UE: a rischio i fondi per i disabili

Inclusione, scolarizzazione, occupazione: questi sono gli obiettivi della Strategia per la disibilità adottata dalla Commissione Europea. E su cui la crisi proietta l’ombra dei tagli.

Il presidente dell’Europarlamento Schulz, Beatrice “Bebe” Vio e Roberta Angelilli, vicepresidente dell’Europarlamento. Foto di copertina: Reuters.

In Europa 80 milioni di persone vivono con una forma di disabilità, leggera o grave, e troppo spesso non partecipano alla vita sociale ed economica. In tempi di crisi in cui si parla di nuove povertà, non si può dimenticare che il tasso di indigenza delle persone con disabilità era già superiore alla media del 70% prima della crisi.

Sono dati dello European Disability Forum, presentati dal direttore Carlotta Besozzi a Bruxelles. L’Unione Europea e gli Stati membri hanno messo a punto negli ultimi anni strategie e strumenti utili e questo è proprio il momento delle azioni concrete, ma è scoppiata una pericolosa battaglia sui fondi a disposizione. Roberta Angelilli, vicepresidente dell’Europarlamento, denuncia: si stanno studiando «accorpamenti di fondi che dimenticano la voce disabilità». Il Parlamento europeo ha approvato nel 2008 la Strategia sui diritti dei minori disabili indicando obiettivi precisi di inclusione, scolarizzazione, occupazione. Nel 2010 la Commissione Europea ha adottato la Strategia per la disabilità indicando il periodo temporale tra il 2010 e il 2020 per l’attuazione di altrettanto precisi programmi e stanziando risorse. Dunque, per questi programmi i soldi ci sono. Il rischio è che la voce “disabilità” si perda nella riorganizzazione dei fondi che in molti spingono a fare a causa della crisi. La battaglia è in corso.

Per chiedere un migliore utilizzo dei fondi comunitari e maggiore coordinamento delle politiche dei vari Stati membri la European Parliament Alliance for Children ha organizzato con l’Unicef e varie associazioni un incontro, nell’emiciclo, tra il presidente dell’Europarlamento Schulz e la piccola Betrice Vio, conosciuta come Bebe.

Bebe è la promessa della scherma azzurra paraolimpica e sarà tedofora alla Paralimpiadi di Londra. Bebe ha raccontato la sua storia di impegno tra difficoltà e speranza: dalla terapia alle gare al più alto livello. E ha chiesto sostegno per la sua Associazione Art4sport che aiuta i bambini che hanno subito una qualche forma di amputazione attraverso lo sport. «La vita – ha detto Bebe – è una tela meravigliosa e lo sport la colora».

Lo sport è una modalità di sostegno e recupero importantissima. È chiaro a tutti ma Philippe Cori, direttore dell’Unicef di Bruxelles, sottolinea che una persona disabile su due in Europa non ha mai partecipato ad attività ricreative o a uno sport. Peraltro, rimanendo in tema di tempo libero, un terzo di tutte le persone disabili non ha mai fatto un viaggio all’estero o anche partecipato a gite di un giorno, a causa dell’inaccessibilità di strutture e servizi. Anche questa sarebbe inclusione sociale.
La Angelilli avverte: tutto ciò è inaccettabile ma poi spiega che per parlare di inclusione sociale prima di tutto bisogna parlare di scolarizzazione. Attualmente, secondo Bernard Dan, professore alla European Academy of Childhood Disability, nella fascia di età compresa tra i 16 e i 19 anni, il tasso di descolarizzazione di persone diversamente abili è pari al 37%, rispetto al 17% della media di chi non ha problematiche.
La Angelilli non parla mai di disabilità ma di persone diversamente abili e lo spiega: «Noi in Italia abbiamo fatto un passo avanti culturale importantissimo che si riflette proprio in questa espressione che ci aiuta a guardare e valorizzare tutte le abilità che ogni persona può avere a dispetto di altri limiti, piuttosto che fermarci proprio ai limiti».
La Angelilli spiega che non è una conquista solo verbale, visto che in Italia si tende ad assorbire negli istituti scolastici tutti i bambini, anche quelli bisognosi di una qualche forma di sostegno. Non è così dappertutto. In Belgio, per esempio, vige la separazione: i minori diversamente abili hanno istituti per loro. Camille Latimier, dell’Associazione Inclusion Europe, dedicata in particolare alle disabilità intellettive, si chiede come si possano gettare in questo modo le fondamenta dell’inclusione.
Ci sono differenze significative tra i Paesi membri dell’Ue su molti aspetti, a partire dalle risorse messe a disposizione o dalle strutture architettoniche nelle città. Ma vanno ricordati gli importantissimi punti fermi fissati finora proprio a livello comunitario per abbattere barriere ambientali e comportamentali. La teoria è scritta nera su bianco anche se i singoli Stati membri devono poi assorbire e mettere in pratica quanto stabilito a livello comunitario. Innanzitutto con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, diventa vincolante, per i 27 paesi Ue, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che nell’articolo 26 stabilisce che «l’Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone con disabilità di beneficiare di misure intese a garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità». L’articolo 21 sancisce inoltre che «è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata sulla disabilità». Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, TFUE, prevede che l’Unione debba «combattere la discriminazione fondata sulla disabilità nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni» (articolo 10) e le conferisce il potere di legiferare in materia (articolo 19). Bruxelles, inoltre, ha reso vincolante e ha inglobato nel suo ordinamento giuridico la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità, che però è stata ratificata attualmente da meno di 20 Paesi membri. Ma il punto centrale è che per passare dalle normative alla realtà quotidiana servono i soldi. Il papà di Bebe, promessa della scherma italiana alle prossime Paralimpiadi, dall’emiciclo del Parlamento Europeo ha lanciato il suo appello brevissimo: «Non lasciate sole le famiglie delle persone diversamente abili». Fausta Speranza

