Tempi nuovi per vecchi disorientamenti

10 Ottobre 2025

A colloquio con padre Gaetano Piccolo in occasione del Giubileo della spiritualità mariana

di Fausta Speranza

Tra la crescente conflittualità che inquieta il mondo, lo sgretolamento del diritto internazionale e un voluto disordine culturale, c’è un “appellativo” da riscoprire: è quello di Stella Maris attribuito nei secoli alla Madre di Dio. La stella del mare è l’astro del mattino che da sempre rappresenta il primo riferimento per i marinai e così si è identificata «Colei che orienta». Nei tempi di “navigazione” difficile che l’umanità attraversa, il Giubileo della spiritualità mariana, l’11 e 12 ottobre, sembra un’occasione privilegiata per riscoprire tra l’altro il valore di questa espressione. Ne parliamo con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia dell’Università Gregoriana, che ci aiuta a rileggere il pensiero di sant’Agostino, «anche se non ha dedicato un’opera precisa a Maria».

L’eredità di sant’Agostino

Certamente i pronunciamenti sulla «Mediatrice di tutte le grazie» del filosofo, teologo, monaco e mistico romano di origine berbera e lingua latina sono stati fondamentali. Agostino di fatto ha “anticipato” il concilio di Efeso del 431 con il riconoscimento che Maria è «genitrice di Dio», Theotókos, e ha anticipato il concilio Lateranense del 649 a proposito della Verginità di Maria. Di fatto ha gettato le basi della concezione di Maria in quella che oggi definiamo la Patristica. Ma, parlando con padre Piccolo, comprendiamo che dobbiamo focalizzare un valore aggiunto: lo sguardo proprio del vescovo di Ippona nel De Civitate Dei.

Tra passato e futuro

Si tratta della preziosa capacità di rileggere il passato per interpretare i fatti presenti e affacciarsi in modo consapevole sul futuro. È quello che Agostino fa nel suo tempo analizzando le vere ragioni del crollo dell’impero romano. Ed è quello cui siamo chiamati oggi in una fase storica in cui la tecnologia ha reso possibile una manipolazione che ha seminato rabbia e odio raccogliendo paura; ha messo in crisi in modo non più congiunturale ma strutturale il sistema economico capitalistico, ottenendo più profonde diseguaglianze; ha minato il principio di verità con il risultato non solo di far credere in qualcosa di alternativo ma proprio di far sì che non si creda più a nulla. Sono sotto attacco principi che sono stati capisaldi della modernità: libertà di coscienza, ricerca critica, scientificità.

Una stella polare

Umanamente, sarebbe prezioso riscoprire il concetto di una comunità che per navigare ha bisogno di spegnere tante luci e di intravedere una stella polare da seguire, mentre sembra che si voglia navigare a vista nell’individualismo che acceca e isola.

Spiritualmente, il Giubileo rappresenta un’occasione privilegiata per vivere lo spirito e la speranza di un cammino condiviso guardando al cielo. È qui dunque che si spalanca l’orizzonte di senso dell’espressione «Colei che orienta».

Gli appelli di Papa Leone XIV

Si avverte l’urgenza di riflettere sui richiami di Papa Leone XIV alla pacificazione della comunità umana, alla convivenza fraterna, alla cura solidale per la casa comune e di risvegliare la speranza di essere orientati al bene. E il pensiero va al suo primo affaccio dalla Loggia di San Pietro: ha ricordato di essere agostiniano e ha scelto di recitare un’Ave Maria. Si è poi presto recato al Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano. Un “buon consiglio” è proprio quello che serve per orientarsi e dunque il profondo legame degli agostiniani con quell’immagine ci sembra un’altra declinazione della stessa fiducia in Colei che orienta.

In funzione di Cristo

Emerge tra le parole di padre Piccolo una raccomandazione: «È importante chiarire che, in ogni caso, Agostino parla di Maria sempre in relazione, in funzione di Cristo». Si tratta di una visione cristologica in cui «Maria entra come Madre di Cristo, come umanità che non intacca la divinità». Per sant’Agostino la maternità e la verginità di Maria sono mirabilmente unite per professare nella fede sia la realtà di Gesù vero uomo perché Maria è vera Madre, sia la divinità di Gesù perché Lo ha concepito e dato alla luce verginalmente. Altro punto importante è che Agostino «parla di Maria come immagine della Chiesa o a volte come parte di essa» perché individua con estrema lucidità le due prerogative di Maria, essere vergine e essere madre, che definiscono la sua missione proprio come Madre del Verbo e modello della Chiesa.

L’eco di un Concilio

A questo punto ci accorgiamo che dai primi concili arriviamo al concilio Vaticano II e in particolare alla mariologia che prende vita dalla Costituzione Lumen gentium, che ribadisce — ricorda padre Piccolo — «il concetto di Maria come immagine della Chiesa».

Inoltre, tra i tanti scritti di sant’Agostino, che oltre alle Confessioni e alla Città di Dio compongono l’imponente corpus dei suoi studi, si individua già l’idea della predestinazione di Maria che ritroviamo formulata nella Bolla dogmatica Munificentissimus Deus di Pio XII. Nel V secolo infatti sant’Agostino affermava: «Conosceva Sua Madre prima di nascere da Lei, quando La predestinò; e prima di creare, come Dio, colei della quale come uomo sarebbe stato creatura».

In particolare, nel Sermone a commento al Vangelo di Giovanni il vescovo di Ippona scriveva: «Egli scelse la Madre che aveva creato; creò la Madre che aveva scelto». E il magistero recente chiarisce che Maria è stata eletta nel momento stesso in cui Dio decise l’Incarnazione del Verbo. In definitiva, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, padre Piccolo ci ricorda che «come membro eminente, modello e madre della Chiesa, Maria è fonte della nostra speranza e della nostra gioia». Il messaggio è potente: «Noi speriamo ciò che Maria è e lo raggiungiamo con la mediazione del suo amore materno».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-10/quo-233/tempi-nuovi-per-vecchi-disorientamenti.html

A Villa Medici la mostra «Luoghi sacri condivisi» Significati in prospettiva

8 Ottobre 2025

A Villa Medici la mostra “Luoghi sacri condivisi”

di Fausta Speranza

Figure, episodi e qualche “oggetto errante”, con la caratteristica di avere un legame con una o più confessioni religiose e di appartenere all’area del Mediterraneo. Sono le tracce di cui si occupa la mostra Luoghi sacri condivisi che rappresenta, così come recita il sottotitolo, un «viaggio tra le religioni». L’esposizione, a cura di Dionigi Albera, Raphaël Bories e Manoël Pénicaud, si può visitare all’Accademia di Francia a Roma da oggi, 9 ottobre, al 19 gennaio 2026. È stata ideata e prodotta dall’Accademia stessa a Villa Medici a partire dall’esposizione originale realizzata dieci anni fa dal Mucem di Marsiglia, in collaborazione con l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma e a Loreto. E si avvale di prestiti eccezionali dei Musei Vaticani, del Museo Ebraico di Roma, del Louvre, oltre che del Mucem. Si tratta di un’iniziativa che, senza scivolare nell’indifferentismo, sfida l’idea che sia un ossimoro parlare di sacralità e di condivisione con altre fedi. Ovviamente non è in questione la specificità di ogni credo, ma si indagano interazioni storiche, culturali, artistiche, spirituali.

Si va da Gentile da Fabriano a Marc Chagall passando per Le Corbusier: cento opere di rilievo, provenienti da collezioni francesi, italiane e vaticane in dialogo con creazioni contemporanee, regalano una sorta di topografia della convivenza nel grande bacino d’acqua che i romani definirono Mare Nostrum e che è situato tra Europa, Africa e Asia occidentale. L’antropologo specialista di Europa e Mediterraneo Dionigi Albera, direttore di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ci spiega che «si vuole mettere l’accento sulla dimensione della comunanza piuttosto che su quella della divisione» e parla di «una prospettiva non abituale da leggere anche in considerazione dell’attualità».

Si mettono in luce tracce, momenti, occasioni, episodi, figure, riconosciuti dalle varie tradizioni. Il pensiero va a situazioni come si vivono in Libano dove non è raro vedere musulmani in preghiera al Santuario della Madonna di Harissa o nel monastero di Saint Maron Annaya, Santuario di san Charbel. In altri casi, non si tratta di diversi legami con la stessa figura, ma di una particolare “condivisione” nel tempo.

