Lampedusa, testimone del mondo

In un libro, l’umanità che sbarca a Lampedusa
lampedusa

Migranti raccolti in mare dalla Guardia costiera all’approdo a Lampedusa (Reuters).

Un braccio si sporge nell’instabilità di un’imbarcazione squassata dalle onde e afferra quello del soccorritore, che vede cadere dalla manica cicche di sigarette. Poi è tutto una corsa a salvare più vite possibile di quei 300 tunisini e libici arrivati a Lampedusa in un giorno di febbraio 2011: qualcuno sulle imbarcazioni, qualcuno tra le onde del mare, in un sussulto tra vita e morte. Più tardi il ragazzo spiegherà: “Il mare è sacro e guai a buttarvi qualcosa dentro. E’ natura, è espressione di Allah”.

E’ uno degli episodi raccontati nel volume Lampedusa. Cronache dall’isola che non c’è, edito da Ensemble e firmato da due giornalisti, Tommaso della Longa e Laura Bastianetto, rispettivamente il portavoce e una volontaria della Croce rossa italiana. Le storie, raccontate in prima persona, intrecciano la vita di profughi di diversi Paesi dell’Africa con la vita di agenti, medici, volontari, abitanti dell’isola del Sud Italia che sembra esistere solo nelle emergenze mediatiche. Raccontano l’umanità, tra nuda cronaca e lievità letteraria. Leggi, vicende politiche e geopolitiche sono sullo sfondo: non c’è analisi ma il grido di chi è scappato da soprusi e violenze e si ritrova su una brandina a chiedere perché “Lampedusa non è la porta d’Europa che tutti dicono” e perché “qualcuno viene lasciato andare e qualcuno viene rimandato indietro”.

Leggendo prende corpo un pensiero: è doveroso velocizzare le procedure per la richiesta d’asilo. Manca la voce dei tantissimi che il mare ha trattenuto: “La cosa più triste”, dice un giovane medico, “è che nessuno conosce i loro nomi”.  Un volontario racconta lo stupore di vedersi offrire la merendina appena distribuita da un uomo soccorso poche ore prima e  descrive “lampedusani che regalano tende da campeggio, con tanto di sacco a pelo”. Un fotografo parla di “visione distorta delle cose” e di “impermeabilità ai sentimenti”. C’è la vita di una bambina, affidata dai genitori al cugino per sottrarla alla violenza cieca degli integralisti Al Shabaab in Somalia, soffocata tra le onde del mare, sommersa come tutte le speranze che solo il cuore di una madre e di un padre sanno avere. L’hanno accompagnata con il pensiero tra i passaggi via terra e sulla “carretta del mare”, che poco lontano dalla riva si è ribaltata. A raccontare, in questo caso, è un ragazzo del Darfur che l’ha vista morire.

C’è il racconto di una donna incinta che parla alla sua bambina: “Ho scelto la fuga, bambina mia, perché la Somalia non è mai stato un Paese per donne al di là della guerra civile”. La donna è confortata dal pensiero che la sua bimba nella pancia non vede il degrado di persone che, nelle lunghe ore del viaggio, fanno bisogni sullo stesso angoletto di legno. Non può capire i sussulti improvvisi: non appena si sente in lontananza il rumore di elicotteri chi ha il timone in mano lo abbandona perché “le forze dell’ordine italiane considerano scafisti quelli che guidano. Non vede “uomini presi a bastonate nella stiva appena tirano fuori la testa per respirare”.

Un volontario non dimentica il pianto dei “bambini lanciati dal barcone dai finanzieri che li staccavano dalle braccia del padre o della madre” per salvarli. Un medico grida: “Quando ho visto cinquemila tunisini buttati per terra all’addiaccio ho pensato di essere altrove: non poteva essere la mia Italia”. Un altro descrive “centinaia di persone in cerca di un riparo dal freddo: sembrano sacchi della spazzatura”. Un poliziotto racconta la dignità e il rispetto di ragazzi che vengono da una rivoluzione, giovani, forti, tanti. Potrebbero schiacciarci come fanno i piccoli piedi di un bambino dispettoso con un formicaio. Eppure sono pazienti.”

Il mare è il Mediterraneo accogliente delle gite e delle crociere turistiche, ma anche il albahr elabiad elmutawasser, mare “bianco e medio” visto dall’Africa. E dopo il mare c’è l’incognita: un uomo, interpellato di soppiatto nel centro di accoglienza dove la stampa non può entrare, dice: “Provo un terrore che non ho mai provato durante il viaggio in mare”.  C’è chi riesce solo a esprimersi con “una stretta di mano e il thanks detto con voce flebile”.

Fausta Speranza

da Famiglia Cristiana del 14 gennaio 2013

O Viveiro, un futuro per le bambine

A 20 anni dagli Accordi di pace, in un angolo del Mozambico un piccolo centro per ragazzine sfida prostituzione, fame e mancanza di acqua.

E’ nato per sottrarre orfane alla fame e alla prostituzione e ora è un punto di riferimento per la lotta all’acqua per un intero distretto. Accade in Mozambico, precisamente nel nord est del Paese africano, nella provincia di Tete. Parliamo del Centro di formazione O Viveiro, che, vicino all’agglomerato rurale di Chitima, ospita 21 bambine tra i 10 e i 15 anni.

lavagna

Le ragazze ospitate dal centro seguono lezioni di porteghese, la lingua ufficiale del Mozambico.

Accade a 20 anni da quel 4 ottobre 1992 in cui la comunità internazionale assisteva alla firma degli Accordi che mettevano fine alla guerra civile durata 15 anni.

Artefice di quegli accordi, firmati a Roma, è  stata la Comunità di Sant’Egidio. I suoi rappresentanti hanno sempre sostenuto di aver fatto una cosa semplicissima: contribuire, in collaborazione con l’Onu e il governo italiano, a far dialogare le parti in conflitto, rappresentate dal presidente di allora del Mozambico, Joaquim Chissano, capo del Frelimo, e da Afonso Dhlakama, capo del Renamo.

Il Frelimo era il movimento socialista Fronte di liberazione del Mozambico che, dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, aveva allineato il Paese all’Unione sovietica. Renamo era l’esercito di liberazione anticomunista nato negli Anni Ottanta con l’appoggio degli Stati Uniti. Gli accordi divennero operativi il 15 ottobre 1992.

Le Nazioni Unite inviarono un contingente di pace, Onumoz, con lo scopo di sorvegliare la fase di transizione alla democrazia. Il contingente lasciò il Paese nel 1995. Certamente, se la violenza si era placata, non mancavano le conseguenze pesanti che ogni conflitto lascia. Il Mozambico è grande due volte e mezzo l’Italia e ha una popolazione di meno di 24 milioni di abitanti.

Il Centro O Viveiro, che significa il Vivaio, rappresenta giorno dopo giorno una speranza sempre più consistente per tutta la popolazione del distretto di Cahora Bassa, nella zona centro sud della provincia di Tete.
O Viveiro è una Onlus senza scopo di lucro nata per iniziativa di un sacerdote mozambicano, padre Eusebio Maria Inocencio, che ha cercato di sostenere una coppia mozambicana che accoglieva nella loro casa diverse ragazze orfane di tutti e due o di uno dei genitori. In particolare Flaminia Giovanelli, attuale presidente del Centro, ha trovato sovvenzionamenti e sponsor a Roma per aiutare quella sorta di casa famiglia che così spontaneamente e semplicemente era sorta nel cuore di un distretto rurale e povero. Flaminia Giovanelli è Sottosegretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.

La prima sfida di O Viveiro, che a maggio compirà 6 anni, è contro la prostituzione, ultima spiaggia per le donne della zona rurale e povera. La prima scommessa è combattere l’analfabetismo, che colpisce il 64% della popolazione. Il 60% non parla la lingua nazionale, il portoghese, ma solo il dialetto locale, il cinyungwé. Il 67% della popolazione del distretto non è mai andata a scuola. Solo il 10% ha portato a compimento il ciclo primario di scuola. Nessuno ha completato il ciclo secondario.

orto

L’orto di O Viveiro, coltivato dalle educatrici del centro.