23 giugno 2012

La Polonia che ospita gli Europei ha già fatto goal sull’economia

Nell’Europa che vive la crisi economica e che mette perfino in dubbio la durata della moneta unica, c’è un solo Paese che continua a segnare una crescita del 3%: la Polonia. La ricca e forte Germania non va oltre lo 0,9%. Varsavia è entrata nell’Unione Europea nel 2004 con una disoccupazione a oltre il 20% e ora si presenta come una sorta di isola felice nel Vecchio Continente. Gli altri Paesi ex socialisti con la crisi hanno rischiato la bancarotta. Già dall’anno scorso Varsavia avrebbe dovuto adottare l’euro ma gli appassionati che si recano ai Campionati di calcio europei, che la Polonia ospita dall’8 giugno, devono munirsi di zloty. E’ stata ignorata la scadenza e non c’è intenzione di parlarne prima del 2016. L’economista Piotr Kuczynski, consulente della finanziaria Xelion, spiega che la priorità è la competitività. “La Polonia si fa porta di passaggio dei commerci tra l’Europa e la Russia o l’Ucraina e in questo ruolo di ponte economico è decisiva più di altri Paesi importanti”. L’ingresso nell’eurozona in realtà non è un optional: tutti i Paesi membri, con scadenze diverse, sono obbligati a farlo, ma ora tutto è sospeso. E in questo sospeso c’è qualcosa da ripensare.
Nel 2011, anno di continue emergenze per la Grecia ma anche di allarmi per Spagna o Italia, la presidenza di turno UE è stata affidata all’Ungheria, nel primo semestre, e poi alla Polonia, nel secondo. Un anno rappresentato dall’Est europeo, che forse poteva simbolicamente far riflettere di più sugli sviluppi degli equilibri, mentre si è parlato solo del direttorio franco-tedesco. Se Berlino è la locomotiva indiscussa, forse l’Est è una stampella da non trascurare. Molto elegantemente Rafat Trzaskowski, europarlamentare dalla prima delle due legislature a pieno titolo della Polonia, ci invita a rimuovere vecchi schemi: “La gente oggi distingue due o più facce dell’Europa ma la distinzione non è più tra Paesi dell’Ovest e Paesi dell’Est, o tra vecchi Paesi membri e nuovi entrati, piuttosto tra quelli che stanno meglio economicamente e quelli che stanno peggio, per standard di vita, prospettive di lavoro o di investimenti”. Poi, ricorda che la Polonia con i suoi 300.000 Km° conta quasi 40 milioni di abitanti e che compare dunque nel gruppo di sei Paesi più importanti per territorio e popolazione.
A proposito di investimenti, in tempi di resa dei conti sui debiti sovrani e di difficoltà del sistema creditizio e di dibattito tra rigore e crescita, la parola liquidità, pronunciata sempre meno, è la chiave dello stallo europeo. La parola investimenti quasi impronunciabile. Non può sfuggire che per l’anno in corso la Polonia registra un primato in fatto di visite e non sono le prenotazioni delle partite di calcio. Parliamo del fatto che Varsavia è l’unica capitale europea dove ha annunciato una visita entro il 2012 il premier cinese Wen Jiabao. Pechino si prepara a investire in Polonia.

La generazione del cambiamento e i giovani del post comunismo
In una sola generazione si è consumato il passaggio dal comunismo al capitalismo. Al momento del cambiamento, il 55% degli adulti si sono ritrovati senza lavoro. L’economista Kuczynski assicura: “I giovani hanno sostenuto il Paese molto più della classe dirigente”. Incontriamo Kuczynski in un palazzo di periferia moderno e in linea con lo spirito di economia di mercato. L’indipendenza della Polonia dall’Unione Sovietica, dopo decenni di dominazione, è arrivata nel 1989, solo poco più di 20 anni fa. A Varsavia non c’è quasi più segno del grigiore sovietico. Il centro storico, riconosciuto dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità anche se in gran parte frutto di ricostruzione, è smagliante e i palazzi dell’antica nobiltà restaurati richiamano i fasti del XVI secolo quando la Polonia era uno dei più ricchi e potenti Paesi d’Europa, o al XVIII e XIX secolo quando Varsavia era definita la Parigi del Nord. Ma se ci si reca ad esempio al cimitero Powazki, che con quello ebraico della capitale sono tra i più antichi d’Europa, riaffiora la storia molto sofferta del comunismo. Una fioraia e un signore anziano ci ripetono insistentemente: “nie ma komunizm”: il comunismo non c’è più. Con il tono di chi dà una notizia, segno di una sensibilità ancora molto viva. Una distinta commerciante sulla piacevole via Nowi Swiat, caratterizzata da caffè e negozi alla moda, ci racconta le lunghe file che la madre faceva di notte per comprare qualcosa e la gente depressa e triste. E raccomanda il valore della memoria: “I ragazzi oggi non sono interessati ai racconti degli anziani e questo non è bello”.
Andiamo dunque all’Ateneo Uniwèrsytet Warszawki che ha strutture moderne e un bel parco. Parliamo con Kataghina, studentessa di economia. Sottolinea che “il comunismo non tornerà più ma deve migliorare l’atteggiamento della collettività verso i cambiamenti: c’è troppa paura”. Sa che è crisi in Europa e Stati Uniti ma Kataghina punta comunque all’estero convinta che la Polonia non sia Paese di opportunità”. Forse perfino per i giovanissimi la Polonia cambia troppo rapidamente.

Nell’UE dal 2004, la Polonia è stata antieuropeista o quasi leader
Negli otto anni di piena appartenenza all’Unione Europea non è cambiato solo il volto economico della Polonia. Si è passati dal nazionalismo dei gemelli Kaczynski al sostegno di Bruxelles, all’obiettivo di contare di più’. L’esordio effettivamente non è stato dei migliori. Solo un anno dopo l’ingresso, la Polonia ha affidato ai nazionalisti gemelli Kaczynski la leadership del Paese: Jaroslaw premier e Lech presidente. Bruxelles si è ritrovata a fare i conti con il più grande degli ultimi Paesi entrati in posizione decisamente antieuropeista. Poi nel 2007 c’è stata la crisi politica che ha portato al governo il liberale Donald Tusk. I rapporti con Bruxelles, però, risentivano comunque del veto del presidente, che in Polonia è determinante. Ad aprile 2010 c’è stata la tragedia aerea in cui hanno perso la vita Lech Kaczynski e altre 96 persone in viaggio per partecipare alla commemorazione in Russia per le vittime dell’eccidio di Katyn in cui 22 mila soldati polacchi sono stati uccisi durante la Seconda guerra mondiale. L’aereo è precipitato nella Russia occidentale e nello schianto è stata decapitata la leadership del Paese: oltre a Kaczynski e sua moglie Maria, sono morti diversi ministri, il governatore della Banca centrale, il capo di Stato maggiore dell’Esercito. I poteri sono stati assunti dal presidente della Camera, Bronislaw Komorowski, che poi a luglio è stato eletto presidente. da allora il tandem liberale Tusk-Komorowski.
La svolta europeista è innegabile ma a ben guardare Varsavia sollecita Bruxelles su tematiche importanti e scottanti, come la discussa Politica Agricola Comune, che raccoglie oltre il 30% dei fondi dell’Unione. E’ un punto fermo difeso a spada tratta da Parigi. Varsavia chiede efficienza. Il ministro dell’Agricoltura polacca, Marek Sawicki, ci ha gentilmente ricevuto per una dichiarazione precisa e secca: “La Pac è stata creata in una situazione molto diversa. Ora paghiamo una struttura con criteri vecchi e troppa burocrazia. Dobbiamo riformare davvero e non solo fare finta”. A Bruxelles Varsavia lavora passo dopo passo per contribuire a un ripensamento serio della Pac. Chissà fino a quando la Francia potrà permettersi di essere determinante in materia.
Quando la Polonia è entrata in Europa c’era chi gridava al rischio di un’invasione da parte di mano d’opera dall’Est: si è parlato tanto del simbolico “idraulico polacco” che avrebbe tolto lavoro. L’invasione negli anni seguenti all’ingresso non c’è stata, mentre il Paese si è trasformato. Non è stata l’unica situazione in cui mentre ancora Bruxelles discuteva di problematiche già viste il panorama delle emergenze e delle opportunità cambiava.  di Fausta Speranza
Pubblicato il 25 Maggio 2012

