» del filosofo, teologo, monaco e mistico romano di origine berbera e lingua latina sono stati fondamentali. Agostino di fatto ha “anticipato” il concilio di Efeso del 431 con il riconoscimento che Maria è «genitrice di Dio», Theotókos, e ha anticipato il concilio Lateranense del 649 a proposito della Verginità di Maria. Di fatto ha gettato le basi della concezione di Maria in quella che oggi definiamo la Patristica. Ma, parlando con padre Piccolo, comprendiamo che dobbiamo focalizzare un valore aggiunto: lo sguardo proprio del vescovo di Ippona nel De Civitate Dei.

Tra passato e futuro

Si tratta della preziosa capacità di rileggere il passato per interpretare i fatti presenti e affacciarsi in modo consapevole sul futuro. È quello che Agostino fa nel suo tempo analizzando le vere ragioni del crollo dell’impero romano. Ed è quello cui siamo chiamati oggi in una fase storica in cui la tecnologia ha reso possibile una manipolazione che ha seminato rabbia e odio raccogliendo paura; ha messo in crisi in modo non più congiunturale ma strutturale il sistema economico capitalistico, ottenendo più profonde diseguaglianze; ha minato il principio di verità con il risultato non solo di far credere in qualcosa di alternativo ma proprio di far sì che non si creda più a nulla. Sono sotto attacco principi che sono stati capisaldi della modernità: libertà di coscienza, ricerca critica, scientificità.

Una stella polare

Umanamente, sarebbe prezioso riscoprire il concetto di una comunità che per navigare ha bisogno di spegnere tante luci e di intravedere una stella polare da seguire, mentre sembra che si voglia navigare a vista nell’individualismo che acceca e isola.

Spiritualmente, il Giubileo rappresenta un’occasione privilegiata per vivere lo spirito e la speranza di un cammino condiviso guardando al cielo. È qui dunque che si spalanca l’orizzonte di senso dell’espressione «Colei che orienta».

Gli appelli di Papa Leone XIV

Si avverte l’urgenza di riflettere sui richiami di Papa Leone XIV alla pacificazione della comunità umana, alla convivenza fraterna, alla cura solidale per la casa comune e di risvegliare la speranza di essere orientati al bene. E il pensiero va al suo primo affaccio dalla Loggia di San Pietro: ha ricordato di essere agostiniano e ha scelto di recitare un’Ave Maria. Si è poi presto recato al Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano. Un “buon consiglio” è proprio quello che serve per orientarsi e dunque il profondo legame degli agostiniani con quell’immagine ci sembra un’altra declinazione della stessa fiducia in Colei che orienta.

In funzione di Cristo

Emerge tra le parole di padre Piccolo una raccomandazione: «È importante chiarire che, in ogni caso, Agostino parla di Maria sempre in relazione, in funzione di Cristo». Si tratta di una visione cristologica in cui «Maria entra come Madre di Cristo, come umanità che non intacca la divinità». Per sant’Agostino la maternità e la verginità di Maria sono mirabilmente unite per professare nella fede sia la realtà di Gesù vero uomo perché Maria è vera Madre, sia la divinità di Gesù perché Lo ha concepito e dato alla luce verginalmente. Altro punto importante è che Agostino «parla di Maria come immagine della Chiesa o a volte come parte di essa» perché individua con estrema lucidità le due prerogative di Maria, essere vergine e essere madre, che definiscono la sua missione proprio come Madre del Verbo e modello della Chiesa.

L’eco di un Concilio

A questo punto ci accorgiamo che dai primi concili arriviamo al concilio Vaticano II e in particolare alla mariologia che prende vita dalla Costituzione Lumen gentium, che ribadisce — ricorda padre Piccolo — «il concetto di Maria come immagine della Chiesa».

Inoltre, tra i tanti scritti di sant’Agostino, che oltre alle Confessioni e alla Città di Dio compongono l’imponente corpus dei suoi studi, si individua già l’idea della predestinazione di Maria che ritroviamo formulata nella Bolla dogmatica Munificentissimus Deus di Pio XII. Nel V secolo infatti sant’Agostino affermava: «Conosceva Sua Madre prima di nascere da Lei, quando La predestinò; e prima di creare, come Dio, colei della quale come uomo sarebbe stato creatura».

