Nonostante la ruspa della Storia

05 dicembre 2025
Un’altra Roma in «Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza» di Rossella Pace
di Fausta Speranza

«La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta». Con questo incipit poetico, Eugenio Montale, nel suo componimento La Storia, mette in guardia dalle ricostruzioni ideologiche e sottolinea che «la storia non è prodotta /da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora». Ci sembrano parole utili, come una cartina tornasole, a introdurre il lavoro della studiosa Rossella Pace che, lontana da velleità ideologiche o fantasiose interpretazioni, ha ricostruito, documento dopo documento, vicende e risvolti di un vissuto collettivo praticamente dimenticato tra i tragici fatti del Novecento. Si tratta di Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Milano, Franco Angeli, 2025, pagine 120, euro 22). Ricostruisce pezzi di storia considerati a lungo minori, trascurabili, lasciando emergere il ruolo della Santa Sede e anche quello delle donne.

Memorialista e fonti private

Si tratta di uno studio comparativo della memorialistica e delle fonti archivistiche private finora inedite, che presenta uno spaccato di Roma tra gli anni Venti e l’occupazione tedesca della città tra il 1943 e il 1944. Pace racconta la continuità delle élites liberali in Italia attraverso la dittatura fascista, fino alla seconda guerra mondiale e al ritorno della democrazia. Ricostruisce gli interventi della Santa Sede, sotto il Pontificato di Pio XII, tesi a intercedere con gli occupanti tedeschi, per conto di alcune famiglie aristocratiche romane, al fine di liberare o salvare prigionieri antifascisti. Sono interventi evidenziati dai documenti della Commissione soccorsi nel Fondo Pio XII dell’Archivio Apostolico Vaticano. C’è poi il ruolo di molti sacerdoti e religiosi che rischiano la vita, come il camaldolese padre Bernardo Ignesti che, nel monastero di san Gregorio al Celio adibito al tempo a prigione, riesce a salvare moltissime persone.

È la storia di come, attraverso una fitta rete di relazioni familiari e associative, quelle élites mantengano in vita i princìpi di libertà nei quali si erano formate e li tramandino alle nuove generazioni, opponendo una resistenza sotterranea al regime mussoliniano, fino a sostenere l’ala patriottica, lealista, non ideologizzata della Resistenza.

In una mappa allargata della resistenza

Per quanto riguarda le famiglie aristocratiche, c’è una figura chiave a partire dalla quale si riesce a tracciare la “mappa” della resilienza e poi della resistenza liberale romana: è il duca siciliano Giovanni Colonna di Cesarò. Nipote per parte di madre di Sidney Sonnino, esponente dell’ala radicale della classe politica liberale messinese, deputato dal 1909, interventista nella Grande Guerra, ministro delle Poste nel governo Facta e poi nel primo esecutivo Mussolini, Cesarò come molti liberali rompe con il fascismo nel corso del 1924 e, dopo il delitto Matteotti, è con Giovanni Amendola tra i principali animatori della protesta dell’Aventino contro la deriva apertamente autoritaria del regime. Da allora il duca avrebbe continuato, fino alla morte nel 1940, a svolgere una costante attività di collegamento clandestina, a Roma e nel resto d’Italia, tra le frange disperse dell’opposizione liberale, sorvegliato e schedato dal regime ma mai “colto sul fatto”. Viene considerato da alcuni l’ispiratore del fallito attentato a Mussolini a opera dell’irlandese Violet Gibson nel 1926.

Il ruolo delle donne

Ma leggendo il testo di Pace si capisce che non si potrebbe ricostruire l’intera trama se non si considerasse il ruolo delle donne. La studiosa cita la grande funzione di aggregazione tra le élites liberali romane svolta in quel periodo dai salotti mondani gestiti da donne colte come Lavinia Taverna, Giacinta Marescotti, Giuliana Benzoni, nonché il ruolo diretto nell’ambito dell’associazionismo del gruppo femminile nato nel circolo della regina Margherita, che aveva formato una generazione di donne sempre più presenti nella vita civile. Inoltre, le eredi di Cesarò, la moglie Barbara Antonelli e le figlie Mita e Simonetta, svolgono, a partire dall’inizio della guerra, una funzione di raccordo. Si tratta del raccordo tra i vari rami dell’antifascismo liberale romano, che si incontravano nei palazzi del rione Colonna e Campo Marzio e soprattutto nella loro casa di Via Gregoriana, e di cauti contatti con la diplomazia statunitense. I documenti riportati da Pace raccontano di come la condanna di Simonetta di Cesarò al confino a Sorrento si sia trasformata in un’occasione privilegiata. Madre e figlie infatti hanno avuto modo di stringere contatti con Giuliana Benzoni e le figlie di Benedetto Croce, lì trasferitosi per sfuggire ai bombardamenti. Inoltre, si sono create le condizioni per la tessitura di un “complotto” liberale finalizzato a portare dalla parte degli antifascisti la principessa Maria Josè, della quale la Benzoni era dama di compagnia, e la Corte. L’obiettivo era sostituire il governo di Mussolini con un esecutivo politico ma il tentativo fallisce per la riluttanza di Vittorio Emanuele III. Quando poi, dopo l’8 settembre, Roma viene occupata dai tedeschi, — si legge nel testo di Pace — le Cesarò, insieme con la Benzoni e altre nobildonne, sostengono il Fronte militare clandestino guidato da Giuseppe Cordero di Montezemolo.