Calano i consumi per la crisi ma aumenta il costo del petrolio

Caro energia, la paghiamo due volte.

L’Italia è il Paese europeo con i costi più alti. I cittadini si lamentano e danno la colpa al rincaro del petrolio. Ma i consumi aumentano e le “rinnovabili” sono lontane. E’ crisi non solo in Grecia, Irlanda, Spagna o Italia. Dell’insospettabile Francia, il responsabile dell’Ufficio europeo per l’energia nelle città, Frederic Boyer ci dice: “Nel mio Paese è stato un inverno molto freddo almeno all’inizio e alcune persone quest’anno non sono state in grado di pagare la bolletta del riscaldamento.” La crisi si fa sentire e, infatti, la riduzione dei consumi c’è stata: negli ultimi due mesi si è tagliato il consumo di energia del 10%. Nessuno però si è accorto di aver risparmiato perché, nello stesso periodo, il costo del petrolio è lievitato del 22%. L’energia al momento significa ancora sostanzialmente petrolio. Le energie rinnovabili sono la punta dell’iceberg. L’oro nero è sempre più costoso anche se da tutto l’Occidente cala la domanda. Di solito al calo di richiesta corrisponde calo di prezzo. Ma il punto è che non si deve solo ragionare di Occidente: in altri Paesi è boom di consumi e lo sarà sempre di più. Secondo dati Ocse, in generale la domanda di energia da qui al 2050 nel mondo sarà cresciuta dell’80%, con Paesi che si distinguono, come il Messico per cui la prospettiva è un aumento del 112%. Per non parlare della lanciatissima Cina.

Il petrolio non è inesauribile e soprattutto inquina: è di poche settimane fa la Conferenza intitolata Planet under pressure che ha riunito a Londra 3000 scienziati. L’allarme è ormai condiviso: le conseguenze dell’inquinamento minacciano la salute umana, la sicurezza alimentare e idrica, gli ecosistemi. D’altra parte il clima è un equilibrio energetico tra atmosfera, suolo, oceani, ghiacci e biosfera. Il parametro risulta alterato: il surriscaldamento provocherà sempre più desertificazioni e eventi estremi come uragani.

Uno degli esperti in materia, Sir Bob Watson, cattedratico britannico, ci spiega in poche parole: “Il messaggio è che dobbiamo agire ora. E’ urgente. Abbiamo a che fare con i cambiamenti climatici, la biodiversità, le questioni del cibo, acqua, energia e dunque abbiamo a che fare con la sicurezza per l’uomo”. Watson lamenta che gli esperti lo ripetono da anni: se non si interviene, il costo economico sarà enorme. E afferma: “Non c’è dicotomia tra rispetto dell’ambiente e crescita economica, anzi: mantenere un buon ambiente porta a una buona economia”. Tra i corridoi della Conferenza mondiale a Londra abbiamo ascoltato off the record la cosa che più ci colpisce: tutte le più grandi aziende mondiali studiano sempre di più la location dei loro quartier generali perché per i loro cervelli migliori serve aria buona, non inquinata. Anche questo fa pensare, mentre il mondo parla di Green economy e prepara Kyoto 2: tutti i Paesi devono presentare le linee guida entro il 1 maggio. E si dà appuntamento a giugno per Rio+20, la Conferenza globale sulla salute dell’ambiente a 20 anni dal primo Vertice sulla Terra nella stessa città brasiliana. L’obiettivo è lo stesso da alcuni anni: trovare alternative alle risorse fossili, come carbone e petrolio. Resta da dire che non esiste solo l’Occidente e non esiste neanche soltanto il mondo industrializzato. C’è ancora chi è senza energia elettrica. Jason Anderson del WWF ci ricorda che 1 miliardo e 400 milioni di persone al mondo vive senza energia elettrica e che 1,1 miliardo di persone la ricevono in modo irregolare. Tra tanti programmi, dunque, dovremmo pensare anche strategie per un’equa distribuzione delle risorse. L’Onu sembra provarci: ha dichiarato il 2012 Anno per le energie sostenibili per tutti. Fausta Speranza

15 Maggio 2012

Elezioni in Kazachstan

Da Astana Fausta Speranza

Il parlamento in Kazachstan non sarà più monocolore: tre partiti ammessi con il voto anticipato di domenica

