Chi non ha avuto mai la curiosità di andare dietro le quinte di un teatro o di aprire un giocattolo per capirne il funzionamento non può essere interessato. Chi invece ha la predisposizione mentale a farsi domande sul lato delle cose che non gli è più evidente è il benvenuto.
La “cosa” di cui parliamo è la Rete e dunque non ha una sua fisicità tradizionale, non ha sfaccettature né angolazioni, non si contiene in una dimensione. Piuttosto, si fa gioco delle barriere spazio-temporali. Ma ciò non significa che non abbia un suo lato più in ombra, che sfugge a chi si gloria di navigare con massima familiarità e disinvoltura. Di Internet l’utente conosce gli infiniti percorsi che gli si prospettano come scatole cinesi quasi all’infinito ma non conosce praticamente nulla dei meandri tecnici. Eppure i meccanismi di funzionamento, con le loro logiche determinate e non casuali, possono influenzare non poco la vita di una persona. Chi si gloria di varcare con un click digitale soglie illimitate di informazione o di comunicazione con altre persone dovrebbe porsi qualche domanda, riflettendo sul fatto che fa comodo a qualcuno che gli utenti ne sappiano meno possibile. Altrimenti ci sarebbe più informazione in giro sul lato oscuro della Rete.
Chi raccoglie e gestisce i dati che immettiamo ogni giorno sui social network è solo uno degli interrogativi possibili. Non cercare risposte significa abdicare ad un pezzo di sovranità personale proprio su quegli elementi di vita che si fanno sempre più intimi. Quanto siano vulnerabili i sistemi informatici che gestiscono settori critici della vita sociale è un’altra questione su cui riflettere. Come difendersi dalla precarietà delle reti wi-fi è un quesito ancora più direttamente legato al quotidiano. Le questioni aperte sono molte e molte altre, ma nell’era della comunicazione globale restano dominio di esperti e di hacker.
Il libro “Hacker Republic” ha voluto aprire squarci di riflessione negli utenti, sollecitando senso critico e responsabilità di un uso più consapevole della Rete. Incontriamo l’autore, Fabio Ghioni, esperto di sicurezza informatica, per un aggiornamento su questioni basilari e nuovi interrogativi. Per porgli tante domande.
A Bassano romano il 19 giugno.
Se il tuo senso critico non è troppo addormentato, non mancare.
Categoria: Dibattiti
Dare regole a Internet: la sfida per l’informazione e per i legislatori
La sfida delle sfide
sulla rivista Area, Aprile 2012
di Fausta Speranza
“Dare regole a Internet è la sfida più esaltante del mondo dell’informazione nei prossimi anni”. Sono parole del segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), Franco Siddi, al dibattito organizzato a Roma dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi) ai primi di Marzo 2012. Titolo: “’Il lato oscuro della Rete. La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale”. Un incontro organizzato partendo dalla consapevolezza che Internet rappresenta un mondo di felicissime potenzialità ma anche di alti rischi e soprattutto che sfugge alle attuali legislazioni legate a confini e giurisdizioni. Un incontro pensato con l’esperto di sicurezza informatica Fabio Ghioni, e seguito da un’intervista per Area.
Un hacker “d’eccezione”
L’hacker Fabio Ghioni, divenuto famoso per il caso Telecom ed oggi consulente di governi e istituzioni internazionali, apre orizzonti di riflessione sulla zona oscura ai più della Rete, cioè i meandri tecnici. Una dimensione in ombra che potrebbe per certi versi incidere sulla vita di ognuno di noi più della zona “illuminata” della navigazione senza limiti di luogo o di tempo. Chi gestisce i dati che immettiamo ogni giorno sui social network è solo uno degli interrogativi che generalmente non ci si pone, pur vivendo l’amicizia virtuale per ore al giorno. Ghioni chiarisce l’assoluto arbitrio dei singoli operatori di FaceBook, per fare un esempio. I sistemi degli operatori di telecomunicazioni che hanno a disposizione i dati più sensibili (posta elettronica, password, dati telefonici…) sono accessibili da Internet attraverso fornitori esterni. Chi sa dove si trovino, e – assicura Ghioni – chi ci lavora lo sa, in soli cinque minuti può fare un copia e incolla dei tabulati o della lista degli intercettati. “Quando si parla di sistemi inviolabili – assicura Ghioni ad Area – è solo per fare operazioni di facciata”. A questo proposito, un po’ sottovoce Ghioni ci fa una considerazione pesante: “Se un sistema è vulnerabile, è possibile violarlo dando la colpa agli hacker, ma se è completamente sicuro rappresenta un problema anche per le agenzie di intelligence che non possono accedervi senza essere scoperti. Lasciarli vulnerabili è spesso una scelta”.
Doverosa consapevolezza
Ghioni invita tutti a maggiore consapevolezza, mentre toglie sonno alle notti. Spiega che gli aggiornamenti continui dei service provider, che al massimo ci risultano noiosi, sono momenti di comunicazione aperta con il nostro computer in cui le macchine potrebbero comunicare qualunque tipo di dati e non solo quelli relativi all’aggiornamento. Ancora: cancella ogni illusione di sicurezza sull’utilizzo delle reti Wi-Fi: da tecnico assicura che non c’è ad oggi un sistema Wi-Fi che non sia vulnerabile. Per non parlare dei virus che permettono di tramutare qualunque computer in un computer spia, cosiddetto Zombie, che trasmette ogni tipo di dato a un pc terzo. Se consideriamo che le società più evolute dell’Occidente sono anche le più tecnologizzate e digitalizzate, il pensiero corre subito alla cyber criminalità e al cyber terrorismo. Basti pensare che solo sapendo qual è l’indirizzo da attaccare di un sistema critico si può bloccare un’intera nazione, per esempio il suo sistema elettrico.
Occidente più vulnerabile
“La cosa incredibile – sottolinea Ghioni – è che gli unici Paesi vulnerabili sono quelli occidentali”. E’ impossibile, infatti, pensare a un cyber attack a Paesi come l’Iran o l’Iraq, perché non hanno sistemi critici collegati a quelli informatici. Non sono digitalizzati. D’altro canto, però, Fabio Ghioni che è consulente di diversi paesi arabi, ci spiega che l’Iran ha la più grossa organizzazione governativa d’attacco: la Iranian Cyber Army. La Cina è specializzata nello spionaggio aziendale: ruba informazioni, formule e, senza spendere milioni in ricerca, produce, minacciando le nostre economie. Mettere in ginocchio un’azienda attraverso un computer è anche un modo di fare guerra.
Scenari inquietanti sui quali non si può non tenere alta la riflessione. Tutto ciò, che investe i dati personali dei singoli utenti di Internet ma si ripercuote anche sulla società intera, chiama in causa i legislatori.
Cyber terra di nessuno
Il cyber world, infatti, rischia di rimanere terra di nessuno. La legislazione non tiene il passo della tecnologia. Dal diritto romano fino ad oggi le normative si fondano su territorio e giurisdizione ma Internet ha scardinato i parametri, creando il mondo virtuale della Rete che va oltre tempo e spazio. I legislatori a livello nazionale tentano regolamentazioni ma basta dire che un pedofilo o uno stalker che opera da un computer collegato ad un Internet Protocol Number diverso da quello del suo computer e del suo Paese non lascia traccia delle sue scorribande odiose in Rete e, dunque, non è rintracciabile. Un altro esempio: negli USA il Patrioct Act permette tra le altre cose che le autorità accedano ai dati personali dei cittadini senza restrizioni. Ma gli utenti Microsoft, come quelli di Google, sono sparsi in tutto il mondo. Ciò potrebbe significare che le autorità americane possono violare la privacy di un cittadino italiano avvalendosi di una legge statunitense.