In particolare, nel Sermone a commento al Vangelo di Giovanni il vescovo di Ippona scriveva: «Egli scelse la Madre che aveva creato; creò la Madre che aveva scelto». E il magistero recente chiarisce che Maria è stata eletta nel momento stesso in cui Dio decise l’Incarnazione del Verbo. In definitiva, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, padre Piccolo ci ricorda che «come membro eminente, modello e madre della Chiesa, Maria è fonte della nostra speranza e della nostra gioia». Il messaggio è potente: «Noi speriamo ciò che Maria è e lo raggiungiamo con la mediazione del suo amore materno».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-10/quo-233/tempi-nuovi-per-vecchi-disorientamenti.html

A Villa Medici la mostra «Luoghi sacri condivisi» Significati in prospettiva

8 Ottobre 2025

A Villa Medici la mostra “Luoghi sacri condivisi”

di Fausta Speranza

Figure, episodi e qualche “oggetto errante”, con la caratteristica di avere un legame con una o più confessioni religiose e di appartenere all’area del Mediterraneo. Sono le tracce di cui si occupa la mostra Luoghi sacri condivisi che rappresenta, così come recita il sottotitolo, un «viaggio tra le religioni». L’esposizione, a cura di Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, si può visitare all’Accademia di Francia a Roma da oggi, 9 ottobre, al 19 gennaio 2026. È stata ideata e prodotta dall’Accademia stessa a Villa Medici a partire dall’esposizione originale realizzata dieci anni fa dal Mucem di Marsiglia, in collaborazione con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma e a Loreto. E si avvale di prestiti eccezionali dei Musei Vaticani, del Museo Ebraico di Roma, del Louvre, oltre che del Mucem. Si tratta di un’iniziativa che, senza scivolare nell’indifferentismo, sfida l’idea che sia un ossimoro parlare di sacralità e di condivisione con altre fedi. Ovviamente non è in questione la specificità di ogni credo, ma si indagano interazioni storiche, culturali, artistiche, spirituali.

Si va da Gentile da Fabriano a Marc Chagall passando per Le Corbusier: cento opere di rilievo, provenienti da collezioni francesi, italiane e vaticane in dialogo con creazioni contemporanee, regalano una sorta di topografia della convivenza nel grande bacino d’acqua che i romani definirono Mare Nostrum e che è situato tra Europa, Africa e Asia occidentale. L’antropologo specialista di Europa e Mediterraneo Dionigi Albera, direttore di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ci spiega che «si vuole mettere l’accento sulla dimensione della comunanza piuttosto che su quella della divisione» e parla di «una prospettiva non abituale da leggere anche in considerazione dell’attualità».

Si mettono in luce tracce, momenti, occasioni, episodi, figure, riconosciuti dalle varie tradizioni. Il pensiero va a situazioni come si vivono in Libano dove non è raro vedere musulmani in preghiera al Santuario della Madonna di Harissa o nel monastero di Saint Maron Annaya, Santuario di san Charbel. In altri casi, non si tratta di diversi legami con la stessa figura, ma di una particolare “condivisione” nel tempo.

Tra i capitoli in cui sono divise le opere esposte, si citano temi che non sorprendono perché siamo abituati a sentirli citati in diverse religioni, come il giardino, la montagna, le città sante. Ci sono poi altre tematiche come quella degli “oggetti erranti” che incuriosiscono. Albera chiarisce: «Si tratta di oggetti che nel corso della storia hanno viaggiato, sono diventati degli oggetti un po’ vagabondi, e in questo loro viaggio si sono arricchiti di nuovi significati». Individuiamo un esempio nella Bibbia di San Luigi. Si tratta di una Bibbia illustrata, creata nel XIII secolo in Francia senza nessuna parte scritta. Successivamente è stata arricchita di commenti in Italia nel XIV secolo; quindi è stata offerta come dono diplomatico allo scià di Persia e in quel contesto sono stati aggiunti in farsi alcuni commenti da un punto di vista musulmano; nel XVIII secolo è stata acquistata da un mercante ebreo che ha aggiunto note in giudeo-persiano. Oggi siamo di fronte a un oggetto che, come sottolinea Albera, «sintetizza la comunicazione durante questi suoi lunghi viaggi». Un testo che in qualche modo «si è arricchito di significati partendo da una matrice comune che è quella della Bibbia e che è riconosciuta dalle tre religioni monoteiste».

In ogni caso, a comunicare non sono solo le parole. Le architetture, ad esempio, a volte più di altri elementi tradiscono quella sorta di ibridazione dovuta al fatto che molti territori sono passati dal controllo da parte di un potere legato a una religione al controllo di un altro legato ad altra religione. «In queste loro vicissitudini tracce del passato sono rimaste». Albera ricorda chiese che sono diventate moschee e che magari poi sono ritornate a essere chiese o moschee che sono diventate chiese. In questi passaggi alcuni elementi architettonici si sono conservati, «un po’ come se si trattasse di palinsesti in cui la scrittura precedente non è stata completamente cancellata».