Completare tutto il percorso scolastico è proprio quello che faranno le ragazze che sono ospitate ora a O Viveiro e seguite da diverse educatrici che stanno con loro a tempo pieno o part time e che si occupano anche dell’orto all’interno del centro. Al mercato locale di Chitima già si vendono alcune verdure di O Viveiro.
Non solo: le giovani seguono corsi di cucito e di cucina, in particolare per preparare conserve di frutta che possano assicurare durante i lunghi mesi secchi e aridi un’alimentazione arricchita di vitamine. E imparano nozioni basilari di assistenza sanitaria. Nella zona esiste un solo ospedale, nella cittadina di Songo, con un rapporto di meno di 3 posti letto per 1000 abitanti.
In un distretto in cui il 47% della popolazione ha meno di 14 anni e il 50% è disoccupato, l’obiettivo di O Viveiro è la formazione scolastica, professionale, umana e spirituale.
Ma su tutto incombe il problema dell’acqua. Mentre consessi internazionali lanciano l’allarme desertificazione, a Chitima la questione dell’acqua si presenta in una concretezza brutale. Proprio nei pressi di Chitima sorge O Viveiro.

Chitima è un centro rurale costituito da una serie di casupole.
L’acqua a disposizione per tutti è quella del fiume Nsanangué, fortemente inquinato e frequentato dalle persone come dagli animali. In tutto il distretto, solo il 4% della popolazione ha l’acqua canalizzata a casa.
La superficie del distretto è di 800.000 ettari, di cui la metà sarebbe utilizzabile per l’agricoltura se solo ci fosse più acqua. Al momento solo 15.000 ettari del distretto, pari al 2%, sono utilizzati per la coltivazione di cereali, noccioline, patate e frutta, che però non viene mai trasformata in marmellata o in conserva.
A ben guardare, però, Cahora Bassa non è solo il nome del distretto. L’energia del complesso HCB-Hidroelectrica de Cahora Bassa, che sta non troppo lontano dalle casupole, rifornisce lo Zimbabwe, il SudAfrica e alcune regioni del Mozambico. Dunque l’acqua ci sarebbe ma non è per la popolazione locale.
Da O Viveiro è partita una battaglia sottovoce ma convinta per chiedere un acquedotto per la zona. Il centro ha conquistato il rispetto di tutti e ha acquisito una autorevolezza tale da strappare proprio nei giorni scorsi almeno una promessa di impegno da parte delle autorità locali. L’occasione è stata il doppio anniversario: i 20 anni di pace e i 5 del centro. A O Viveiro a crescere sono piccole donne e grandi speranze.

Fausta Speranza

Famiglia Cristiana del 5 gennaio 2013

La pizza? Negli Usa è una caramella

Noi italiani storceremo un po’ il naso, ma negli Stati Uniti un’infermiera (con genitori italiani) ha brevettato delle caramelle al gusto pizza senza zuccheri, grassi e carboidrati.

caramelle
La confezione delle caramelle al gusto di pizza.

E’ una caramella al gusto di pizza ma non é uno scherzo pronto per il prossimo carnevale. E’ un prodotto nuovissimo pensato e realizzato per quanti non possono concedersi un trancio di piacere.
Accade negli Stati Uniti e questo non ci meraviglia. Forse meraviglia di più sapere che l’ideatrice ha nazionalità italiana e soprattutto che é un’infermiera.
Siamo a Palm Springs, in California. Del prodotto ancora non si parla in giro. Si parla invece nell’ospedale dove Rita presta servizio assistendo diabetici e altre persone affette da patologie alimentari o metaboliche, e anche persone semplicemente in sovrappeso.
Il prodotto é appena entrato in commercio e si chiama ‘Pizza is 4 Suckers’ ma é meglio descritto come ‘pizza candy’.

caramelle1

Le caramelle hanno l’aspetto di confetti dal colore rosso.

Lo slogan é: “It’s not only a candy is a snack”, cioé non é solo una caramella, é una merenda. Non contiene zucchero, nè sodio, nè potassio, nessuna traccia di glutine, niente grassi nè carboidrati.
La composizione ovviamente é coperta dal segreto del brevetto che appartiene a una organizzazione americana no profit che si chiama Score.
A lei é ricorsa Rita Di Carlo quando ha cercato caparbiamente di realizzare la sua idea di soddisfare in qualche modo i tantissimi che non possono mangiare quello che definisce il cibo più amato e richiesto in assoluto: la pizza. Rita é figlia di genitori italiani ma é nata negli Stati Uniti e non parla italiano.
E’ bastata una generazione per perdere la lingua ma quando glielo facciamo notare, dopo averci sorriso un po’ dispiaciuta, ci dice con orgoglio che pero’ conserva tutto l’amore per la pizza.
Ci spiega che non é stato facile avere quelle praline o lecca lecca al gusto di pizza al rosmarino. Ci parla di 100 tentativi andati a vuoto in più di due anni. Rita ha dovuto anche imparare a fare business ma questo – ci dice – è stato l’impegno minore. L’ostacolo maggiore é stata la materia prima. Questa cordialissma e solare infermiera ci racconta di alcuni chimici legati alla Università locale interpellati e coinvolti. Prima un po’ scettici, hanno poi abbracciato l’idea con passione e hanno collaborato con i medici del Regional Medical center, che Rita descrive come molto divertiti al pensiero di prestarsi anche per gli assaggi.

Chi é stato almeno una volta negli Stati Uniti non si sorprende dello strano connubio tra caramella e pizza perché mischiare i sapori é attitudine nazionale.
E poi il pensiero va ai cibi liofilizzati e in pillole per astronauti prodotti proprio da industrie a stelle e strisce. Inoltre, a sentire l’ideatrice, il bacino di persone interessate é importante tanto da giustificare un business che in America non si lascia mai sfuggire.
Ma c’é qualcosa di più. Quando stiamo per salutare Rita Di Carlo perché abbiamo saputo quasi tutto sulla pizza candy, le chiediamo una foto che pero’ gentilmente rifiuta: non vuole protagonismi personali, vuole solo foto delle sue caramelle.
Le chiediamo qualcosa di più del suo lavoro di infermiera e scopriamo che é impegnata in particolare nel moderno reparto specializzato in patologie ai reni e, dopo ancora un po’ di seria conversazione sul suo lavoro, ci racconta di aver donato 5 anni fa un rene ad un amico di infanzia. E poi ci dice: “Non posso più fare una cosa del genere ma posso regalare lo sfizio di un sapore proibito a tanti che se lo sognano la notte”. Il tempo darà il suo verdetto sulla resa del prodotto che ora ha innanzitutto il sapore della stranezza. La coraggiosa donazione di Rita e il suo desiderio di far contento qualcuno restano.
Fausta Speranza

da Famiglia Cristiana del 23 dicembre 2012

L’Europa premia i dissidenti iraniani

Il nobel per la pace Sharin Ebadi ritira il premio europeo Sacharov per conto di Nasrin Sotoudeh, ora in carcere in Iran. “L’Europa denunci chi fa affari con il regime iraniano”.

“La libertà é non dover trascurare la famiglia per il rispetto della verità e della giustizia”. E’ la convinzione di Nasrin Sotoudeh, l’iraniana che ha ricevuto il Premio Sacharov 2012, che il Parlamento Europeo assegna a quanti si distinguono nella difesa dei diritti umani. E’ avvocato, é donna e si trova nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, per il suo impegno in tribunale accanto a studenti e donne perseguitati dalla giustizia. Da mesi é in sciopero della fame per chiedere che si allenti la pressione persecutoria su suo marito e i suoi due figli.
A ritirare il premio a Strasburgo c’é un’altra avvocato donna iraniana, la più nota Sharin Ebadi che nel 2003 ha ricevuto il Nobel per la pace e che da 4 anni é costretta a vivere all’estero. A Famiglia Cristiana la Ebadi confida: la prima verità da gridare al mondo in questo momento é che “il popolo iraniano é indignato per il supporto di inteligence e di armi che il regime islamico di Teheran sta assicurando al regime in Siria per la sua feroce repressione”. “Il popolo iraniano – afferma la premio Nobel – é cosciente del ruolo che il governo di Teheran sta giocando nell’area mediorientale per tentare di esportare il suo modello di islamizzazione politica”.

