Nonostante la ruspa della Storia

05 dicembre 2025
Un’altra Roma in «Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza» di Rossella Pace
di Fausta Speranza

«La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta». Con questo incipit poetico, Eugenio Montale, nel suo componimento La Storia, mette in guardia dalle ricostruzioni ideologiche e sottolinea che «la storia non è prodotta /da chi la pensa e neppure / da chi l’ignora». Ci sembrano parole utili, come una cartina tornasole, a introdurre il lavoro della studiosa Rossella Pace che, lontana da velleità ideologiche o fantasiose interpretazioni, ha ricostruito, documento dopo documento, vicende e risvolti di un vissuto collettivo praticamente dimenticato tra i tragici fatti del Novecento. Si tratta di Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (Milano, Franco Angeli, 2025, pagine 120, euro 22). Ricostruisce pezzi di storia considerati a lungo minori, trascurabili, lasciando emergere il ruolo della Santa Sede e anche quello delle donne.

Memorialista e fonti private

Si tratta di uno studio comparativo della memorialistica e delle fonti archivistiche private finora inedite, che presenta uno spaccato di Roma tra gli anni Venti e l’occupazione tedesca della città tra il 1943 e il 1944. Pace racconta la continuità delle élites liberali in Italia attraverso la dittatura fascista, fino alla seconda guerra mondiale e al ritorno della democrazia. Ricostruisce gli interventi della Santa Sede, sotto il Pontificato di Pio XII, tesi a intercedere con gli occupanti tedeschi, per conto di alcune famiglie aristocratiche romane, al fine di liberare o salvare prigionieri antifascisti. Sono interventi evidenziati dai documenti della Commissione soccorsi nel Fondo Pio XII dell’Archivio Apostolico Vaticano. C’è poi il ruolo di molti sacerdoti e religiosi che rischiano la vita, come il camaldolese padre Bernardo Ignesti che, nel monastero di san Gregorio al Celio adibito al tempo a prigione, riesce a salvare moltissime persone.

È la storia di come, attraverso una fitta rete di relazioni familiari e associative, quelle élites mantengano in vita i princìpi di libertà nei quali si erano formate e li tramandino alle nuove generazioni, opponendo una resistenza sotterranea al regime mussoliniano, fino a sostenere l’ala patriottica, lealista, non ideologizzata della Resistenza.

In una mappa allargata della resistenza

Per quanto riguarda le famiglie aristocratiche, c’è una figura chiave a partire dalla quale si riesce a tracciare la “mappa” della resilienza e poi della resistenza liberale romana: è il duca siciliano Giovanni Colonna di Cesarò. Nipote per parte di madre di Sidney Sonnino, esponente dell’ala radicale della classe politica liberale messinese, deputato dal 1909, interventista nella Grande Guerra, ministro delle Poste nel governo Facta e poi nel primo esecutivo Mussolini, Cesarò come molti liberali rompe con il fascismo nel corso del 1924 e, dopo il delitto Matteotti, è con Giovanni Amendola tra i principali animatori della protesta dell’Aventino contro la deriva apertamente autoritaria del regime. Da allora il duca avrebbe continuato, fino alla morte nel 1940, a svolgere una costante attività di collegamento clandestina, a Roma e nel resto d’Italia, tra le frange disperse dell’opposizione liberale, sorvegliato e schedato dal regime ma mai “colto sul fatto”. Viene considerato da alcuni l’ispiratore del fallito attentato a Mussolini a opera dell’irlandese Violet Gibson nel 1926.