Emerge la sfida ad ampliare il punto di vista. Siamo abituati a considerare che una chiesa trasformata in moschea o una moschea diventata chiesa raccontino una storia di prevaricazione, di trasformazione forzata. Ma questa mostra suggerisce che si deve considerare anche altro: in qualche modo persino episodi di questo genere sono diventati spazi, luoghi di condivisione. Albera la definisce «una condivisione per certi versi paradossale: anche in alcune forme di prevaricazione si riconosce una forma di interazione che, quando si stempera la fase violenta lascia intravedere qualche traccia». Cita Damasco, la Grande Moschea degli Omayyadi, che è stata una chiesa sorta sulle rovine di un tempio politeista, quindi è stata trasformata in una moschea. E la particolarità è che la chiesa era dedicata a san Giovanni Battista e una reliquia del santo è rimasta conservata all’interno della moschea, perché si tratta, come sottolinea Albera, di «una figura che in qualche modo parla anche all’Islam» e di «tracce che permangono in modo un po’ sotterraneo».

Sempre in tema di architetture, Albera ci parla di «tentativi recenti nell’ambito del dialogo interreligioso di pensare realizzazioni architettoniche che “riuniscano”, che avvicinino dei luoghi di culto di religioni diverse» e cita il progetto di Berlino che si chiama House of One che mira a costruire nel centro della capitale tedesca una costruzione che racchiuda una sinagoga accanto a una moschea e a una chiesa.

Alla mostra ci si può avvicinare anche grazie al catalogo co-edito da Silvana Editoriale e Villa Medici, che raccoglie testi dei curatori e contributi inediti di autori e specialisti invitati ad approfondire i temi illustrati nell’esposizione. Oltre a Dionigi Albera, Raphaël Bories, Alberta Campitelli, Eleonora D’Alessandro, Paolo La Spisa, Vincent Lemire, Adnane Mokrani, Manoël Pénicaud.

 

Un «laboratorio dell’umano»

13 Settembre 2025

di Fausta Speranza

«Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune».

Sono parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, a conclusione dell’incontro in Campidoglio, alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, nella seconda giornata del World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human.

Si è trattato dell’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale Grace for the World, nella serata di sabato 13 settembre in piazza San Pietro, con l’esibizione tra gli altri di Andrea Bocelli e uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma “inaugurare un processo sinodale sull’umano”.

Il cardinale Gambetti chiarisce: «La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza».

Il contesto è chiaro: «La tecnica corre più veloce della coscienza, la verità si piega alle manipolazioni e la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo».

Ma c’è sempre spazio per la “capacità di resistere, innovare, creare ponti”.

L’incontro definito “Assemblea dell’Umano” rappresenta “una tappa simbolica e operativa” per “misurare, definire e promuovere la fraternità nella vita reale”.

Tra i partecipanti, la giornalista filippina naturalizzata statunitense Maria Ressa, insignita del Premio Nobel per la pace per la sua lotta a favore della libertà di espressione e contro la piaga della disinformazione, chiede di fermare la sorveglianza digitale e il pregiudizio codificato per una comunicazione più autentica, apprezzando molto l’Assemblea dell’umano in cui le persone si possono incontrare, conoscere, progettare insieme perché – ribadisce – «il futuro che vogliamo passa attraverso verità e azione umana».

Per questa terza edizione, padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, racconta di una “partecipazione straordinaria”, di «un crescendo di adesioni da quattro continenti, con religioni, culture, generazioni diverse: 450 economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel».

Quindici tavoli tematici, con il confronto tra rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali hanno trasformato Roma in una sorta di ideale laboratorio dell’umano.

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali.

La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che — ci ricorda padre Occhetta — significa «un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento, perché — avverte — quando il potere non ascolta il popolo lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo».

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”.

Si tratta infatti di «essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto».

Con potenziali drammatici risvolti. A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito hanno mandato un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-09/quo-211/un-laboratorio-dell-umano.html

 

 

 

«Una Amma da riscoprire»

A 350 anni dalla prima apparizione all’apostola del Sacro Cuore di Gesù

2 Giugno 2025

su L’Osservatore Romano:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-06/quo-126/una-amma-da-riscoprire.html

di Fausta Speranza

Dalla Dilexit nos, ultima enciclica di Papa Francesco, al cuore ardente di tradizione agostiniana nello stemma papale di Leone XIV. Senza dimenticare che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù una tappa importante è stata l’enciclica di Leone XIII Annum Sacrum. Nella vocazione universale dell’amore, non sorprendono richiami e punti di congiunzione che aiutano, arricchendola, la comprensione di eventi significativi come le celebrazioni giubilari per i 350 anni dalla prima apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni, iniziate a fine 2023, si concluderanno a Paray-Le-Monial, in Francia, il 27 giugno prossimo. Ci sarà in quanto Inviato speciale di Papa Leone XIV il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio.

