Il Messico delle “morti sospese”: intervista a Fausta Speranza sul Magazine Giornalismo Università Cattolica

Guadalajara tra Mondiali e desaparecidos: il Messico che il mondo non vede

L’intervista a Fausta Speranza nell’articolo di Camilla Gaia Calò della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: 

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Screenshot 2026-05-20 at 16.18.55La notte, a Guadalajara, ci sono madri che non dormono. Spesso escono con una pala e una fotografia stretta fra le mani, alla ricerca di figli, fratelli, mariti spariti nel nulla. Li cercano nei campi abbandonati, ai bordi delle strade, nelle fosse clandestine nascoste tra i quartieri della città che quest’anno ospiterà i Mondiali di calcio. A pochi chilometri dallo stadio Akron, dove fra meno di un mese migliaia di tifosi canteranno sugli spalti, il terreno continua a restituire resti umani.

Li chiamano desaparecidos

Sono persone scomparse senza lasciare traccia, inghiottite da una violenza che da anni attraversa il Paese e che oggi conta – secondo le cifre ufficiali – oltre centomila dispersi. Ma dietro i numeri ci sono famiglie costrette a trasformarsi in investigatori, madri che scavano la terra perché spesso lo Stato non lo fa.
Eppure, fuori dal Messico, questa tragedia rimane quasi invisibile, un racconto che sembra appartenere alle dittature sudamericane del Novecento, ad una memoria lontana. Ma a Guadalajara, come in altri luoghi del Messico, oggi, la parola desaparecido non appartiene alla storia: è una ferita aperta, quotidiana, che convive con i centri commerciali, i nuovi stadi e la vetrina internazionale che saranno i Mondiali 2026.

Genitori che non si arrendono

Fra quelle madri e quei padri alla costante ricerca dei loro figli c’è anche Héctor Flores, fondatore del Colectivo Luz de Esperanza di Jalisco, istituito nel 2021 dopo la scomparsa del figlio Héctor Daniel Flores Fernández. “L’idea del collettivo è nata a seguito della mancanza di azioni di ricerca da parte di altre organizzazioni e soprattutto di sostegno dopo la scomparsa di mio figlio. Insieme alla signora Liliana Gudalupe Meza Gutierrez, che ha anche lei un figlio desaparecido, ci siamo trovati d’accordo e abbiamo fondato l’organizzazione”. Come molte altre organizzazioni di familiari nate negli ultimi anni in Messico, Luz de Esperanza è diventata rete di sostegno, gruppo di ricerca e forma di resistenza civile in uno Stato – quello di Jalisco – che da anni registra uno dei numeri più alti di desaparecidos del Paese. “Abbiamo iniziato in cinque famiglie, oggi siamo circa cinquecento”, racconta Héctor.

Ampi spazi di illegalità

Le ricerche partono spesso da segnalazioni anonime, messaggi inviati di nascosto, coordinate condivise con paura. I luoghi da controllare sono quasi sempre gli stessi: periferie, burroni, case abbandonate, discariche illegali. È proprio in questi luoghi che i collettivi si muovono: “Le segnalazioni che riceviamo vengono sottoposte alla Comision de Busqueda de Personas Desaparecidas dello Stato, dove vengono effettuate un’analisi del contesto e un’indagine preliminare. Solo dopo vengono avviate le ricerche vere e proprie”, spiega Héctor.

Una voragine nella giustizia

Ma cercare i desaparecidos in Messico significa anche esporsi continuamente al rischio: “Ci sono molti fattori politici, sociali e criminali che aumentano la vulnerabilità delle famiglie” sottolinea Héctor. Le ricerche spesso si svolgono, infatti, in territori controllati dalla criminalità organizzata, dove chi cerca può diventare a sua volta bersaglio di minacce e intimidazioni. Eppure, nonostante il pericolo, sono proprio i familiari a portare avanti una parte fondamentale delle indagini. “Che ci sia una società attiva e vigile è sempre un buon segno, ma in questo caso, questi collettivi, e soprattutto queste donne, cercano di riempire come possono la voragine in tema di giustizia”, spiega Fausta Speranza, giornalista dell’Osservatore Romano e autrice del libro Messico in bilico (Infinito Edizioni). “È uno sforzo titanico che va oltre. Tutto si può riassumere, però, in un unico termine: corruzione. Senza una diffusa corruzione niente di criminale sarebbe possibile”.