Il far west digitale
Anche il fatto che le poche normative in materia a livello nazionale siano diverse da Paese a Paese contribuisce al far west. In Russia il pirataggio informatico non è un reato. In Corea del Sud è obbligatorio far coincidere l’identità virtuale con la propria identità reale. Andando a Seoul e scoprendo questa norma ci si sente in una giovane democrazia che conserva retaggi della presidenza quasi assoluta che ha avuto fino a qualche anno fa, ma poi parlando con Ghioni si comincia a pensare diversamente. Ghioni, innamorato della tecnologia digitale, hacker libero pensatore, approverebbe immediatamente l’obbligo di coincidenza di identità. Spiega: “la privacy da difendere è un’altra cosa, non è la libertà di mentire su web”. Ma se, come è in Corea del Sud, per i social network si imponesse nel resto nel mondo la corrispondenza tra identità reale e identità virtuale, meno persone forse aderirebbero a un sistema che rappresenta un bacino di informazioni per compagnie pubblicitarie e non solo. Gli interessi in campo non mancano. E infatti l’hacker che spiega la necessità di avere regole sottolinea anche a gran voce l’enorme difficoltà, proprio per le implicazioni di tanti fattori.
In assenza di senso critico
Emerge tutto lo spessore di un dibattito epocale: la necessità di senso critico per il singolo utente e la necessità di una riflessione, a livello globale, sul piano legislativo. Da parte sua, Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi nazionale, lancia un vero e proprio appello ai giornalisti e alla società civile a mantenere alta la riflessione per pretendere regole, sposando la battaglia per la trasparenza sulle identità. Emerge il bisogno condiviso di una qualche forma di controllo del mondo virtuale che ovviamente non deve lontanamente significare controllo di contenuti, censura, come fanno circa 60 governi al mondo. Ma per paura di sconfinare nel controllo o per scetticismo sulle difficoltà di governance, ci si può abbandonare all’idea che Internet sia terra di nessuno senza se e senza ma? A questo proposito è chiaro che qualunque forma di “controllo” debba essere sovranazionale anzi mondiale. E dunque, ci sembra che, oltre agli appelli che si sentono da più parti ad una governance mondiale in tema di economia, si aggiunga anche la stessa esigenza in tema di Internet.
Bisogno di profezia
Va detto che in Unione Europea e negli Stati Uniti qualcosa bolle in pentola. A Bruxelles a inizio anno la Commissione Europa ha presentato un regolamento sulla privacy dei dati che però è solo un’indicazione mentre per esempio la battaglia concreta con google per avere maggiore trasparenza sul rastrellamento e l’uso di dati personali è tutta aperta. A Washington sono in discussione al Congresso due proposte di legge, siglate SIPA e SOPA, che a dire il vero si concentrano di più sulla questione copyright. Solo recentissimamente Obama ha lanciato un appello a trovare forme di tutela della privacy on line. Ma si sa che le sensibilità sono diverse: in EU il diritto alla privacy è assoluta priorità, negli Stati Uniti concettualmente viene dopo il diritto d’impresa. Certamente un accordo sulla privacy tra EU e USA aiuterebbe. Risulta chiara comunque la complessità anche solo a immaginare una normativa generale.
Scatola nera per Internet?
A proposito di sistemi immaginabili, va menzionato Logbox, un sistema che rappresenterebbe praticamente una “scatola nera” per Internet che, come per gli aerei, possa dirci la verità di quanto accaduto su web. LogBox è stato presentato al Parlamento Europeo dall’europarlamentare PPE Tiziano Motti su idea di Ghioni. Prevede di crittografare i dati mettendo la “chiave” per decriptarli nelle mani di autorità, notaio, utente stesso. Dunque un certificato digitale che passa attraverso la garanzia di 3 entità, tra cui l’utente stesso che ha voce in capitolo.
Il meccanismo implica la “collaborazione” dei sistemi operativi. Dunque si chiamano in causa Windows, Apple, Linux. Dovrebbero contenere le caratteristiche di generazione di tutti i log (in pratica i tabulati) di attività che vengono attuati dal computer su cui gira il sistema operativo. Non è poco, perché così i log sarebbero firmati digitalmente in modo da far risalire a uno specifico computer e al suo utilizzatore. E questo indipendentemente da qualunque accorgimento per anonimizzare qualunque attività illecita. Ghioni assicura che i costi per l’operazione sarebbero estremamente bassi. Il sistema è attualmente all’analisi della Commissione Europea. Ghioni ci confessa: “Non credo che verrà approvato perchè in tanti non sono interessati alla trasparenza”. Ci convince sempre di più sull’importanza di un dibattito della società civile.
L’accesso a internet è un diritto
Resta da sottolineare che tutto il discorso non tende minimamente a demonizzare Internet o social network. Si tratta semmai di rivendicare maggiore educazione all’uso. E’ bello ricordare che il Consiglio d’Europa ha giustamente inserito a dicembre scorso tra i diritti fondamentali dell’uomo quello dell’accesso a Internet. E che il Parlamento Europeo ha assegnato a fine 2011 il Premio Sacharov per la libertà di pensiero a esponenti di diversi Paesi del Nord Africa che hanno fatto la “primavera araba” nei loro Paesi anche attraverso la Rete. Il punto è che Internet è innanzitutto un’opportunità ma va conosciuta meglio nei suoi contenuti come nei suoi meandri tecnici. Un esempio di meandri del prossimo futuro: Internet 3.0. Significa non più solo computer che comunicano tra loro ma anche elettrodomestici e oggetti di uso quotidiano che comunicano in Rete attraverso sensori. Non si può non seguire quest’altra accelerazione della tecnologia con la riflessione e il pensiero. D’altra parte è sempre quello che accade all’uomo di ogni tempo: la tecnologia lo catapulta sempre in terreni nuovi dove si ritrova a reinventare il pensiero.
Novelli Ulisse
Si capisce la sfida che il mondo virtuale pone all’umanità di oggi. Con la consapevolezza che Ulisse è sempre nell’animo umano. Nell’antichità, l’Ulisse di Omero sfidava e veniva sfidato dai confini fisici tra noto e ignoto. Nel Medio Evo l’Ulisse di Dante “sconfinava” inseguendo la conoscenza tra vizi e virtù dell’animo. Poi nel ‘900, l’Ulisse di Joyce ha rappresentato la stessa brama di conoscenza ma sui “confini” tra conscio e inconscio. Oggi, Ulisse è sfidato sempre sul solito terreno della conoscenza ma nella zona in ombra tra reale e virtuale.
Il lato oscuro della Rete
La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale
Internet un mondo di potenzialità ma anche di rischi: questo il cuore della conferenza dal titolo
Il lato oscuro della rete. La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale
il 6 marzo 2012 nella sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, a Roma


Fausta Speranza a colloquio con Fabio Ghioni, tra i massimi esperti di sicurezza informatica
video del convegno presso la FNSI, con la partecipazione di Siddi
nella rassegna stampa 6 marzo 2012
Spazio approfondimenti RV 5 Marzo 2012
Rosario Tronnolone intervista Fausta Speranza
Radiogiornale RV 6 Marzo 2012 il servizio di Debora Donnini:
I padri dell’Europa
Il pontificio Consiglio di Scienze Storiche presenta il volume “I padri dell’Europa. Alle radici dell’Unione Europea” di Cosimo Semeraro. Partecipano il cardinale PAUL POUPARD e gli ambasciatori dell’Unione Europea e della Germania presso la Santa Sede. Modera il dibattito Fausta Speranza.
https://www.faustasperanza.eu/images/stories/videos/cosimosemeraro.wmv
Contributi a Libri
Al mio Paese Sette vizi. Una sola Italia.
libro di nove giornalisti italiani, tra cui Fausta Speranza. Un viaggio inedito nella storia d’Italia
Dalla strage di Capaci al Concilio Vaticano II, passando per il delitto Pasolini, il colera del ’73, il nuovo meridionalismo e il Codice Da Vinci.