Un’occasione privilegiata

L’anniversario rappresenta un’occasione privilegiata per riscoprire «una autentica Amma, madre spirituale», come padre Bernard Ardura, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, definisce la mistica nata nel 1647 e morta nel 1690 proprio nell’edificio adiacente alla basilique du Sacré-Cœur sorta in Borgogna a Paray-Le-Monial. È stato il luogo delle apparizioni avvenute nell’arco di 17 anni, rese note e valorizzate dal suo padre spirituale Claudio de la Colombière (1641-1682) della Compagnia di Gesù. Oggi è uno dei santuari più importanti di Francia.

«Un ricchissimo messaggio di amore»

Padre Ardura parla di «un ricchissimo messaggio di amore» trasmesso «senza inutili ricerche stilistiche, ma con naturalezza e limpidezza». È quanto si legge nella sua prefazione al volumetto Lettere (Amazon Italia Logistics, 2025, pagine 150, euro 4.50) che racchiude le missive inviate dalla suora Visitandina alla superiora, madre Maria Francesca de Saumaise. Si tratta di un’iniziativa editoriale voluta e sovvenzionata dal gruppo di preghiera nato sui social denominato Trionfo del Sacro Cuore di Gesù. In una serie di agili volumi tematici si ripropongono gli scritti così come riportati nella Vie et Oeuvres de S. Margherita Maria Alacoque, opera a cura di monsignor Francesco Leone Gauthey, (Edizioni de Gigord, 1915), nella traduzione italiana approvata dal Monastero di Paray-le-Monial. Da marzo 2024 sono usciti Consigli particolariPreghiereSfide e istruzioni, oltre a Lettere, ma altri ne seguiranno.

Il testamento spirituale di Francesco

Il 3 giugno, presso la Libreria San Paolo di via della Conciliazione a Roma, verranno presentati in un incontro con don Javier Ortiz, parroco della basilica del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, e Luciano Regolo, codirettore della rivista «Maria con te». Un’occasione di riflessione intorno a quella che la mistica ha definito «la grazia del Cuore di Gesù: incontrare l’amore personale di Gesù per me». Proprio in questi giorni Leone XIV ha inviato alla Conferenza dei vescovi di Francia un messaggio a 100 anni dalla canonizzazione di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney, santa Teresa del Bambin Gesù. Ricorda che «il compianto Papa Francesco ci ha lasciato, un po’ come un testamento, una bella enciclica sul Sacro Cuore nella quale afferma: “Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità”». Leone XIV aggiunge: «Non potrebbe esserci programma di evangelizzazione e di missione più bello e più semplice».

ANSA: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/giubileo_news/2025/06/02/giubileoa-fine-mese-si-chiude-in-francia-evento-del-sacro-cuore_90b40301-98ee-494b-90a5-28e72fcf8dc7.html

Tempi di dialogo per “percorsi solitari”

19 maggio 2025

Il nuovo pelagianesimo e gli interrogativi sempre attuali di sant’Agostino in una riflessione con il professor Gaetano Piccolo

di Fausta Speranza

L’illusione che l’uomo possa salvarsi da solo e una ricerca interiore che diventa solipsismo. Sono due attitudini mentali che ritroviamo nel nostro tempo, avvezzo a individualismi e protagonismi. Se è molto chiaro come tutto ciò si palesi oggi amplificato nei social, sembra meno evidente il collegamento con il IV e il V secolo e con il vescovo di Ippona. Ma, parlando con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, si comprende quanto possa essere stimolante il salto temporale.

Parliamo della fase storica in cui la Chiesa intesa come istituzione religiosa viveva, dopo l’Editto di Milano del 313 che sanciva la libertà di culto per i cristiani in tutto l’Impero Romano, un notevole sviluppo. Significava anche trovarsi alle prese con l’emergere di tante eresie di cui una in particolare, il pelagianesimo, riporta proprio all’idea che l’uomo possa bastare a se stesso. Si tratta, dunque, di uno dei parallelismi possibili che ci raccontano come sant’Agostino non sia solo un gigante della cultura, della teologia e della spiritualità del passato, ma anche un uomo che parla agli uomini e alle donne del nostro tempo.

L’attualità di sant’Agostino al centro dell’appello di Leone XIV

Recuperare questa consapevolezza aiuta a comprendere la profondità dell’incoraggiamento di Leone XIV: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi». Sono parole di sant’Agostino che il Papa ha ricordato il 12 maggio scorso nel discorso agli operatori dei media venuti da tutto il mondo per i funerali di Papa Francesco e per il Conclave. Leone XIV, come ha detto al primo affaccio dalla Loggia di San Pietro l’8 maggio, è agostiniano: nel seminario minore dei padri agostiniani ha compiuto gli studi per il diploma conseguito nel 1973; l’Ordine di Sant’Agostino ha scelto nel 1977 per il suo noviziato; dell’Ordine stesso è stato Priore generale dal 2001 per 12 anni.