Donne esposte due volte

In Messico, “il coraggio è spesso femminile” sottolinea Speranza. Un coraggio che ben presto può diventare rischio. Tra le categorie più colpite, infatti, ci sono sicuramente le donne: “Spesso sono proprio loro a cercare i desaparecidos, esponendosi così due volte. In generale, dipende molto da Stato a Stato. Al Nord ci sono aree dove è impossibile stare per le donne lavoratrici, che vengono sfruttate nelle industrie. Sono zone fuori controllo perché crocevia di traffici di droga, armi, esseri umani – spiega Speranza –. In altre aree del Paese, dove agiscono gruppi criminali, chiunque si opponga viene fatto fuori”. Ma la fascia più colpita rimane quella dei giovani tra i 17 e i 29 anni: “il 70% dei desaparecidos rientra in questa fascia d’età”, chiarisce Héctor.

Dal jet set alla miseria

La crisi dei desaparecidos non colpisce il Messico in modo uniforme. Ci sono territori in cui la violenza legata ai cartelli, ai traffici e alle sparizioni si concentra con particolare intensità. Tra questi c’è proprio lo Stato di Jalisco, da sempre considerato il cuore pulsante della cultura messicana, ma la sua capitale, Guadalajara, nasconde un’identità più buia. Centro commerciale ed economico nella regione di El Bajío, è considerata la terza area metropolitana più popolata del Messico. Una posizione strategica che negli anni l’ha trasformata anche in un crocevia per traffici criminali di ogni tipo. “Ma non dimentichiamoci Acapulco nello Stato di Guerrero, altro epicentro drammatico, che è pienamente rappresentativo del valore predatorio della criminalità: fino agli anni Settanta era sinonimo di ricchezza, eleganza, bella vita, luogo privilegiato del jet set internazionale, mentre dopo l’arrivo delle cosche è diventato un territorio difficilissimo”, aggiunge Speranza.

Vent’anni di “successioni” aperte

Secondo le cifre ufficiali, oggi in Messico ci sono oltre 130mila persone scomparse. Un fenomeno che, spiega Speranza, ha avuto una drammatica accelerazione a partire dal 2006, anno in cui lo Stato messicano dichiarò guerra ai cartelli della droga. “In questi venti anni abbiamo assistito ad una specie di parabola: ogni volta che si colpisce, con l’arresto o con la morte, un boss, e di conseguenza il suo clan, si apre la partita della “successione”, per decidere chi gestirà i traffici rimasti senza controllo”. Ed è proprio in questa fase che in tanti devono sparire: criminali rivali, testimoni, familiari, persone che in qualche modo erano a conoscenza di certi traffici.

Il terrore che offusca i dati

A giocare un ruolo fondamentale nel racconto, però, è la paura. “Quando ho girato il Paese nel 2018 per realizzare il mio reportage ho conosciuto persone terrorizzate, che mai avrebbero denunciato. Altre, di fronte a violenze terribili, con pezzi di corpi umani fatti ritrovare davanti la soglia di casa, hanno scelto, invece, di far valere la loro voce – racconta Speranza -. Il fenomeno è sicuramente sottostimato rispetto alle cifre ufficiali, ma è impossibile dire effettivamente di quanto”.

Nei pressi di uno stadio

Negli ultimi dieci anni, sempre secondo il racconto di Speranza, le sparizioni forzate sono cresciute di oltre il 200%, con una media di circa quaranta persone al giorno. A Guadalajara, però, i numeri finiscono per avere un luogo preciso, una consistenza fisica. Emergono dalla terra nelle periferie della città, nei burroni che circondano Zapopan, dentro case abbandonate o sacchi neri lasciati ai margini delle strade. E mentre il Messico si prepara ad accogliere il mondo per i Mondiali del 2026, a pochi chilometri dallo stadio Akron – una delle strutture che ospiterà le partite del torneo – negli ultimi mesi sono stati ritrovati 456 sacchi contenenti resti umani. Un numero enorme, che mostra la misura della crisi che attraversa Jalisco e che convive, quasi in modo invisibile, con la vetrina internazionale che il Paese si prepara a mostrare.