Vanni Truppi, Carlo Puca, Luciano Ghelfi, Luca Maurelli, Carlo Tarallo, Tiziana Di Simone, Giuseppe Crimaldi, Fausta Speranza, Gianmaria Roberti hanno firmato i contributi in bilico tra cronaca e narrazione che compongono il libro pensato e scritto da Melania Petriello. Il prologo è del giornalista inviato Franco Di Mare e l’epilogo dello storico Fabrizio Dal Passo, docente di storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Edimedia Edizioni. Giugno 2012
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In tema di comunicazione Fausta Speranza ha scritto:
il capitolo Radio e tecnologie avanzate del volume Lo scenario dei media, Edizioni Kappa, 2007
il capitolo Internet: metafora della comunicazione, del volume Globalizzazione e nuovi conflitti, Biennale Europea Riviste Culturali, 2002
il capitolo L’evoluzione del sistema radiofonico del volume La galassia dei media. Viaggio dalla old alla new communication, Edizioni Kappa, 2001
War e Press
IL GUSTO DEI MEDIA PER LA CATASTROFE O GUERRA IN TV:
TRE MILIONI DI TELESPETTATORI BAMBINI
Dagli Atti del convegno
“Guerra e media: il gusto della catastrofe” è il titolo di un convegno organizzato dall’Università degli Studi Roma Tre e dall’Associazione Stampa estera, promotrice Marcelle Padovani, corrispondente de “Le Nouvelle Observateur”. Di fronte all’ennesimo dibattito, viene da chiedersi se è ancora utile riflettere sulla relazione guerra e media. La risposta è, senza dubbio alcuno, sì. Primo, perché la guerra non è finita e secondo, perché l’analisi di come i media si comportano all’interno dei grandi eventi dovrà diventare una delle nostre funzioni critiche fondamentali. Capire i media sarà nei prossimi anni vitale per la libertà dell’informazione e dei cittadini stessi. Anche la globalizzazione, infatti, altro non è che un fatto comunicativo.
Gli organizzatori di questo convegno hanno sottolineato una verità che è sotto gli occhi di tutti (basta lasciarsi andare alle serate in tv), “questa è stata una guerra combattuta dai media, più che con i media, in cui l’uso dell’immagine da trasmettere ha giocato e gioca ancora un ruolo fondamentale”. Per l’appunto, dunque, potere mediatico sommato al potere delle immagini, cioè alla televisione.
Gli interventi di apertura sono stati affidati ad alcuni docenti, togliendo in questo modo al convegno la visuale degli storici del momento, anteponendo quella dei filosofi, che hanno dato così della guerra una visione più analitica e distaccata.
Hanno parlato con vivacità Franco Monteleone, docente di storia della Radio e della Televisione, Giacomo Marramao, docente di Filosofia Politica, Enrico Menduni, docente di Linguaggio Radiotelevisivo ed è poi intervenuto Giampiero Gamaleri, docente di comunicazioni di massa a Roma Tre. Molto interessanti per le informazioni che hanno dato e per il diverso punto di vista gli interventi di Samir Al Quariati della televisione araba Al Jaazira e di Francisco Arajo Neto, corrispondente per il brasiliano “O Globo”. Altri esponenti del giornalismo hanno portato la loro esperienza e riflessione: Roberto Morrione, direttore di “Rainews 24”, Guido Rampoldi, inviato di “Repubblica” e Fausta Speranza, di Radio Vaticana e collaboratrice di Comunicazione di Massa all’Università RomaTre, che ha parlato di “buchi neri dell’informazione” spiegando che nessuno poteva immaginare né prevedere l’11 settembre però non si giustifica il silenzio e l’assenza di informazione nel prima. Nessuno parlava di Bin Laden e delle sue reiterate minacce, dei Taleban e delle efferate scelte di un regime che lanciava proclami di odio contro gli Stati Uniti, della Jihad, dell’Islam. D’accordo con questa valutazione, Roberto Morrione ha aggiunto come nella disinformazione ci si ricade subito dopo l’effetto allarmismo da catastrofe, ricordando che l’Afghanistan è scomparso dalle pagine dei giornali con i combattimenti ancora in atto e senza una conclusione del conflitto e, dunque, senza analisi o riflessioni.
La chiave della lettura di questa guerra è stata in questo convegno la parola “catastrofe”. Con l’aiuto del vocabolario leggiamo il senso profondo di questa parola che ha a che vedere con rivolgimenti, sciagure ed eventi gravissimi, qualcosa che attiene alla natura e sembra una calamità, senza soluzione nella sua negatività. Ma è qualcosa di più che la parola catastrofe sottolinea in questa guerra. Un po’ come nella tragedia greca l’accadimento così come viene proposto dai media è subito, più che spiegato o illustrato ai lettori, come dovrebbe. Questa guerra vista dai e sui giornali è stata chiamata da Franco Monteleone la cultura del disastro, una guerra tutta diversa dalle altre, senza un nemico identificabile, una guerra che ha creato il rischio della narcosi. Telespettatori e lettori sono stati vicini all’ assuefazione ad un dramma, come ha detto Giacomo Maramao, un dramma prigioniero di una estetica delle immagini televisive. Tanto da diventare simile ad una specie di serial del terrorismo, una narrazione a puntate trasmessa in diretta, come ha detto Enrico Menduni. «Le gesta delle Brigate Rosse furono un cupo serial, così gli attentati dell’Eta». Un attentato diventa per la tv dunque un evento mediale. In altre parole, ha detto Menduni: «Il parlarne produce un effetto positivo sull’organizzazione che l’ha realizzato come la performance di una industria migliora i corsi borsistici delle sue azioni».
Ma le notizie sull’11 settembre davvero erano così catastrofiche e virtuali nella loro esposizione su giornali e tv? L’analisi critica della stampa italiana e straniera è stata realizzata da un gruppo di studenti del corso di Sociologia dei media, coordinati da Marina Loi, nel corso di una ricerca promossa da Marcelle Padovani e dal professor Meduni, per il corso di Studi “La comunicazione nella società della globalizzazione”. La ricerca ha dimostrato quanto il giornalismo italiano non sappia rinunciare allo spettacolo, creando consapevolmente o meno un’atmosfera di catastrofismo, come si diceva in apertura. Cominciando con i grandi quotidiani, come “La Repubblica” (ricerca di Marco Tullio Liuzza), “Il Corriere della Sera” (Silvia De Feo, Davide Scafuro, Maria Chiara Di Felice), che troppo spesso cedono alla tentazione di trasformare ogni protagonista in personaggio e di enfatizzare le notizie e puntare al colore più che ai fatti, sino a giornali come il “Messaggero” (Valentina Proscio), che puntano decisamente i riflettori sul lato emotivo, enfatizzando uno stile da romanzo e da intrattenimento stile fiction tv, al “Mattino di Napoli” (Patrizia Corsaro) che ha evocato atmosfere da fine del mondo. Nessuno è esente da quello che oggi si chiama preziosamente infotainment, nemmeno l'”Espresso” (Luca Patrignani, Alessandro Marascia e Francesco Riccardi), tantomeno le televisioni, “Canale 5” (Simon Cittati, Pietro Bardelli, Diego Nannuzzi), “Sciuscià” di Michele Santoro (Ilario PIagnerelli, Lucia Bracci, Maria Chiara Perugini, Raffaella Polselli).