Oltre l’oracolo di Delfi

Per mettere a fuoco al meglio perché «noi siamo i tempi» — ci suggerisce padre Piccolo — conviene approfondire la correlazione tra le due opere più note del santo di Ippona: le Confessioni, in cui sant’Agostino riflette molto sulla propria interiorità, e il testo De Civitate Dei, in cui riflette molto sui suoi tempi. Innanzitutto padre Piccolo focalizza l’idea di interiorità del santo di Ippona affermando che «attraversa la filosofia classica e dunque abbraccia il presupposto del “conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi, ma propone poi la conoscenza di Dio».

Oltre i Soliloqui

Si tratta di un’interiorità che porta fuori il proprio io e, su questo piano, padre Piccolo cita un’altra opera importante, Soliloqui, spiegando che si tratta di un termine inventato da sant’Agostino stesso per spiegare che Agostino dialoga con Agostino, con la sua ragione. Come in uno specchio, trova l’interlocutore cui sottoporre dubbi, aspirazioni, rivelare profonde fragilità e il dialogo diventa strumento per scandagliare lo spirito soprattutto su due argomenti-cardine: Dio e l’anima. Padre Piccolo sottolinea: «Rappresenta in sostanza un dialogo tra sé e la ragione in cui emerge la convinzione che anche la ricerca delle ragioni come la ricerca di Dio non si fa da soli». Peraltro padre Piccolo mette in luce che secondo il vescovo di Ippona «anche il desiderio porta fuori da sé, muove verso altro e in questo senso aiuta a non fermarsi in modo narcisistico su se stessi». In ogni caso, non è ancora l’approdo che regala pienezza. Con sant’Agostino si scopre che il cuore resta «inquieto» se la ricerca non va oltre se stessi e anche oltre il desiderio, se resta su «percorsi solitari» senza arrivare a Dio. In definitiva, si conosce se stessi pienamente se si conosce Dio e la relazione nuova con Dio. Ed è proprio in questa relazione — afferma padre Piccolo — quella «salvezza di Dio che non avrebbe senso se l’uomo si salvasse da solo».

Al di là dell’autocompiacimento

L’argomentare di padre Piccolo a questo punto torna all’uomo di oggi per sottolineare che «ogni visione, ricerca umana è bene che si concentri su di sé ma quel tanto che permetta di trovare segnali e indicazioni che possano portarci fuori». Non a caso, — aggiunge — sant’Agostino darà vita a una comunità, adatterà il suo episcopio a vivere con alcuni chierici, fonderà monasteri, «nella convinzione che nessuno può farcela da solo».  Risulta evidente che stiamo parlando di un’attitudine contraria a quel ripiegamento sul proprio io e a quell’autocompiacimento che producono estraniamento dalla propria coscienza e dall’altro, nonché fuga dalla realtà. E che precludono la scoperta della verità di Dio.

I tempi sono “luogo”

È con tutti questi elementi di consapevolezza che conviene guardare ai tempi. Sant’Agostino li considera come un “luogo” in cui si svolge la storia dell’umanità e come un’occasione di grazia divina. Il tempo infatti è visto come lo “spazio” in cui Dio incontra l’uomo per salvarlo. Per questo è importante aver compreso i suoi concetti di interiorità e di salvezza. Il punto è che ai tempi del vescovo di Ippona, di fronte al disgregarsi della società latina, la Chiesa era accusata dai suoi detrattori di essere la causa del crollo dell’Impero romano. Sant’Agostino, in particolare nel suo testo De Civitate Dei ma non solo, fa ben notare che sono altre le ragioni.

Le vere ragioni della crisi

Il riferimento ai tempi attuali diventa interessante quanto doveroso. «Anche oggi — afferma padre Piccolo — ci interroghiamo sul declino della società occidentale ed è indispensabile saper leggere il presente e chiederci quali siano i veri motivi». Leone XIV, il giorno dopo l’elezione, ha parlato tra l’altro di «perdita del senso della vita, oblio della misericordia, violazione della dignità delle persone nelle sue forme più drammatiche, crisi della famiglia», ricordando che la Parola di Gesù è «fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama». Nel discorso al corpo diplomatico, il 16 maggio, ha affermato che «la Chiesa non può esimersi dal dire la verità sull’uomo e nel mondo» e ieri alla Messa di inizio Pontificato ha chiarito quale Chiesa: «Una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato». Si delinea sempre meglio lo spessore di significati e di responsabilità racchiusi nell’appello a comprendere che «i tempi siamo noi».

Nuova luce alla fede

Presentati i restauri ad opere e spazi della Basilica di san Pietro

Nuova Luce alla Fede

di Fausta Speranza

Osservatore Romano, 11 Aprile 2025

Luce e memoria, bellezza e sicurezza, contemplazione e fede sono i termini chiave per raccontare gli interventi di restauro — presentati stamane nella Sala stampa della Santa Sede —, che hanno interessato opere d’arte e luoghi all’interno della basilica Vaticana.