Il Kazakistan chiude con l’epoca del partito unico in Parlamento: saranno tre i partiti rappresentati, anche se resta ultra dominante il partito del presidente Nazarbayev. Secondo i primi dati della Commissione elettorale, relativi all’atteso voto di domenica 15 gennaio, Nur Otan ha  l’80,74% di preferenze mentre gli altri due registrano il 7,46 e il 7,2%. Parliamo rispettivamente del Partito democratico Ak Zhol, formazione politica non distante dai programmi di governo, che tutti si aspettavano conquistasse seggi. E del Partito del Popolo comunista, che invece ha sorpreso un po’ tutti, e che varca di poco il tetto del 7%.
E’ stato un voto anticipato, voluto dal presidente dopo mesi di manifestazioni nella regione occidentale di Mangistau, in particolare nella città di Zhanaozen e dopo l’epilogo dei 17 morti a dicembre. Si sarebbe dovuto votare a giugno 2012 per la Camera bassa e per i governatori locali, ma Nazarbayev, che guida il Paese dall’indipendenza dall’Urss nel 1991, ha voluto cambiare volto all’assemblea parlamentare monocolore. Una nuova normativa, infatti, aveva creato le condizioni per l’ingresso di almeno un altro partito. Il tutto sotto gli occhi di un numero eccezionale di osservatori internazionali: circa 800. Un voto salva immagine per un presidente, definito assoluto, che ad aprile scorso è stato confermato con l’imbarazzante percentuale del 95,5%. Ora ci sarà un nuovo governo, dopo il rimpasto di pochi mesi fa. Indubbiamente, dunque, una situazione politica in movimento, che il presidente dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo, Gian Guido Folloni, incontrato qui in Kazachstan, definisce una tappa importante nel processo di democraticizzazione del Paese transcontinentale tra Europa e Asia.
E’ senz’altro una pagina di storia che si scrive nel momento storico segnato ovunque dal vento della primavera araba ma bisogna dire che a ben guardare le rivendicazioni erano circoscritte alla regione e non troppo sentite dal resto della popolazione che in generale ha beneficiato di una crescita del Pil del 6,2 % nel 2011, nonostante una prima ripercussione della crisi globale. E che dal 1994 ha visto il reddito pro capite aumentare di 14 volte. Il partito comunista con i suoi proclami a favore dei lavoratori e contro le multinazionali ha ottenuto un buon risultato ma la questione che sembra aver pesato di più non è quella degli operai nella regione ricca di Mangistau quanto piuttosto la preoccupazione di moltissimi contadini di fronte alla prospettiva presentata dal governo di land grabbing, cioè di affitto della terra ai cinesi, nelle zone di confine al nord. I contadini rivendicano attenzione all’agricoltura in un Paese proiettato sull’industria. Resta il fatto che il Kazachstan proprio dal 2009 si muove nel “Path to Europe”, il percorso verso l’Europa, – si chiama così il programma di partnership con l’Ue  – e non poteva permettersi  altri fatti di sangue.
In ogni caso, il multipartitismo resta una conquista. Così come le dichiarazioni degli osservatori sullo svolgimento del voto: definito in generale regolare, anche se non precisamente rispondente agli standard occidentali. Un solo esempio: abbiamo visto persone, soprattutto anziane, uscite dal seggio con la scheda ancora aperta, piegata solo al momento di inserirla nell’urna. Non certo una garanzia sulla segretezza del voto. Ma la democrazia, come ci ha raccomandato di ricordare il Ministro degli Esteri Kazykhanov, non si costruisce in un giorno. Il ministro ci ha anche confidato: “Abbiamo imparato la lezione di Zhanaozen”. Per capire la posta in gioco, bisogna ricordare che a fine 2011 l’International Crisis Group ha iscritto il Kazachstan tra i Paesi a maggiore rischio violenza a gennaio 2012.

Le manifestazioni dei mesi scorsi e altre rivendicazioni meno note
In tempi di “primavera araba”, è facile mettere insieme le aperture del presidente con le dimostrazioni dei mesi scorsi. A manifestare erano gli operai della compagnia nazionale petrolifera che nell’area più ricca di petrolio e gas del Paese chiedevano più salario e il reintegro al lavoro di quanti erano stati licenziati. Le manifestazioni sono andate avanti per mesi fino a dicembre quando nella piazza della calda città di Zhanaozen le forze dell’ordine volevano sgomberare i presidi per la costruzione del palco per le celebrazioni dei 20 anni dall’indipendenza. Hanno sparato sulla folla e ucciso 16 persone. Un’altra vittima c’è stata nella cittadina di Shepte. Di fronte ai morti, Nazarbayev ha deciso l’aumento dei salari, il reintegro di 2000 lavoratori e ha fatto dimettere suo genero, l’imprenditore Timur Kulibayev, che guidava il gruppo di cui fa parte la compagnia petrolifera statale Kmg e che era indicato fino a quel momento quale suo possibile successore.

L’economia e il piano internazionale
Il Kazachstan, pur curando sempre con attenzione il rapporto con la Russia, sta tentando di allontanarsi sempre di più dalla sfera di influenza del gigante con cui condivide la frontiera più lunga del mondo dopo quella tra Usa e Canada. E il rapporto con l’Ue può essere privilegiato. Per i Paesi dell’Unione, oltre al ruolo strategico di stabilità nell’area che il Kazachstan gioca in accordo con gli Stati Uniti, c’è un forte legame per la questione energetica: dopo la Russia il Kazachstan è il primo produttore di petrolio e di gas. Inoltre il Kazachstan ha due importanti obiettivi in tema di economia e sul piano internazionale: l’ingresso nel WTO e giocare un ruolo da protagonista nella promozione di un’Unione euroasiatica, che vada oltre l’istituzione di un’area di libero scambio già in atto per dare vita al primo organismo sovranazionale dell’area del post unione sovietica. L’economia è sempre stata al primo posto rispetto alla politica. Così sono stati giustificati per anni i poteri eccezionali al presidente Nazarbayev. Ora, dicono in tanti, è il momento di costruire la democrazia. Sicuramente è il momento di lanciare più che mai il Paese sul piano internazionale con abilità di equilibri tra il rapporto con la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. E in questo gioco di equilibri in cui il Kazachstan vanta di essere diventato di recente il primo produttore di uranio e uno dei più importanti esportatori di energia, non c’è spazio per disordini interni.

Famiglia Cristiana del 16 gennaio 2012

La morte di Kim Jong Il

La morte di Kim Jong Il e il rischio destabilizzazione nell’area

di Fausta Speranza

La tregua tra Corea del Nord e Corea del Sud ha vacillato diverse volte: l’ultima nell’estate 2010, quando Pyongyang ha attaccato l’isola di Yeonpyeong, a ovest della penisola. Un episodio grave che ha fatto rialzare di molto la tensione nell’area, sempre acuta in tema di nucleare per l’impegno in tale ambito di PyongYang. All’annuncio della morte del dittatore in questi giorni si sono rincorse voci a livello internazionale sui rischi di possibili situazioni fuori controllo.