Tra i capitoli in cui sono divise le opere esposte, si citano temi che non sorprendono perché siamo abituati a sentirli citati in diverse religioni, come il giardino, la montagna, le città sante. Ci sono poi altre tematiche come quella degli “oggetti erranti” che incuriosiscono. Albera chiarisce: «Si tratta di oggetti che nel corso della storia hanno viaggiato, sono diventati degli oggetti un po’ vagabondi, e in questo loro viaggio si sono arricchiti di nuovi significati». Individuiamo un esempio nella Bibbia di San Luigi. Si tratta di una Bibbia illustrata, creata nel XIII secolo in Francia senza nessuna parte scritta. Successivamente è stata arricchita di commenti in Italia nel XIV secolo; quindi è stata offerta come dono diplomatico allo scià di Persia e in quel contesto sono stati aggiunti in farsi alcuni commenti da un punto di vista musulmano; nel XVIII secolo è stata acquistata da un mercante ebreo che ha aggiunto note in giudeo-persiano. Oggi siamo di fronte a un oggetto che, come sottolinea Albera, «sintetizza la comunicazione durante questi suoi lunghi viaggi». Un testo che in qualche modo «si è arricchito di significati partendo da una matrice comune che è quella della Bibbia e che è riconosciuta dalle tre religioni monoteiste».

In ogni caso, a comunicare non sono solo le parole. Le architetture, ad esempio, a volte più di altri elementi tradiscono quella sorta di ibridazione dovuta al fatto che molti territori sono passati dal controllo da parte di un potere legato a una religione al controllo di un altro legato ad altra religione. «In queste loro vicissitudini tracce del passato sono rimaste». Albera ricorda chiese che sono diventate moschee e che magari poi sono ritornate a essere chiese o moschee che sono diventate chiese. In questi passaggi alcuni elementi architettonici si sono conservati, «un po’ come se si trattasse di palinsesti in cui la scrittura precedente non è stata completamente cancellata».

Emerge la sfida ad ampliare il punto di vista. Siamo abituati a considerare che una chiesa trasformata in moschea o una moschea diventata chiesa raccontino una storia di prevaricazione, di trasformazione forzata. Ma questa mostra suggerisce che si deve considerare anche altro: in qualche modo persino episodi di questo genere sono diventati spazi, luoghi di condivisione. Albera la definisce «una condivisione per certi versi paradossale: anche in alcune forme di prevaricazione si riconosce una forma di interazione che, quando si stempera la fase violenta lascia intravedere qualche traccia». Cita Damasco, la Grande Moschea degli Omayyadi, che è stata una chiesa sorta sulle rovine di un tempio politeista, quindi è stata trasformata in una moschea. E la particolarità è che la chiesa era dedicata a san Giovanni Battista e una reliquia del santo è rimasta conservata all’interno della moschea, perché si tratta, come sottolinea Albera, di «una figura che in qualche modo parla anche all’Islam» e di «tracce che permangono in modo un po’ sotterraneo».

Sempre in tema di architetture, Albera ci parla di «tentativi recenti nell’ambito del dialogo interreligioso di pensare realizzazioni architettoniche che “riuniscano”, che avvicinino dei luoghi di culto di religioni diverse» e cita il progetto di Berlino che si chiama House of One che mira a costruire nel centro della capitale tedesca una costruzione che racchiuda una sinagoga accanto a una moschea e a una chiesa.

Alla mostra ci si può avvicinare anche grazie al catalogo co-edito da Silvana Editoriale e Villa Medici, che raccoglie testi dei curatori e contributi inediti di autori e specialisti invitati ad approfondire i temi illustrati nell’esposizione. Oltre a Dionigi Albera, Raphaël Bories, Alberta Campitelli, Eleonora D’Alessandro, Paolo La Spisa, Vincent Lemire, Adnane Mokrani, Manoël Pénicaud.

 

Quel “prestito grazioso”

24 settembre 2025

A cento anni dalla nascita dell’editrice Morcelliana

Libri freschi
come il pane quotidiano

di Fausta Speranza

Cento anni di coraggiosa ricerca grazie al contributo di intellettuali di fede e anche di «un prestito grazioso». Questo ha significato finora l’Editrice Morcelliana che, fondata a Brescia a settembre 1925, si è subito misurata con la resistenza al fascismo. Nella sua storia, rappresentativa della cultura cattolica e religiosa dell’Italia contemporanea, si ritrova poi la stessa impronta in difesa della verità dell’uomo nel contributo al rinnovamento religioso tra le due guerre, nell’adesione feconda al Concilio vaticano II, nella coerente presenza nella società secolarizzata. Di tutti questi passaggi e soprattutto delle prospettive future, in cui si intravedono pubblicazioni sul tema donne, si discute al convegno organizzato nel pomeriggio del 25 settembre, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore della stessa città della Lombardia annoverata tra i principali centri economico-produttivi della penisola.

Nel difficile dopoguerra

Tra tanti spunti di riflessione che proiettano dal passato al futuro, si deve innanzitutto ricordare il ruolo che ha avuto il giovane sacerdote Giovanni Battista Montini nella fondazione dell’editrice, nonché in quel sostegno economico nell’immediato dopo-guerra, 1946-1947, elargito quando era monsignore della Segreteria di Stato e accompagnato da quella simpatica definizione di «prestito grazioso». Un contributo dato con la leggerezza della gratuità e la sottile allusione a un «debito», evidentemente da «ripagare» confermando sempre l’obiettivo: la promozione di autori di elevato valore culturale nel campo della ricerca biblica, teologica, filosofica, spirituale e storica. Parlando con Ilario Bertoletti, direttore editoriale di Morcelliana, che ha come presidente Francesca Bazoli, comprendiamo quanto sia vivo il desiderio di sentirsi ancora «debitori».

Giovani e intellettuali

Con lo sguardo alle radici, si devono citare almeno alcuni del gruppo di giovani intellettuali che hanno pensato e voluto l’editrice in collaborazione con l’altrettanto giovane don Giovanni Battista: Fausto Minelli, Alessandro Capretti, Mario Bendiscioli e padre Giulio Bevilacqua della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, che sarà figura di rilievo negli anni del Concilio e poi alla guida della parrocchia di Sant’Antonio di Brescia quale primo «cardinale-parroco» della Chiesa.

Due padri da non diemnticare

E dobbiamo ricordare i due padri della coscienza democratica europea, Romano Guardini e Jacques Maritain, che hanno rappresentato le prime figure di riferimento nell’intento di rinnovare la cultura cattolica e di resistere al fascismo. Le loro opere sono state pubblicate in Italia per la prima volta proprio da Morcelliana. Impossibile citare i tanti altri significativi autori tradotti in anteprima, tra cui alcuni impegnati in tempi non scontati sul tema dell’ecumenismo, ma non si può non ricordare le traduzioni dei primi scritti dell’allora giovane sacerdote professore Joseph Ratzinger.

Anche oggi è tempo di grandi sfide

La prima è fare editoria di cultura nel tempo della crisi del libro classico. Non solo. L’intelligenza artificiale apre interrogativi che vanno dai dilemmi etici alla dipendenza e manipolazione tecnologica, dalla discriminazione alla perdita di controllo umano sui sistemi. Bertoletti ci parla di «piste nuove da aprire» e cita tra tanti lo storico tedesco don Hubert Jedin per ricordarci «un’impronta» dell’editrice: «Muoversi nel concetto di riforma cattolica non in stato di minorità ma quali protagonisti di modernità». Bertoletti ricorda anche l’impegno del predecessore Stefano Minelli, alla guida dell’editrice per 40 anni, nella particolare fase del Concilio vaticano II, e cita il testo dello storico Fulvio De Giorgi Paolo VI. Il papa del Moderno (2015), che, tra biografia e analisi, tratteggia il pontificato che ha segnato una transizione importante verso il mondo moderno.

