Guadalajara tra Mondiali e desaparecidos: il Messico che il mondo non vede
L’intervista a Fausta Speranza nell’articolo di Camilla Gaia Calò della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:
La notte, a Guadalajara, ci sono madri che non dormono. Spesso escono con una pala e una fotografia stretta fra le mani, alla ricerca di figli, fratelli, mariti spariti nel nulla. Li cercano nei campi abbandonati, ai bordi delle strade, nelle fosse clandestine nascoste tra i quartieri della città che quest’anno ospiterà i Mondiali di calcio. A pochi chilometri dallo stadio Akron, dove fra meno di un mese migliaia di tifosi canteranno sugli spalti, il terreno continua a restituire resti umani.Li chiamano desaparecidos
Sono persone scomparse senza lasciare traccia, inghiottite da una violenza che da anni attraversa il Paese e che oggi conta – secondo le cifre ufficiali – oltre centomila dispersi. Ma dietro i numeri ci sono famiglie costrette a trasformarsi in investigatori, madri che scavano la terra perché spesso lo Stato non lo fa.
Eppure, fuori dal Messico, questa tragedia rimane quasi invisibile, un racconto che sembra appartenere alle dittature sudamericane del Novecento, ad una memoria lontana. Ma a Guadalajara, come in altri luoghi del Messico, oggi, la parola desaparecido non appartiene alla storia: è una ferita aperta, quotidiana, che convive con i centri commerciali, i nuovi stadi e la vetrina internazionale che saranno i Mondiali 2026.
Genitori che non si arrendono
Fra quelle madri e quei padri alla costante ricerca dei loro figli c’è anche Héctor Flores, fondatore del Colectivo Luz de Esperanza di Jalisco, istituito nel 2021 dopo la scomparsa del figlio Héctor Daniel Flores Fernández. “L’idea del collettivo è nata a seguito della mancanza di azioni di ricerca da parte di altre organizzazioni e soprattutto di sostegno dopo la scomparsa di mio figlio. Insieme alla signora Liliana Gudalupe Meza Gutierrez, che ha anche lei un figlio desaparecido, ci siamo trovati d’accordo e abbiamo fondato l’organizzazione”. Come molte altre organizzazioni di familiari nate negli ultimi anni in Messico, Luz de Esperanza è diventata rete di sostegno, gruppo di ricerca e forma di resistenza civile in uno Stato – quello di Jalisco – che da anni registra uno dei numeri più alti di desaparecidos del Paese. “Abbiamo iniziato in cinque famiglie, oggi siamo circa cinquecento”, racconta Héctor.
Ampi spazi di illegalità
Le ricerche partono spesso da segnalazioni anonime, messaggi inviati di nascosto, coordinate condivise con paura. I luoghi da controllare sono quasi sempre gli stessi: periferie, burroni, case abbandonate, discariche illegali. È proprio in questi luoghi che i collettivi si muovono: “Le segnalazioni che riceviamo vengono sottoposte alla Comision de Busqueda de Personas Desaparecidas dello Stato, dove vengono effettuate un’analisi del contesto e un’indagine preliminare. Solo dopo vengono avviate le ricerche vere e proprie”, spiega Héctor.
Una voragine nella giustizia
Ma cercare i desaparecidos in Messico significa anche esporsi continuamente al rischio: “Ci sono molti fattori politici, sociali e criminali che aumentano la vulnerabilità delle famiglie” sottolinea Héctor. Le ricerche spesso si svolgono, infatti, in territori controllati dalla criminalità organizzata, dove chi cerca può diventare a sua volta bersaglio di minacce e intimidazioni. Eppure, nonostante il pericolo, sono proprio i familiari a portare avanti una parte fondamentale delle indagini. “Che ci sia una società attiva e vigile è sempre un buon segno, ma in questo caso, questi collettivi, e soprattutto queste donne, cercano di riempire come possono la voragine in tema di giustizia”, spiega Fausta Speranza, giornalista dell’Osservatore Romano e autrice del libro Messico in bilico (Infinito Edizioni). “È uno sforzo titanico che va oltre. Tutto si può riassumere, però, in un unico termine: corruzione. Senza una diffusa corruzione niente di criminale sarebbe possibile”.
Donne esposte due volte
In Messico, “il coraggio è spesso femminile” sottolinea Speranza. Un coraggio che ben presto può diventare rischio. Tra le categorie più colpite, infatti, ci sono sicuramente le donne: “Spesso sono proprio loro a cercare i desaparecidos, esponendosi così due volte. In generale, dipende molto da Stato a Stato. Al Nord ci sono aree dove è impossibile stare per le donne lavoratrici, che vengono sfruttate nelle industrie. Sono zone fuori controllo perché crocevia di traffici di droga, armi, esseri umani – spiega Speranza –. In altre aree del Paese, dove agiscono gruppi criminali, chiunque si opponga viene fatto fuori”. Ma la fascia più colpita rimane quella dei giovani tra i 17 e i 29 anni: “il 70% dei desaparecidos rientra in questa fascia d’età”, chiarisce Héctor.