Considerando la particolarità della situazione della Nord Corea, nell’area da tempo si moltiplicano i presidi militari di Cina e Usa. Ma non è così scontato che Pechino, che a differenza di PyongYang non è la stessa di 30 o 20 anni fa, darebbe appoggio incondizionato al Nord qualora volesse fare colpi di mano o facesse minacce pericolose. Secondo Zhu Feng, docente di relazioni internazionali nella città cinese di Peking, perfino dal punto di vista formale Pechino non è vincolata: «Il famoso Trattato di mutua assistenza con obbligo di intervento, stipulato nel 1961 e rinnovato nel 1981 e nel 2001, potrebbe non essere più valido dopo 20 anni dalla fine della guerra fredda e non è stato rinnovato nel 2011».

Zhu Feng dichiara che Pechino non è affatto interessata a scontri nell’area, piuttosto «è interessata a rapporti commerciali con la Corea del Sud”». Tutto questo diventa più evidente se si pensa all’altro alleato storico di PyongYang: la Russia. Mosca ha avviato proprio a novembre i colloqui per la costruzione di un gasdotto che dalla Siberia porti gas in Corea del Sud attraverso ovviamente la Corea del Nord. Dunque una sorta di mediazione economica di Mosca tra Nord e Sud. Potrebbero essere questi, dunque, i punti fermi e le direttrici ideali con cui si ritrova a che fare il nuovo dittatore, peraltro della stessa dinastia. Se l’apparato che gli sta intorno è davvero saldo e se la fame non arriva prima a far scoppiare dall’interno un sistema tanto disperato quanto isolato.

Famiglia Cristiana del 20 dicembre 2011

La Corea del Nord vista da chi è fuggito dal regime

di Fausta Speranza

Parlano i dissidenti nordcoreani: «L’80% dei nostri connazionali ha fame. Gli altri sono i privilegiati, politici e militari, ma di recente anche nell’esercito hanno tagliato i pasti».

Yian, 35 anni, fuggita da PyongYang e oggi residente a Seoul, capitale della Corea del Sud racconta a FamigliaCristiana.it le condizioni della popolazione in Nord Corea. È una dei cosiddetti defector, cioè disertori. Yian lavorava nell’esercito ma in cucina. Voleva laurearsi ma ha capito che non lo avrebbe mai potuto fare. Lavorando al confine con la Cina ha saputo della possibilità di fuggire e, rischiando la vita, l’ha fatto. Yian non nasconde una certa soddisfazione a sapere che il dittatore Kim Jong Il è morto, ma si affretta a precisare: «La fame della gente non cambierà». Mentre il mondo commenta le reazioni delle potenze internazionali alla scomparsa il 17 dicembre del cosiddetto “caro leader” che guidava il Paese dal 1994, Yian ribadisce: «Fame e indottrinamento non finiranno certo».

Yian ricorda che Kim Jong Il era un dittatore debole, depresso, colpito anche da un ictus nel 2008. Era succeduto nel 1994 al padre Kim Il Sung, il protagonista assoluto della guerra di Corea e dell’armistizio nel 1953. Aveva assunto gli incarichi di capo delle forze militari, capo del partito comunista e del potente consiglio di sicurezza, ma il padre Kim Il Sung restava e resta “presidente eterno”. Yian si chiede dunque perché mai dovrebbe cambiare qualcosa solo perché ora succederà a capo della dittatura il figlio di Kim Jong Il, Kim Jong Un: «È un giovane inesperto di 27 anni, di cui in realtà si sa pochissimo, ma anche Kim Jong Il era un mezzo leader, sostenuto da un apparato di funzionari e militari».

Il punto è la solidità o meno del sistema più isolato al mondo. Per farci capire quanto la Corea del Nord sia lontana dal mondo, un altro defector, Ich Y Iang, ci dice: «A tutti i bambini si insegna che il corpo viene dai genitori mentre il dittatore dona lo spirito, l’unica cosa che resta per sempre». Poi ci guarda e ci chiede se può esserci un Paese che segni un gap più profondo con il resto del mondo. E poi ci chiede se adesso comprendiamo il perché dei pianti collettivi alla morte del dittatore: «I bambini crescono con la convinzione che nella vita si debba fare qualcosa di buono per il leader e dopo la scuola imparano a farlo curando da soli i giardini e le aiuole».

Ich Y Iang ci racconta che a Pyong Yang era uno scrittore, ovviamente di racconti che glorificassero la figura e le gesta del “presidente eterno”. Nel 1999 è stato mandato a un convegno in Cina e non è più tornato. È scappato nei villaggi, perché in città senza documenti non avrebbe potuto sfuggire ai controlli, e ha fatto il muratore e il contadino, senza prendere in mano una penna per i 5 anni utili a mettere insieme la somma di 3,5 milioni di won necessari per raggiungere la Corea del Sud, nel 2004.

A PyongYang, Ich Y Iang ha lasciato la moglie e la figlia, con le quali parla una volta al mese. Non sarebbe permesso e, facendosi scuro in volto, afferma che i controlli sono sempre più severi. Qualche volta le due donne non possono mantenere l’appuntamento, che consiste nel recarsi nei pressi del confine con la Cina, dove funziona il cellulare cinese che si sono procurate, perché nel resto della Corea del Nord non ci sono ponti radio per telefonini, così come non c’è Internet. Possono parlare per non più di un minuto perché altrimenti diventa troppo rischioso.

Corea del Nord e Corea del Sud formalmente sono ancora in guerra, ma sotto armistizio. E questo significa che vige a Seoul ancora la legge di sicurezza nazionale che impone tra l’altro a tutti i sudcoreani di non parlare con nessun nordcoreano. Yian e Ich Y Iang ci confermano che la popolazione del Sud di qualunque ceto sociale rispetta rigorosamente la norma e che dunque un certo isolamento per loro persiste. Ma Yian aggiunge: «Però qui almeno possiamo vedere i bambini sorridere».

Famiglia Cristiana del 20 dicembre 2011

Primavera araba, ecco i premi

L’egiziana Asmaa Mahfouz, 26 anni, e il libico Ahmed al-Sanusi, 78 anni, hanno ricevuto il Premio Sacharov 2011 per i diritti umani. Una battaglia che non è ancora finita.

Il libico Ahmed al-Sanusi, 78 anni, 31 dei quali passati nelle carceri libiche per aver partecipato al tentativo di ribellione a Gheddafi un anno dopo il colpo di Stato del colonnello.