Al convegno Morcelliana 1925-2025: 100 anni di editoria cattolica

Per l’occasione si presenta il nuovo Catalogo storico dell’Editore, dal 1925 al 2025, a cura di Daria Gabusi. Cento anni che raccontano anche le relazioni di lunga data che l’editrice ha costruito con gli atenei e le università italiane, con le avanguardie del pensiero e degli studi europei. Il taglio storico è assicurato dall’intervento introduttivo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, con la relazione Il cristianesimo alla prova di un secolo. Seguono i contributi di numerosi studiosi e autori di Morcelliana che rispondono al doveroso sguardo al futuro. In particolare, citiamo l’intervento di Giovanni Filoramo su Le scienze delle religioni, un cantiere aperto; quello di Alessandro Saggioro su Il futuro degli studi storici delle religioni nel mondo; quello di Tessa Canella su La storia del cristianesimo e le donne: nuove prospettive di ricerca. Tra gli altri eventi culturali organizzati, segnaliamo a Brescia, a dicembre prossimo, la lectio del filosofo Massimo Cacciari dedicata a L’arte e il sacro e quella dell’arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto monsignor Bruno Forte su Cristianesimo e cultura a partire dal nuovo libro in uscita Eclissi e ritorno di Dio.

Idee per il futuro

In definitiva, si vuole celebrare il particolare anniversario con «un’idea precisa», ci spiega Ilario Bertoletti: quella di «riscoprire le radici e gli snodi principali, tratteggiare la storia, individuare idee per il futuro». È preciso anche un riferimento: la raccomandazione che san Paolo VI rivolse ai rappresentanti di Morcelliana ricevendoli dopo la sua elezione: «I libri devono essere freschi come il pane quotidiano».

Al Meeting della Fraternità, il futuro si costruisce con dignità e verità

13 Settembre 2025

Al World Meeting on Human Fraternity 2025, dignità e fraternità sono state le parole chiave di due giorni di confronto a Roma. Premi Nobel, leader religiosi, giornalisti e accademici hanno condiviso idee e pratiche per un futuro di pace: un processo sinodale aperto alle sfide del presente, dall’ambiente all’IA. “La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto”, ha ricordato il cardinale Gambetti in chiusura dell’Assemblea dell’umano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

E’ il concetto di dignità il primo “spazio” di riflessione individuato al World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human. Ha  trasformato ieri e oggi Roma in un ideale laboratorio dell’umano: 450 persone per parlare di risorse, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel, quindici tavoli tematici, un confronto tra i rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali; imprenditori, economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali che si sono confrontati per raccogliere buone pratiche, condividere esperienze, proporre azioni concrete.

Esseri umani

“Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune”. Sono state le parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro. Dopo l’incontro al Campidoglio stamane, l’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale “Grace for the World” stasera in piazza San Pietro, con esibizioni di Andrea Bocelli, Pharrell Williams con il coro Voices of Fire, John Legend e il coro della Diocesi di Roma, Karol G., oltre a uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Un processo sinodale sull’umano

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma al contrario proseguire “un processo sinodale sull’umano”. Il cardinale Gambetti chiarisce: “La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza”.

Oltre le “diagnosi”

La prima consapevolezza è che “non ci basta fare diagnosi, il mondo non ha bisogno di analisi sterili: ha bisogno di terapie, di guarigione, di fiducia, di fraternità concreta”. Il contesto è chiaro: “Viviamo un tempo in cui la tecnica corre più veloce della coscienza, in cui la verità si piega alle manipolazioni e in cui la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo”. Ma c’è sempre spazio per le possibilità, suggerisce il cardinale Gambetti parlando di “capacità di resistere, di innovare, di creare ponti” e di guardare al futuro da questa nuova tappa.

La sfida dell’intelligenza artificiale e la fraternità come bussola

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali. La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che – ci ricorda padre Occhetta – “significa un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento”. “Quando il potere non ascolta il popolo – avverte – lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo”.

Perché parlare di sinodalità

Con questo spirito sono ancora possibili democrazie e sviluppo. Il forum sulla fraternità e tutte le altre iniziative che vanno in questa direzione, e per le quali la Chiesa parla di sinodalità, vogliono rappresentare una piattaforma di dialogo e incontro per “un linguaggio che diventi cultura di pace”.

La sfida e la Chiesa

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”. Si tratta infatti di “essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto”. Con potenziali drammatici risvolti.

Differenti, ma Fratelli e Sorelle

A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità, che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito mandano un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.
Il percorso prosegue facendo tesoro dei frutti raccolti anche da questa terza tappa, nata da un primo impegno preciso: la firma, l’11 giugno 2023 in San Pietro, di una dichiarazione sottoscritta per la Santa Sede dal Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin che ribadiva: “Siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni, ma siamo fratelli e vogliamo vivere in pace”.

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-09/meeting-fraternita-roma-assemblea-umano.html

 

 

Un «laboratorio dell’umano»

13 Settembre 2025

di Fausta Speranza

«Essere umani significa non lasciarsi sedurre dalla potenza, ma custodire la dignità; non piegare la verità agli interessi, ma abitare la verità che libera; non sfruttare la terra come miniera, ma custodirla come casa comune».

Sono parole del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, a conclusione dell’incontro in Campidoglio, alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, nella seconda giornata del World Meeting on Human Fraternity 2025, promosso dalla Basilica di San Pietro, dalla Fondazione Fratelli tutti e dall’associazione Be Human.

Si è trattato dell’ultimo dibattito prima dell’evento internazionale Grace for the World, nella serata di sabato 13 settembre in piazza San Pietro, con l’esibizione tra gli altri di Andrea Bocelli e uno spettacolo di luci e droni ispirato alla Cappella Sistina.

Non c’è un documento conclusivo e la scelta è significativa: non si vogliono mettere punti fermi ma “inaugurare un processo sinodale sull’umano”.

Il cardinale Gambetti chiarisce: «La fraternità non è un’idea astratta ma una pratica che restituisce all’altro il suo volto, che trasforma i conflitti in energie creative, che rende vera la libertà e giusta l’uguaglianza».

Il contesto è chiaro: «La tecnica corre più veloce della coscienza, la verità si piega alle manipolazioni e la persona rischia di essere ridotta a un algoritmo o a un profilo di consumo».

Ma c’è sempre spazio per la “capacità di resistere, innovare, creare ponti”.

L’incontro definito “Assemblea dell’Umano” rappresenta “una tappa simbolica e operativa” per “misurare, definire e promuovere la fraternità nella vita reale”.

Tra i partecipanti, la giornalista filippina naturalizzata statunitense Maria Ressa, insignita del Premio Nobel per la pace per la sua lotta a favore della libertà di espressione e contro la piaga della disinformazione, chiede di fermare la sorveglianza digitale e il pregiudizio codificato per una comunicazione più autentica, apprezzando molto l’Assemblea dell’umano in cui le persone si possono incontrare, conoscere, progettare insieme perché – ribadisce – «il futuro che vogliamo passa attraverso verità e azione umana».

Per questa terza edizione, padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, racconta di una “partecipazione straordinaria”, di «un crescendo di adesioni da quattro continenti, con religioni, culture, generazioni diverse: 450 economisti, accademici, operatori sociali, studenti, sportivi, leader spirituali, 100 amministratori locali, una trentina di Premi Nobel».

Quindici tavoli tematici, con il confronto tra rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche mondiali hanno trasformato Roma in una sorta di ideale laboratorio dell’umano.

Centrale ovviamente il tema dell’intelligenza artificiale che rappresenta un “territorio nuovo” che Papa Leone ha già chiarito di voler “attraversare” per dare continuità all’attenzione della Chiesa alle questioni sociali.

La Chiesa mette in campo innanzitutto il principio di fraternità che — ci ricorda padre Occhetta — significa «un’intelligenza relazionale che ha sempre l’altro come scopo e permette al demos e al kratos, cioè al popolo e al potere, di trovare il proprio bilanciamento, perché — avverte — quando il potere non ascolta il popolo lo utilizza e lo manipola, quando invece lo ascolta può servirlo».

La sfida anche per la Chiesa non è da poco, ammette padre Occhetta citando “libertà e consapevolezza”.

Si tratta infatti di «essere coscienti di quello che si fa e avere una coscienza morale matura per poter entrare, dialogare e comprendere le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, perché altrimenti l’assorbimento della coscienza porterebbe la persona a fare quello che ci viene detto».

Con potenziali drammatici risvolti. A dispetto di teorie di post umano, transumano, presunto superamento del concetto di moralità che si affacciano da angoli di mondo che raggiungono la ribalta, le 140 persone riunite nella Sala Orazi e Curiazi in rappresentanza di tutti i tavoli di dibattito hanno mandato un messaggio netto proprio a difesa dell’umanità.