E gli stranieri? Tutti più bravi di noi. La stampa francese (ricerca di D’Onofrio, Denti e Loi) si fregia di “Approfondimenti, sobrietà, rigore e toni poco inclini al sensazionalismo, di un rapporto misurato tra scrittura e immagini, meno grafici, meno virgolettati, meno fotografie”. Insomma più contenuti.
“Le Nouvel Observateur” (Silvia Tarquini) usa “toni pacati ma determinati, ha attenzione ai musulmani che hanno condannato l’attentato”, etc.. Serietà e accuratezza nelle fonti per “L’Economist” (Paola Taqruini); riflessivo l'”International Herald Tribune”. Elogi dunque alla stampa estera dagli studenti. Aggiungiamo noi una critica. Sono elogi facili, visto che partiamo da un confronto con un giornalismo notoriamente sensazionalista, come il nostro, viziato da uno strapotere e da una competizione difficile come quella della tv. Fausta Speranza, giornalista di Radio Vaticana e collaboratrice di Comunicazioni di Massa dell’università Roma Tre, che ha analizzato le tv ha sottolineato come dopo un iniziale impegno per un giornalismo serio, anche le tv abbiano ceduto al sensazionalismo scegliendo la strada dell’allarmismo, sia nelle immagini che nei contenuti. Un comportamento che sembra ancora più colpevole perché quella professionalità, che non manca anche in Italia e che scende in campo di fronte all’evento straordinario, viene poi sacrificata, in una seconda fase più ragionata, alle logiche di un giornalismo-spettacolo. Quell’allarmismo che di solito si nutre di delitti, di stupri, di incidenti, di ondate di immigrati, nei giorni successivi all’11 settembre è ritornato sotto forma di terrore dell’antrace, accompagnato da vaiolo, peste, veleni chimici. Salvo poi, ha sottolineato Fausta Speranza, non parlarne più dall’oggi al domani.
Interessantissimo e da ampliare lo spunto sui bambini che hanno visto la guerra in tv (Valentina Diaco). Ottima idea per una ricerca anche istituzionale. Tre milioni di piccoli telespettatori, dai 4 ai 10 anni, hanno visto la tv in prima serata: 40 mila bambini per “Porta a Porta”, 53 mila per “Sciuscià”, 180 mila per il “TG2” e 210 mila per il “TG1”. Gli effetti? Scontati: ansia, assuefazione e abbassamento della soglia della sensibilità. I lettori di domani saranno, dunque, potenzialmente meno critici di noi.
La globalizzazione e le contraddizioni dell’informazione
pubblicato su TABLOID, n°8 Settembre-ottobre 2001 da Fausta Speranza
Un esame di coscienza sulla comunicazione in relazione al G8 prima ancora che il summit si tenesse. E’ stato anche questo il senso dell’incontro che ha riunito studiosi della comunicazione e giornalisti, a Genova, la settimana prima del fatidico vertice. L’incontro si inseriva nel ciclo di conferenze, dedicate ai vari aspetti della globalizzazione,promosse nell’ambito della Biennale Europea delle Riviste Culturali, che dal ’99 offre l’occasione di un confronto sulle diverse proposte culturali, perchè l’Europa unita non sia solo economica. Nelle varie giornate si è parlato di globalizzazione e cooperazione con i paesi poveri del mondo, di frontiere nazionali e conflitti, di diritti alla cultura e modelli di sviluppo. Un’intera giornata, poi, è stata dedicata ai sistemi informativi e di comunicazione di massa. L’esame di coscienza ha riguardato il clima di alta tensione che si era creato alla vigilia dell’appuntamento, prima ancora dell’inizio delle manifestazioni e del triste epilogo della prima giornata, chiusasi con la morte del giovane Carlo Giuliani. Diversi i contributi alla riflessione.
Il profesosr Anthony Delano, che è stato inviato di importanti quotidiani anglosassoni e che ora è insegnante della School of Media di Londra, ha parlato di un’esasperazione dei toni che tradisce i principi di oggettività e professionalità del buon giornalismo. I giornalisti Paola Pastacaldi, Gianni Minà e chi scrive hanno soprattutto denunciato il rischio di una progressiva perdita di contenuti. Allargando lo sguardo oltre l’evento, Delano ha messo in luce i rischi dell’informazione globalizzata che fa rima con digitalizzata. E’ innegabile che la tecnologia abbia rivoluzionato il modo di fare giornalismo, basta pensare alla quantità di siti web a disposizione che fa impallidire la rosa dei quotidiani esistenti al mondo. Fin qui, pochi rischi, anzi opportunità. Il punto – ha spiegato Delano – è che la globalizzazione delle agenzie di stampa fa sì che sempre meno giornalisti “producano” la notizia e sempre di più la “lavorino” semplicemente. Da autorevole veterano, Delano araccomanda ai giovani di conservare la curiosità e la grinta per andare a caccia delle notizie, ma si rende conto che la necessità di trovare un lavoro, in un campo che non offre neanche in Gran Bretagna larghi spazi, catalizza le energie dei novelli giornalisti. L’obiettivo diventa un posto al desk che facia guadagnare qualche cosa e che inserisca in una struttura. Con buona pace delle notizie da andare a scovare, ci si dedica a quelle già a disposizione sullo schermo, ricco di lanci di agenzie e di tutto il ben di Dio offerto da Internet. Ma – sottolinea Delano – si trova non ciò che si cerca ma quello che c’è. Su questo ha espresso il suo punto di vista Michele Mezza, giornalista Rai che ha curato l’avvio di Rainews24, esperimento pilota della Rai in tema di nuovi media. “Non era smepre verde la mia vale”, ha tenuto a ribadire, perchè la concentrazione nella produzione di n otizie non è cosa di oggi. Secondo Mezza non si ricorda abbastanza che trent’anni fa il 30% delle news passava attraverso il caporedattore della Reuters, autorevole e più antica agenzia di stampa. Mezza ha poi contribuito alla riflessione rispondendo idealmente ad alcune affermazioni attribuite al cosiddetto popolo di Seattle. Naturalmente anche di loro si è parlato o meglio di quello che avevano comunicato fino alla vigilia del vertice: molta confusione e inesattezze ma sicuramente la voglia di “disturbare” il lavoro dei compunti rappresentanti delle potenze più industrializzate.
Il G8 – ha spiegato Mezza – non è la celebrazione del potere assoluto dell’economia, che sicuramente produce anche situazioni più che discutibili nel mondo, ma al contrario è una sorta di democratica pubblicizzazione di quanto avviene nelle stanze dei bottoni. “L’ipotesi alternativa – fa presente Mezza- è che le decisioni vengano prese al 14esimo piano di un grattacielo finanziario”. Sicuramente senza foto di gruppo. E’ chiaro il messaggio: il potere della finanza e dell’economia non si può demolire impedendo un vertice, che nel regno delle decisioni resta il momento forse più democratico di “partecipazione” ai popoli. Sono le decisioni cui non “assistiamo”, di cui l’informazione non rende conto, come per gli appuntamenti ufficiali, quelle che dovrebbero inquietarci e, semmai, far scendere in piazza. Mantenendo forte il senso dell’autocritica, si dovrebbe dire, però, che si avverte quantomeno il rischio che questa democratica pubblicizzazione dei contenuti diventi il resoconto del menu, delle aree shopping frequentate più o meno dalle varie lady, quando non si debba discutere sull’eventuale assenza della consorte proprio del primo ministro del paese ospitante. D’altra parte, non si sta parlando di globalizzazione?