 Sharin Ebadi
L’accusa per Sotoudeh é: attentato alla sicurezza dello Stato. La stessa accusa per cui é in carcere l’altro iraniano premiato quest’anno con lei dall’Assemblea di Strasburgo. Si tratta del regista cinematografico Jafar Panahi. E’ noto agli ambienti del cinema dal 1995, anno in cui ha presentato la sua prima pellicola a festival internazionali. Ma é diventato famoso nel 2010 quando Cannes ha premiato il suo “Questo non é un film”, che racconta qualcosa della drammatica situazione in Iran ad oltre tre decenni dalla rivoluzione islamica dell’ajatollah Khomeini. Al posto di Panahi, a ritirare il riconoscimento c’é un suo collega, Kosta Gavas, che ci racconta: “Non poter fare film, per Panahi, equivale a una morte lenta”. Panahi é stato condannato a 6 anni di carcere ma anche a non realizzare nessun tipo di prodotto cinematografico per 20 anni.

Sia l’avvocato Sotoudeh sia l’artista Panahi sono stati incarcerati nel 2010, nel pieno del giro di vite del regime di Teheran che ha fatto seguito alle manifestazioni di piazza subito subito dopo le elezioni presidenziali a giugno 2009. Per settimane tantissimi giovani e tantissime donne hanno fortemente manifestato contro la rielezione di Akhmadinejad. Ma ogni protesta é finita nella dura repressione. E’ stato un anticipo di quello che avremmo visto in tanti paesi nordafricani e mediorientali con l’esplosione a partire da gennaio 2011 della cosiddetta primavera araba. In Siria alle proteste hanno fatto seguito la sanguinosa repressione e poi l’attuale drammatico irrisolto conflitto. In altri paesi, come la Tunisia e l’Egitto, é cominciata una difficilissima transizione. In altri, come il Bahrein o la Giordania, – sostiene la Ebadi – alcune rivendicazioni sono state ascoltate, altre più significative sono state come congelate.

Parliamo con la premio Nobel Shrin Ebadi qualche minuto prima che sia accolta nell’emiciclo dell’europarlamento, per rappresentare la collega Sotoudeh.

“Perché il Medio Oriente conosca la democrazia ci vuole tempo”, ci spiega la Ebadi. “Il lento processo – spiega – in alcuni paesi sembra iniziato, in altri é ancora un sogno nelle menti di alcuni”. Ci ricorda che l’Iran é al secondo posto nel mondo per il numero di giornalisti arrestati, che centinaia di studenti sono nelle carceri, che di recente oltre 50 donne sono state perseguitate dalla giustizia perché hanno osato ricorrere ai tribunali per il rispetto di loro basilari diritti. Ci ricorda che in Iran é normale che, in caso di dovuto risarcimento per la morte accidentale di una persona, si consideri il valore di un uomo doppio del valore di una donna. Poi la Ebadi ci ricorda: in Iran nel 2013 si svolgeranno le elezioni presidenziali.

La Ebadi ci spiega che, in Iran, Sotoudeh e Panahi sono personaggi conosciuti e molto stimati.

“Il popolo é con loro”, ci dice. “Il popolo – aggiunge – soffre per le sanzioni imposte dall’occidente ma sa bene che l’Europa non premia i nemici dell’Iran, come il vergognoso regime iraniano vorrebbe far credere con la sua martellante propaganda, ma piuttosto l’Europa tenta di sostenere chi lotta per la dignità umana”.

Chiediamo alla Ebadi se ha qualcosa da aggiungere a proposito delle sanzioni: ci pensa un attimo, come a voler ponderare le parole, e poi afferma lapidaria: “Ci vuole il coraggio di imporre sanzioni mirate, indicando nomi e cognomi”. L’appello rivolto all’Europa che difende i diritti umani é ancora più forte nelle parole del sostituto di Panahi: “Il parlamento europeo che premia i difensori della libertà di espressione deve denunciare con sempre maggiore forza i governi europei che fanno affari e commerci, nonostante l’embargo, con il regime iraniano”.

Fausta Speranza

Urss, la verità sui test atomici

Nel Nord Est del Kazakhstan c’è Semipalatinsk, il sito di esperimenti nucleari dell’Urss: 616 esplosioni tra il 1949 e il 1989. Ecco quel che resta.

La verità sul nucleare dell’Urss

dall-elicottero

Veduta aerea dell’area sottoposta ai test nucleari.

Da Semey (Kazakhstan) – Esattamente 20 anni fa nasceva il Centro studi che avrebbe raccontato tutta la verità sulla tragedia legata al più concentrato sito di esperimenti nucleari dell’Unione Sovietica e forse del mondo. Parliamo del sito di Semipalatinsk, nel Nord Est del Kazakhstan, dove tra il 1949 e il 1989 sono stati effettuati 456 test nucleari, comprensivi di 616 esplosioni. Per un totale di energia irradiata che, considerata nel complesso, è pari a oltre 1000 volte quella della sola bomba di Hiroshima, lanciata dagli Usa in Giappone nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

A Semipalatinsk il 29 agosto del 1949 è esplosa la prima bomba nucleare sovietica e il 29 novembre del 1955 è esplosa la prima bomba russa a idrogeno. Inoltre sono state provocate 175 esplosioni con materiali chimici. In alcuni casi ci sono state dispersioni di plutonio. Almeno 3 milioni di persone sono morte su questa terra. Un bambino su due è nato con malformazioni.

torretta-sito-nucleare

Quel che resta della vecchia torretta del sito nucleare.

Il territorio direttamente colpito dai test è di 3.000 km2, all’interno dei quali si individua un ulteriore epicentro denominato Opytnoye. Con linguaggio internazionale viene identificato come Experimental Field o Ground Zero. Si tratta di un’area di 300 km2 con un perimetro di 64 km2. È il cuore del dramma Semipalatinsk. Delle strutture e strumentazioni che c’erano conserva solo i resti di una torretta.

dove-inizia

Inizio dell’Experimental field

L’abbiamo sorvolato in elicottero. Le immagini girate dal finestrino, però, forse non riescono a rendere tutto il senso di desolazione e il grigiore insolito della terra. A piedi siamo giunti al punto estremo in cui permettono di arrivare con scarpe speciali che evitano almeno la contaminazione diretta dal suolo.

Nei primi anni si sono svolti soprattutto esperimenti in superficie, esattamente 116, mentre negli anni seguenti le esplosioni si sono concentrate in tunnel sotterranei, almeno 340. Il maggior numero di tunnel, 181, si sono concentrati nella montagna di Degelen e nella zona di Balapan, dove scorre il fiume Shagan, le cui acque sono un concentrato di radioattività.

Si distinguono i laghi atomici, cioè laghi formatisi subito dopo esplosioni. In conseguenza degli esperimenti nel sottosuolo, il direttore del Dipartimento Sicurezza Radiazioni, S. N. Lukashenko, ci spiega che ancora accadono smottamenti con crolli improvvisi e fuoriuscite di gas.

il-presidente-nazarbayev

Il presidente Nazarbayev alla conferenza.

Solo nel 2010 si è conclusa la fase di stoccaggio del materiale di 350 reattori che avrebbe assicurato 800 armi nucleari. Il Kazakhstan si è proclamato indipendente nel 1991. La scelta di chiudere Semipalatinks e di rinunciare, dunque, al quarto arsenale nucleare al mondo è stata immediata. Al presidente Nazarbayev è riconosciuto a livello internazionale il ruolo di leader della battaglia contro gli esperimenti e le armi nucleari. Su sua pressione, l’Onu ha istituito la Giornata internazionale per la messa al bando dei test atomici, celebrata per la prima volta il 29 agosto del 2010.

Non è data casuale: il 29 agosto del 1949 iniziavano le esplosioni a Semipalatinsk e lo stesso giorno del 1991 si è svolta la cerimonia ufficiale di chiusura del sito. Proprio il 29 agosto scorso, dunque, si è svolta ad Astana la Conferenza internazionale intitolata: Dalla messa al bando dei test a un mondo senza armi nucleari, con 175 parlamentari e rappresentanti di Ong di 60 Paesi.

jonos-gohr

Jonos Gahr, vice presidente del gruppo PNND, NuclearNon Proliferation and Disarmament.