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-09/quo-211/un-laboratorio-dell-umano.html

 

 

 

«Una Amma da riscoprire»

A 350 anni dalla prima apparizione all’apostola del Sacro Cuore di Gesù

2 Giugno 2025

su L’Osservatore Romano:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-06/quo-126/una-amma-da-riscoprire.html

di Fausta Speranza

Dalla Dilexit nos, ultima enciclica di Papa Francesco, al cuore ardente di tradizione agostiniana nello stemma papale di Leone XIV. Senza dimenticare che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù una tappa importante è stata l’enciclica di Leone XIII Annum Sacrum. Nella vocazione universale dell’amore, non sorprendono richiami e punti di congiunzione che aiutano, arricchendola, la comprensione di eventi significativi come le celebrazioni giubilari per i 350 anni dalla prima apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, il 27 dicembre 1673. Le celebrazioni, iniziate a fine 2023, si concluderanno a Paray-Le-Monial, in Francia, il 27 giugno prossimo. Ci sarà in quanto Inviato speciale di Papa Leone XIV il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio.

Un’occasione privilegiata

L’anniversario rappresenta un’occasione privilegiata per riscoprire «una autentica Amma, madre spirituale», come padre Bernard Ardura, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, definisce la mistica nata nel 1647 e morta nel 1690 proprio nell’edificio adiacente alla basilique du Sacré-Cœur sorta in Borgogna a Paray-Le-Monial. È stato il luogo delle apparizioni avvenute nell’arco di 17 anni, rese note e valorizzate dal suo padre spirituale Claudio de la Colombière (1641-1682) della Compagnia di Gesù. Oggi è uno dei santuari più importanti di Francia.

«Un ricchissimo messaggio di amore»

Padre Ardura parla di «un ricchissimo messaggio di amore» trasmesso «senza inutili ricerche stilistiche, ma con naturalezza e limpidezza». È quanto si legge nella sua prefazione al volumetto Lettere (Amazon Italia Logistics, 2025, pagine 150, euro 4.50) che racchiude le missive inviate dalla suora Visitandina alla superiora, madre Maria Francesca de Saumaise. Si tratta di un’iniziativa editoriale voluta e sovvenzionata dal gruppo di preghiera nato sui social denominato Trionfo del Sacro Cuore di Gesù. In una serie di agili volumi tematici si ripropongono gli scritti così come riportati nella Vie et Oeuvres de S. Margherita Maria Alacoque, opera a cura di monsignor Francesco Leone Gauthey, (Edizioni de Gigord, 1915), nella traduzione italiana approvata dal Monastero di Paray-le-Monial. Da marzo 2024 sono usciti Consigli particolariPreghiereSfide e istruzioni, oltre a Lettere, ma altri ne seguiranno.

Il testamento spirituale di Francesco

Il 3 giugno, presso la Libreria San Paolo di via della Conciliazione a Roma, verranno presentati in un incontro con don Javier Ortiz, parroco della basilica del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, e Luciano Regolo, codirettore della rivista «Maria con te». Un’occasione di riflessione intorno a quella che la mistica ha definito «la grazia del Cuore di Gesù: incontrare l’amore personale di Gesù per me». Proprio in questi giorni Leone XIV ha inviato alla Conferenza dei vescovi di Francia un messaggio a 100 anni dalla canonizzazione di san Giovanni Eudes, san Giovanni Maria Vianney, santa Teresa del Bambin Gesù. Ricorda che «il compianto Papa Francesco ci ha lasciato, un po’ come un testamento, una bella enciclica sul Sacro Cuore nella quale afferma: “Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità”». Leone XIV aggiunge: «Non potrebbe esserci programma di evangelizzazione e di missione più bello e più semplice».

ANSA: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/giubileo_news/2025/06/02/giubileoa-fine-mese-si-chiude-in-francia-evento-del-sacro-cuore_90b40301-98ee-494b-90a5-28e72fcf8dc7.html

Tempi di dialogo per “percorsi solitari”

19 maggio 2025

Il nuovo pelagianesimo e gli interrogativi sempre attuali di sant’Agostino in una riflessione con il professor Gaetano Piccolo

di Fausta Speranza

L’illusione che l’uomo possa salvarsi da solo e una ricerca interiore che diventa solipsismo. Sono due attitudini mentali che ritroviamo nel nostro tempo, avvezzo a individualismi e protagonismi. Se è molto chiaro come tutto ciò si palesi oggi amplificato nei social, sembra meno evidente il collegamento con il IV e il V secolo e con il vescovo di Ippona. Ma, parlando con padre Gaetano Piccolo, decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, si comprende quanto possa essere stimolante il salto temporale.

Parliamo della fase storica in cui la Chiesa intesa come istituzione religiosa viveva, dopo l’Editto di Milano del 313 che sanciva la libertà di culto per i cristiani in tutto l’Impero Romano, un notevole sviluppo. Significava anche trovarsi alle prese con l’emergere di tante eresie di cui una in particolare, il pelagianesimo, riporta proprio all’idea che l’uomo possa bastare a se stesso. Si tratta, dunque, di uno dei parallelismi possibili che ci raccontano come sant’Agostino non sia solo un gigante della cultura, della teologia e della spiritualità del passato, ma anche un uomo che parla agli uomini e alle donne del nostro tempo.

L’attualità di sant’Agostino al centro dell’appello di Leone XIV

Recuperare questa consapevolezza aiuta a comprendere la profondità dell’incoraggiamento di Leone XIV: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi». Sono parole di sant’Agostino che il Papa ha ricordato il 12 maggio scorso nel discorso agli operatori dei media venuti da tutto il mondo per i funerali di Papa Francesco e per il Conclave. Leone XIV, come ha detto al primo affaccio dalla Loggia di San Pietro l’8 maggio, è agostiniano: nel seminario minore dei padri agostiniani ha compiuto gli studi per il diploma conseguito nel 1973; l’Ordine di Sant’Agostino ha scelto nel 1977 per il suo noviziato; dell’Ordine stesso è stato Priore generale dal 2001 per 12 anni.

Oltre l’oracolo di Delfi

Per mettere a fuoco al meglio perché «noi siamo i tempi» — ci suggerisce padre Piccolo — conviene approfondire la correlazione tra le due opere più note del santo di Ippona: le Confessioni, in cui sant’Agostino riflette molto sulla propria interiorità, e il testo De Civitate Dei, in cui riflette molto sui suoi tempi. Innanzitutto padre Piccolo focalizza l’idea di interiorità del santo di Ippona affermando che «attraversa la filosofia classica e dunque abbraccia il presupposto del “conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi, ma propone poi la conoscenza di Dio».

Oltre i Soliloqui

Si tratta di un’interiorità che porta fuori il proprio io e, su questo piano, padre Piccolo cita un’altra opera importante, Soliloqui, spiegando che si tratta di un termine inventato da sant’Agostino stesso per spiegare che Agostino dialoga con Agostino, con la sua ragione. Come in uno specchio, trova l’interlocutore cui sottoporre dubbi, aspirazioni, rivelare profonde fragilità e il dialogo diventa strumento per scandagliare lo spirito soprattutto su due argomenti-cardine: Dio e l’anima. Padre Piccolo sottolinea: «Rappresenta in sostanza un dialogo tra sé e la ragione in cui emerge la convinzione che anche la ricerca delle ragioni come la ricerca di Dio non si fa da soli». Peraltro padre Piccolo mette in luce che secondo il vescovo di Ippona «anche il desiderio porta fuori da sé, muove verso altro e in questo senso aiuta a non fermarsi in modo narcisistico su se stessi». In ogni caso, non è ancora l’approdo che regala pienezza. Con sant’Agostino si scopre che il cuore resta «inquieto» se la ricerca non va oltre se stessi e anche oltre il desiderio, se resta su «percorsi solitari» senza arrivare a Dio. In definitiva, si conosce se stessi pienamente se si conosce Dio e la relazione nuova con Dio. Ed è proprio in questa relazione — afferma padre Piccolo — quella «salvezza di Dio che non avrebbe senso se l’uomo si salvasse da solo».