Dei lavori, a cura della Fabbrica di San Pietro, ha parlato innanzitutto il cardinale arciprete Mauro Gambetti, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro, esprimendo «la gioia di presentare attività su cui si lavora da anni» e sottolineando l’obiettivo di «assicurare a pellegrini e turisti quell’esperienza di memoria e di fede che la basilica, patrimonio lasciato in eredità, regala sempre e in particolare nel cuore del giubileo della speranza». In termini di numeri si tratta di «12 milioni di visitatori ogni anno e del doppio nell’anno giubilare».

Si è intervenuti sul monumento funebre di Paolo III e su quello di Urbano VIII, ma anche per la riqualificazione illuminotecnica della Necropoli, delle Sale archeologiche e delle Grotte Vaticane. Inoltre è stato messo a punto un piano di esodo dalla basilica, realizzato in sinergia con il Corpo dei Vigili del Fuoco italiano, d’intesa con il Comando dei Vigili del Fuoco del Governatorato vaticano.

Chiaro l’obiettivo di fondo — ha sottolineato Gambetti — di migliorare la conservazione di beni e di garantire maggiore sicurezza attraverso l’implementazione tecnologica. In particolare, il cardinale ha ricordato che la basilica è «accogliente ed esposta» per poi definire il progetto messo a punto per l’uscita più veloce dei pellegrini o l’evacuazione dalla basilica «un modello esemplare a livello mondiale in tema di accessibilità ai luoghi di culto più impegnativi e ai beni monumentali in genere». Tutto è iniziato con la scansione in 3D della basilica, ha spiegato Stefano Marsella, direttore centrale per l’innovazione tecnologica e risorse logistiche del Dipartimento dei Vigili del Fuoco italiano.

Gesti per «un accompagnamento di luce nella memoria» che si ritrova in tutte le opere e gli spazi interessati e che è frutto di un lavoro di squadra. A raccontarlo sono stati gli interventi in conferenza stampa di Alberto Capitanucci, responsabile dell’Area tecnica e beni culturali della Fabbrica di San Pietro, che ha citato la collaborazione dei Musei Vaticani, e di Pietro Zander, responsabile della Sezione Necropoli e Beni artistici della Fabbrica di San Pietro.

Il professor Zander ha parlato di «una rosa di lavori» che ha permesso di assicurare «una migliore fruizione e anche un tocco di didattica». Ha spiegato infatti che nella Necropoli la scala di accesso ripropone ora una “scala del temp o”: ogni gradino indica 70 anni di storia, dall’anno 64 della morte di san Pietro ai tempi nostri. E sono stati aggiunti pannelli che aiutano a comprendere la collocazione temporale rispetto alla basilica.

Inoltre, ha invitato a scoprire la scelta in vari casi di riportare le statue alla loro originalità, così come si presentavano prima di interventi “censori” che hanno coperto alcune nudità. A questo proposito è stata citata una delle statue allegoriche in marmo del monumento funebre di Paolo III, opera di Guglielmo Della Porta, completato nel 1574.

L’altro monumento funebre interessato dai restauri, quello di Urbano VIII fu commissionato dal Papa stesso a Gian Lorenzo Bernini nel 1628. Si tratta di due Pontefici e delle due importanti famiglie, quella Farnese e quella Barberini, che hanno segnato ampi periodi storici. È stato anche ricordato il contributo assicurato dalle tantissime offerte dei visitatori e quello di vari benefattori, citando i Cavalieri di Colombo, Osram/Zumtobell e altri istituti filantropici.

La basilica resta un luogo privilegiato — ha ribadito il cardinale Gambetti — per «un’immersione nella storia e un’esperienza profonda del sacro». E gli interventi presentati sono «il segno di una Chiesa viva e attenta alle cose di Dio, uomini e donne del nostro tempo assetati di autentica spiritualità», secondo l’incoraggiamento di Papa Francesco che — ha ricordato il cardinale — chiede di essere «artigiani di speranza e restauratori di umanità».

All’incontro con i giornalisti si sono rese disponibili anche le due restauratrici che hanno avuto la fortuna di essere presenti giovedì pomeriggio quando a sorpresa è arrivato il Papa. Quando — ha detto il cardinale arciprete della basilica — «Francesco è entrato, come fanno tanti pellegrini, alla ricerca delle fonti della cristianità, della testimonianza apostolica di P i e t ro »

Osservatore  Romano

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-04/quo-083/nuova-luce-alla-fede.html