Il ruolo della Santa Sede

Contemporaneamente svolgono un’incessante opera di triangolazione con la Santa Sede, nella persona del Sostituto Segretario di Stato Montini e spesso dello stesso Pio XII, per la liberazione dei prigionieri e la salvezza dei condannati. Intanto, gli edifici della Santa Sede, per il loro statuto di extraterritorialità, offrono costantemente rifugio ai ricercati. In definitiva, durante l’occupazione nazista — scrive Pace — è esistita “un’altra Roma”, sotterranea e sotto assedio ma mai doma.

Come assicura Montale, «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli». Dove non si deve smettere di fare ricerca.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-12/quo-280/nonostante-la-ruspa-della-storia.html

Il coraggio di resistere ai narcos su Left

Il coraggio di resistere ai narcos

sulla rivista Left, numero 44 del 2018

di Fausta Speranza

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

        Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

…la cronaca di quei giorni del 2018:

La lunghissima fila di esseri umani che ha tagliato in due il Messico puntando verso gli Usa al momento di andare in stampa è giunta Tanapatepec, nello stato di Oaxaca. I migranti in marcia, in fuga da Honduras, Guatemala e San Salvador, hanno in massima parte rifiutato la proposta del premier Pena Nieto, un piano di accoglienza nel Paese chiamato Sei a casa tuache prevedeva regolarizzazione e accesso ai servizi di base, a patto di essere ospitati in Chiapas e Oaxaca. Secondo molti di loro, infatti, le condizioni di quelle zone sarebbero simili ai Paesi di provenienza. Il viaggio della carovana è cominciato il 13 ottobre scorso in Honduras (Paese che primeggia per tasso di omicidi, 56 ogni 100 mila abitanti nel 2016, secondo la World bank), quando 160 persone si sono radunate nella città di San Pedro Sula. Grazie al passaparola sono rapidamente decuplicate, riuscendo ad attraversare il Guatemala. AI momento dellingresso in Messico, sarebbero state 7 mila, secondo l’Onu. Una seconda carovana si è formata in Guatemala nella speranza di ripetere limpresa della prima. Mentre lAmerica, attraverso il presidente Trump e i suoi ambasciatori locali, minaccia il rimpatrio chi proverà ad attraversare il confine. Ma il movimento non si ferma. Prossima destinazione: Città del Messico.

 

Tra vecchie e nuove schiavitù: reportage dalla golden coast

su “Famiglia Cristiana”

gli articoli del dossier: Ghana, crocevia di interessi

Nell’Africa alle prese con l’emergenza Ebola, l’espandersi del fondamentalismo islamico e la nuova colonizzazione cinese, c’è un Paese che spicca per assenza di conflitti, sviluppo economico e legame con l’Occidente: è il Ghana, che, però, visitato da vicino si fa cartina tornasole di tragiche contraddizioni.

Il Ghana è diventato il centro logistico dell’Onu per portare avanti la battaglia contro l’epidemia di ebola in Africa occidentale. Accra è l’hub, il centro di smistamento, di tutte le forniture e gli aiuti alla regione subsahariana, in particolare quelli destinati ai paesi più colpiti come Liberia, Guinea, Nigeria e Sierra Leone.  Si sa bene che Accra ha ristretto di molto le misure sulle migrazioni, volendo evitare l’espandersi dell’epidemia, ma non si sa abbastanza sul numero di contagiati al suo interno. E soprattutto sui possibili effetti di questo isolamento.