Al di là dell’autocompiacimento

L’argomentare di padre Piccolo a questo punto torna all’uomo di oggi per sottolineare che «ogni visione, ricerca umana è bene che si concentri su di sé ma quel tanto che permetta di trovare segnali e indicazioni che possano portarci fuori». Non a caso, — aggiunge — sant’Agostino darà vita a una comunità, adatterà il suo episcopio a vivere con alcuni chierici, fonderà monasteri, «nella convinzione che nessuno può farcela da solo».  Risulta evidente che stiamo parlando di un’attitudine contraria a quel ripiegamento sul proprio io e a quell’autocompiacimento che producono estraniamento dalla propria coscienza e dall’altro, nonché fuga dalla realtà. E che precludono la scoperta della verità di Dio.

I tempi sono “luogo”

È con tutti questi elementi di consapevolezza che conviene guardare ai tempi. Sant’Agostino li considera come un “luogo” in cui si svolge la storia dell’umanità e come un’occasione di grazia divina. Il tempo infatti è visto come lo “spazio” in cui Dio incontra l’uomo per salvarlo. Per questo è importante aver compreso i suoi concetti di interiorità e di salvezza. Il punto è che ai tempi del vescovo di Ippona, di fronte al disgregarsi della società latina, la Chiesa era accusata dai suoi detrattori di essere la causa del crollo dell’Impero romano. Sant’Agostino, in particolare nel suo testo De Civitate Dei ma non solo, fa ben notare che sono altre le ragioni.

Le vere ragioni della crisi

Il riferimento ai tempi attuali diventa interessante quanto doveroso. «Anche oggi — afferma padre Piccolo — ci interroghiamo sul declino della società occidentale ed è indispensabile saper leggere il presente e chiederci quali siano i veri motivi». Leone XIV, il giorno dopo l’elezione, ha parlato tra l’altro di «perdita del senso della vita, oblio della misericordia, violazione della dignità delle persone nelle sue forme più drammatiche, crisi della famiglia», ricordando che la Parola di Gesù è «fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama». Nel discorso al corpo diplomatico, il 16 maggio, ha affermato che «la Chiesa non può esimersi dal dire la verità sull’uomo e nel mondo» e ieri alla Messa di inizio Pontificato ha chiarito quale Chiesa: «Una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato». Si delinea sempre meglio lo spessore di significati e di responsabilità racchiusi nell’appello a comprendere che «i tempi siamo noi».

Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

Chi è Papa Leone XIV (e cosa possiamo aspettarci dal suo pontificato)

National  Geographic

9 Maggio 2025

“Figlio della globalità” dalla “coinvolgente umanità”, il primo Papa statunitense intreccia radici culturali diverse e una visione ampia che lo rendono un interlocutore significativo per il mondo

di Fausta Speranza

https://www.nationalgeographic.it/chi-e-papa-leone-xiv-e-cosa-possiamo-aspettarci-dal-suo-pontificato

Missionario e canonista, bergogliano e matematico, agostiniano e curiale, statunitense e latino. Con la sua ricca personalità e la piena padronanza di cinque lingue suggerisce un’impressione precisa: Papa Prevost sarà un interlocutore significativo per il mondo.

Il primo Papa statunitense, il secondo americano dopo Bergoglio, Leone XIV, eletto 267esimo Papa l’8 maggio alla quarta votazione del Conclave, si presenta dalla Loggia parlando di pace e di una “chiesa sinodale e missionaria”.

Si è scelto il nome di un predecessore che si è appena affacciato sul Novecento, ma sembra parlare con chiarezza e incisività il linguaggio dell’attualità. E nella sua prima Omelia, alla messa il 9 maggio in Cappella Sistina, parla di vocazione autentica del successore di Pietro con un richiamo a seguire Cristo e testimoniare Cristo fino ad essere “divorato dalle belve nel circo”.

Delinea il profilo della Chiesa “arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo” e avverte: nella fede cristiana non c’è un “super uomo” ma “un impegno irrinunciabile”, una testimonianza di fede che può essere derisa ma non perde la forza evangelica di fotografare “contesti in cui si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”. Parla senza mezzi termini di “istanze di onestà” e di “esigenze morali”.

Robert Francis Prevost, nato a Chicago, nell’Illinois, il 14 settembre 1955, è di doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, ha origini francesi e italiane per parte di padre e spagnole per parte di madre. È un figlio della globalità che alla coinvolgente umanità, che ha messo in campo non nascondendo grande emozione al momento del primo affaccio, accompagna tratti di precisione e chiarezza. Ha fatto il suo saluto leggendo inizialmente un testo scritto e ha dato un nome e un cognome alla prima urgenza globale che il mondo intero si trova ormai di fronte invocando “una pace disarmata e disarmante”.

Ed è stato subito chiaro che non c’è pace senza giustizia, perché ha scelto di richiamarsi a Leone XIII, il Papa che a fine Ottocento ha firmato la Lettera Enciclica Rerum Novarum, da cui prende avvio la dottrina sociale della Chiesa dei tempi moderni. È un innegabile riferimento agli uomini e alle donne, al loro lavoro, anche in tempi di Intelligenza Artificiale di cui sappiamo che si è parlato nelle Congregazioni che hanno anticipato il voto nella Sistina.

Grande vicinanza alla gente e profonda cultura

Peraltro sul piano culturale si presenta con una laurea in matematica che si aggiunge agli studi di filosofia e teologia. Segni particolari: grande vicinanza alla gente, autentica umiltà, ma anche capacità di gestione. Si deve considerare infatti i vari incarichi ricoperti all’interno dell’Ordine agostiniano fino ad essere nominato, e confermato per due mandati, Priore generale, ma anche le responsabilità curiali: dal 2020 ha dato un contributo in qualità di capo del Dicastero per i vescovi ed è stato presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Sembra sia stato anche vicino al Segretario di Stato Parolin nella gestione dei difficili dossier cinesi. Sono attributi importanti per costruire, come ha fatto intendere, “ponti di dialogo e incontro” per affrontare le sfide di quest’epoca.

Sembra evidente la conferma di un’attenzione ai poveri e agli ultimi che appare più che mai inserita nella prospettiva di un pastore internazionale che in tempi di guerra, violenza e profonda polarizzazione presenta un curriculum di misericordia, sinodalità e speranza ma anche un messaggio di inizio pontificato preciso, scandito con energico vigore: “Il male non prevarrà”. E il pensiero a questo punto va anche al Leone di San Marco, in cui il leone simboleggia la forza della parola dell’Evangelista, le ali l’elevazione spirituale e l’aureola è il tradizionale simbolo cristiano della santità.

Sul versante “interno” la sua presentazione è altrettanto chiaramente di spessore. Papa Prevost è stato tra l’altro professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore “San Carlos e San Marcelo” mentre gli era affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, eretta successivamente parrocchia con il titolo di Santa Rita, ed è stato amministratore parrocchiale del famoso santuario di Nostra Signora di Monserrat. Peraltro a Maria ha dedicato la preghiera scelta al momento del primo saluto, rendendo omaggio e significato alla devozione mariana così fortemente popolare.

L’idea di Chiesa

Nella prima omelia emerge l’idea della Chiesa che ama: una Chiesa che sia “faro” che illumina, “non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni – come i monumenti in cui ci troviamo – quanto attraverso la santità dei suoi membri”. Parla della sua “missione di vescovo della Chiesa che è in Roma” ribadendo la raccomandazione di Papa Francesco: “La chiesa di Roma è chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”.

Tra tante possibili, cita l’espressione di S. Ignazio di Antiochia: in catene verso Roma dove troverà il martirio, scrive ai cristiani che vi si trovavano: “Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo”. E Papa Prevost commenta così: “Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne – ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”Sembra suggerire che il suo non sarà un pontificato di protagonismi ma di autentico servizio e in quell’autenticità che il brano di San Paolo racconta c’è la promessa di non risparmiarsi.

Missionarietà e dottrina sociale

A proposito della dottrina sociale della Chiesa richiamata dal nome scelto, va ricordato che non è una ideologia ma ovviamente ciò non significa che non possa esprimere valutazioni sulle ideologie con cui l’uomo storico e concreto si deve misurare e, quindi, se in passato ha significato pronunciarsi su marxismo, capitalismo, liberalismo, oggi siamo di fronte alla crisi dei sistemi liberali stessi, al vacillare del multilateralismo e soffocati da un’economia rapace. Gli elementi basilari della dottrina della Chiesa restano il primato della persona, il carattere sacro della vita, la subordinazione dell’azione politica ed economica alle esigenze della morale che riconosce dignità ad ogni persona umana. La Bibbia non è un insieme di indicazioni sociali e non vuole proporre ricette risolutive dei problemi della società, ma è, prima di tutto, annuncio della salvezza realizzata in Gesù. E questo Papa Prevost lo ha ricordato con forza dottrinale parlando di missionarietà e di evangelizzazione nei suoi primi due interventi, e sottolineando molto il rapporto con Dio: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè – afferma – l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”.