Il ruolo delle donne

Ma leggendo il testo di Pace si capisce che non si potrebbe ricostruire l’intera trama se non si considerasse il ruolo delle donne. La studiosa cita la grande funzione di aggregazione tra le élites liberali romane svolta in quel periodo dai salotti mondani gestiti da donne colte come Lavinia Taverna, Giacinta Marescotti, Giuliana Benzoni, nonché il ruolo diretto nell’ambito dell’associazionismo del gruppo femminile nato nel circolo della regina Margherita, che aveva formato una generazione di donne sempre più presenti nella vita civile. Inoltre, le eredi di Cesarò, la moglie Barbara Antonelli e le figlie Mita e Simonetta, svolgono, a partire dall’inizio della guerra, una funzione di raccordo. Si tratta del raccordo tra i vari rami dell’antifascismo liberale romano, che si incontravano nei palazzi del rione Colonna e Campo Marzio e soprattutto nella loro casa di Via Gregoriana, e di cauti contatti con la diplomazia statunitense. I documenti riportati da Pace raccontano di come la condanna di Simonetta di Cesarò al confino a Sorrento si sia trasformata in un’occasione privilegiata. Madre e figlie infatti hanno avuto modo di stringere contatti con Giuliana Benzoni e le figlie di Benedetto Croce, lì trasferitosi per sfuggire ai bombardamenti. Inoltre, si sono create le condizioni per la tessitura di un “complotto” liberale finalizzato a portare dalla parte degli antifascisti la principessa Maria Josè, della quale la Benzoni era dama di compagnia, e la Corte. L’obiettivo era sostituire il governo di Mussolini con un esecutivo politico ma il tentativo fallisce per la riluttanza di Vittorio Emanuele III. Quando poi, dopo l’8 settembre, Roma viene occupata dai tedeschi, — si legge nel testo di Pace — le Cesarò, insieme con la Benzoni e altre nobildonne, sostengono il Fronte militare clandestino guidato da Giuseppe Cordero di Montezemolo.

Il ruolo della Santa Sede

Contemporaneamente svolgono un’incessante opera di triangolazione con la Santa Sede, nella persona del Sostituto Segretario di Stato Montini e spesso dello stesso Pio XII, per la liberazione dei prigionieri e la salvezza dei condannati. Intanto, gli edifici della Santa Sede, per il loro statuto di extraterritorialità, offrono costantemente rifugio ai ricercati. In definitiva, durante l’occupazione nazista — scrive Pace — è esistita “un’altra Roma”, sotterranea e sotto assedio ma mai doma.

Come assicura Montale, «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli». Dove non si deve smettere di fare ricerca.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-12/quo-280/nonostante-la-ruspa-della-storia.html

«Papa Francesco nella storia: non un’eccezione, ma un frutto della Chiesa del Novecento»

Papa Francesco nella prospettiva storica

27/04/2025  Nel ripensare il suo pontificato occorre evitare sia le banalizzazioni sia le celebrazioni acritiche. La sua attenzione ai poveri, la diplomazia della pace, il dialogo interreligioso e l’impegno per la Casa comune sono eredità profonde, radicate nella storia recente della Chiesa. Con don Roberto Regoli, professore alla Pontificia Università Gregoriana, rileggiamo la parabola di Bergoglio alla luce di un percorso iniziato ben prima di lui, che dal Concilio Vaticano II arriva fino ai nostri giorni lettura in prospettiva nell’intervista allo storico don Roberto Regoli

di Fausta Speranza

su Famiglia Cristiana on line: https://www.famigliacristiana.it/articolo/papa-francesco-nella-storia-non-un-eccezione-ma-un-frutto-maturo-della-chiesa-del-novecento.aspx