Il discorso non può che essere sempre allargato a trecentosessanta gradi sui vari livelli della società e spalmato a livello mondiale. E’ l’ottica che, seriamente, ha ispirato la relazione del professor Jo Groebel, direttore dell’European Institute for the Media, istituto di ricerca no profit fondato dall’ex direttore del Corriere della Sera, Alberto Cavallari. Jo Groebel ha voluto mettere in luce importanti potenzialità dell’informazione nel villaggio globale e digitale in relazione al singolo cittadino. La prospettiva più significativa sarà quella di personalizzare sempre di più il suo sempre più attivo rapporto con tutti i mezzi di comunicazione, che, peraltro, vanno verso la convergenza in un unico medium, annunciato da tempo da Negroponte. Significa, ad esempio, che con la televisione on demand potrà scegliere programma e orario, con il proprio telefonino potrà navigare in rete e seguire la Borsa. Inoltre, la realtà del singolo utente si fa metafora di una condizione soggettiva da salvaguardare in uno scenario sempre più virtuale.
La scommessa – afferma Groebel – resta quella, se vogliamo antica, di rispettare l’umanesimo e la cultura. Una scommessa che in particolare deve vivere l’Europa unita. Altrimenti la logica del profitto che regna nel mondo dell’economia, avrà campo di azione in qualunque ambito del villaggio della comunicazione globale in tempo reale. Più umanesimo – pensiamo – significa allora, senza tante implicazioni filosofiche, vita reale dei popoli: affetti e sentimenti, dignità e lavoro. Certamente qualcuno all’interno del popolo di Seattle approverebbe ma non è detto che ci si metterebbe d’accordo sul come mettere in pratica tutto questo. Anche al convegno l’atmosfera si è scaldata quando Gianni Minà, giornalista ben noto che ha assunto recentemente la direzione di una rivista che si chiama Latinomerica, ha parlato di lobby economiche , “poteri più o meno occulti”, “dittature moderne che affamano interi popoli con l’autorizzazione della comunità internazionale e di un’informazione a caccia di tette famose”. E’ tornato il problema spettacolarizzazione, davanti alla quale non ci tiriamo mai indietro se l’ambito di discussione gira intorno ai sistemi informativi perchè, altrimenti, certi temi invocano analisi geopolitiche ben più complesse.
Di informazione si è parlato non solo come comunicazione di notizie ma anche come trasmissione di dati, in relazione all’informatica, che non a caso condivide la stessa radice linguistica. Internet, dunque, può essere considerata non solo come uno dei media ma anche come metafora della comunicazione di oggi: globale e in tempo reale. La globalizzazione è anche copertura globale dell’informazione. E qui, conservando la lezione sui rischi di un eccesso di tecnologia ma anche sulle potenzialità nuove, vale la pena di chiedersi quale sia la reale diffusione della World Wide Web nel mondo. Va detto che rappresenta lo strumento di comunicazione a crescita più rapida della storia: il telefono per raggiungere il 30% della popolazione ha impiegato 38 anni e la televisione 17 mentre Internet lo ha fatto in soli 7 anni. Si può trionfalmente affermare che ha cambiato il concetto di spazio e di tempo ma non si può dimenticare che il mondo resta diviso tra ricchi e poveri, tra istruiti e analfabeti, tra informatizzati e non. Nel concreto un computer costa all’abitante medio del Bangladesh una cifra pari a otto anni del suo reddito, mentre l’amercnao medio lo acquista con lo stipendio di un mese. In Kenya occorrerebbero 12 anni e in Sud Sudan non si riesce a calcolare perchè c’è ancora il baratto, per non parlare del fatto che non c’è energia elettrica. Ma è sbagliato pensare che resti l’Africa il fanalino di coda perchè situazioni altrettanto difficili si trovano nelle regioni più povere d’Europa, della Russia, delle zone dell’ex Unione Sovietca. Per non parlare poi degli squilibri di casa nostra: in Italia Internet ha raddoppiato negli ultimi due anni il numero di utenti, ha conquistato un italiano su quattro raggiungendo quasi i progrediti livelli della Francia, ma se si individua l’identikit del 95% degli internauti si scopre che ha meno di 44 anni, è giovane, maschio e del nord.
A uno sguardo globale inoltre che l’88% degli utenti Internet vive nei paesi industrializzati che rappresentano, però, solo il 17% della popolazione mondiale. Non si tratta di mettere in dubbio la positività di Internet, che rappresenta la chiave di accesso al terzo millennio. Resta da chiarire però che la magia attraverso la quale lo spazio si restringe, il tempo si contrae, le frontiere scompaiono è affidata a una rete che connette sempre di più chi è connesso ma rischia di escludere sempre di più chi è escluso. Rischia di diventare una conversazione dai toni alti che tacita chi ha poca voce, un discorso compattato che fa a meno di tutti gli spazi per inserirsi, proprio come il sistema digitale che compatta i dati. Tutto ciò va tenuto presente insieme con la consapevolezza che le forze del mercato da sole non correggeranno squilibri e disuguaglianze.
L’illusione che il processo di globalizzazione potesse funzionare secondo il principio dei vasi comunicanti, livellando miracolosamente le differenze nella qualità di vita dei popoli, è ormai superata. All’inizio del secolo scorso la proporzione della ricchezza tra Nord e Sud del mondo era in rapporto di 8:1, oggi è di 70-80:1. D’altra parte, è ormai un concetto acquisito quello per cui si deve seguire e gestire la globalizzazione e non lasciarla a se stessa. Proprio in occasione del G8 questo è stato ribadito da autorevoli pulpiti. Resta un esame di coscienza sempre valido: l’informazione dà conto abbastanza di questi dati e soprattutto delle possibili vie di fuga da un mondo sempre più sbilanciato tra chi ha il problema di come mantenere la linea, dosando o dissolvendo calorie, e chi ha ancora l’incubo di come riempire la pancia.? E’ sempre difficile raccontarli nelle stesse pagine.
Infine, visto che ci permettiamo un esame di coscienza, ci concediamo anche una raccomandazione: lasciamo aperta la comunicazione e vigile l’informazione sulle ragioni, anche confuse o mescolate, del cosiddetto popolo di Seattle, nonché popolo di Genova. E questo sia che i vertici si tengano in Italia sia che siano ospitati in altri paesi con spazi più o meno aperti. Ci dovremmo chiedere cosa avrebbe fatto Carlo Giuliano, nel dopo Genova, se la scena dell’estintore non fosse stata girata, cosa fanno o non fanno tanti suoi compagni di piazza all’interno o ai margini della società civile.
C’è ancora da domandarsi chi organizza in vista degli eventi i black block, o da approfondire le ragioni dei missionari che, come suor Patrizia Pasini o Frei Betto, non hanno esitato ad esserci a Genova, nonostante il tam tam informativo sui rischi del vertice, sul rischio annunciato che tutto venisse comunicato in secondo piano rispetto alla voce della violenza.
a Genova dibattito su Internet e G8
Testo dell’intervento di Fausta Speranza
al convegno a Genova “In attesa del G8”, 13 luglio 2001
Parliamo di Internet non in quanto strumento o mezzo mediatico ma, piuttosto, come metafora della comunicazione di oggi. La rete, infatti, è sinonimo di simultaneità, velocità, annullamento o restringimento dello spazio e del tempo. Inoltre, si può guardare all’informazione non solo come comunicazione di dati giornalistici ma come trasmissione in tempo reale di quei dati. In questo modo riflettiamo sul concetto di globalizzazione dal punto di vista dei sistemi informativi e cioè intendendo per globalizzazione la copertura globale dell’informazione.
