Brexit: scongiurare il no deal non può bastare

di Fausta Speranza

L’ipotesi di una Brexit no deal era davvero spettrale. Ora che l’accordo sulle relazioni commerciali future tra Unione europea e Regno Unito è stato raggiunto, alla vigilia di Natale, è lecito dirlo. La sicurezza ostentata dal premier britannico Johnson era di facciata e il piano B che si diceva pronto a Bruxelles non era sufficiente a evitare il caos assoluto.
Di fatto, si è andati oltre i termini ragionevoli di metà dicembre, che avrebbero permesso le ratifiche dei vari parlamenti in tempi adeguati all’entrata in vigore il primo gennaio 2021, proprio perché, come in tutti i negoziati che si rispettino, c’è chi ha bluffato. Praticamente fuori tempo massimo,   nasce un’intesa basata su un  patto originale: “a zero dazi e zero quote”. Per il momento significa scongiurare il dramma alle frontiere e una guerra commerciale, ma poi
arriverà il momento di capire se non sarà nel prossimo futuro anche a zero vincitori

Anche se Johnson ha tirato fuori il Regno Unito dalla preoccupante impasse in cui si è ritrovato quattro anni dopo il referendum, per Londra parlare di vittoria significa continuare a bluffare. Significherebbe dimenticare che dal referendum si sono già persi  60 miliardi di Pil, che le banche sono scappate dalla City che le case automobilistiche straniere hanno chiuso impianti nel Regno Unito, o sostenere che abbandonare l’Erasmus sia una conquista. Per i 27 Paesi che restano membri Ue, immaginare di aver chiuso la partita con 2000 pagine di cavilli, che tutelano un giro di affari annuale stimato sui 668 miliardi di sterline, è un’illusione, ma soprattutto pensare di accontentarsi di una menomazione, seppure meno dolorosa, senza rilanciare con un meditato piano di riassestamento e bilanciamento interno sarebbe colpevole. 

C’è l’incognita populismo che richiama alla mente lo scandalo Cambridge AnalyticaSe in questo momento indubbiamente a restare orfano è il Regno Unito, non c’è dubbio che cercherà “padrini” e “madrine” e la sua solitudine è anche la sua agilità. Bisognerà capire però se si affiderà di nuovo al populismo di Johnson – dopo essersi affidato a quello espresso da Farage e dal suo Partito per la Brexit – così come ha fatto con una maggioranza schiacciante alle elezioni di luglio 2019, nel momento della barca in secca. Un populismo che viene da lontano: dalla campagna pro Brexit, alimentata anche abbondantemente dalle fake newsLo scandalo Cambridge Analytica scoppia a maggio 2018, meno di due anni fa ma sembra già dimenticatoAndrebbero riletti gli articoli del Guardian e del New York Times che hanno dimostrato l’uso scorretto per propaganda politica di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte dell’azienda di consulenza e per il marketing online chiamata Cambridge Analytica. La vicenda ha confermato ancora una volta quanto Facebook fatichi a tenere sotto controllo la gestione dei  dati  ma anche che Cambridge Analytica ha avuto importanti rapporti con alcuni dei più stretti collaboratori di Donald Trump, soprattutto durante la campagna elettorale statunitense del 2016 che lo ha poi visto vincitore. La storia ha molti risvolti e anche dopo le udienze di fronte al parlamento britannico e le promesse del fondatore di Facebook Zuckerberg di maggiore controllo, alcuni aspetti sono rimasti da chiarire, compreso l’effettivo ruolo di Cambridge Analytica ed eventuali suoi contatti con la Russia e le iniziative per condizionare le presidenziali statunitensi e il referendum sulla Brexit nel Regno Unito. 