Il Ghana mette in atto le più moderne policy dell’Onu sul genere femminile, ma perpetua forme vecchie e nuove di schiavitù. Segna una crescita del PIL del 7,5%, ma tollera un pericoloso livello di povertà nel nord musulmano. Vanta i media più indipendenti del continente, ma non racconta al mondo che si fa discarica dei materiali elettronici di Usa e Europa. Si gloria di non avere conflitti interetnici ma non combatte l’espandersi inquietante di sette protestanti che sfruttano l’ignoranza delle persone per fare soldi, come denuncia a Famiglia Cristiana il segretario generale della Conferenza Episcopale locale.

Nel cuore dell’Africa nera, sul Golfo di Guinea, il Ghana è stato il primo paese del continente che si è reso indipendente dopo secoli di colonizzazione del continente. Nel 1957 ha scelto l’autonomia rispetto alla Gran Bretagna e da allora ha attraversato decenni di pace. C’è stato nei primi anni il controllo stretto da parte della classe militare, un colpo di Stato, ma mai episodi cruenti. E piano piano il Paese dell’Africa occidentale si è incamminato in un percorso verso una forma sempre più compiuta di democrazia. Oggi al Ghana si riconosce un meccanismo di governo democratico, libere elezioni, e grande attenzione alle linee guida delle Nazioni Unite. Non meraviglia, considerato che dal 1 gennaio 1997 al 31 dicembre 2006, il ghanese Kofi Annan è stato segretario generale del Palazzo di Vetro.

C’è poi il legame stretto con gli Stati Uniti. Nel 2009, il presidente Obama ha scelto il Ghana per la sua prima visita nel Continente nero. Non a caso. Il Ghana è stato il principale crocevia della schiavitù. Nella famigerata fortezza di Cape Coast, tra il XVII e il XIX secolo, sono passati in catene tra i 12 e i 20 milioni di persone. Uomini schiavi di altri uomini. Da lì il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti d’America ha lanciato il suo grido di dolore per un passato tanto pesante. Ma basti dire che tra i meandri più corrotti dell’amministrazione di Accra passano i passaporti falsi ghanesi con cui tante prostitute nigeriane arrivano, non su barconi ma in aereo, fino in Europa. Il toccante discorso di Obama da Cape Coast sul cammino di un’umanità dolente che prende coscienza di abissi di disumanità non può essere tutto quello che gli Usa e l’Occidente possono fare.

E poi c’è l’Europa, che figura come primo donatore tra quanti sostengono economicamente il Ghana, che, nonostante la recente scoperta del petrolio, continua a dipendere dall’assistenza internazionale. Proprio dalla delegazione dell’Unione Europea ad Accra arriva l’allarme. Lo sviluppo dell’area sul Golfo, dove si trova la capitale, e il boom di scambi commerciali non deve ingannare: non c’è solo la faccia del sud in via di progressi economici e sociali, c’è anche l’altra faccia del nord povero e musulmano. Incontriamo il consigliere politico Ue nel suo ufficio ad Accra. Si chiama Judikael Regnaut ed è chiarissimo: “C’è il forte rischio che il dilagare dell’estremismo islamico si nutra dell’arretratezza del nord e attecchisca anche nel pacifico e avanzato Ghana”.

Onu, Usa e Ue non possono accontentarsi della faccia più presentabile per cantare vittoria. In Ghana, simbolo dell’Africa in sviluppo, ci si muove in realtà sul terreno ormai obbligato della globalizzazione. Si avverte di viaggiare sì nel cuore dell’Africa nera ma anche su piani intersecanti tra Africa, Europa, Stati Uniti, Cina. In questo senso parliamo di un paese simbolo.

Donne, tutelate solo a parole

E’ rosa una pagina ogni giorno dei giornali in Ghana ma le prime vittime del traffico di esseri umani sono donne.  di Fausta Speranza

bambina-ghanese-in-un-villaggio-vicino-al-fiume-volta_1112174

Gli articoli del dossier: Ghana,crocevia di interessi

Donne, tutelate solo a parole
I cinesi e la corsa all’oro del Ghana
I piccoli schiavi che sostengono l’economia del Ghana
Ghana: Obloboshie, la discarica dell’Occidente
Ghana, quelle bare creative

In Ghana, su indicazione delle Nazioni Unite, ogni giorno una pagina dei quotidiani viene dedicata per legge alla questione femminile. Un provvedimento che proietta il Ghana all’avanguardia sul tema. Ma che non squarcia ancora il velo su diverse emergenze rosa. Dalla confinante Costa d’Avorio e dalla vicinissima Nigeria, transitano in Ghana migranti verso l’Europa. Non solo: arrivano in Ghana in migliaia anche da Paesi asiatici come lo Sri Lanka. Non siamo di fronte ai percorsi che da diverse zone dell’Africa portano alle coste del Nord Africa e alle drammatiche carrette nel Mediterraneo, ma siamo di fronte a un altro tipo di tratta: un traffico di passaporti riciclati.