I protagonisti della “primavera araba” ringraziano i media europei per il supporto assicurato finora ma chiedono anche che non si parli dei loro Paesi e dei loro popoli attraverso i soliti stereotipi. L’appello arriva da Asmaa Mahfouz, la giovane egiziana che ha ricevuto il Premio Sacharov per i diritti umani del Parlamento Europeo 2011 insieme con altri 4 protagonisti dei cambiamenti in atto nel mondo arabo. Mahfouz ha preso parte, mercoledì 14 dicembre, alla cerimonia di consegna del Premio nell’emiciclo di Strasburgo insieme con il libico Ahmed al-Sanusi. Le sedie pronte per gli altri tre sono rimaste vuote. Il riconoscimento a Mohamed Bouzazizi è stato assegnato alla memoria: l’ambulante tunisino che, dandosi fuoco il 17 dicembre 2010 per protesta contro soprusi e ingiustizie, ha dato il via a tutta l’ondata di proteste, è morto dopo 18 giorni.

Gli altri due premiati, invece, non sono riusciti a lasciare la Siria, Paese dove la repressione del regime del presidente Assad continua. Si tratta di Razan Zaitouneh, giovane donna avvocato per i diritti umani, creatrice e autrice del blog Syrian Human Rights Information Link, e di Ali Farzat, noto autore di satira politica al quale le forze di sicurezza ad agosto hanno rotto le ossa delle mani come avvertimento a smettere di criticare il regime attraverso vignette e cartoon.

L’egiziana Asmaa Mahfouz, 26 anni, dopo le proteste in Tunisia, ha contribuito alla nascita dell’analogo movimento in Egitto con i sui post su diversi social network.

Se in Siria siamo ancora nel pieno delle violenze, in Egitto e in Libia si vivono due diverse fasi di transizione accomunate dall’inquietudine. Asmaa Mahfouz è la più giovane laureata con il Premio Sacharov dall’istituzione nel 1988. Ha 26 anni. Dopo le proteste in Tunisia, ha contribuito alla nascita dell’analogo movimento in Egitto con i sui post su diversi social network, in particolare con i suoi coraggiosi video blog di ogni settimana. A Famiglia cristiana parla di una “battaglia niente affatto finita”. Spiega che “al momento in Egitto la situazione è in mano a uomini che gravitavano nella sfera di Mubarak” e che “la cacciata del presidente dittatore non può finire con la consegna del Paese ai militari”. “

La piazza non si fermerà e io stessa sarò ancora in piazza – dice – fino a quando non avremo un governo civile,  ma – sottolinea – in modo pacifico”. Chiede ai media europei di continuare ad assicurare il loro sostegno, evitando “gli stereotipi che ricorrono in tema di mondo arabo”, in particolare in tema di “Islam e di forze che si oppongono alla democrazia in nome di presunte leggi islamiche”. Chiede che si guardi  alle donne che in Egitto – assicura – “sono impegnate a fare chiarezza su questo”. “Non esiste una democrazia perfetta – aggiunge – ma esiste l’impegno a costruirne una in cui le donne siano protagoniste di pace.”

Premi Sacharov e il presidente PE Buzek

Ahmed al-Sanusi ha 78 anni e 31 li ha passati nelle carceri libiche per aver partecipato al tentativo di ribellione a Gheddafi un anno dopo il colpo di Stato del colonnello. Un passato lungo e pesante. Ma anche un presente attivo: fa parte del Consiglio Nazionale di Transizione in rappresentanza dei prigionieri politici di decenni di dittatura. Il modo di parlare risulta un po’ affaticato: rifiuta interviste personali. In conferenza stampa con il presidente del Parlamento Europeo, Buzek, sottolinea “l’urgenza in Libia di dare vita a un’Assemblea costituente per assicurare una Costituzione e libere elezioni e scongiurare lo strapotere di qualcuno”. Avverte: “Non può esserci spazio per vendette, la priorità deve essere la riconciliazione nazionale”. “La vera faccia del regime di Gheddafi deve essere mostrata al mondo in tutta la sua brutalità e chi si è macchiato di crimini contro la popolazione deve pagare ma ci vogliono processi e non vendette, ci vuole pace e non odio”. In queste parole si riassume la speranza in un futuro davvero di primavera e non di lungo inverno per i Paesi che, dal Nord Africa al Medio Oriente, sono caratterizzati da profonde differenze sociali, culturali perfino al loro interno ma che sono stati attraversati dallo stesso vento di cambiamento. Fausta Speranza da Strasburgo

Famiglia Cristiana del 19 dicembre 2011

Figli contesi, arriva il mediatore

Un Vademecum del Parlamento Europeo per i casi di sottrazione internazionale di minore: fenomeno tristemente in crescita in Europa.

Solo in Gran Bretagna c’è un caso di sottrazione internazionale di minore ogni due minuti. Il dato è del Ministero degli Esteri britannico e la dice lunga sul dramma vissuto dai bambini contesi da genitori di diverse nazionalità al momento della separazione. Un fenomeno in crescita in tutta Europa, parallelo all’aumento della circolazione delle persone.

Il Parlamento UE da due anni ha istituito la figura del Mediatore in materia e ora pubblica  un Vademecum per cittadini e Istituzioni, per offrire orientamenti in quello che riconosce come un campo sensibilissimo. Ogni anno nei 27 Paesi membri, che da luglio saranno 28 con la Croazia, si contraggono circa 2 milioni di matrimoni, di cui 300.000 riguardano coppie di diversa nazionalità. Su 1 milione di divorzi, 140.000 riguardano coppie bi-nazionali. Sulla custodia dei minori scoppiano conflitti con molti casi di uno dei due genitori che “rapisce” il figlio o i figli. E’ storia di avvocati, di vie diplomatiche oltre che di dolore.Il Mediatore europeo cerca di portare i genitori a un ‘accordo volontario’ che eviti estenuanti azioni giudiziarie transnazionali che restano sempre molto complesse. Riveste tale ruolo l’On. Roberta Angelilli, vicepresidente del Parlamento Europeo, che parla di “conflitti forti, di dolori laceranti”. Assicura che ci vuole innanzitutto molto ascolto per il padre e per la madre e ore di mediazione tra le parti legali. La vice-presidente della Commissione Europea, Viviane Reding, che ha sostenuto l’iniziativa, sottolinea che si tratta di “mettere insieme i pezzi delle leggi che in materia non mancano ma anche sostanzialmente di perseguire la via del dialogo”. Dopo i primi due casi che possono definirsi risolti perchè si è arrivati a una soluzione che permette ai bambini di mantenere un rapporto con entrambi i genitori, cresce il numero di coppie che ricorrono all’ufficio della Angelilli. Anche se bisogna dire che nella maggioranza dei casi a scrivere sono i papà che vedono affidati i figli alle madri. C’è da dire che l’Italia è lo Stato membro dal quale arriva il maggior numero di richieste di mediazione. Al momento le richieste riguardano 98 coppie: i bimbi contesi sono 123, tra i 3 e gli 11 anni, di cui 76 femminucce e 47 maschietti.  Ma ancora sono tanti coloro che non saprebbero come muoversi su questa strada che è sostanzialmente di dialogo: per questo da gennaio il Vademecum sarà disponibile in tutti gli Uffici di rappresentanza UE e on line in tutte le lingue.