Un populismo che David Cameron, dopo sei anni a Downing Street, aveva sottovalutato. Era premier dal 2010 e nelle sue intenzioni il referendum fissato il 23 giugno 2016 avrebbe dovuto tacitare una volta per tutte gli euroscettici e invece ha sancito la Brexit. Camerun era tanto sicuro di veder vincere il remain da rifiutare la proposta dei costituzionalisti che chiedevano di non votare con una maggioranza semplice. Non aveva considerato il ruolo dei social pro leave e la pressione del partito di Farage, espressione di un’ultra destra che si piazzerà come primo partito britannico, con il 32 per cento, alle elezioni europee di maggio 2019, prima di scomparire come forza politica interna. In ogni caso, alle dimissioni di Cameron subentra Theresa May, già leader del partito conservatore, politica di professione. Sarà premier dal 13 luglio 2016 al 24 luglio 2019 ma non riuscirà ad andare oltre l’accordo di recesso nel negoziato con l’Ue. Londra non era ancora con l’acqua alla gola: aveva un anno di transizione per farlo e si è affidata a Johnson. Bisogna vedere se Johnson farà dimenticare agli inglesi tutto il percorso e saprà far accettare gli indubbi sacrifici che li aspettano anche avendo scongiurato la Brexit no deal. E soprattutto avrà a che fare con la Scozia, ancora non rassegnata alla Brexit, che rilancia l’idea del referendum per l’indipendenza.  

Per l’Unione europea c’è la soddisfazione di aver difeso punti cruciali come l’apertura del confine irlandese – che significava la difesa dell’Accordo di pace del Venerdì Santo – e il doveroso adeguamento a normative comuni essenziali come quelle sul clima, il cosiddetto level playing field. Il terzo punto irrisolto fino alla fine è stato quello relativo alla pesca in acque territoriali che tornano al Regno Unito: c’erano le richieste in particolare della Francia, ma tutto faceva pensare che un compromesso era possibile. Non si trattava, infatti, di una questione di principio come per le altre due. Di fatto è stato l’ultimo nodo ad essere sciolto grazie a una sorta di moratoria concessa da Londra: i pescherecci dei Paesi Ue potranno mantenere, per un periodo di cinque anni, i due terzi dei diritti di pesca nelle acque territoriali britanniche garantiti fino ad ora. In ogni caso,  per Bruxelles il successo più grande è stato la compattezza dei 27: abbiamo assistito a un negoziato condotto da Michel Barnier dall’inizio alla fine senza che nessuno mettesse in dubbio le sue mosse. Paradossalmente nel momento in cui veniva meno un mattone, il resto della costruzione non dimostrava crepe. Ha coinciso con la straordinaria unità messa in campo nella lotta al Covid-19, ma in questo caso l’eccezionalità della pandemia è fuori confronto.     

Ma la vera vittoria dell’Unione europea sarebbe rilanciare. Al vertice di dicembre, sono state assunte due decisioni importantissime: una sul Next Generation Eu, e l’altra sulla coraggiosa riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento entro il 2030. In definitiva, con la risposta alla crisi sanitaria, l’Europa ha ritrovato slancio politico, mettendo in campo 1800 miliardi di euro destinati a progetti e riforme a favore della salute e del welfare dei cittadini e avviando davvero il green deal. Ma la decisione è stata possibile solo grazie a compromessi, peraltro su aspetti non direttamente legati ai fondi e al bilancio che erano il punto centrale all’ordine del giorno. C’è stata infatti la promessa, non indolore, di maggiore libertà fiscale all’Olanda ed è stato accettato un posticipo per la verifica sullo stato di diritto per Polonia e Ungheria. E’, dunque, nei processi decisionali che l’Ue può e deve fare progressi, in alcuni casi proprio grazie alla Brexit. L’invalidante freno del voto all’unanimità è stato, infatti, sempre strenuamente difeso dal Regno Unito. E’ il momento di superarlo per evitare di vincolare alcune decisioni a possibili “ricatti” su altre questioni. Inoltre, c’è da studiare per ridisegnare i rapporti con la Cina nel dopo Trump e senza il Regno Unito, considerando che Pechino ha orchestrato di recente il più grande patto commerciale della storia: riguarda due miliardi di persone e comprende Paesi, come la Cina e il Giappone, storicamente in forte rivalità, la Corea, le nazioni del sud-est asiatico dell’Aseanma anche Australia e Nuova Zelanda. Potrebbe coprire quasi un terzo del Pil mondiale. Immaginare che di fronte a questi nuovi orizzonti i Paesi del Vecchio Continente si facessero una guerra dei dazi era davvero impensabile. Verrebbe da dire che più che storico, come è stato definito, l’accordo commerciale tra Ue e Regno Unito di Natale 2020 è il passo indietro decisivo in un percorso verso il baratro. Inoltre, tutto dipenderà dai prossimi sviluppi.

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