A questo proposito possiamo affermare, un po’ provocatoriamente, che non è tutto globale quel che connette. Internet è certamente il mezzo che ha bruciato più tappe nella storia delle tecnologie. Il telefono per raggiungere il 30% della popolazione mondiale ha impiegato trentotto anni, la TV diciassette, il pc tredici, mentre Internet lo ha fatto in soli sette anni. La rete ha realmente cambiato il concetto di distanza e di tempo e ha allargato lo sguardo sul mondo. Non si può dimenticare, però, che il pianeta rimane diviso tra ricchi e poveri, istruiti e non istruiti, tra informatizzati e non informatizzati. Se pensiamo che un computer costa in Bangladesh una cifra pari ad otto anni di stipendio medio mentre negli Stati Uniti si acquista con lo stipendio medio di un mese, ci rendiamo conto che la possibilità di accesso alla rete non è un fenomeno che si può definire globale. In Malawi ci vogliono circa vent’anni di lavoro per comprare un pc e in Sierra Leone si dovrebbe approssimativamente parlare di centoventi anni. Si potrebbe continuare non tralasciando alcuni luoghi dell’Africa dove ancora esiste il baratto e i calcoli diventerebbero impossibili. Non meraviglia, inoltre, che l’88% degli utenti di Internet viva nei paesi industrializzati che racchiudono, però, soltanto il 17% della popolazione del pianeta. Colpisce che l’Asia del Sud, nella quale risiede il 23% della popolazione mondiale, abbia circa l’1% di navigatori digitali.
Possiamo affermare che Internet, fedele al suo nome World Wide Web, è una rete ad estensione globale che connette prodigiosamente le persone di tutto il mondo ma dobbiamo aggiungere che collega chi è connesso. Gli altri sono esclusi. Il tempo si contrae, lo spazio si restringe, le frontiere scompaiono, però rischiamo di affidarci ad una conversazione dai toni alti che esclude i molti che non hanno voce. Può trattarsi di una comunicazione che non lascia spazi per inserirsi perché compattata come accade nell’ambito degli scambi digitali di dati.
Un’altra riflessione che può essere utile riguarda la lingua inglese: viene utilizzata nell’80% dei due miliardi e mezzo di siti web registrati al mondo fino ad oggi, eppure meno di una persona su dieci la parla. Sono dati riportati dal Rapporto mondiale sulla popolazione pubblicato ogni anno dall’ONU. Si riferiscono al Rapporto del 2000 e forse qualche cifra nell’aggiornamento cambierebbe, ma senza alterare la fotografia della situazione.
A questo punto va chiarito che non si intende demonizzare il processo di globalizzazione dei sistemi informativi che piuttosto rappresenta la chiave di accesso al Terzo Millennio. Si deve tenere presente, però, che questa magia rende ancora più esclusi gli esclusi. Vale la pena di ricordare che all’inizio del secolo scorso la proporzione tra ricchi e poveri era indicata con la cifra di 8 a 1, oggi viene indicata come 75 a 1. La fiducia che sembrava si potesse riporre nell’effetto “vasi comunicanti” che, prodotto dalla globalizzazione, sarebbe stato in grado di livellare le condizioni sociali della popolazione mondiale, si è rivelata una illusione. Ormai siamo in grado di valutare che, se la copertura globale dell’informazione, come altre forme di globalizzazione, non viene gestita, non arriva affatto a ricoprire il mondo abitato. Su questo si sono espresse personalità molto autorevoli come il Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, il Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, e il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Ritengo, in ogni caso, che i dati numerici siano utili alla riflessione e se finora abbiamo parlato di esclusione per ciò che concerne i paesi poveri, ora vale la pena di dare uno sguardo all’Italia. Più di un italiano su quattro risulta conquistato da Internet. Nel 1999 gli utenti erano circa sei milioni e solo due anni più tardi sono arrivati ad essere undici milioni, pari al 23,4% della popolazione. Siamo, con questo dato, vicini alla Francia (25%), più lontani dall’Inghilterra (34%) e ben distanti dalla Svezia (69%). Possiamo comunque vantare una posizione dignitosa. Ma se facciamo l’identikit di questo 23,4 % di popolazione italiana scopriamo che il 99,5% ha un’età inferiore ai 40 anni, è maschio, vive al Nord ed ha un reddito medio-alto.
In ogni caso, non dobbiamo parlare solo di esclusione, perchè perderemmo di vista altri aspetti significativi sui quali rimanere vigili. Ragioniamo su questo: i vari mass media stanno convergendo in Internet. Si guarda felicemente alla rete come ad una fonte globale: ci ritroviamo connessi con le principali biblioteche e con web cam in tutto il mondo e il prodigio è reale, ma c’è sempre l’altro aspetto delle “magnifiche sorti e progressive” della civiltà, delle quali ci parlava Leopardi. Siamo collegati con le biblioteche del mondo ma il nostro mass media diventa uno solo. C’è il rischio di assottigliamento delle fonti. I vari mezzi di comunicazione, infatti, stanno convergendo in Internet. Si parla del famoso medium totale che raccoglie intorno al web, radio, TV e telefono oltre che la scrittura e il pc. Collegati con tutto il mondo, dunque, potremmo usufruire di un solo medium totale e delle fonti di informazione da lui veicolate. Non è un processo negativo di per sè ma uno sviluppo da capire. Stiamo già vedendo oggi come la conversione di molti gruppi editoriali e centri di informazione abbia creato una concentrazione di potere che non ha nulla a che vedere con la pluralità delle fonti che ci si aspettava da uno strumento globale come Internet.
Parlando da giornalista, inoltre, sottolineo che la grande velocità dei nuovi mezzi di comunicazione, la cosiddetta “notizia in tempo sempre più reale” apre una problematica enorme: la verificabilità delle fonti. Non c’è il tempo necessario per il controllo delle notizie che pubblichiamo perché siamo costretti ad inseguire a livelli estremi l’attualizzazione. In questo modo la notizia si coriandolizza. Abbiamo sempre l’ultimo aggiornamento e nelle redazioni è forte la tentazione di dare sempre l’ultimo dettaglio ma si dimentica sempre di più di ricostruire l’antefatto. Mi chiedo quanti possano realmente capire il continuum di una notizia, che non riguardi un fatto di cronaca che viene spesso morbosamente riproposto in tutti i suoi dettagli.
Mi sembra che il rischio paradossale sia la difficoltà di possedere e gestire le informazioni a fronte delle nuove illimitate possibilità che abbiamo di essere raggiunti dalle notizie. L’autorevole massmediologo canadese Derrick De Kerckhove afferma che i mass media deformano la nostra psiche perché sono un’estensione del pensiero, una specie di arto-fantasma mai abbastanza integrato al corpo e alla mente. Ci ricorda che anche di fronte ad Internet dobbiamo cercare di tutelare la connessione tra l’estensione dei nostri sensi, la mente e il corpo. Si tratta di essere in grado di gestire ciò di cui stiamo usufruendo e certamente non di rinnegarlo. Accenniamo soltanto al problema della extraterritorialità di Internet che si pone come zona franca che sfugge alle normative territoriali. Un eventuale controllo su fenomeni come la pedofilia, che ha tristemente trovato nella rete un utilissimo strumento di promozione, deve fare i conti con accordi internazionali finora impensabili perché da riferire ad un ambito virtuale e non a confini geografici. Non può mancare uno sforzo di inventiva per aggiornare, in questo caso, gli aspetti legislativi di battaglie a crimini di vecchia data. E il punto è sempre quello: capire e gestire fenomeni in fieri che accanto a grandissime potenzialità presentano forti rischi.