È emerso un appello ai capi di Stato e di Governo a passare dalle parole ai fatti: esiste un Trattato di messa al bando dei test nucleari ma non viene ratificato, così come non viene rispettata la moratoria voluta dall’Onu. Nel mondo si spendono almeno 100 miliardi l’anno in armamenti nucleari. Paul Dewar, del Senato canadese, ci spiega che l’obiettivo dovrebbe essere quello di una Dichiarazione universale che possa portare a una vincolante Convenzione ma che nel frattempo, si devono creare sempre più nuclear weapons free zones.

La prima zona senza armi nucleari è nel centro Asia, frutto dell’Accordo firmato a Semey nel 2006 dalle ex Repubbliche sovietiche: Kazakhstan Kyrghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Il vice presidente del gruppo internazionale conosciuto come PNND, Nuclear Non Proliferation and Disarmament, il norvegese Jonos Gahr, non ha dubbi: le prossime free nuclear weapons zones devono essere assicurate in Medio Oriente, nel Nord Est dell’Asia, nell’Artico. Gahr ha ottenuto che fosse scritto chiaramente nell’appello. Chissà quando si otterrà di averle.

ingresso-centro-studi

L’ingresso del Centro studi.

L’ospedale di Semey ha in cura il 63% dei sopravvissuti ai test nucleari: i tassi di tumori sono due volte doppi rispetto ad altrove

Nella zona adiacente al sito di esperimenti nucleari di Semipalatinsk si registrano tassi di tumori due volte doppi rispetto alla media nazionale. Oltre 600.000 persone, cioè il 93% dei sopravvissuti, sono in cura per una forma di cancro o leucemia, o per gravi disturbi respiratori o della pressione sanguigna. I livelli di radioattività sul terreno variano molto. Il presidente dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare, Khadirzanov, ci spiega che molto è dipeso dai venti al momento delle esplosioni e dalla pioggia che, se compare, aggrava di decine di volte la contaminazione.
In un complesso sono riuniti il Centro studi, l’Istituto di Ricerca scientifica Medicina radiologica e Ecologia, un Dispensario di oncologia e l’Unità di medicina radiologica dell’Università di Stato. C’è da dire che adiacente a tutto il complesso, c’è anche l’area di 32 ettari chiamata Parco Nazionale Nucleare dove c’è attività per uso civile. Il Kazakhstan, infatti, non ha affatto rinunciato al nucleare ma solo alle armi atomiche.

L’orrore di quei test

abitazione-kazakha

Tradizionale abitazione kazakha ai limiti di Experimental field.

Il sito di sperimentazione nucleare è cominciato a sorgere nella regione di Semey nel 1948, dopo un sopralluogo e un rapporto in cui si legge che si trattava di 18.000 km2 di steppa deserta. Niente di più falso: in quel territorio, che apparteneva alle regioni di Pavlodar e Karaganda, c’erano 19 distretti con villaggi abitati. Un Museo conserva la memoria di scelte disumane. Ci sono teche con organi di animali con innaturali deformità e anche con materiale umano di cui scegliamo di non parlare.

Raccontiamo, invece, dei frammenti delle strumentazioni conservati. Strumentazioni portate e installate su decisione del Comitato centrale del Partito comunista e del Consiglio dei ministri URSS, e con la supervisione dell’unità 52065 dell’esercito russo, ma sfruttando uomini presi dai Gulag.

monumento-morte

“Più forte della morte”: il monumento per le vittime dei test nucleari.

Si intitola Più forte della morte: è il monumento eretto nella città di Semey a memoria di tutte le vittime dei test nucleari sovietici nel nord est del Kazakhstan. Rappresenta una sorta di fungo con in alto il simbolo dell’atomo e in basso la statua di marmo bianco di una donna con un bambino in braccio.

kuyukov-kasipbek   Kuyukov Karipbe.

I sopravvissuti raccontano di un dramma durato 40 anni senza la consapevolezza da parte delle vittime di quello che accadeva. Kuyukov Karipbe è nato nel 1968 senza braccia e con alcuni disturbi. Ci racconta del dolore di sua madre, delle difficoltà incontrate nella vita e della scoperta della verità. Con grande dignità ci dice che vuole parlare con più giornalisti possibile del mondo: sebbene sia molto penoso, vuole contribuire a denunciare con la sua persona “uno degli orrori che l’uomo è riuscito a provocare perdendo di vista il valore della vita umana”. Ci invita a far girare la sua foto.

bambini-in-parata

Bambini in parata durante una cerimonia di commemorazione.

Partecipiamo a una solenne cerimonia di commemorazione, con giovanissimi in parata ufficiale. La gente è tanta e chiede che non solo in Kazakhstan siano sospesi gli esperimenti nucleari. Una donna ci dice: “Siamo sopravvissute alle radiazioni ma in realtà la cosa più strana è stata sopravvivere a tanto dolore”.

sultan-u-kurtoyev-vicepresidente-semipalatinsk

Sultan Kurtoyev, vicepresidente del Movimento Nevada-Semipalatinsk.

Sono tra i protagonisti del movimento che si è dato il nome di Nevada-Semipalatinsk. Sono stati i primi cioè a scendere in piazza nel 1989, nella allora capitale del Kazakhstan Almaty, per ascoltare il poeta Olzhas Suleimenov che denunciava pubblicamente gli avvenuti test nucleari. Il giorno dopo nella stessa piazza sono accorse 5000 persone. Poco prima in Nevada, negli Stati Uniti, in seguito agli esperimenti atomici voluti da Washington si erano svolte manifestazioni contro i test durante le quali 2000 persone erano state arrestate. Il vicepresidente del Movimento, Sultan U. Kartoyev, ci racconta come, nonostante la barriera della lingua, i due gruppi si siano messi in contatto e abbiano dato vita a un movimento, in virtù di “un dolore comune espresso senza troppe parole”. La storia seguente è storia di incontri e confronti e di una battaglia comune a livello civile ancora viva.   Fausta Speranz

Famiglia Cristiana in edicola l’ 11 Novembre 2012

Etiopia, i colori dell’Africa cristiana

Aethiopia Porta Fidei. L’Etiopia, porta della fede.

icona1

La foto di copertina è dell’agenzia Reuters.

La storia religiosa millenaria dell’Etiopia in oltre 100 preziosi manufatti artistici. E’ la mostra “Aethiopia Porta Fidei. I colori dell’Africa cristiana”, ospitata al Museo diocesano di Vicenza fino al 24 febbraio 2013. Per tutto il suo passato storico, prima giudaico e poi cristiano, l’Etiopia è considerata una sorta di provincia dell’Oriente cristiano “casualmente” in terra d’Africa. Icone, rotoli magici, croci, libri, strumenti: i reperti sono tutti molto particolari e poco conosciuti.

La lunghissima tradizione esposta nella mostra comincia addirittura le sue radici nel popolo ebraico e viene fatta risalire lontano fino forse alla regina di Saba, nel suo viaggio in terra di Israele per incontrare il re Salomone. Secondo alcune interpretazioni, già vive nell’antichità, dovrebbe identificarsi proprio con la regina di Saba la voce femminile del Cantico dei Cantici che pronuncia la frase che in in latino suona “Nigra sum sed formosa” e che potremmo tradurre in “Sono bruna ma bella”.   La tradizione locale colloca proprio in Etiopia il regno di Saba e racconta che Salomone avrebbe preso la regina con l’inganno durante la visita di lei alla corte di Israele.

icona2

Ci sono poi i reperti che ci riportano alla Chiesa cristiana delle origini, che rivive ancora oggi perché si sono conservati riti, rappresentazioni artistiche in cui è evidente lo spirito della prima età evangelica. E questo si deve naturalmente al fatto che l’Etiopia cristiana si è trovata rapidamente circondata da popoli islamici e che proprio per questo si è radicata nella tradizione, ha difeso l’affermazione di un’identità di razza, lingua, costumi, che in buona misura, nonostante tante fasi critiche, è giunta fino a noi.