Dal jet set alla miseria
La crisi dei desaparecidos non colpisce il Messico in modo uniforme. Ci sono territori in cui la violenza legata ai cartelli, ai traffici e alle sparizioni si concentra con particolare intensità. Tra questi c’è proprio lo Stato di Jalisco, da sempre considerato il cuore pulsante della cultura messicana, ma la sua capitale, Guadalajara, nasconde un’identità più buia. Centro commerciale ed economico nella regione di El Bajío, è considerata la terza area metropolitana più popolata del Messico. Una posizione strategica che negli anni l’ha trasformata anche in un crocevia per traffici criminali di ogni tipo. “Ma non dimentichiamoci Acapulco nello Stato di Guerrero, altro epicentro drammatico, che è pienamente rappresentativo del valore predatorio della criminalità: fino agli anni Settanta era sinonimo di ricchezza, eleganza, bella vita, luogo privilegiato del jet set internazionale, mentre dopo l’arrivo delle cosche è diventato un territorio difficilissimo”, aggiunge Speranza.
Vent’anni di “successioni” aperte
Secondo le cifre ufficiali, oggi in Messico ci sono oltre 130mila persone scomparse. Un fenomeno che, spiega Speranza, ha avuto una drammatica accelerazione a partire dal 2006, anno in cui lo Stato messicano dichiarò guerra ai cartelli della droga. “In questi venti anni abbiamo assistito ad una specie di parabola: ogni volta che si colpisce, con l’arresto o con la morte, un boss, e di conseguenza il suo clan, si apre la partita della “successione”, per decidere chi gestirà i traffici rimasti senza controllo”. Ed è proprio in questa fase che in tanti devono sparire: criminali rivali, testimoni, familiari, persone che in qualche modo erano a conoscenza di certi traffici.
Il terrore che offusca i dati
A giocare un ruolo fondamentale nel racconto, però, è la paura. “Quando ho girato il Paese nel 2018 per realizzare il mio reportage ho conosciuto persone terrorizzate, che mai avrebbero denunciato. Altre, di fronte a violenze terribili, con pezzi di corpi umani fatti ritrovare davanti la soglia di casa, hanno scelto, invece, di far valere la loro voce – racconta Speranza -. Il fenomeno è sicuramente sottostimato rispetto alle cifre ufficiali, ma è impossibile dire effettivamente di quanto”.
Nei pressi di uno stadio
Negli ultimi dieci anni, sempre secondo il racconto di Speranza, le sparizioni forzate sono cresciute di oltre il 200%, con una media di circa quaranta persone al giorno. A Guadalajara, però, i numeri finiscono per avere un luogo preciso, una consistenza fisica. Emergono dalla terra nelle periferie della città, nei burroni che circondano Zapopan, dentro case abbandonate o sacchi neri lasciati ai margini delle strade. E mentre il Messico si prepara ad accogliere il mondo per i Mondiali del 2026, a pochi chilometri dallo stadio Akron – una delle strutture che ospiterà le partite del torneo – negli ultimi mesi sono stati ritrovati 456 sacchi contenenti resti umani. Un numero enorme, che mostra la misura della crisi che attraversa Jalisco e che convive, quasi in modo invisibile, con la vetrina internazionale che il Paese si prepara a mostrare.
Due partite molto diverse da giocare
Due realtà che a confronto stridono, ma che sembrano quasi convivere indisturbate: da una parte la criminalità organizzata, dall’altra il Paese avanzato e turistico. E se l’avvicinarsi dei Mondiali potrebbe essere il pretesto per portare le telecamere all’interno del Paese, rimane il dubbio sulla volontà: “Si vorrà parlare del contesto in cui si svolgono i mondiali o si vorrà parlare solo del calcio che si può prestare bene come arma di distrazione di massa?”, si domanda Speranza.
Quei traffici transnazionali
Ma ridurre tutto questo ad un problema esclusivamente messicano sarebbe, secondo Speranza, un errore. “Il Messico è solo un’area dove la criminalità organizzata ha agito più indisturbata”, spiega. “Non dobbiamo pensare che quello che accade qui sia gestito a livello locale”. Dietro il fenomeno dei desaparecidos, infatti, si intrecciano reti criminali transnazionali che ruotano attorno ai traffici di droga, armi ed esseri umani. “Le organizzazioni criminali gestiscono una rete di affari che non conosce flessioni, né durante le crisi economiche né durante le guerre o le pandemie”, osserva la giornalista. “Sono reti globali che si avvalgono di colletti bianchi ovunque nel mondo e che continuano ad alimentare gli affari anche in Messico”.
Confini e interessi globali
I desaparecidos, quindi, non raccontano solo il fallimento di uno Stato nella lotta contro la criminalità organizzata, ma anche di una rete più ampia, un sistema che attraversa confini e interessi globali, senza guardare in faccia a nessuno. E se, fra poche settimane, sugli spalti dello stadio Akron, migliaia di persone si ritroveranno a festeggiare e tifare la propria squadra del cuore, a pochi metri di distanza ci sono ancora madri che scavano la terra alla ricerca di un nome, un frammento, una risposta. Per Fausta Speranza, i desaparecidos oggi sono questo: “Morti sospese che interpellano le coscienze di tutti”. Un appello incessante a non dimenticare ciò che, troppo spesso, il resto del mondo preferisce non vedere.
https://www.magzine.it/guadalajara-tra-mondiali-e-desaparecidos-il-messico-che-il-mondo-non-vede/