Due partite molto diverse da giocare

Due realtà che a confronto stridono, ma che sembrano quasi convivere indisturbate: da una parte la criminalità organizzata, dall’altra il Paese avanzato e turistico. E se l’avvicinarsi dei Mondiali potrebbe essere il pretesto per portare le telecamere all’interno del Paese, rimane il dubbio sulla volontà: “Si vorrà parlare del contesto in cui si svolgono i mondiali o si vorrà parlare solo del calcio che si può prestare bene come arma di distrazione di massa?”, si domanda Speranza.

Quei traffici transnazionali

Ma ridurre tutto questo ad un problema esclusivamente messicano sarebbe, secondo Speranza, un errore. “Il Messico è solo un’area dove la criminalità organizzata ha agito più indisturbata”, spiega. “Non dobbiamo pensare che quello che accade qui sia gestito a livello locale”. Dietro il fenomeno dei desaparecidos, infatti, si intrecciano reti criminali transnazionali che ruotano attorno ai traffici di droga, armi ed esseri umani. “Le organizzazioni criminali gestiscono una rete di affari che non conosce flessioni, né durante le crisi economiche né durante le guerre o le pandemie”, osserva la giornalista. “Sono reti globali che si avvalgono di colletti bianchi ovunque nel mondo e che continuano ad alimentare gli affari anche in Messico”.

Confini e interessi globali

I desaparecidos, quindi, non raccontano solo il fallimento di uno Stato nella lotta contro la criminalità organizzata, ma anche di una rete più ampia, un sistema che attraversa confini e interessi globali, senza guardare in faccia a nessuno. E se, fra poche settimane, sugli spalti dello stadio Akron, migliaia di persone si ritroveranno a festeggiare e tifare la propria squadra del cuore, a pochi metri di distanza ci sono ancora madri che scavano la terra alla ricerca di un nome, un frammento, una risposta. Per Fausta Speranza, i desaparecidos oggi sono questo: “Morti sospese che interpellano le coscienze di tutti”. Un appello incessante a non dimenticare ciò che, troppo spesso, il resto del mondo preferisce non vedere.

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Messico a metà tra sconfitte e vittorie

di Fausta Speranza

       Iniziano le operazioni di scrutinio per le elezioni che hanno chiuso una delle più sanguinose campagne elettorali in Messico, ma già gli exit poll hanno decretato il ridimensionamento del partito di Obrador. In attesa dei risultati definitivi, è utile riflettere su vari aspetti al di là del consenso espresso al presidente che tre anni fa aveva ottenuto quasi un plebiscito e che non è rieleggibile.

Nel Paese dell’America Latina a nord dell’Equatore, per il capo dello Stato, dopo il mandato di sei anni, non è prevista una seconda candidatura. Anche per questo non si deve ridurre ad un referendum su Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, il voto di mid-term più ampio di sempre: oltre 93 milioni di messicani sono stati chiamati alle urne domenica 6 giugno e lunedì 7 per il rinnovo del Congresso e di un numero mai così alto di autorità locali. In ballo c’erano 15 governatori dei 32 in ruolo nel Paese e 20.000 incarichi tra sindaci e presidenti di municipalità.

Morena resta il primo partito nel Paese che ha quattro fusi orari, anche se Juntos Hacemos Historia, la coalizione tra Morena, Partido del Trabajo e Verdi, ha ottenuto 279 seggi, contro i 313 che aveva la precedente coalizione. Senz’altro è importante ribadire che sembra non ci sia più una maggioranza qualificata, in grado ad esempio di cambiare la Costituzione. Certamente non si è ripetuto l’en plein che si è visto nel luglio 2018 quando Obrador è stato eletto presidente a furor di popolo e la sua coalizione  aveva conquistato due terzi dei seggi al Congresso.

In ogni caso, il Movimiento Regeneración Nacional, che nel suo acronimo ricorda la “vergin morena” o morenita, come la popolazione messicana, tutta e non solo i credenti, chiama  la Madonna di Guadalupe, se è vero che ha perso due terzi dei rappresentanti nella Città del Messico che controllava quasi interamente, ha comunque conquistato ben 10 dei 15 governatori sul territorio nazionale. Spetterà in prima battuta a Mario Delgado, leader nazionale del Partito Morena, fare i conti con questa sorta di vittoria a metà.

Colpisce il successo dei Verdi che è l’elemento nuovo della coalizione di governo. Nello schieramento che sostiene il presidente, a Morena e al Partito dei lavoratori si sono uniti i Verdi che, secondo gli exit poll, sono la vera rivelazione. E potrebbero esserlo non solo per il Messico: potrebbero indicare una tendenza a promuovere l’impegno ecologista nelle Americhe mentre avanza in Europa. Va detto che hanno sostituito Encuentro Social, il partito degli evangelici che, praticamente dopo l’exploit accanto a Morena nel 2018, si è andato dissolvendo. E anche questo è un elemento da considerare.