Di fronte al racconto di tutto ciò attraverso bellissimi reperti ci si ricorda che in Europa non si può essere monocentrici. E’ la riflessione del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che incontriamo alla presentazione della mostra a Roma. «Riscoprire questa ricchezza – ci dice – serve a noi europei per perdere l’autoreferenzialità che ci caratterizza,  derivata spesso da un senso di superiorità che, pur avendo come adice ultima delle giustificazioni dal punto di vista della storia, del pensiero e della cultura, non si giustifica mai quando va oltre i limiti di una capacità di convivenza e di unità con tutta quanta la famiglia umana».

E’ indubbio che la ricchezza della Chiesa d’Etiopia, che la mostra documenta, è un’occasione e una provocazione per la nuova evangelizzazione in Europa. Basta pensare all’intensità dei colori delle icone, che sembrano sintetizzare l’immaginario religioso di un popolo. Nella mostra ce ne sono una quarantina di piccolissimo formato, realizzate tra il XVI e il XVIII secolo. Erano un accessorio quotidiano quanto prezioso.

scola

L’arcivescovo di Addis Abeba, cardinale Demerew Souraphiel Berhaneyesus, e l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola.

Ma tanta ricchezza di storia non può far dimenticare l’oggi: l’Etiopia è il secondo Paese più popoloso d’Africa, con più di 86 milioni di abitanti, di cui la metà ha meno di 20 anni. E’ uno dei Paesi più poveri al mondo. Nelle zone rurali si conta un medico ogni 100.000 abitanti. Ha le potenzialità per crescere ma lo sviluppo economico, industriale e quello delle infrastrutture richiede innanzitutto personale con adeguate competenze. I migliori giovani attualmente vanno a frequentare l’Università all’estero.

Ecco che la storia cerca di mettersi a servizio dell’attualità: la mostra è stata voluta per raccogliere fondi per portare avanti il progetto dell’Università Cattolica d’Etiopia San Tommaso d’Aquino Ecusta, ad Addis Abeba. Il terreno c’è: il Governo federale della Repubblica Democratica d’Etiopia ha donato 60 ettari. Attualmente c’è solo una piccola struttura gestita da suore salesiane di Zway, a 250 chilometri dalla capitale, che ospita corsi di laurea diurni e serali per tecnici di laboratorio medico e operatori sociali. Ma si farà, invece, un vero e proprio Campus medico in gemellaggio con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Università degli Studi di Padova.

L’arcivescovo di Addis Abeba, cardinale Demerew Souraphiel Berhaneyesus, ci racconta che i servizi educativi assicurati dalla Chiesa cattolica da tempo sono molto apprezzati dal popolo e che lo stesso governo etiopico chiese a Giovanni Paolo II di aprire un’università. Ci spiega, poi, che il progetto è stato fortemente sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana. E’ evidente che un Campus universitario così progettato potrà essere molto importante non solo per l’Etiopia ma anche per tutto il Corno d’Africa, per la Somalia, per Gibuti, per l’Eritrea, per il Sudan.

L’arcivescovo di Addis Abeba aggiunge che “il polo universitario può avere conseguenze positive fino in Medio Oriente, dove si recano molti etiopici per lavorare come domestici, come infermieri”. Sottolinea che ovunque “solo con l’educazione si può avere una coesistenza pacifica e si può assicurare partecipazione dei giovani allo sviluppo del Paese”. La mostra insegna che non può esserci educazione senza memoria storica.
Fausta Speranza

Famiglia Cristiana del 29 Ottobre 2012

Bruxelles, battaglia di quote rosa

Secondo i dati Eurostat, le donne spiccano per preparazione, ma la loro presenza nelle istituzioni europee è sempre ridotta. L’opposizione di molti Paesi.

Riunione del 4 ottobre 2012

20121002_163557_2870771
Le uniche tre donne rimanste nel Parlamento Europeo.

Il Parlamento europeo fa mea culpa sulla scarsa presenza delle donne nelle istituzioni comunitarie e discute seriamente di quote. Ma prima ancora che sia pronto un testo di proposta di Direttiva, è arrivata a Bruxelles la lettera firmata da 9 Paesi membri che promettono dura battaglia. Parte così in salita l’impegno del “Gruppo di lavoro ad alto livello sulla parità di genere”, che si è appena costituito nell’ambito dell’ufficio di presidenza del Parlamento Europeo, dopo che nella seconda metà dell’attuale legislatura, al momento del passaggio di testimone tra il polacco Buzek e il tedesco Schultz, il numero di vice presidenti donne si è dimezzato: piuttosto che 6 su 14, si è ridotto a 3 su 14.

È stata confermata in carica l’italiana Roberta Angelilli, che ha assunto con forti motivazioni la presidenza del Gruppo. Ed è partito il gemellaggio con la Commissaria europea alla Giustizia, Viviane Reding, che da due anni elabora strategie in proposito. Primo passo è stato quello di fotografare la presenza rosa nei posti di comando in Europa.

In temi di crisi, in cui 62 milioni di donne risultano a rischio povertà, cioè ben il 24,5% di tutto il mondo femminile, fa effetto che nessuna donna compaia nel board della Banca Centrale Europea, che di recente ha avuto un ruolo sempre più di rilievo nelle politiche attivate contro la crisi economica. Eppure, secondo i dati Eurostat, le donne spiccano per preparazione: tra i laureati in Europa, sono ben il 60%, così come pure tra i master. Anche se poi, guadagnano sempre circa il 16% in meno degli uomini, seppure a parità di mansione e di qualifica.

E anche se le giovanissime disoccupate sono più dei colleghi maschi. Se si guarda al Consiglio europeo, sono solo 3 le donne che figurano nella foto di gruppo (tedesca, danese e lituana) su 28 componenti, cioè i 27 più il presidente della Commissione europea. D’altra parte, la Commissione europea non ha avuto mai una donna alla presidenza. L’Europarlamento ne ha avute solo 2 su 29, Simone Veil proprio agli inizi, e Nicole Fontaine.

Ma è interessante anche vedere la composizione dell’euroassemblea a Strasburgo: alla nascita del Parlamento europeo nel 1979 i seggi rosa erano il 17%. Nell’attuale legislatura, ben 30 anni dopo, c’è stato solo un raddoppio. C’è una sola conquista di rilievo da evidenziare: la recente nomina per la prima volta di un Segretario aggiunto donna, che è l’italiana Francesca Ratti.

C’è poi da analizzare la presenza femminile nei vari parlamenti nazionali UE: si trova una media inferiore a quella europea, che si attesta al 25%. Per i ministri, scende al 23%. E se non ci fossero Paesi particolarmente tinti di rosa come Svezia, Finlandia, Danimarca, la media scenderebbe di molto.

Se questa è la rappresentazione del mondo della politica, c’è poi il mondo delle imprese. Nei Consigli di amministrazione di tutta Europa si registra una media di solo una donna ogni 7 uomini, cioè un bassissimo 13%. E, in tema di imprese, troviamo il punto che più ha convinto la Reding a dare dura battaglia per imporre le quote di presenza rosa. La Commissaria, infatti, due anni fa ha lanciato una campagna ad alto livello per convincere le imprese a provvedere spontaneamente a una maggiore femminilizzazione, ma a raccogliere l’invito sono state unicamente 24 società su tutto il territorio del vecchio continente.

Un risultato più che deprimente che ha convinto la Reding, che ci confessa di non aver mai amato le quote, a pensare una Direttiva per imporle. L’italiana Angelilli confida di aver fatto lo stesso percorso mentale. “Le quote – ci dice – potrebbero far pensare a misure da riserva indiana, ma al momento sono l’unico strumento con cui potremmo oltrepassare quello che chiamiamo il tetto di cristallo oltre il quale le donne non accedono”. Va detto che attualmente sono già 12 i Paesi membri che hanno approvato nella loro legislazione nazionale quote minime di presenza femminile.

Il caso più recente è quello della Francia che, con la legge sull’equilibrio di genere entrata in vigore nel 2011, ha inciso da sola su circa la metà dell’aumento registrato negli ultimi mesi nei consigli di amministrazione delle imprese europee. Non ha affatto inciso su nessun bilancio, invece, il provvedimento preso in Italia in relazione all’inserimento di donne nelle liste presentate dai partiti: la legge impone la quota rosa, pena il mancato rimborso delle spese elettorali, ma dal momento che la legge elettorale in Italia lascia all’elettore solo la scelta del partito e non della preferenza della persona, basta mettere le donne in fondo alla lista e si è sicuri che difficilmente saranno elette. Lo ricorda, non senza vivo rammarico, la Angelilli.