Anche per sottolineare le non scontate potenzialità, propongo due esempi di dati, questa volta di natura decisamente positiva. Il primo riguarda la Russia: nascono ogni giorno cinque nuovi siti web dedicati all’informazione, tuttora risalgono in tutto a circa 4000 ed è certamente una vittoria della libertà di informazione. Gleb Plavonsky, sociologo dissidente ora consigliere di Putin, ha detto che Internet rappresenta l’occasione unica e la vera speranza di riequilibrio dell’informazione, essenziale per pluralismo e democrazia. Il secondo esempio ci porta in Spagna, precisamente in Andalusia, in un paesino vicino a Granada dove hanno avviato un sistema di teledemocrazia. Ricordiamo che la zona ha il reddito più basso di tutta la Spagna. Il Consiglio comunale è connesso ad Internet e dopo il dibattito, durante la pausa telematica, si chiede alla popolazione di esprimere la propria opinione sulle proposte. Solo più tardi si vota. Anche qui, certamente, è fondamentale la differenza tra chi è connesso e chi no. Ma la vincente positività del caso è riposta nelle scelte fatte in fase progettuale. Prima di avviare il sistema di teledemocrazia, infatti, nel 1999, lo Stato ha provveduto alla distribuzione di un computer per ogni abitante e all’istituzione di corsi di aggiornamento anche per i cittadini più anziani. In tema di esclusione, d’altra parte, gioca un ruolo fondamentale la scelta di un percorso formativo per quanti ancora non hanno acquisito gli strumenti per “navigare”. Un percorso formativo che deve passare attraverso la diffusione dei pc, ma soprattutto attraverso una scolarizzazione dell’informatica, anche per chi per andare a scuola non ha più l’età.
In definitiva, anche per quanto riguarda i media e i sistemi informativi, la globalizzazione è un fenomeno ineluttabile che non va nè ostacolato nè osteggiato ma neanche subito. Piuttosto, va governato, che non significa censurato ma, piuttosto, progettato, promosso e tutelato. Non può essere abbandonato a se stesso.
secondo panel su Internet e Tv in inglese
THE DIGITAL REVOLUTION AND TV
The transformation of television, which is underway in the whole world, is in part influenced by the development and by the convergence of technological standards, but most of all by the Internet. Television, in turn, is influencing the net, as Internet services tend to include video distribution with television quality.
The use of digital technologies for TV will thus accelerate the fusion between these two universes, with the possibility of accessing Internet services from TV and vice-versa. It is therefore likely that the new generation of TV viewers expect from TV some characteristics that are typical of the Internet world.
To watch first-run films that have not yet reached theaters on television. That is the outlook offered by Video On Demand and which, according to Raymond W. Smith, president of Bell Atlantic, belongs to the near future. Smith explains that it takes the producers’ authorization to whom it can be offered to share up to 2$ for each user request. It is really an interesting hypothesis for the TV viewer of the future. It is the most revolutionary hypothesis for the whole film and television industry that has ever been linked to the traditional exploitation and that now will see pay-per-view ahead of the ticket counter. It has been talked about for years but now it seems that the time has come to translate the project into reality.
DIGITAL TV IS NOT ONLY BROADCASTING
Cybernetic networks may seem revolutionary compared to TV common usage. They are in terms of text because the networks’ hypermedia modalities suggest a re-definition of narrative structures, of values, of forms an of languages. They are in terms of creativity because they can favor a radical de-composing and re-composing of work thus regaining the craftsman’s quality with technological potency. They are in terms of production and distribution because they represent the fall of broadcasting’s centrality and the de-structuring of the product-consumer chain. They require, in addition, a political economy of the product in relation with the dynamics of globalization and localization of needs. They rely on the positive enjoyment of demanding and motivated audiences. To be multimedia means being able to be channeled on more supporting structures and according to various usage categories.
In fact, the fundamental opportunity to improve service quality is digital technology that is geared towards both satellite and terrestrial transmission. The radio-television firm in the new millenium is under very strong competition pressure due to the new transmitting and receiving devices having numerical or digital technology.
It was soon defined digital revolution. It is something that involves each aspect of production and knowledge management, from telecommunications to photography, from newspapers to business accounting. Digital connects in fact each compartment of communication, thus increasingly accentuating the convergence of a macro sector which promises to be, in the new millenium, the leading industry of the world’s economy.
TV AND PC
One billion televisions in the world, four hours of videoscreen daily per capita for Americans and little more than three and a half hours for Italians, but also more than eighty million computers connected between each other through the Internet. The Fifth Power will have to strive to successfully design its new relationship with a new public.
The anthropological mutation consists of a detachment from traditional TV. Public opinion seems more aware and cautious concerning the pressing influence of mass television.
In the 1950s and 1960s, television had few channels and programs were a careful mix of education and entertainment. With the multiplication of channels and with the remote control, the user sitting in front of the TV takes on a new decisional role compared to who, from behind the screen, loses power while designing television programs.
Because of this, television supply begins to pursue the audience of its taste. Taste indexes do not count anymore, but rather the Auditel results.
Today we realize that the television era is giving way to that of televisions: supply is no longer decided by the programming wizards because programming is being built through theme channels, it becomes in other words personal. Once more technology has been determinant. Besides, each one of us has always less time and therefore if he/she can, he/she will increasingly do only the things that particularly interest him. This is the great novelty that has led to the television renaissance. The satellite-computer-TV and computer technologies system tends to unify itself strategically in order to produce a completely original supply compared to the past.
It is clear that there will be an interaction between television and computer in the future. But it is imaginable that still for many years the living room will be destined for entertainment, even with all its possible simple interactivity like games or the request of programs. The studio or the computer corner, instead, will be places for interactive activities concerning management of more complex services like home banking and others. It is already possible to use web-TV or to receive in a corner of the computer’s monitor also Bloomberg TV with its economic news.
Impact and approach
If on the one hand there is extreme difficulty in thinking of culture in the same line of development as the Information Technology, on the other hand only the virtual space guaranteed by the digital platform allows national cultures the possibility of using market gobalization. For Italy and its particular technological evolution it is a survival need.
In the history of the relationship between industrial and postindustrial technologies and cultures, a continuous comparison-clash between the acceleration of innovative processes and the stabilization and conservation of assets has been prevalent. On one side the avant-guarde, ever more compatible with the “common cultures” of the current consumer society. On the other side traditionally elitist cultures which have hegemonized the flow of collective media top-down. Thus today the contraposition between experimental use and conservative use of the media does not hold.
There are cultures that have a totalizing vision of the media and cultures that instead feel their instrumental nature.
The former ones conceive Information Technology as an update of an endowment based on the television model. The latter ones feel the terminal as a simple means of access to services and contents. These are the authentic potential of the system. The choice, then, must be made between two different strategies of using the new-media. The choice of using them and privileging unidirectional languages is substantially regressive, while those who use them in an instrumental way are making identity their prevalent reason.
TV AND COMPETITION
In order to have an effective competition it is necessary to favor legislative competition mechanisms. In Europe, where the installation costs of ether and cable stations is prohibitive, the only possibilities of access for new subjects come from satellite.
Generalist TV has traditionally had two types of actors, that is television as it once was defined as public service and the commercial TVs. In time the two forms have been contaminated, as anyone can see first of all in Italy, so much that there is no conference that does not deal with the role of public service.
Generalist TV has elsewhere been shaken by a process that has seen the penetration, starting in the 1980s, of a second typology, that of pay tv and now sees the growing establishment of new supply modalities such as theme channels and globalizing channels. In this process of transformation, technology plays its part regarding satellite and cable and signal digitization. This process could play the same transformative role as that data transmission played in the telephone monopoly with the lowering, thanks to technology, of protective barriers of the natural monopoly, the increasing difficulties on the part of regulators, in avoiding the by-pass. In order to do this it is however necessary to find out more about the economy of channels.
THE ROLE OF LAW
Obviously there is a lot of material for the regulator and it is important, to this end, that the regulator be one. We recall that this aspect concerns other aspects such as questions concerning antitrust laws on TV and those on the surveillance of content and on the right to information.