Qualcuno in Ghana ci ha parlato di donne nigeriane che ad Accra prendono passaporto ghanese per passare più facilmente le frontiere in modo regolare. Ma nessuno è disposto a dichiararlo mettendoci la faccia. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, che ha un ufficio ad Accra, apertamente, on the record, ci ha confermato solo il caso di diverse centinaia di asiatici finiti su strada nel 2013, dopo aver pagato trafficanti di uomini che li fanno giungere in modo illegale in Ghana con la promessa di portarli poi in Canada. Ma in Ghana vengono abbandonati a loro stessi. Tra questi molte donne che finiscono nel giro della prostituzione. In tema di donne c’è poi una tradizione antica che risale al XVII secolo e che è durissima a morire.

E’ il fenomeno delle Trokosi, cioè letteralmente le spose-schiave del dio. Si basa sulla convinzione che si possa cancellare colpe di uomini delle famiglie donando una giovanissima della famiglia stessa a un uomo riconosciuto come divinità che abita in una sorta di santuario. In Ghana sopravvivono un migliaio di queste assurde strutture. Si concentrano soprattutto nella regione del Volta, ma ce ne sono anche nell’area urbana intorno alla capitale.

L’età delle giovani, che devono essere vergini, varia tra i 6 e i 10 anni. Saranno per la vita dedicate a quell’uomo, a disposizione dei suoi bisogni sessuali, segnate nel vestiario da un abbigliamento tradizionale scarno e fatto di teli di iuta, rigorosamente senza calzature. In alcuni casi, dopo anni l’uomo le lascia andare ma le famiglie difficilmente le riaccolgono e vagano per il Paese. Sono considerate creature folli o streghe. Se si chiede in giro, nessuno nega che esistino ma nessuno ti aiuta ad incontrare qualcuna di loro.

Di questioni femminili e di Trokosi abbiamo parlato con Afua Ansre, che abbiamo incontrato nel suo ufficio Onu ad Accra. Oltre a confermarci che il fenomeno è tutt’altro che superato ci ha dichiarato: “Non sento mai politici ghanesi parlare di trokosi”. Anche se c’è una pagina rosa al giorno da riempire.
da Famiglia Cristiana del 16 ottobre 2014

I cinesi e la corsa all’oro del Ghana

In Ghana i cinesi invadono ma non hanno affatto la vita facile che hanno in altri Paesi africani. di Fausta Speranza

cinesi-nel-nord-del-ghana_1112291

Si chiamano galamsey operator, sono i cercatori d’oro illegali. Sono soprattutto cinesi. Arrivati in Ghana in numero massiccio negli ultimi tre anni: almeno 35.000, provenienti in particolare dalla regione cinese di Guangxi Zhuang. Non si sa come siano entrati illegalmente nel Paese ma si sa che 4500 sono stati espatriati nel solo 2013. Le autorità hanno provveduto all’espatrio per le gravi tensioni sociali che si erano create con la popolazione. Di fatto sono stati i pacifici ghanesi a dichiarare guerra a questo esercito di illegali arrivato con materiale tecnologico all’avanguardia per l’estrazione dell’oro.

In particolare parliamo della regione dello Ashanti, a nord di Accra ma ancora in zona quasi centrale del Paese. Gli episodi di violenza sono avvenuti soprattutto nei villaggi intorno a Obuasi, ma anche nella zona di Nsuaem Kyekyewere, che sta nella cosiddetta regione centrale che, a dispetto del nome, penetra nella zona nord del Ghana. In modo fraudolento, ignorando le autorizzazioni governative necessarie per lo sfruttamento delle miniere nel Paese, i cinesi fanno fortissimi ricavi. Ma sono stati oggetto di veri e propri attacchi da parte della popolazione che si è vista colpita in quella che da sempre è la prima risorsa del Ghana, l’oro. Basti ricordare che il tratto di costa ghanese sul Golfo di Guinea è stata denominata dai colonizzatori inglesi la Gold Coast.

In Ghana ti raccontano che i cinesi, asserragliati nelle foreste e impegnati solo di notte nell’estrazione furtiva nelle miniere, assaltano i villaggi e stuprano le donne.