A proposito di Italia va ricordato che spicca al negativo per la scarsità di servizi alla famiglia, tipo asili nido per tutti o forme di assistenza serie per disabili. Misure che prima ancora delle quote rosa potrebbero contribuire ad assicurare una presenza sempre più qualificata di donne nel mondo del lavoro e potrebbero facilitare la conciliazione tra impegno lavorativo e famiglia.

In ogni caso, la battaglia per le quote si presenta non facile, per l’opposizione netta di Olanda, Gran Bretagna, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Malta. E citando Malta non si può non notare che la Repubblica di Malta è l’unico Paese a non avere neanche una donna in tutta la delegazione al Parlamento Europeo. Si tratta dei Paesi firmatari della lettera contro l’ipotesi finora solo verbale di una Direttiva pro quote.

E inoltre, al gruppo, anche se non ha firmato, promette pieno appoggio la Svezia, che nell’immaginario di tutti dovrebbe essere a favore di qualunque misura pro donne. Ma parlando approfonditamente con la Angelilli e con la Reding, capiamo che c’è un asso nella manica su cui contano. Viene dal mazzo del Trattato di Lisbona, che prevede la formula della cooperazione rafforzata per alcuni Paesi che vogliano procedere nell’adozione di una Direttiva che non passerebbe mai a maggioranza.

E’ possibile procedere a “cooperazione rafforzata” se anche solo 9 Paesi su 27 sono d’accordo. In questo caso, si conta sull’appoggio degli almeno 12 Stati che hanno previsto già nelle loro legislazioni le quote. Al momento la battaglia è appena cominciata. La prima scadenza per una verifica di conta sarà probabilmente a ridosso della prossima Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, sempre celebrata con eventi significativi all’Europarlamento. Intanto, tra tanti dati, c’è una consapevolezza in più: il tanto discusso Trattato di Lisbona, pur firmato allora praticamente da quasi tutti uomini, potrebbe distinguersi per un assist alle donne. Fausta Speranza

da Famiglia Cristiana dell’8 ottobre 2012

Ue e giovani, proposte e non proteste

Centinaia di ragazzi si sono riuniti a Francoforte, sotto l’EuroTower, nel cuore della finanza europea, per proporre idee concrete contro la crisi: dal lavoro all’accesso al credito.

“Vi aspetto a Bruxelles”: a parlare è il presidente del Parlamento Europeo, il socialista Martin Schulz. Ma non è un appuntamento dato a leader europei e nemmeno un invito rivolto a big della finanza o dell’industria o a esponenti delle parti sociali.
Schulz ha convocato a Bruxelles i 500 giovani che hanno dato vita, durante il weekend, al Movimento di Francoforte, con una manifestazione organizzata nel cuore della finanza europea: a Francoforte, sede della Banca Centrale Europea.
Di fronte all’Eurotower i giovani sono arrivati con molta grinta, poca voglia di protestare ma con la ferma volontà di presentare idee concrete.

Hanno chiesto “un patto europeo per il diritto alla formazione di qualità, al lavoro e all’accesso al credito per i giovani imprenditori”. Ma hanno anche chiesto che ci sia “un sistema di penalità per gli Stati membri che non promuovono efficaci azioni per l’occupazione giovanile”. I ragazzi hanno sostato sotto la Banca centrale europea ma hanno anche ottenuto di riunirsi in locali all’interno dell’Eurotower, in video conferenza con Schulz. Li ha seguiti la vicepresidente italiana del Parlamento Europeo, Roberta Angelilli, e sono poi arrivati i messaggi di 75 deputati di vari paesi.

Schulz ha incoraggiato i ragazzi a utilizzare uno strumento concreto previsto dal Trattato di Lisbona: l’iniziativa legislativa popolare europea. In sostanza proposte che dal basso possono farsi legislazione.
A parlare con i giovani seduti sotto l’Eurotower colpiva la seria consapevolezza di appartenere a una generazione “stritolata negli anni peggiori” di una crisi non paragonabile a precedenti della storia recente del vecchio Continente, unita però alla voglia di “fare qualcosa”.

Nessuna falsa rassicurazione da parte dei vertici dell’europarlamento. Schulz ha affermato: “La disoccupazione giovanile è una piaga per l’Europa e voi rischiate di essere una generazione perduta”. Ma ha poi aggiunto: “Eppure dà forza vedervi qui e vedere nascere qualcosa”. Cosa sia nato a Francoforte è più chiaro nelle parole della vicepresidente Angelilli che fotografa “un laboratorio di idee e di proposte che può essere un punto di riferimento e di partecipazione per tutti i giovani italiani ed europei”. Va fatta una considerazione sulla scelta del luogo: l’Eurotower.

Nel mezzo delle diatribe tra paesi del Nord Europa, rigorosi sui conti, e paesi del Sud, più o meno pasticcioni, il Governatore della Banca Centrale europea, Mario Draghi, ha messo d’accordo tutti, di recente, sul piano di acquisti di titoli di Stato da parte proprio della Bce, per salvare situazioni di seria difficoltà e per salvare in definitiva l’euro e l’Unione Europea. Ritrovare i giovani seduti sotto il simbolo dell’euro a Francoforte ha fatto pensare a un ruolo nuovo che la Bce ha assunto anche agli occhi dei cittadini e non solo dei leader.

Ha fatto pensare che il messaggio sostanziale di solidarietà tra Paesi lanciato da Draghi non sia passato inosservato ai giovani, in uno scenario difficile di crisi della finanza e della politica. Bisogna dire che tra le proposte presentate, c’è “la riforma della BCE affinché diventi una vera e propria banca dello sviluppo al servizio dei cittadini e delle imprese europee”. In definitiva non dovrebbero passare inosservati tanti giovani che hanno chiesto aiuto alle istituzioni europee, dopo anni in cui politici nazionali inadeguati hanno buttato sull’Europa tutte le responsabilità di qualunque fallimento o di qualunque sacrificio da fare. Forse il gioco dello scarica barile che poteva sempre finire a Bruxelles non funziona più con i giovani.

In questo caso i ragazzi a Francoforte non hanno solo battuto un colpo sulla loro esistenza ma hanno anche dato una bella lezione.

Fausta Speranza

La soluzione c’è: il Mercato Unico

Merci, servizi, persone e capitali. L’Europa avrebbe dovuto costruire uno spazio economico unico per poter essere competitiva con i mercati Usa e d’Oriente.

L’Unione Europea, che vacilla tra emergenze dei mercati e interventi di salvataggio di Banche e Paesi, e che discute di misure di rigore e di piani per la crescita, dimentica di avere a disposizione da 20 anni lo strumento privilegiato del Mercato Unico Europeo. Una dimenticanza che comporta costi gravosissimi. Un esempio: soltanto la mancata adozione di un Brevetto unico per i 27 Paesi costa alle imprese mezzo milione di euro al giorno. Lo assicura Arnaldo Abruzzini, segretario generale di Euro Chambre, federazione di 2.000 camere di commercio e industria con sede a Bruxelles. Abruzzini spiega che Londra, Parigi e Monaco si contendono la sede dell’agenzia di gestione del Brevetto e non trovano un accordo.

Parliamo di un Mercato di 500 milioni di consumatori, più di tutti gli statunitensi che superano di pochissimo i 300 milioni di abitanti. Rappresenterebbe un volano per l’economia, ma gli Stati membri non l’hanno mai realmente lanciato. Non c’è da considerare solo il business mancato nel circuito interno ma anche le opportunità perse in termini di esportazione in Paesi terzi, dove gli europei si avventurano a ranghi sparsi, niente affatto compatti, mentre il mondo premia i più grandi.

La libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali rappresenta l’ossatura del Mercato Unico. Nel 1992 Bruxelles annunciava queste quattro libertà fondamentali. Oggi per i giovanissimi è scontato ma viaggiare, studiare, lavorare, vivere e fare acquisti in un altro paese dell’Ue senza troppi problemi non lo era affatto fino a pochissimo tempo fa. Ma l’obiettivo non poteva essere solo la mobilità. Si doveva costruire uno spazio economico unico che permettesse all’Europa di posizionarsi con tutto rispetto nel panorama internazionale che nel frattempo rispondeva alle leggi della globalizzazione. A ben guardare aspettiamo il Mercato Unico non solo dall’anno di lancio. Lo prevedeva l’Atto unico del 1986. Ed era stato pensato ben prima. Nel Trattato istitutivo della Comunità economica europea del 1957 si legge: “il Mercato unico è l’obiettivo principale”.

Servizi pubblici, Banche e finanza non ne vogliono proprio sapere

Il vicepresidente del Parlamento Europeo, Gianni Pittella, parla di servizi pubblici che restano sotto la gelosa sovranità nazionale, come altri ambiti dell’economia. Sottolinea, per esempio, il danno prodotto dalla mancanza di un mercato comune del settore energia. Cita «il mercato tedesco dell’energia che è particolarmente chiuso». Questo – dice – è contrario a ogni aspirazione a un riequilibrio di ricchezza e benessere tra gli Stati membri.

I singoli Stati, inoltre, non cedono nulla della sovranità in materia fiscale o di protezione sociale. In più, i settori interbancari e finanziari sfuggono alle logiche del Mercato Unico. Il presidente di FederLazio, Maurizio Flammini, ci racconta il bluff delle carte di credito. Da tempo gli imprenditori chiedono commissioni uguali in tutti i 27 Paesi. Ora ci sono commissioni anche doppie e triple e, in caso di cifre considerevoli, la carta si blocca solo per questo motivo. Altro che Mercato Unico, commenta Flammini.

flammini

Maurizio Flammini, presidente di FederLazio.

A pensarci non è un caso che abbiamo adottato l’euro come moneta unica di 13 Paesi senza adottare misure monetarie comuni. La finanza resta un tabù, anche perché è uno di quegli ambiti in cui anche l’ultimo Trattato, quello di Lisbona, ha ribadito la necessità del voto all’unanimità. E basta la City finanziaria di Londra a bocciare aperture. Proprio dalla Gran Bretagna, per esempio, viene la prima opposizione alla Tobin Tax, la prima tassa che in tempi di crisi non toccherebbe i cittadini bensì le Banche, incidendo in modo irrisorio su ogni transazione finanziaria. Farebbe sentire ai cittadini, più di altro, che uno spazio economico europeo esiste. La vicepresidente del Parlamento Europeo, Roberta Angelilli, ha promosso la questione fino al recente voto positivo dell’Assemblea di Strasburgo ma gli Stati tergiversano decisamente. La Angelilli assicura che per l’Unione Europea significherebbe un introito di 60 miliardi di euro all’anno. E poi aggiunge: anche la Tobin Tax sarebbe Mercato Unico.

Per i servizi c’è la Direttiva del 2006: recepita ma ignorata

A parte i territori che restano intoccabili, per altri ambiti si è faticosamente arrivati, sei anni fa, alla Direttiva 2006/123/CE, che ha mutato il contesto normativo più di qualunque altra. E’ nota come la Direttiva Servizi. Nonostante il formale recepimento da parte degli Stati, risulta troppo spesso dimenticata. Il segretario generale di Euro Chambre, Abruzzini, spiega che basta citare il cosiddetto Sportello Unico, un ufficio pensato per assicurare alle aziende una serie di servizi a livello nazionale e soprattutto europeo. Andando a verificare nelle varie capitali, si scopre che gli sportelli non si trovano in tutti gli Stati e che, dove si trovano, soddisfano richieste solo a livello nazionale. E’ un fatto emblematico.

Passando dai servizi ai prodotti, si legge che i Paesi Ue hanno adottato il principio del riconoscimento reciproco delle norme nazionali. Non si capisce bene che cosa possa significare all’atto pratico. Parlando con imprenditori e avvocati si scopre che l’obiettivo doveva essere il Testo Unico amministrativo al quale non si è mai arrivati. E non si riesce neanche a lanciare il Contratto europeo di vendita per semplificare e sveltire molte procedure.

Per quanto riguarda la libera circolazione delle persone, c’è l’accordo di Schengen sottoscritto da un primo gruppo di Paesi già nel 1985, poi esteso ad altri. A parte altre discussioni in merito all’apertura delle frontiere, non si può dire che risiedere in un altro Stato o intraprendervi determinate attività sia sempre facile. Riconoscimento reciproco e coordinamento delle norme facilita accesso e esercizio di alcune professioni, come medici e ingegneri, ma ad esempio non è mai stata messa a punto l’annunciata  Patente europea per tecnici o artigiani.

Se guardiamo all’Italia, troviamo ritardi fortemente penalizzanti. L’europarlamentare Raffaele Baldassarre afferma che siamo fanalini di coda nell’applicazione di quasi tutte le direttive importanti.

baldassarre

L’europarlamentare Raffaele Baldassarre.

Basta citare il primato assoluto in negativo nell’applicazione della Direttiva che da anni impone il pagamento da parte delle Pubbliche amministrazioni alle imprese entro 60 giorni dal servizio. In Italia si viaggia tra i 400 giorni e i due o tre anni. L’imprenditrice Flavia di Stefano ci dice che la sua azienda Crony electronics aspetta soldi dal 2007 dalla Regione Lazio.

Paradosso e-commerce: non ha barriere fisiche ma ben riflette le divisioni europee

Per il commercio online parlano i dati. Lo sviluppo raggiunto in ambito nazionale segna  una media di scambi del 27%. Ci sono Paesi che non raggiungono questo livello, come l’Italia, ma che si attestano comunque al 16%. Ma quando si guarda agli scambi commerciali on line transnazionali si scende a non più del 4%. In sostanza il tedesco o il francese compra facilmente in internet prodotti rispettivamente tedeschi o francesi ma non di altri paesi europei. Il paradosso è che l’e-commerce dovrebbe essere di per sé un passpartout che si fa beffa delle tradizionali barriere. Ma basta pensare alla indispensabile firma digitale che resta rigidamente nazionale. Alberto Abruzzini, segretario generale di Euro Chambre, sottolinea che al momento, cioè, la firma digitale certificata in Finlandia non è riconosciuta in Slovenia. I 27 non hanno adottato un codice di firma digitale europea. Per non parlare del fatto che non c’è un meccanismo europeo di risoluzione di eventuali controversie.

A Bruxelles assicurano che la potenzialità di crescita a breve dell’e-commerce in Europa sarebbe tra i 30 e i 50 miliardi di euro nonostante la crisi.

Il Mercato Europeo è più frammentato che mai visto dalla Cina

Mentre si discute di barriere tra Paesi europei, la Cina imperversa nel mercato dell’Antico continente. Non ci sono, dunque, solo le opportunità perse in termini di business per la mancata realizzazione del Mercato Unico Europeo: ci sono anche le pesanti conseguenze nel confronto commerciale mal gestito con la Cina. Marielle De Sarnez è l’europarlamentare francese che ha curato il Rapporto votato dal Parlamento Europeo per chiedere ai capi di Stato e di governo di essere all’altezza del braccio di ferro commerciale con Pechino.

de-sarnez

L’europarlamentare francese Marielle De Sarnez.

Marielle De Sarnez parlando con Famiglia cristiana afferma: «L’Europa è la prima economia e la Cina è la futura prima economia mondiale senza dubbio. Ora il rapporto non è equilibrato. Noi importiamo più di quanto esportiamo e la Cina sta costruendo il suo impero economico sull’esportazione». Le chiediamo qualche esempio concreto della mancata reciprocità e ci cita «le restrizioni per le imprese europee sul mercato pubblico cinese, a partire dalla negazione di accesso agli appalti pubblici, e le barriere commerciali non tariffarie». Poi ci ricorda la questione delle materie prime preziose «sulla quale c’è un contenzioso aperto» e la questione della proprietà intellettuale «che loro non rispettano». E poi la moneta cinese che è «un grande vantaggio per loro».
Pechino sostiene di usare effettivamente il tasso di cambio dello yuan per contrastare l’inflazione ma Usa e Europa parlano di manipolazione consapevole della valuta per ottenere un vantaggio sleale negli scambi con l’estero. Washington e Bruxelles tentano di fare pressione. Un’arma ci sarebbe: la Cina sta tentando di ottenere un posto nel Wto, l’Organizzazione Internazionale del Commercio. Si potrebbe negoziare su più piani. Ma l’indebitamento da parte degli Stati europei con la Cina e la crisi dell’euro certamente in questo momento non aiutano.
La De Sarnez ci dice che «per negoziare bisogna avere forza e prima di tutto non essere naif. La Cina ha una strategia, gli Stati Uniti hanno una strategia – ammette senza mezzi termini – noi manchiamo di una strategia».