L’Europa che tenta con difficoltà di raggiungere una vera governance politico-economica sta cambiando anche l’approccio al sociale. Lo conferma la presidente della Commissione Petizioni del Parlamento Europeo: “Fino a poco tempo fa le richieste dei cittadini venivano respinte perchè la competenza sui figli era solo nazionale ma oggi non può più essere così”. “La tutela dei minori è un punto fermo della Carta dei diritti diventata parte integrante del Trattato di Lisbona – spiega – e dunque l’UE non può più sottrarsi”. La Angelilli, la Reding, la Mazzoni usano la stessa identica espressione: “Con grande cautela”. La cautela necessaria sempre quando si parla di minori e tanto più per bambini che nella sofferenza della separazione rischiano le lacerazioni ulteriori di un conflitto esasperato dalla lontananza fisica e a volte di lingua e di cultura tra le famiglie di origine, che rischiano di essere solo oggetto del contendere. Fausta Speranza

Famiglia Cristiana del 14 dicembre 2011

E l’Europa fa appello alle religioni

di Fausta Speranza

Il Consiglio d’Europa ha chiesto ai leader religiosi di essere protagonisti del dialogo. Perché non si può parlare di cultura o identità dei popoli senza il concorso di tutte le fedi.

Thorbjiorm Jagland, Segret. Generale del Consiglio d’Europa.

Il Consiglio d’Europa fa appello alle religioni e bacchetta i media. Dopo anni in cui sembrava prevalere la ricerca di una certa neutralità di approccio che possibilmente facesse fuori il punto di vista delle confessioni religiose di per sé mai neutrali, c’è una vera e propria riscoperta dell’importanza della “dimensione religiosa del dialogo interculturale”. È stato proprio questo il tema dei due giorni di dibattito che l’organismo a 47 Paesi, nato per la difesa dei diritti umani, ha organizzato il 28 e 29 novembre a Lussemburgo.

Il messaggio è chiaro: il Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, che ha inaugurato eccezionalmente la Conferenza generale di quest’anno, ha chiesto ai leader religiosi di essere protagonisti dei tentativi di dialogo. È stato, inoltre, presentato il Rapporto redatto da eminenti personalità su richiesta del Consiglio d’Europa intitolato “Vivere insieme: combinando diversità e libertà nel 21esimo secolo in Europa”.

Si legge che in particolare la Chiesa cattolica a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II ha messo in atto un impegno notevole per chiamare al dialogo altre fedi. C’è da dire che la Chiesa si impegna nel dialogo interreligioso che è terreno diverso da quello interculturale e che soprattutto resta prerogativa delle fedi. Ma il punto è che le si riconosce un impegno particolare in termini di ascolto e di rispetto dell’altro.

Monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede.

Alla Conferenza, pertanto, sono stati chiamati mons. Aldo Giordano, Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, padre Laurent Mazas del Pontificio Consiglio per la Cultura, mons. Piotr Mazurkiewicz, segretario generale della Commissione delle Conferenze Episcopali delle Comunità Europee, Comece. Così come personalità delle Chiese ortodosse e esponenti dell’Ebraismo e dell’Islam, ma anche rappresentanti di associazioni di atei.

Mons. Giordano parla esplicitamente di “nuova coscienza maturata in questi anni anche all’interno delle istituzioni europee: la consapevolezza dell’importanza del ruolo delle religioni per popoli e culture”. Non si può parlare di storia, di cultura, di identità di popoli senza parlare delle religioni. Questo è il primo punto, ma poi c’è il vero e proprio allarme lanciato sui media: in nome della libertà di espressione non si può mancare di rispetto alla diversità culturale e religiosa.

Un gruppo di lavoro durante il dibattito che si è svolto a Lussemburgo sul tema della “dimensione religiosa del dialogo interculturale”.
Il direttore generale dei Programmi del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni, spiega che la prima mancanza di rispetto è lo scollamento tra la realtà, seppure fatta di luci e ombre, e la rappresentazione a senso unico dei media che parlano delle diversità e delle religioni sempre in termini riduttivi, unilaterali e, quel che è più grave, in termini di contrapposizione. Il vizio dei mezzi di comunicazione di “parlare solo di scandali”, di “spettacolarizzare”, di “ridurre tutto allo scontro” è emerso in tante delle relazioni fatte da ambasciatori, esperti culturali.
La dottoressa Myria Georgiou, della London School of Economics, guarda ai nuovi media, che rappresentano indubbiamente una nuova frontiera della comunicazione in particolare con le piattaforme personali, per denunciare il rischio che ripetano con modalità nuove chiché antichi, schemi mentali che già in molti casi si vedono ricalcati dai mezzi tradizionali. Un esempio per tutti: costruire identità contro e non verso l’altro. Esattamente l’opposto di quello che serve a un’Europa in crisi sotto tanti punti di vista. Un’Europa che fa appello alle religioni.