11 Aprile 2025

Il dialogo interreligioso come leva per la coesione sociale

Fortificare le “strutture spirituali” delle società

8 aprile 2025
Osservatore Romano
Alla Pontificia Università Antonianum, l’8 e 9 aprile, il Convegno “Comuni orizzonti”, organizzato dal Centro internazionale di dialogo (Kaiciid) con il Centro europeo dei leaders religiosi (Ecrl). Al centro del confronto l’esigenza di trovare percorsi interreligiosi per la coesione sociale e di giustizia climatica in Europa

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Fortificare le “strutture spirituali” delle società che risultano in crisi ovunque: è l’obiettivo che emerge dal Forum intitolato “Comuni orizzonti” organizzato dal Centro internazionale di dialogo (Kaiciid) con il Centro europeo dei leaders religiosi (Ecrl) l’8 aprile e 9 aprile presso la Pontificia Università Antonianum. In particolare, si discute di “percorsi interreligiosi per la coesione sociale e di giustizia climatica in Europa”.

L’intervento del cardinale Koovakad

«Cultura ecologica non significa occuparsi di questioni ambientali ma è piuttosto una visione, un progetto di sviluppo integrale che si pensa per il bene comune di tutto il mondo», ha sottolineato il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, ricordando innanzitutto l’Enciclica Laudato Sì che dieci anni fa Papa Francesco presentava al mondo. Si tratta — ha sottolineato — di un invito a «concepire una comunità umana più fraterna e in grado di occuparsi delle profonde interrelazioni che ci sono tra le maggiori sfide attuali: le crescenti diseguaglianze, il consumo non sostenibile delle risorse del pianeta, i conflitti». In questo contesto la Santa Sede e i credenti — ha aggiunto — possono innanzitutto contribuire a ribadire e difendere l’imprescindibile dignità della persona umana e il valore dell’educazione.

Una nuova alleanza sui valori dell’umanesimo

Il rettore dell’Antonianum, fratel Augustin Hernandez Vidales, ha ribadito l’importanza di una «nuova alleanza culturale intorno ai valori dell’umanesimo», sottolineando che «la Laudato Sì rappresenta lo strumento ermeneutico imprescindibile». Ha poi parlato di «dignità ontologica che deve farsi dignità sociale», per contrastare lo scenario cui assistiamo di «frammentazione». E gli ambiti in cui i leader religiosi sono più chiamati ad essere “lievito” di solidarietà e di giustizia sono quelli del «sapere, della cultura, della responsabilità». Per questo ha lanciato il suo invito a concepire «un’intelligenza integrale».

L’obiettivo del Forum è stato ribadito e sottoscritto da tutti: creare sempre più forti reti di dialogo e di collaborazione. E secondo il Segretario generale di Kaiciid, ambasciatore Antonio Almeida-Riberio, servono «idee fresche per approcci sempre nuovi perché il dialogo non sia fatto di parole ma di esperienze».

Intervista con António de Almeida-Ribeiro

Le “strutture spirituali” e il contributo sociale dei leader religiosi

A suggerire l’espressione “strutture spirituali” per discutere del possibile concreto contributo dei leader religiosi nelle società è stata Kiran Bali, magistrato del Regno Unito e leader del Global Chair of the United Religions Initiative. Bali ha invitato a considerare «le reti e i ponti di dialogo tra le religioni come ideali software per le politiche sociali che possono essere considerate come gli hardware di una società». Inoltre, Bali ha ricordato che sono le donne le prime vittime dei disastri ambientali per poi affermare che «la paura per le conseguenze dei cambiamenti climatici deve diventare una finestra di occasioni per riscoprire valori fondamentali».

Kiran Bali

 

Su quella che ha definito una «aggressiva secolarizzazione», in atto nei Paesi europei e non solo, si è soffermata Kari Mangrud Alvsvåg, presidente dell’Ecrl e vescovo della chiesa protestante di Norvegia. Immaginando ruoli e compiti dei leader religiosi, ha lanciato un sentito appello a «esplorare e discutere senza smettere di insegnare alle persone a pregare e a difendersi dalle manipolazioni», per poi raccomandare di «essere uniti su tutto ciò che unisce e empatici». «Non si può essere sempre ottimisti, considerando quello che ci circonda ma — ha affermato — si può sempre essere donne e uomini di speranza».

L’eredità di San Francesco

Il termine crisi è tornato nell’intervento di fratel Giuseppe Buffon, vice rettore e direttore del Centro di ricerca dell’Antonianum, che ha definito i contorni di «una crisi sociale che si esprime in forme nuove di colonialismo e imperialismo ma che è innanzitutto crisi epistemiologica, di senso e significato». Particolare il suo appello a discutere di fonti energetiche sostenibili ma anche di «energia per la vita». Inoltre, parlando di riscoperta dei valori della filosofia e della religione in Occidente, ha richiamato l’attenzione su un aspetto dell’eredità di san Francesco: «Aver chiarito 800 anni fa che cosa sia la fraternità ricordando la comune condizione  al cospetto di Dio: nullu omo ène dignu te mentovare».