L’avanzamento della contro-coalizione segna il ritorno dei partiti tradizionali, fenomeno tutto da studiare. Non si può definire del tutto inedito, ma certamente il raggruppamento dei partiti  che hanno fatto per decenni la storia del Messico moderno e che tre anni fa sembravano spazzati via ha dell’insolito. Dagli Anni Ottanta non si vedevano alleati e comunque lo erano stati per tatticismi di governo. Per questa elezione, si sono compattati nell’intento, in parte riuscito, di frenare la coalizione di governo. Si parla del Pri, del Pan e del Prd. Il Pri, il Partido Revolucionario Institucional,  ha guidato il Paese per settant’anni dopo la rivoluzione che nel 1920 cacciò il generale Porfirio Diaz, chiudendo 35 anni di governo assoluto. Il Pan, il Partido Acción Nacional, che a volte erroneamente la stampa italiana definisce di centro destra, è semplicemente un antagonista storico del Pri. E poi c’è il progressista Prd, il Partido de la Revolución Democrática che è nato da una costola del Pri di dichiarato stampo socialdemocratico.

In attesa dei risultati definiti, c’è un dato certo: il 52 per cento di affluenza, che ha superato il 48 per cento delle precedenti elezioni di mid-term del 2015. Racconta di un popolo che ha raggiunto i seggi dopo che, in pochi mesi, 90 candidati sono stati uccisi. Tra questi, c’era Alma Barragan,  che si presentava per il ruolo di sindaco a Moroléon nello Stato centrale di Guanajuato, freddata come tanti altri alla fine di un comizio. Era legata al Movimento Ciudadano, che, almeno secondo le dichiarazioni di voto, ha poi conquistato, a sorpresa,  il governatorato a Nuevo Léon.

La violenza, che non si è fermata neanche durante le operazioni di voto, non ha fermato l’accesso alle urne. Cinque dipendenti dell’Istituto elettorale sono stati colpiti a morte in Chiapas, alcuni seggi sono stati presi d’assalto a Puebla e nello Stato del Messico. Poco importa stabilire se sia stata o no la campagna elettorale più violenta di sempre, di fatto, dopo la lieve flessione del numero di omicidi negli ultimi tempi, – relativa in un Paese che segna il drammatico record di 100 uccisioni al giorno –  l’accanimento contro i candidati che più si sono esposti contro corruzione e narcotraffico ha avuto il sapore della minaccia. Ma non ha fermato il popolo messicano che ha dato al mondo ancora una volta una lezione di speranza.

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/l-italia-nel-mondo-4/estera/369-messico-a-meta-tra-sconfitte-e-vittorie

Guerriglia urbana in Messico

il commento di Fausta Speranza
18/10/2019

Culiacán, il capoluogo dello stato messicano del Sinaloa, è stata al centro di una vera e propria guerriglia urbana tra polizia ed esercito da un lato e il potente cartello della droga locale dall’altro. Gli episodi violenza, con decine di automobili date alle fiamme, cittadini costretti a rifugiarsi nei bar, è stata scatenata dall’arresto di Ovidio Guzmán López, figlio del narcotrafficante Joaquín Guzmán Loera, più noto come “El Chapo”, e considerato attualmente una delle persone a capo del cartello. Dopo più di dieci ore di scontri si apprende che il figlio di “El Chapo” sia tornato in libertà. Abbiamo chiesto alla giornalista Fausta Speranza, che ha pubblicato per noi un reportage sul Messico dal titolo MESSICO IN BILICO un breve commento che riportiamo qui sotto.

“Si tratta di un episodio che mette in luce soprattutto due elementi: la quantità e il livello di armi a disposizione della criminalità: da dispositivi di precisione a mitragliatrici. E questo deve ricordare che dovremmo chiedere “muri” di diverso tipo non solo contro i migranti ma contro i trafficanti di armi (da Usa a Messico) che sostengono e assicurano il mercato delle droghe.