Famiglia Cristiana 28 novembre 2011

Lotta alla cybercriminalità

Caro hacker, ti fermo così

Internet e l’arbitrio assoluto sui dati dei Service Provider: presentata al Parlamento l’iniziativa per un sistema di controllo sotto garante

Una “scatola nera” per Internet: un sistema che come per gli aerei possa dirci la verità di quanto accaduto su web. E’ l’iniziativa lanciata al Parlamento Europeo che, se approvata, potrebbe pestare parecchi piedi in un ambito che finora rappresenta il regno dell’anarchia oltre che del virtuale. A chi a sentir parlare di controllo viene voglia di evocare subito l’incubo di un Grande Fratello e invoca libertà assoluta per la moderna tecnologia che ha annullato distanze spazio-temporali, uno dei massimi esperti mondiali di sicurezza, Fabio Ghioni, risponde che big brothers ci sono già e impiegano un personale che potrebbe indisturbato vendere a chicchesia i nostri dati o modificarli per qualche ragione. Fabio Ghioni è la mente del progetto presentato dall’europarlamentare dell’Udc Tiziano Motti. Ghioni è l’ex capo della sicurezza informatica di Telecom balzato alla cronaca per gli 8 mesi in carcere con l’accusa di illecite incursioni. Oggi è l’hacker più famoso d’Italia ed è scrittore e conferenziere di fama mondiale. Si intrattiene a lungo a raccontarci l’altra faccia delle “magnifiche e progressive” nuove tecnologie. Sottolinea: “C’è stata la sfida della comunicazione globale, ora la sfida è il controllo”. Ghioni ricorda che gli Internet Service Provider gestiscono i dati personali dei cittadini, che al momento possono registrare, conservare, modificare. Dopo poche parole guardiamo a FaceBook con occhi nuovi pur non demonizzando nulla. FaceBook, come gli altri social network, raccoglie dati ma anche preferenze e informazioni che spontaneamente l’utente offre sul piatto d’argento del suo profilo. Ghioni ci fa riflettere: con estrema scioltezza, tra l’inconsapevole e l’irresponsabile, si affidano preferenze, confidenze al personale che sta dietro il sistema e che esercita su profili o quant’altro un assoluto arbitrio. Per non parlare dei tanti abilissimi hacker di cui Ghioni ha scritto nel suo libro “Hacker republic” del 2009 che conserva tutt’oggi il valore di denuncia e di messa in allerta che aveva. Parliamo dei professionisti della rete in grado di scovare password e rubare dati ma dovremmo parlare di cracker che per definizione sono hacker con obiettivi truffaldini. Incassate tutte queste considerazioni, vale la pena di valutare il sistema elaborato da Ghioni, che si chiama LogBox e prevede un’archiviazione dati di due anni con criteri che vogliono assicurare diritti e libertà fondamentali del cittadino.

La logica di LogBox
Il sistema LogBox elaborato da Ghioni prevede di crittografare i dati mettendo la “chiave” per decriptarli nelle mani di autorità, notaio, utente stesso. Dunque un certificato digitale che passa attraverso la garanzia di 3 entità, tra cui l’utente stesso che ha voce in capitolo. Chiariamo che il discorso non ha nulla a che fare con le intercettazioni: qui parliamo di dati digitali non di contenuti. Attualmente i nodi della questione che risulta da far west sono due: l’identità digitale e l’autenticazione sia degli utenti che dei fornitori di servizi. Facciamo l’esempio di social network: al momento chiunque può aprire un profilo falso di una persona. Facciamo l’esempio di pedofili in rete: sono rintracciabili solo se agiscono dal proprio account ma se, con estrema facilità, si collegano attraverso un Internet Protocol diverso in un paese qualunque, non saranno mai riconducibili all’azione criminale che fanno. Con il sistema LogBox si farebbe chiarezza su questi due punti attraverso un meccanismo preciso che implica la “collaborazione” dei sistemi operativi. Dunque si chiamano in causa Windows, Apple, Linux. I sistemi operativi dovranno contenere al loro interno le caratteristiche di generazione di tutti i log (in pratica i tabulati) di attività che vengono attuati dal computer su cui gira il sistema operativo. Non è poco perché così i log sarebbero firmati digitalmente in modo da far risalire a uno specifico computer e al suo utilizzatore. E questo indipendentemente da qualunque accorgimento per anonimizzare qualunque attività illecita. Dall’alto della sua competenza in materia, Ghioni assicura che i costi per l’operazione sarebbero estremamente bassi.

L’attuale far west su Internet e chi lo difende il giro d’affari intorno ai crimini informatici è stato stimato nel 2010 in circa 7 miliardi di dollari. Andiamo dal social engineering, a frodi, furti di identità, stalking, pedopornografia, ricatti. Dal momento che si tratta di un business che sta appassionando la criminalità organizzata e che apre a scenari inquietanti di cyber terrorismo, in Italia, come negli Stati Uniti, dopo l’11 Settembre è stato già avviato un controllo. Al Patrioct Act di Washington ha fatto seguito a Roma il Decreto Pisanu che ha imposto che i “passaggi digitali” vengano fotografati e conservati per 10 anni. A farlo è stata chiamata la compagnia Telecom. Ci si presenta la seconda situazione di controllo senza garanzie per il cittadino: per un tecnico della compagnia vendere a terzi l’identità e la privacy di un cittadino o addirittura falsare alcuni dati è solo una questione di coscienza personale. Proprio questo è il punto che si vorrebbe superare. Il sistema di controllo LogBox, presentato dall’europarlamentare Motti, presumibilmente passerà l’esame della Commissione Europea all’inizio del prossimo anno. Tra i corridoi di Palazzo Berlaymont a Bruxelles c’è già chi mormora che la linea finora è stata quella di “liberalizzare” mentre il sistema ideato da Ghioni vorrebbe controllare. A dire il vero si sentono motivazioni che hanno il sapore dell’ideologia senza la sostanza di una sufficiente competenza in materia. In generale bisogna dire che cresce il Partito dei Pirati informatici, che chiaramente chiede libertà ad oltranza, senza se e senza ma. Dal 2009 ha una rappresentanza nel Parlamento Europeo e, a livello nazionale, nella potente Germania, alle elezioni di settembre, ha ottenuto l’8,9% di voti. E’ certo che il dibattito è acceso. Al momento in materia c’è la Direttiva europea 24 del 2006 che, vista la velocità delle innovazioni tecnologiche, chiede urgentemente di essere aggiornata. Dunque è il momento di rimetterci le mani. Facile immaginare in quale direzione spingano le compagnie del settore, compreso quelle pubblicitarie che beneficiano della situazione attuale. Resta da dire che il dibattito non è solo europeo: in Australia si sta prevedendo un’archiviazione di 15 anni. In Corea del Sud per severa legge è vietato usare identità digitali diverse da quella reale. Speriamo che l’obiettivo sia tutelare i cittadini utenti del mondo iper connesso, in un’era in cui ovunque, più che mai nella storia, la legislazione fa fatica a tenere il passo della tecnologia.    Fausta Speranza

Famiglia Cristiana del 19 ottobre 2011