Possibili ponti

Il punto è che da qui per i credenti deriva quel diritto naturale che orienta la morale e che rappresenta anche il possibile punto di incontro tra cristiani e non cristiani sui problemi etici. Uno dei ponti cui ha accennato da subito. Il presupposto fondamentale è che gli uomini partecipino a un’unica e comune natura umana. Proprio perché fa riferimento a tale comune natura umana, la Chiesa può rivolgersi a tutti gli uomini, chiedere il loro ascolto, difendere i diritti umani. E c’è da credere che Leone XIV abbia intenzione di farlo.

“Il male non prevarrà”

“Sono un agostiniano”, così si è presentato il Papa e non mancano i significati. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: il vescovo di Ippona cercò sempre di conciliare l’atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Vivendo il conflitto tra i due estremi, ha offerto un pensiero che cerca di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Si tratta di un gigante del pensiero cristiano che ha affrontato tra tanti la questione del male e infatti di “male che non prevarrà” non ha mancato di parlare nel suo primo intervento. Ed è su questo piano che Papa Prevost fa capire di non sottrarsi.

“Istanze di onestà” e “esigenze morali”

All’omelia richiama l’attenzione alla domanda su chi sia Gesù, che torna nei Vangeli, per poi citare “la bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon” per definirla “anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà”. Avverte che questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù “una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire”. E precisa: “Così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”. C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: “quella della gente comune”. “Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele”. Lo seguono – chiarisce Leone XIV “almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti”. Lo considerano “solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”. Afferma con chiarezza: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente – magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza – sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.” E sembra parlare di difficoltà estremamente concrete oltre che attuali: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.”

Nessuna riduzione a super uomo

Papa Prevost offre un’immagine estremamente eloquente del mondo in cui è evidentemente consapevole di muoversi: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomoQuesto sembra il messaggio al mondo: Gesù e tantomeno il vicario non sarà un super uomo ma annuncerà una parola forte in tema di “perdita del senso della vita”, “oblio della misericordia, violazione della dignità della persona”, “crisi della famiglia”. Peraltro con una parola chiara anche ai credenti: “Molti battezzati finiscono col vivere in un ateismo di fatto”. A questo proposito una consapevolezza richiama in causa direttamente Papa Francesco: “Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore” e non solo fino a quando “non ci sono rischi o inconvenienti”.

L’Ue guarda a Leone XIV

All’appello sembra rispondere l’Unione europea: la Presidente von der Leyen e il Presidente Costa sottoscrivono un messaggio di felicitazioni per l’elezione affermando che “ogni giorno milioni di europei traggono ispirazione dal persistente impegno della Chiesa a favore della pace, della dignità umana e della comprensione reciproca tra le nazioni” e dicendosi “fiduciosi che Papa Leone XIV utilizzerà la sua voce sulla scena mondiale per promuovere questi valori condivisi e incoraggiare l’unità nel perseguimento di un mondo più giusto e compassionevole”. Con l’auspicio che “il nuovo pontificato sia accompagnato da saggezza e forza, mentre Papa Leone XIV guida la comunità cattolica e ispira il mondo attraverso il suo impegno a favore della pace e del dialogo”, arriva una dichiarazione di intenti da parte di un pezzo di Occidente: “L’Unione europea è pronta a collaborare strettamente con la Santa Sede per affrontare le sfide globali e promuovere uno spirito di solidarietà, rispetto e gentilezza”. In attesa di conferma concreta delle dichiarazioni fatte e di conoscere altre dichiarazioni a livello mondiale, la figura di Leone XIV sembra molto limpida nel declinare la speranza come virtù cristiana e come diritto umano.

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Il Conclave tra storia, fede ed equilibri di potere

Su National Geographic

Conclave al via:

l’elezione del nuovo Papa tra storia, fede ed equilibri di potere

Tra urgenze spirituali, sociali e geopolitiche, il Conclave - al via il 7 maggio - pone la Chiesa di fronte a decisioni cruciali: dal riequilibrio tra carisma e governance ai processi di riforma aperti

di Fausta Speranza

6 Maggio 2025 https://www.nationalgeographic.it/conclave-al-via-l-elezione-del-nuovo-papa-tra-storia-fede-ed-equilibri-di-potere

Come in una partita a scacchi di livello. Un buon giocatore non resta concentrato sull’assetto del gioco in svolgimento ma elabora strategie in anticipo per mosse e contromosse successive. Così la Chiesa, diversa da qualunque altra istituzione e lontana da logiche di partito, si muove con una visione a lunga “gittata”, finora libera da vincoli come il consenso a stretto giro.

Se e quando la Santa Sede fa strategie e si muove sui percorsi della geopolitica per sua stessa costituzione difficilmente lascia spazio a interpretazioni troppo personalistiche: il mandato è per il bene comune e la centralità della persona, e il tracciato è segnato. E infatti su questo le differenze tra papi, almeno dal Novecento, sono trascurabili e dovute alla contingenza storica, che conta più del “consenso”. È vero però che negli ultimi cinquant’anni, con Giovanni Paolo II e Francesco, si è avvertita la tendenza a uno sbilanciamento tra carisma e munus gubernandi, a favore del carisma.

Fare i conti con le spinte sociali e la situazione internazionaleDunque, piuttosto che chiederci se vincerà un “progressista” o un “conservatore”, forse dovremmo porci due interrogativi diversi. Il primo è quale sia la contingenza storica. Il secondo è se la scelta del nuovo pontefice sarà guidata dall’intenzione di ribilanciare la logica del carisma con quella dell’ufficio, oppure no. Si conferma complesso e scivoloso muoversi tra “tradizionalisti”, “progressisti”, più o meno “riformisti”.Per il Conclave del 7 maggio la contingenza sul piano universale è chiara: è urgente elaborare nuove strategie di rapporto con il mondo contemporaneo in cui vacillano le democrazie. E se l’extra omnes lascia soli i cardinali, ci sono questioni ad intra che non li abbandonano: tra queste, i tanti “cantieri” aperti ma non chiusi da Francesco.Francesco ha aperto processi confermando la Chiesa come popolo che cammina nella storia appoggiandosi sulla tradizione ma senza intenderla come un baluardo di “blocco” degli sviluppi di riforma. E questo dovrebbe essere un punto di non ritorno. Potremmo definirla la sua “mossa forzante”, sempre parafrasando il gioco di scacchi. Peraltro, dopo i papi Roncalli, Montini, Luciani e Wojtyła, che erano stati padri conciliari, e dopo Ratzinger, che aveva partecipato all’assise conciliare come perito, Francesco è stato il primo papa per davvero “figlio” del Concilio Vaticano II, in quanto negli anni della convocazione (1962-1965) era ancora in formazione come novizio.Insomma c’è stato un passaggio generazionale e il Concilio regge. In ogni caso, i processi di riforma avviati da Francesco e non conclusi sono tanti, sul piano teologico, normativo, morale. In alcuni casi, come ha detto il cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, a proposito della dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede Fiducia Supplicans pubblicata nel 2023, “ci vorranno ulteriori approfondimenti”.Anche in tema degli abusi commessi da religiosi nei confronti di minori e adulti vulnerabili, che ha segnato in modo drammatico negli ultimi decenni la vita della Chiesa, si sono fatti passi in avanti. Dopo le misure volute da Benedetto XVI, con Papa Francesco si è raggiunto un altro punto di non ritorno interpretando l’abuso come questione ecclesiale e connettendolo con la tentazione del clericalismo. Resta sempre molto da fare, considerati il mancato avvio di alcuni procedimenti giudiziari; l’attesa per il rispetto di alcune sanzioni; esempi di riabilitazione di preti pedofili a davvero poca distanza dalla condanna. Inoltre, nei casi di suore abusate sessualmente e psicologicamente, ci si deve occupare dei meccanismi che li hanno permessi.