Il secondo aspetto è quello dell’implicazione, in questo episodio, di forze dell’esercito e della polizia che oltretutto in Messico sono sdoppiate tra quelle federali e quelle dello stato locale. Il presidente Obrador da tempo prospetta la formazione di un’unica Guardia nazionale contro i narcos per “ottimizzare” ed evitare sovrapposizioni e maglie in cui si annida e rafforza la corruzione. Ma ci sono resistenze varie, mentre la popolazione ormai non ha più nessuna fiducia nei confronti nei confronti di nessuna divisa. Tutto questo rafforza le posizioni di chi come il figlio di “El Chapo” sta riorganizzando il crimine in Messico.”

Fausta Speranza

Messico, traffici di droga e di persone: la frontiera dell’Inferno

Mentre Trump continua la costruzione del muro per fermare uomini, donne e bambini in fuga dal Centro e Sud America, il commercio di sostanze stupefacenti e armi con gli Stati Uniti prospera e punta all’Europa

di Fausta Speranza

L’ultima vittima conosciuta è una cronista di razza, Norma Sarabia, 46 anni, uccisa davanti a casa nella serata di martedì 11 giugno da due uomini in moto. «Indagava su episodi di malcostume nella polizia e aveva ricevuto minacce anonime», ha fatto sapere il giornale per cui lavorava, Tabasco hoy. In Messico non esiste solo il muro contro i migranti pianificato da Donald Trump, c’è anche la toccante esperienza di chi “fa muro” contro il narcotraffico, la corruzione, l’omertà, la non considerazione del valore della vita umana. Chi ne è protagonista rischia di persona, ma sono in tanti a non arrendersi.

È la storia coraggiosissima di una parrocchia di Acapulco e di un murale. Nessuna analogia con l’atmosfera da bella vita e jet set internazionale degli anni Sessanta. Oggi è un epicentro delle violenze collegate al traffico di droga e di armi che determinano nel Paese il record di 80 omicidi e sei persone scomparse al giorno. La chiesa della Sacra Famiglia ha risposto con un grande, coloratissimo murale, che alterna immagini e nomi delle vittime della criminalità nella zona, grazie ai fondi della Onlus italiana “Amici di Santina Zucchinelli” di don Luigi Ginami, che ha assicurato a padre Octavio Gutiérrez Pantoja, direttore della pastorale ad Acapulco, 22 mila euro.

Il filo spezzato di tante vite resta intrecciato nella memoria collettiva e disegnato su questo muro che rappresenta una sfida al grigiore e all’oscurità delle logiche di morte dei narcos. Una donna ci ha detto: «Abbiamo cadaveri fatti a pezzi per le strade e c’è la consapevolezza che tanti militari sono corrotti. Questo murale ha ridato colore alla nostra speranza».

I dati sono agghiaccianti: dal 2006, anno di inizio della presidenza di Felipe Calderon che dichiarò “guerra al narcotraffico”, 200 mila vittime, tra cui 50 sacerdoti (di cui 7 assassinati l’anno scorso, stando ai dati del Centro Católico Multimedial), e 35 mila desaparecidos, tra cui i 43 studenti sequestrati ad Ayotzinapa il 26 settembre 2014 da uomini in divisa e finiti nel nulla. Dal 2017, l’escalation si è impennata. Nel 2019, con l’assassinio di Norma Sarabia sono dieci i giornalisti uccisi, undici se si conta dal 1° dicembre 2018, giorno dell’insediamento del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo.

Nel più meridionale Paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile mix di natura, storia, cultura, arte, spiritualità, possedere un’arma è un diritto costituzionale, ma è diventato diritto di uccidere.

Dal Messico passano droga ed esseri umani in disperata fuga dal Centro America. E dagli Stati Uniti arrivano soldi e armi: per numerosi Stati non c’è un limite di transazioni. Quelle illegali in Messico vengono reperite con la formula dello straw purchase, l’acquisto di un bene o servizio per qualcuno e successivo trasferimento alla persona richiedente.

Da anni, la pressione dei migranti verso il Nord America comincia più a sud del Messico: da Guatemala, Honduras, San Salvador, che conoscono livelli di violenza ben peggiori ed estrema povertà. Circa 440 mila persone in media ogni anno. Ma di recente la novità è stata la mobilitazione di massa. Da ottobre ci sono state fino a ora sei grandi carovane di migranti: anche settemila persone, tra cui donne e bambini, in marcia tutte insieme, offrendo l’immagine di un “esodo biblico”. Una scelta dettata innanzitutto dal tentativo disperato di non cadere vittime dei trafficanti di esseri umani, di abusi, ruberie, e poi di richiamare l’attenzione del mondo.