Fratel Giuseppe Buffon

 

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2025-04/dialogo-religioni-societa.html

Una moneta per il Giubileo

Una moneta per il Giubileo
03 febbraio 2025

 

di FAUSTA SPERANZA

Dodici millimetri di diametro per una lega di metalli di nessun valore. Sono le caratteristiche fisiche della moneta che la Biblioteca Apostolica Vaticana ha scelto, tra le duemila che conserva, per celebrare il Giubileo del 2025. Il magnifico spessore storico e simbolico che la piccola moneta racchiude si palesa nelle parole di Eleonora Giampiccolo, direttrice del Medagliere della Biblioteca. Ci proiettano nel cuore della sensibilità del pellegrino del Medioevo, in una connessione ideale di fede.

Pellegrinaggio e reliquie

Scopriamo che si tratta di un picciolo della zecca di Roma emesso durante il pontificato di Niccolò V Parentucelli in occasione del Giubileo del 1450 e l’emozione già si gonfia di secoli. Poi aggiunge che mentre, al rovescio, reca le chiavi decussate e la legenda NI PP V, cioè Nicolaus Pontifex Pontificum Quintus, al dritto, riproduce il Volto Santo o Velo della Veronica.

Nella spiritualità del Medio Evo

La sensazione è quella di avvertire con forza qualcosa dello spirito che animava i pellegrini che da tutte le parti d’Europa durante il Medioevo facevano di tutto per recarsi al sepolcro dell’apostolo Pietro, così come a quello dell’apostolo Paolo. E il riferimento al Volto Santo evoca una delle reliquie più significative per il Medio Evo cristiano in Europa, di cui il pellegrinaggio ha rappresentato il fenomeno più importante.

Dagli scavi voluti da Pio XII

Per quanto riguarda il Medagliere, dobbiamo ricordare gli scavi archeologici nell’area della Confessione della Basilica vaticana voluti da Pio XII tra il 1940 e il 1949, che hanno portato alla luce quella che è stata riconosciuta come la prima tomba di san Pietro e i resti del trofeo di Gaio nell’area occupata da una necropoli pagano-cristiana del I secolo. Proprio in prossimità della tomba sono riemerse anche le monete custodite nel Medagliere della Biblioteca Apostolica Vaticana. A testimonianza di quella devozione nei confronti del «Principe degli Apostoli» espressa dai pellegrini attraverso il dono delle monete fino alla costruzione della nuova Basilica vaticana iniziata a opera di Giulio II nel 1506.

In attesa del nuovo catalogo

Sono circa duemila monete raccolte insieme nel fondo denominato Tomba di san Pietro. Sono state elencate, con una descrizione sommaria e talvolta non priva di inesattezze rispetto agli studi più recenti in materia, dall’allora conservatore del Medagliere Camillo Serafini, in appendice al volume Esplorazioni sotto la confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949Relazione a cura di B.M. Apollonj Ghetti, A. Ferrua, E. Josi. E. Kirschbaum, pubblicato nel 1951. Ma è proprio durante l’anno giubilare in corso che, grazie al sostegno dell’Istituto per le Opere di Religione e alla collaborazione di diversi studiosi italiani e stranieri, sarà pubblicato il nuovo catalogo scientifico.

Poche ma emblematiche 

Il numero delle monete è significativo in termini di reperto ritrovato, ma rappresenta una percentuale davvero piccola di quelle che continuamente venivano lasciate sulla tomba o in prossimità della tomba di san Pietro. Quotidianamente venivano raccolte dagli addetti alla pulizia della basilica e da una relazione del cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi sappiamo che nel solo Anno Santo del 1300 le monete offerte e raccolte dal personale equivalsero a 30.000 fiorini.

Il valore della devozione

Denari, penny, scellini, rappresentano offerte modeste di scarso valore intrinseco, a eccezione di un tremisse d’oro della zecca di Lucca depositato, secondo la tradizione, da Carlo Magno durante uno dei suoi viaggi a Roma. Sono in molti casi pezzi decisamente rovinati ma è intatta la testimonianza dell’uso diffuso della moneta come offerta amorevolmente custodita dal pellegrino nel corso del viaggio per essere donata all’arrivo presso tombe e altari, in ricordo del proprio luogo d’origine e quale memoria dell’esperienza di cammino vissuta.

Al di là dei chilometri

In questo senso, la piccola moneta scelta come “protagonista” del Giubileo che stiamo vivendo, essendo stata battuta nella zecca di Roma, ha percorso poca strada. Ma forse proprio per questo può ricordarci, come sottolinea Giampiccolo, che al di là della lunghezza e della fatica del viaggio conta la giusta predisposizione d’animo che apre all’intensità dell’esperienza.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-02/quo-027/il-valore-della-devozione.html