Il Papa visto in prospettiva

Francesco è stato scelto nel 2013 quando cominciavano a delinearsi due scenari, almeno a osservatori accorti. Il primo riguardava le costituzioni liberali, che sono il frutto di valori prima di essere dati di fatto e che, se svuotate proprio dei valori fondanti, rischiano di rimanere gusci vuoti e di essere travolte al venir meno dell’ordine mondiale costituito dopo le guerre mondiali. Come aveva ben intuito e denunciato Benedetto XVI mettendo in guardia dal relativismo.

Il secondo scenario riguardava le scadenze date per gli Obiettivi del Millennio, adottati dalle Nazioni Unite nel 2000 per eliminare la povertà estrema e la fame nel mondo: era chiaro che non avrebbero portato a nulla, travolti dall’inversione di tendenza ad allargare sempre di più il divario tra i pochi ricchi, sempre più ricchi, e i tanti poveri, sempre più poveri e sempre più numerosi.

Sul primo punto, Papa Bergoglio ha parlato da subito di “terza guerra mondiale a pezzi” e ha speso parole a difesa del multilateralismo come i predecessori. E sul piano delle diseguaglianze, ha fatto di tutto per portare la questione della dilagante povertà al cospetto di tutti. Peraltro, già Leone XIII criticava la corsa agli armamenti sottolineando che “la pace non può essere garantita solo attraverso la forza militare ma richiede un ordine sociale e politico giusto e percepito come tale”. E Paolo VI, che si recò per primo in Paesi all’epoca poveri per antonomasia come Africa e India, sostenne la necessità di condonare i debiti di quei Paesi che non possono ripagarli, in particolare se questo impedisce lo sviluppo e la crescita dei loro popoli.

Si può dire che Papa Bergoglio ha sorpreso ma anche che ha risposto alle aspettative. Così era stato per Papa Wojtyła, adatto per lo scossone al baluardo comunista che lasciava poco respirare il polmone orientale d’Europa; o per Roncalli, scelto dopo i difficili anni della Questione romana e delle guerre, in cui la Chiesa si doveva “riposizionare” nei tempi moderni. Giovanni XXIII, infatti, con il suo carisma da Papa “buono” ha risposto al mandato indicendo niente di meno che il Concilio Vaticano II che ha chiamato a uno slancio nuovo per riposizionamenti peraltro ancora da completare. Se è vero infatti che lo sguardo è a lunga gittata, servono anche tempi lunghi per dare compimento a visioni di profondo spessore.

Come diceva Giovanni XXIII “non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. Di fatto quando la Chiesa “cambia” sorprende sempre, perché lo fa imprimendo un’accelerazione alla sua storia che non ritrova uguali in altre istituzioni umane per incisività. Insomma, non cambia spesso ma quando “cambia” lo fa davvero. Ovviamente non mancano percorsi tortuosi. L’attuazione dei nuovi orientamenti è come acqua che scorre tra impedimenti e divergenze: prima di impregnare tutto il terreno, a volte percorre anche tratti all’indietro.

Romano Pontifici Eligendo

Viene in mente che prima di arrivare alla sinodalità auspicata dal Concilio e fortemente voluta da Francesco, peraltro messa in atto in questi anni in modo artigianale, sono passati i pontificati di Wojtyła e di Ratzinger, che si sono concentrati su altri aspetti. Ognuno di loro, come gli altri, è stato “incasellato” in una delle due categorie in cui il mondo ama racchiudere i Papi: quella dei conservatori e quella dei progressisti. Se l’operazione è lecita, non può mancare la consapevolezza che a livello mediatico spesso si evidenziano banalizzazioni, forzature o mancanze.

Solo alcuni esempi. Ratzinger è rimasto sempre nel racconto mediatico un Papa conservatore, anche quando ha difeso i documenti conciliari da interpretazioni che li consideravano una rottura con la tradizione; o quando ha ripristinato per il voto al Conclave una maggioranza ampia di due terzi indipendentemente dal numero di scrutini. Giovanni Paolo II aveva fatto scendere il quorum al 50 per cento al 34esimo scrutinio e in quel caso Ratzinger ha difeso la collegialità.

Sul tema del Conclave ricordiamo alcuni aspetti o curiosità che danno anche il senso di una storia che si compone

Paolo VI, che è il Papa che ha limitato l’esercizio del diritto di voto ai cardinali sotto gli ottanta anni di età, aveva ripreso una modifica introdotta da Pio XII e abrogata da Giovanni XXIII e aveva fissato la regola della maggioranza dei due terzi più uno, eliminando l’onere di verificare se l’eletto avesse votato per se stesso.

Porta la firma invece di Pio XII la Costituzione che prevede che alla morte del Papa gli unici a restare in carica siano il Camerlengo, il Penitenziere, il Vicario di Roma. Ricordiamo che a stabilire che per essere eletto Papa un candidato dovesse ricevere due terzi dei voti dei cardinali e che nessun cardinale potesse votare per se stesso fu Alessandro III nel 1179. Ma forse è curioso ricordare anche che fu Nicolò II nel 1059 con la bolla In nomine Domini a stabilire che solo i cardinali possano eleggere il Romano Pontefice.

La voce dei decani e alcuni favoriti

In attesa di conoscere il nome del prossimo Papa e dopo gli entusiasmi di piazza, ci sono alcune critiche, o raccomandazioni che dir si voglia, che emergono dall’interno. Il cardinale Camillo Ruini con i suoi 94 anni di cui 20 spesi come vicario del Papa per la diocesi di Roma e alla guida della Conferenza Episcopale Italiana, ha auspicato “un Papa buono anche a governare”; il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller ha chiesto un Papa “lontano dai mass media o da diverse lobby”. Il cardinale statunitense Timothy Dolan ha detto che bisognerà affiancare al “cuore caldo di Francesco… più chiarezza nell’insegnamento, più raffinatezza della tradizione della Chiesa, più approfondimento dei tesori del passato”. Di questi Müller e Dolan prenderanno parte al Conclave. Ruini insieme con altri esclusi dalla Sistina per limite d’età, come il Decano del Collegio cardinalizio Giovanni Battista Re e il vice Leonardo Sandri, hanno preso parte alle Congregazioni pre Conclave.

In definitiva in tema di incasellamenti poco convincenti, tra conservatori e progressisti,  gli esempi sarebbero tanti, ma ne bastano pochi per mettere a fuoco la fragilità di schematizzazioni che in vista della scelta del prossimo Papa conteranno meno di quanto si pensi. Conterà di più l’urgenza di assicurare capacità diplomatiche all’altezza delle sfide internazionali e uno spessore culturale e spirituale all’altezza dei “cantieri” aperti.

A questo proposito non può sorprendere che venga citato il già Segretario di Stato Pietro Parolin, o che si facciano anche nomi come quelli del Patriarca di Gerusalemme dei Latini PierBattista Pizzaballa, del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, del cardinale Robert Francis Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Ma, di altri, i cardinali potrebbero conoscere o intuire capacità al momento meno evidenti a livello mediatico.

Tutto pronto in Sistina

In ogni caso, l’attesa è vivissima. La mattina del 7 maggio nella Sistina è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e nel pomeriggio una sola votazione. Dal giorno seguente tutto è pronto per due votazioni al mattino e due al pomeriggio, con massimo due fumate previste al giorno, immaginabili alle 12 e alle 19. Il comignolo è pronto e gli occhi del mondo sono puntati su di esso.

Nella Sistina, come mai prima si è cercato di evitare qualunque “scherzo” tecnologico che ne violi l’impenetrabilità. Peraltro l’evoluzione della tecnologia dell’informazione rappresenta un altro fronte delle sfide internazionali citate. Preoccupa un “paradigma tecnocratico” che mette da parte la dignità umana, la fratellanza e la giustizia sociale in nome dell’efficienza, pensando alla profonda influenza che può esercitare sulle strutture economiche, sociali e di governance in tutto il mondo.

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Conclave al via il 7 maggio: attese e incognite nella elezione del nuovo Papa

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29 Aprile 2025

Dopo i funerali di Papa Francesco, il 7 maggio inizia il Conclave per l’elezione del suo successore tra questioni aperte, messaggi di speranza e il ricordo del pontificato di Jorge Mario Bergoglio

di Fausta Speranza

su National Geographic

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Sarà presieduto dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, il Conclave per l’elezione del successore di papa Francesco che avrà inizio il 7 maggio prossimo. La prima votazione si terrà nel pomeriggio mentre al mattino è prevista la Missa pro eligendo Romano Pontifice e la processione dei cardinali elettori verso la Sistina. Non ci sarà il cardinale Giovanni Angelo Becciu, condannato in primo grado per peculato e truffa in Vaticano e mai inserito nella lista dei partecipanti al Conclave. Becciu ha fatto sapere di “obbedire” alla volontà’ di Francesco pur dichiarandosi “innocente”.