Il presidente Trump ha risposto con un notevole dispiego di forze militari – 11 mila soldati – lungo il confine. Obrador sta cercando politiche di mediazione. Ha lanciato il piano Quédate en Mexico, rimanete in Messico, che prevede che tutti i richiedenti asilo agli Stati Uniti attendano la decisione in merito al loro caso in territorio messicano, secondo una sorta di esternalizzazione di servizi. E ha chiesto soldi a Trump per un piano di sviluppo da 20 miliardi di dollari per l’America Centrale. Tre quarti dei fondi dovrebbero servire alla creazione di posti di lavoro e alla lotta alla povertà, il resto al controllo delle frontiere.

Trump continua a parlare di muro, vecchia promessa della campagna elettorale. Ha cercato di imporre lo stanziamento di 18 miliardi di fondi al Congresso, arrivando al record di settimane di shutdown, cioè di bilancio federale bloccato dal braccio di ferro. Non l’ha spuntata e al momento ha ottenuto “solo” un miliardo dai fondi del Pentagono.

Dal 1994 Washington, sotto diverse amministrazioni, ha avviato e proseguito i lavori per una barriera e ha organizzato maggiori controlli, ma il muro pensato da Donald Trump è di cemento armato e non è solo fisico: i provvedimenti presi nell’autunno scorso hanno portato a separare bambini e genitori migranti, un “confine” che mai dovrebbe essere ammesso. Per fortuna la risposta della magistratura statunitense c’è stata, oltre all’indignazione mondiale, e almeno questo “muro” sembra sgretolato. Ma la particolarità di Trump sta anche nelle paventate politiche interne in tema di migranti, che fanno tremare i tanti messicani che si trovano già sul territorio: migliaia, per esempio, impegnati a lavorare nei campi in California temono l’espulsione. La frontiera ovviamente ha una storia. Dopo la fine della guerra tra Stati Uniti e Messico nel 1848, diventa una zona grigia del contrabbando, mai davvero combattuto. Poi sono arrivati i traffici di armi e di cocaina. Le sostanze stupefacenti rimbalzano dall’America Centrale in America del Nord, in Africa, in Europa e ormai anche in Cina, dove si “arricchiscono” di materie chimiche che a buon mercato aiutano a seminare morte.

Un esempio dei tentacoli che arrivano in Europa ci porta in Italia: rapporti Onu e procuratori locali attestano che nell’ultimo anno in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ’ndrangheta la gestione del territorio. È contro tutti questi traffici che andrebbero eretti muri, solidi, che invece non si vedono.

da Famiglia Cristiana del 1 luglio 2019

Il coraggio di resistere ai narcos su Left

Il coraggio di resistere ai narcos

sulla rivista Left, numero 44 del 2018

di Fausta Speranza

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

        Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

…la cronaca di quei giorni del 2018:

La lunghissima fila di esseri umani che ha tagliato in due il Messico puntando verso gli Usa – al momento di andare in stampa – è giunta Tanapatepec, nello stato di Oaxaca. I migranti in marcia, in fuga da Honduras, Guatemala e San Salvador, hanno in massima parte rifiutato la proposta del premier Pena Nieto, un piano di accoglienza nel Paese chiamato “Sei a casa tua” che prevedeva regolarizzazione e accesso ai servizi di base, a patto di essere ospitati in Chiapas e Oaxaca. Secondo molti di loro, infatti, le condizioni di quelle zone sarebbero simili ai Paesi di provenienza. Il viaggio della carovana è cominciato il 13 ottobre scorso in Honduras (Paese che primeggia per tasso di omicidi, 56 ogni 100 mila abitanti nel 2016, secondo la World bank), quando 160 persone si sono radunate nella città di San Pedro Sula. Grazie al passaparola sono rapidamente decuplicate, riuscendo ad attraversare il Guatemala. AI momento dell‘ingresso in Messico, sarebbero state 7 mila, secondo l’Onu. Una seconda carovana si è formata in Guatemala nella speranza di ripetere l‘impresa della prima. Mentre l‘America, attraverso il presidente Trump e i suoi ambasciatori locali, minaccia il rimpatrio chi proverà ad attraversare il confine. Ma il movimento non si ferma. Prossima destinazione: Città del Messico.