Nel raccontare la figura di un papa, e tanto più nel momento in cui ha chiuso la sua parabola terrena ed è tornato alla Casa del Padre, viene spontaneo sottolineare tutte le specificità che hanno caratterizzato il suo Pontificato e la sua personalità. Di papa Francesco ricordiamo a gran voce l’attenzione ai più poveri e fragili e i temi dei due anni giubilari: quello della Misericordia e quello, in corso, della Speranza. Se lo sguardo però resta troppo concentrato sugli anni in questione, si corre il rischio di perdere di vista l’ottica più opportuna per “rileggere” qualunque pontificato: quella che lo comprende nella storia della Chiesa, in cui si colloca tra un prima e un dopo. Per una prospettiva più ampia, abbiamo intervistato lo storico don Roberto Regoli, professore ordinario della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana. «In questi giorni», spiega don Regoli, «in tanti hanno parlato di eccezionalità, unicità e di forza rivoluzionaria del pontificato di Francesco, a volte banalizzandolo nei contenuti, come se fosse un extraterrestre o un extraecclesiastico. Facendo passare per nuovo anche ciò che è antico. È opportuno invece inserirlo dentro la storia della Chiesa per capire a meglio il suo contenuto. Solo in questo modo si comprende che Bergoglio ha portato avanti istanze della sua storia personale ecclesiale: un vescovo argentino e dell’America Latina. Un vescovo che era stato al centro delle scelte ecclesiali di quel continente, che ha voluto guardare in maniera preferenziale alle necessità dei poveri e a proporre una Chiesa missionaria dentro gli antichi territori pensati cattolici, ma che non lo sono più. È da ricordare che era un gesuita e la Compagnia di Gesù nel tempo successivo al Concilio Vaticano II ha compiuto la cosiddetta scelta preferenziale per i poveri. Bergoglio non è un caso, un miracolo o un errore della storia, ma il frutto di un percorso. Anche di quello che si inserisce nei pontificati che lo precedono».

In particolare, se guardiamo al Novecento ritroviamo temi fondamentali che vediamo svilupparsi nel corso di diversi papati. Viene in mente innanzitutto il tema della pace e strettamente connessi quelli del multilateralismo e del disarmo…

«Addirittura sin dallo scoppio della prima guerra mondiale (1914-1918) tutti i papi del Novecento si sono impegnati a disarmare la guerra, togliendole ogni possibile pretesa di legittimazione religiosa. Non esiste una guerra santa. Benedetto XV definì la guerra una “inutile strage” e Pio XII dichiarò che “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. E nella stessa direzione sono andati i successori. È importante ricordare Giovanni Paolo II che avviò gli incontri di preghiera delle religioni ad Assisi nel 1986 per far capire al mondo che le religioni non sono causa di guerre, ma comunità per la pace. In questo senso Benedetto XVI dichiarerà addirittura che “la non violenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. E in questo percorso non solo si inserisce papa Francesco, ma lo promuove con la stessa convinzione dei suoi predecessori di fronte a quella che lui ha chiamato con ragione e successo “terza guerra mondiale a pezzi”. La sua diplomazia ha privilegiato il multilateralismo, con un sempre maggiore impegno da parte della Segreteria di Stato vaticana, e un bilateralismo creativo come con l’impiego di cardinali non diplomatici a fini pacificatori. Pensiamo al cardinale Ortega per una mediazione tra USA e Cuba e al cardinale presidente della Cei Zuppi per la guerra in Ucraina».

Il diritto internazionale in questa fase storica sembra sempre più minacciato. Può essere di aiuto inquadrare le parole e gli sforzi di papa Francesco in un contesto più ampio?

«A livello diplomatico papa Francesco si è inserito nella tradizione curiale che ha trovato. Come i suoi predecessori, a partire da Paolo VI, ha chiesto il rispetto del diritto internazionale e il coinvolgimento dell’ONU. Sia lui, sia il suo segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, nei primi anni del pontificato affidano un ruolo dirimente alle Nazioni Unite sulle condizioni e la liceità degli interventi militari, cioè sull’uso della forza al fine di formare una forza di interposizione che blocchi le violenze, le aggressioni e i combattimenti. L’ONU riceve alta considerazione nei discorsi pubblici del papa e del suo cardinale segretario di Stato. La Santa Sede ritiene che per compiere azioni di forza si debba richiedere il consenso internazionale. L’ONU, però, è bloccata dai veti interni incrociati. Lo stesso Parolin si lascia andare ad un pubblico richiamo nel quale considera l’ONU una organizzazione caduta nell’“apatia” e nella “irresponsabilità” e per giunta “passiva dinanzi alle ostilità subite da popolazioni indifese”. Di fronte alle grandi crisi internazionali la Santa Sede rimanda all’autorità dell’ONU, cioè indica un metodo, ma non una soluzione. Ma quel metodo non ha portato frutto, perché bloccato nel fuoco incrociato di veti. A fronte di questa situazione il Papato ha voluto giocare anche da solo alcune mediazioni. Vanno segnalati i buoni uffici posti dalla Santa Sede nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali cubano-statunitensi, rotte dopo la rivoluzione castrista, e che giunse ad un accordo nel 2014».