Il presidente della FederLazio , Maurizio Flammini, sconsolato sottolinea che al momento solo dall’Italia operano in Cina 22 delegazioni, tra province, regioni, associazioni varie e si chiede come si possa parlare europeo. Il segretario generale di Euro Chambre, Arnaldo Abruzzini, esprime critiche precise. Primo aspetto: spiega che il Commissario europeo delegato a mediare con la Cina «di fatto non ha potere di negoziazione perché prima di ogni decisione deve riportare il tutto al Consiglio dei capi di Stato e di governo che devono di fatto decidere». Il secondo aspetto si intreccia con il primo: «Nel frattempo ogni capo di Stato o di governo si reca in Cina e tenta affari a livello bilaterale, pensando di essere furbo». Abruzzini non ha dubbi: «Questo modo di fare non ha giovato finora a nessuno».

Famiglia Cristiana del 17 Luglio 2012

Chiesa e media, sospetti e fiducia

Don Giuseppe Costa, direttore della Libreria editrice vaticana, racconta in “Giornalismo e religione” 60 anni di storia dei rapporti tra Chiesa e media.

“In tema di rapporti con i media, l’istituzione ecclesiale di colpe, non premeditate ma pur sempre tali, ne ha”. Sono parole di don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana. Si leggono nel volume intitolato Giornalismo e religione, che don Costa firma insieme con gli studiosi di media don Giuseppe Merola e Luca Caruso, edito proprio dalla LEV.

Si tratta di una particolare e preziosa antologia che ripercorre oltre 60 anni di informazione sul fatto religioso e ripropone 152 articoli firmati da 63 giornalisti vaticanisti e non solo, e 19 interviste a professionisti del giornalismo e della comunicazione italiani e stranieri. Uno spaccato di prime pagine che hanno fatto la cronaca, per esempio delle elezioni dei Papi, ma anche riflessioni, opinioni. Cronaca e fede si intrecciano in modo molto critico. Il volume è praticamente concentrato sulla stampa cartacea, con minimi accenni alla rivoluzione dei media elettronici e di Internet, con un saggio sul fotogiornalismo religioso, del fotografoGiovanni Chiaromonte, che offre un flash di riflessione sul valore delle immagini.

Don Costa nel suo saggio in apertura del volume, intitolato Dentro la notiziareligiosa, ripercorre quello che definisce il “non facile genere” dell’informazione religiosa e il “percorso non lineare” da parte della Chiesa. Non è un saggio sul rapporto tra Chiesa e comunicazione ma don Costa offre preziose linee interpretative del percorso, riconoscendo che l’istituzione ecclesiastica è passata “lungo il corso della sua bimillenaria storia da una condanna dei media alla loro esaltazione e, in entrambi i casi, spesso con scarsa acribia”.

Insomma “dal fiero sospetto alla totale fiducia”. Don Costa ricorda episodi di “pesante censura e interferenza” e sottolinea che “in Italia in particolare esiste una sorta di peccato originale, a causa del quale in materia di media si riscontra non di rado un effettivo sospetto tra Chiesa cattolica e mondo laico e viceversa”. Ricorda ragioni storiche di tutto ciò e, con le parole di Giacomo de Antonellis, stigmatizza “anni di disinformazione” tra “fogli di chiara impostazioneanticlericale ma ben anche fogli grondanti uno zelo pedestre”.

Con autorevoli citazioni, indica un punto di svolta: il Concilio Vaticano II. Di fronte agli oltre 1.200 giornalisti interessati, la Chiesa cattolica il 6 ottobre del 1962 creò la vera e propria Sala Stampa, che oggi registra 400 giornalisti accreditati di cui solo 70 di testate cristiane. Dopo i primi momenti di “arroccamento intimorito” di una Chiesa che doveva comunicare gli sviluppi di una riflessione di “aggiornamento”, il Concilio – come scrive Gian Franco Svidercoschi – “obbligò la Chiesa a un generale ripensamento dei tradizionali metodi di approccio con la realtà religiosa”. Il Concilio non solo riprese e sviluppò il dialogo con il mondo contemporaneo ma lo fece facendo i conti con il mondo della comunicazione.

Nel suo saggio, il direttore della Libreria Editrice Vaticana riporta pagine di diario di Henri Fesquet, protagonista dell’informazione di quegli anni: “I giornalisti hanno bisogno di fiducia. Il giornalista deve informare il mondo sulla Chiesa e la Chiesa sul mondo. Egli può e deve aprire la bocca e le orecchie della Chiesa. Egli non deve lasciarsi chiudere né la bocca né leorecchie”. A 50 anni dal Concilio è molto interessante rileggere tutto ciò.

Gli anni post Concilio sono storia del proliferare di testate cattoliche e di sviluppo della figura del “vaticanista”. Don Costa argomenta sostanzialmente mettendo in guardia da alcuni rischi sia il fronte cattolico che il fronte laico. Dell’informazione religiosa prodotta da testate ed emittenti cattoliche dice che “spesso prevale la lode del convento”. Il buon giornalista in una testata cattolica – dice – “non dovrebbe essere né ateo né troppo devoto”. E poi fa una sottolineatura cbe sembrerebbe scontata ma che fa invece molto pensare: “Deve essere un ottimo professionista”.

Sull’altro fronte, cioè quello dell’informazione religiosa assicurata dai media laici, lamenta l’eccessivo sensazionalismo e la riduzione della figura del vaticanista a “uno che segue le mosse del Palazzo e non la vita del popolo della Chiesa e i fatti religiosi in modo adeguato”. Ma per tutto questo tiene a sottolineare che troppo spesso si processa il singolo giornalista che invece oggi generalmente è anche più preparato del passato.

Ma “sono cambiati – spiega – gli equilibri del lavoro per cui oggi una buona firma non ha comunque il peso che aveva all’interno di una testata 30 o 40 anni fa”. Oggi pesano di più le leggi di mercato, imperano il “sensazionalismo”, la “spettacolarizzazione” e la tendenza a una fuorviante “polarizzazione”. Su questo nel volume si offrono riflessioni interessanti. Su tutto lo spunto di Don Costa: “Il ruolo dell’opinione pubblica e quellodel giornalista sono problemi tuttora aperti”.

Non manca nel volume la considerazione dei momenti del papato di BenedettoXVI in cui la comunicazione ha significato le ripercussioni del discorso del Papa a Ratisbona o quelle in conseguenza della dichiarazione in aereo verso l’Africa aproposito di preservativi, o i fatti più recenti di documenti “rubati” che il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha definito dicendo che “anche il Vaticano ha avuto i suoi leaks, le sue fughe di documenti”. In generale dell’informazione religiosa Don Costa dice che “appare un’informazione a soggetto religioso per alcuni aspetti complessa, abbondante e carente al tempo stesso, per altri assente o per lo meno inadeguata alla piena descrizione di certi fatti”.

E nel suo saggio Don Costa riporta le parole di Giancarlo Zizola, da poco scomparso, sulla necessità di “riscoprire e valorizzare effettivamente la funzione civile della libertà cristiana” in un periodo segnato da una “svolta globale e radicale dell’organizzazione dei saperi e dal caos antropologico”. Il buon giornalismo,dunque, dovrebbe difendere la coscienza civile, il senso critico della collettività, riscoprendo i valori della dignità e libertà di pensiero che il Cristianesimo porta con sè. Ma questo dovrebbe farlo quando si occupa di qualunque tema, non solo di religione.

Fausta Speranza