Ma si capisce presto che sono storie raccontate per alimentare l’odio. In realtà risulta che controllino ormai la metà delle oltre 100 tonnellate di oro ricavate all’anno. E questo basta per essere invisi. All’inizio, in realtà, sono stati accolti con favore e stupore perchè avevano macchinari che semplificavano di gran lunga le metodologie locali. Ma poi la gente si è accorta che a beneficiarne erano solo i cinesi. Una consapevolezza presto assunta che colpisce, pensando ai tanti Paesi dell’Africa che consegnano risorse e terre a personale cinese che non chiede tutti i vincoli che l’Europa pretende in termini di diritti umani e rispetto dell’ambiente e che paga in contanti.

Ma bisogna ben focalizzare che la reazione delle autorità è arrivata in Ghana solo dopo fortissima pressione dal basso. I governi di Accra e Pechino firmano accordi significativi per investimenti in costruzioni e infrastrutture. Come dire, Accra ha accompagnato alla frontiera tanti illegali mentre prepara ben più numerosi legittimi visti. In barba al legame preferenziale e d’eccezione con Usa, Europa, Onu.

da Famiglia Cristiana del 16 ottobre del 2014

I piccoli schiavi che sostengono l’economia del Ghana

7000 baby pescatori in catene per assicurare pesce da esportare.

piccoli-schiavi

Appena si lascia la capitale Accra nel più prosperoso sud e, faticosamente sulle impervie strade, ci si dirige verso il centro-est e si riesce a superare la coltre di omertà, ci si imbatte nel fenomeno dei baby pescatori, sfruttati sulle rive del fiume Volta e del Lago Volta. Spesso sono legati alle imbarcazioni perché non si distraggano.

A Kumasi abbiamo incontrato Bernard Fianku, direttore della casa Abram Kessy, a un’ora e mezzo dalla città in una zona di foresta tropicale. Il centro è sorto su iniziativa delle Onlus americana Touch a life e della italiana Una chance, fondata da Patrizia Contri. Da un anno il timone del centro è passato al ghanese Bernard Fianku, segno di un passaggio di responsabilità significativo.

Fianku, che ha un curriculum di alto livello in tema di questioni sociali e pedagogiche, ci racconta dei 46 ragazzini tra gli 8 e i 13 anni che sono faticosamente riusciti a strappare al sistema di schiavitù, che cattura circa 7000 minori in Ghana. Sono ospiti del Centro a Kumasi. Visi segnati dalla sofferenza ma anche illuminati da un amore che fino a poco tempo fa non sapevano esistesse. Fianku ci dice della difficoltà di combattere contro i gruppi organizzati malavitosi ma anche della grande difficoltà di sradicare una mentalità diffusa. In alcuni casi, ci racconta, bambini riscattati dagli schiavisti e restituiti alle famiglie sono stati di nuovo venduti dalle famiglie stesse a nuovi schiavisti.

Ghana, quelle bare creative

la-bara-per-un-coltivatore-di-caffe_1112304  per un coltivatore di caffè

Il Ghana terra di contraddizioni ma anche di suggestiva vitalità: non ha rivali in tema di creatività delle bare per defunti.

la-bara-per-un-sarto_1112324  per un sarto

Nel cuore dell’Africa non meravigliano né i colori accesi né i suoni intensi né le voci animate. In Ghana la popolazione conta 100 etnie e 47 idiomi, oltre all’ufficiale lingua inglese. Non sorprende dunque la ricchezza e la varietà di tradizioni. Tra queste, una ci ha colpito più di altre. Ci siamo imbattuti in un laboratorio di costruzione di bare.

Tra pezzi di legno e pitture più o meno naturali, abbiamo incontrato giovanissimi artigiani che mettevano a punto, con grande creatività, bare pensate non per esaltare l’importanza del defunto, come spesso accade tra legni pregiati e fregi particolari in Occidente, ma piuttosto figurate per richiamare l’attività che la persona defunta ha svolto o la sua passione. Si vedono allora bare a forma di automobili, di macchina da cucire, di chicco di caffè, ma anche di lattina di bibita, di animali etc etc. Emerge una cura e una simpatia che colpiscono.

Sembra rappresentata un’altra concezione della morte e, dunque, di riflesso anche della vita. Resta una sensazione di leggerezza, di accettazione, che allarga il cuore.

16 ottobre 2014

https://www.famigliacristiana.it/articolo/obloboshie-la-discarica-dell-occidente.aspx