Per eleggere il Papa sarà necessaria una maggioranza qualificata di due terzi. In caso si arrivasse oltre le 32 votazioni, si passerebbe direttamente e obbligatoriamente al ballottaggio fra i due cardinali che avessero ricevuto il maggior numero di voti nell’ultima votazione. Anche in questo caso, però, sarebbe sempre necessaria una maggioranza dei due terzi. La Cappella Sistina è stata chiusa alle visite per poter essere allestita con i banchi per gli scrutini e la stufa dove saranno bruciate le schede delle votazioni.

L’omaggio a Francesco: dalle esequie alla sepoltura

Intanto continuano le file per andare a rendere omaggio alla tomba di Papa Francesco tumulata, con una cerimonia privata, nella basilica di Santa Maria Maggiore sabato scorso, dopo i funerali sul sagrato di piazza San Pietro alla presenza di quasi tutti i “grandi” della terra e 250.000 fedeli. Tra tante parole, colpiva l’appellativo di “Maestro y poeta” comparso su uno striscione in spagnolo dei ragazzi delle Scholas Occurrentes, l’organizzazione internazionale di diritto pontificio, senza scopo di lucro, creata da Papa Bergoglio nel 2013, con l’intento di promuovere una rete mondiale di possibilità in campo formativo. Studio ed educazione si traducono in crescita e sviluppo: parliamo del crinale su cui si gioca la variabile tra miseria e autonomia. Oggi Scholas Occurrentes conta 2,5 milioni di partecipanti in 70 Paesi di cinque continenti. Rappresenta un frutto tangibile e concreto dell’impegno pastorale di Francesco, e non deve sfuggire il valore simbolico della modalità scelta: fare rete.

La connessione tra persone così diverse ma unite dall’affetto per Papa Francesco si è sentita fortissima: in piazza e sul sagrato è stata vissuta in una cerimonia che nella sua Liturgia Francesco ha voluto invariata. Se ha chiesto di avere solo una delle tre tradizionali bare o di non essere posto su catafalco, in tema di Liturgia non ha alterato nulla. Ed è significativo. La connessione poi è stata intatta e viva lungo tutti i sei chilometri che dal Vaticano hanno portato il feretro in papamobile bianca all’ingresso della più piccola delle basiliche papali che conserva da secoli l’immagine Salus Populi Romani cara a Francesco. Una lapide bianca e la scritta Franciscus segnalano la tomba per una bara in cui è stato inserito il Rogito, il “riassunto” del Pontificato, che non poteva certamente riepilogare tutte le opere o tutti i documenti e le decisioni di Francesco ma che dispiace non citi la storica nomina di una donna prefetto, Suor Simona Brambilla, a capo di uno dei Dicasteri che formano la Curia.

E proprio quando il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio che ha presieduto la celebrazione dei funerali, ha espresso questa consapevolezza è scoppiato l’applauso più forte dalla parte della piazza occupata per lo più da giovanissimi. I ragazzi erano presenti e non soltanto per la concomitanza con il Giubileo dei giovani. Il loro applauso si è fatto sentire, insieme con quello di tanti altri, anche quando il cardinale Re ha ricordato come la voce di Francesco si sia levata con forza contro gli “orrori disumani” della guerra, definita “una dolorosa e tragica sconfitta per tutti”, e per chiedere “ragionevolezza” e “onesta trattativa”.

Non possiamo sapere cosa sia rimasto davvero nel cuore dei “grandi” presenti: 52 capi di Stato, 14 capi di Governo; 12 sovrani regnanti. E i rappresentanti ad altissimo livello dell’Onu, dell’Unione Europea e di tutti gli altri organismi internazionali. Tutti “schierati” sostanzialmente in ordine alfabetico ma francese, lingua della diplomazia. Tra tanti, è stata evidente l’assenza di esponenti di vertice della Cina. C’è da dire che da Pechino sono giunte in Vaticano condoglianze che in altri tempi sarebbero state difficilmente immaginabili. Restano tante immagini e quella foto: Trump e Zelensky seduti a dialogare dentro la basilica di San Pietro e le attese accese dalle dichiarazioni dei due leader seguite da aperture al negoziato che sembrano arrivare dal Cremlino. Tutte aspettano di essere declinate nei fatti.

Il Cardinale Pietro Parolin celebra

la Messa della Domenica della Divina Misericordia in suffragio di Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 27 aprile 2025, nella Città del Vaticano

 I riti funebri per il defunto Papa Francesco si svolgono per nove giorni dopo la sua sepoltura, mentre i fedeli lo commemorano e lo celebrano. Durante questo periodo, il Vaticano si prepara al processo per eleggere un nuovo Papa, noto come Conclave, che deve iniziare entro 15-20 giorni dalla morte del Pontefice.

Il Giubileo dei giovani

È stato importante vedere che i giovani sono tornati in piazza San Pietro il giorno seguente ai funerali, domenica 27 aprile, quando non c’erano più i capi di Stato e di Governo. C’erano comunque di nuovo 200.000 persone alla Messa presieduta la mattina dal cardinale Pietro Parolin, già Segretario di Stato, nell’ambito dei Novendiali, i nove giorni di celebrazioni in suffragio del Papa defuntoche da lunedì 28 fino a domenica 4 maggio proseguono in San Pietro, ma alle ore 17:00.

Nel corso dell’omelia Parolin ha raccomandato: “Siamo chiamati all’impegno di vivere le nostre relazioni non più secondo i criteri del calcolo o accecati dall’egoismo, ma aprendoci al dialogo con l’altro”. La certezza è la stessa: “Solo la misericordia guarisce, solo la misericordia crea un mondo nuovo: questo è il grande insegnamento di Papa Francesco.” Il cardinale, capo della Segreteria di Stato da agosto 2013 e dunque in tutti gli anni di Pontificato di Francesco, ha parlato di “dolore”, “turbamento”, “sensazione di smarrimento” chiedendo che l’affetto per Francesco “non resti una semplice emozione del momento” quanto piuttosto che “la sua eredità diventi vita vissuta”.

Ai giovani, giunti da tutto il mondo, ha parlato delle tante sfide ricordando anche “quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca”. Sempre ai giovani è dedicato il video registrato con smartphone l’8 gennaio scorso e diffuso nel giorno dei funerali. Francesco, seduto nella sua stanza di Santa Marta con un maglione bianco, dice: “Cari ragazzi e ragazze, una delle cose molto importanti nella vita è ascoltare, imparare ad ascoltare. Quando una persona ti parla, aspettare che finisca per capirla bene e, poi, se me la sento dire qualcosa. Ma l’importante è ascoltare”.

Un testamento spirituale

Prendersi cura delle relazioni è davvero il cuore di tutte le scelte pastorali di Papa Francesco. Nei suoi 12 anni di pontificato, ha chiesto di combattere la “cultura dello scarto” con la medicina della “cura” delle relazioni. Innanzitutto la relazione con Dio, che non ha affatto trascurato. Poi, in stretta correlazione, ha concepito la relazione con l’altro, visto come fratello nella famiglia umana. Inoltre ha parlato della relazione con l’ambiente, “casa comune” in cui – ha chiarito – non si possono più immaginare sistemi sociali slegati dai sistemi naturali e viceversa. Il messaggio centrale dell’Enciclica Laudato Sì del 2015 è che “tutto è in relazione” e “nessuno si salva da solo”.

Di Papa Francesco restano centinaia di appelli per la pace e quelle parole pronunciate per ultime: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo”, alla benedizione Urbi et Orbi di Pasqua. Francesco ha ribadito che “l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo” e ha chiesto di “abbattere le barriere che creano divisioni e sono gravide di conseguenze politiche ed economiche”.

In poche parole nel messaggio di Pasqua dell’anno giubilare ha fotografato la drammatica evidenza: “Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti!”. Con una consapevolezza fondamentale: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui”.

E questo è l’appello che, come ha sottolineato il cardinale Parolin, non deve solo emozionare in questi giorni: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano”.

read also (24 aprile 2025): https://www.faustasperanza.eu/wordpress/2025/04/24/su-national-geographic-le-ultime-volonta-di-francesco/