Come definirebbe la diplomazia di Francesco?

«Durante il pontificato di Francesco emerge un tratto tipico della sua diplomazia, secondo il quale a fianco degli usuali canali diplomatici, il papa coinvolge altri personaggi, nei casi conosciuti alcuni cardinali, come Ortega per Cuba e Zuppi per l’Ucraina, per attivare una diplomazia più personale e personalizzata. Questi canali vengono comunque ricondotti sotto il lavoro della Segreteria di Stato. Si sa di altri contesti in cui il papa e la sua diplomazia ai nostri giorni sono attivi per mediare in senso largo, come nel Sud-Sudan e in Congo, ma di cui non si hanno resoconti sicuri».

Il Documento sulla Fratellanza Umana del 2019, firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, ci introduce al dialogo interreligioso e a un cammino lungo.

«Seguendo l’impostazione di Giovanni Paolo II, il dialogo interreligioso è considerato un presupposto per raggiungere una pace vera e duratura a livello internazionale. In un mondo minacciato dal terrorismo di matrice fondamentalista ad inizio XXI secolo e da guerre regionali e internazionali oggi, il dialogo interreligioso, come quello interculturale, viene presentato quale vera e propria «necessità vitale». In questa prospettiva Francesco insiste su ciò che accomuna in ultimo ogni uomo: l’umanità stessa. È un linguaggio laico che vuole includere ogni possibile interlocutore. Un linguaggio che vuole però essere religioso in nome del fatto che ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio».

Certamente la Laudato Sì è stata un’Enciclica importante per comprendere l’urgenza di occuparsi della Casa comune e soprattutto per mettere a fuoco come sistemi naturali e sistemi sociali siano profondamente interconnessi. Come “collocare” questa attenzione preziosa di papa Francesco nella storia della Chiesa?

«La “Laudato sì” è un tipico documento di Francesco. Indubbiamente già da prima c’era questa sensibilità. Si pensi alla dichiarazione del 2006 tra Benedetto XVI e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo sui comuni sforzi per la conservazione dei valori morali in tutto il mondo, per la tutela dei diritti civili e delle libertà, per resistere alla guerra e al terrorismo e per l’appunto per proteggere l’ambiente dall’inquinamento. Detto questo, va però riconosciuto che il tema ecologico è uno dei contributi più propri di Bergoglio, che ha trovato importanti riscontri nella società civile. L’anziano Bergoglio ha saputo intercettare una sensibilità sempre più presente nell’Occidente. Sarà anche una sua eredità. Ma bisognerà capire come sarà intesa in un mondo occidentale che sta cambiando le sue politiche green».

C’è poi la “più grande grazia del XX secolo” come san Giovanni Paolo II ha definito il Concilio Vaticano II. Ci aiuta a tracciare la linea che parte dalla Chiesa conciliare e arriva fino a papa Francesco?

«Se mi si permette una battuta, vorrei manipolare un detto del papa. Con Francesco abbiamo assistito ad un Concilio Vaticano III  “a pezzi”. Si è fatto promotore di stili e sensibilità che hanno lanciato agende ecclesiali che nei decenni precedenti vivevano per lo più in piccoli circoli. Indubbiamente Bergoglio ha parlato del Vaticano II, ma allo stesso tempo – per la sua mentalità – ha preferito guardare in altre direzioni».