It is the regulator’s capacity, starting from the European regulator, that can lead to competition. In fact, there is a revolution in this sector called netcasting. It is a modality to gradually introduce interactivity in the activities of broadcasting. This will be possible if the final consumer has, at low price, all the opportunities offered by technology and by the market. And this requires, in fact, that the competition mechanism work
ROLES AND CHALLENGES OF MULTIMEDIA
In order to participate in the challenge of television multimedia, no matter what the area of belonging is, it is important to fix long-term goals, to develop a wise investment policy and a close-knit network of dialogue and alliances with other operators, to be able to be ahead of others in the race.
The fine line that separates the different sectors of information will lead to an opposite tendency to that which we have seen from the 1980s onwards which professed the specialization of roles. It is credible to imagine that in a scenario where the areas of technological development are so close together to be overlapping, the strategy of the great multimedia participants will be geared in fact to the search of partners with different specializations and competencies with which to unify forces and globally control the market. This is why alliances between telecommunications, publishing and computer-related groups, as the sum of specific know-hows, will lead to a new form of globalization where it will be important to consider each single area by respecting a common strategy.
THE ADVENT OF AD-MATICS
New media pose the problem of understanding their technological content so that the best opportunities of utilization may be identified both in terms of expression and of pure cost-efficiency
Today a media planner does not have to know the technical aspects of a television transmission to arrive at the decision of using it in a spot.
But the dividing line between choice of channel, creation of the message, and technical execution for the most efficient result will be much finer thanks to the new computer technologies. The possibilities offered by computer technology are infinite already today and the communications solutions that could blend well with it are known to very few advertising executives.
In order to understand them it is necessary to plunge into technological matter, to live at close contact with it, follow step by step the birth of new products and communication channels.
The dialogue between publicity experts, particularly those who have best followed the evolution of media and who know the expressive possibilities of the new media, and computer experts, those who live in a technological environment, could give life to a new professional figure: the ad-matic, half advertiser and half computer expert.
THE TOTAL MEDIUM: TELEPUTER OR COMPUVISION?
The information superhighways hypothesized by Bill Gates of Microsoft and all the computer world are more near to be realized in North America, perhaps very soon, because it has accumulated a technological and content-wise advantage during the first years of their life and expansion. This advantage will guarantee their advent at the moment when infrastructures and wide band will be ready for use.
Interactive TV takes time to impose itself because of long and costly experimentation while waiting for the wide band which offers users a low level of interactivity. It should find millions of followers among American middle-class families who must have their daily dose of generalist TV and talk shows.
For PCs, the Internet and tens of millions of users in the world who are already navigating in the future of information, the wide band will be an exceptional launching pad.
PERSPECTIVES IN THE POST-TV ERA
In Italy there is still a generalist public, but there are also other audience aggregations that are quantitatively relevant defined, perhaps with limiting term, target or niche audiences.
When referring to these segments of audience, it may be thought of people who read the same books, listen to the same music, watch the same films, consume the same products. A much more extended segment than what could be imagined. This public does not find that the supply is adequate to their needs in mass television, and is searching for more innovative and quality programs through personalized channels. It may also be said that the passage from mass media to personal media, theorized by Negroponte in 1982 has found an initial yet imprecise demonstration in the explosion of theme channels.
The situation, although it is fluid, imposes urgent choices even if they work only on the medium term. The delay of the Italian experience compared to other European countries allows, under a certain profile, a certain advantage compared to those who started before. The advantage may be profitably used only taking into account stimuli and continuous evolutions that other entertainment forms have on our tastes, our way to be informed and to have fun.
Television products have always been mono-media. It happened sometimes that a film was made from a TV series, that a radio or theatrical performance was made of a TV sitcom. During the last few years a kind of production has established itself mostly for economic and market needs and it that can be defined as oligomedia, using the synergies between different media both in terms of product and of market.
Until now however nobody has conceived an enlarged multimedia form which operates at 360 degrees on the whole universe of media through a digital platform and which produces modular works where each version interacts with the others. This multimedia is different from the accidental one because it is an organic modality of design and not of production, a sort of engine where each medium accumulates and gives back energy. An important consequence of this way of thinking is in the fact that television structures will no longer have as their ultimate goal that of producing programs but rather material for multimedia and multichannel works. And the same can be said of publishing firms.
The day when it will be clear that multimedia is something more than a digital support, that is a different way of designing, executing and distributing products for all media, publishing companies and television structures will have to be radically re-designed in their structure and functioning.
In order to develop a culture capable of adapting to the new scenario of the digital platform it will be necessary to redesign the structures of the information industry following horizontal paths thus building a multitude of bridges that connect media to each other.
INTERACTIVE REVOLUTION AND FRUITION OF THE TELEVISION PRODUCT
Cybernetics today is seen by many as an instrument of a new alphabetized elite. And yet digital technology’s flexibility allows a simplification of functions such as the verbal command of programs and it brings a resulting decline in prices, probably greater than the corresponding decline of the initial television costs.
Cybernetics opens towards new forms of relationship, learning, representation and communication. Digital languages favor a progressive slide towards somatic, psychomotor languages, bodies that are increasingly less linked to the authority and the centrality of texts and increasingly more the actors of simulation rather than spectators, or creators of environments rather than inhabitants. It is in this sector that the Information Technology will play an epochal role, through a gradual renewal of the supply of the audiovisual product.
The interactive revolution permitted by the digital platform does not mean the disappearance of the passive fruition of the television product but rather progressively adding to mass television channels, theme channels, Pay TV those interactive services channels that, especially in the beginning, will be experienced by the average spectator as a sort of super televideo.
Startling indications come instead from the programming and fruition of videogames and from artistic experimentation, those that are turning to the Information Technology in radically alternative terms compared to the traditional audiovisual culture.
Not all that connects is global
Internet, key element of digitization, represents the fastest growing communications instrument in history. It is calculated that from 1999 to 2001 the number of users will go from approximately 150 million to more than 700 million. It can be asserted that the concept of distance and time has changed. In the meantime, we must stop and reflect on the magical potential of what we are saying.
Internet, loyal to its name, world wide web, is a world network which marvelously connects its users excluding however all others. The world could still be divided between rich and poor, schooled and illiterate, computerized and non. A computer costs the average inhabitant of Bangladesh an amount that is equivalent to eight years of his earnings, while the average American buys it with the salary of one month. 88% of Internet users lives in industrialized countries that represent only 17% of the global population. The United States possess more computers than the rest of the world taken together. South Asia, with 23% of world population hosts less than 11% of Internet users in the planet. These figures come from the 10th Report of the United Nations on human development of the year 1999.
Globalization, which finds in digitization the best ally, represents the free flow of money and merchandise and allows the growing interdependence between individuals. It is the magic through which space shrinks, time contracts, frontiers disappear. But this communication can also be a conversation with high tones which excludes those who have a weak voice. Let’s remember that English is used in almost 80% of websites although less than one person in ten speaks it in the world.
Without demonizing a phenomenon representing the key to access to the third millenium, it must be said that the globalization that we know does not satisfy all of humanity’s expectations for tomorrow. There is reason to believe that market forces alone will not correct inequalities, imbalances, contradictions. The illusion that the globalization process could work according to the principle of communicating vases miraculously leveling differences in people’s quality of life has been abandoned. We need awareness to act in this sense. We need a strong mind that does not give up when confronted with the current speed of communicated thought. We need a careful study elaborating the new horizons opened by the multimedia era. For this it is fundamental to try to understand problems through all aspects, reasoning while keeping in mind technology, law, economy, politics and society.
THE LIMITS OF CYBERSPACE
Cyberspace, interconnection of the computers of the whole world, tends to become the major production, management and economic transaction infrastructure. It will soon become the main collective memory phenomenon. In a few tens of years cyberspace, its virtual communities, its images, its interactive simulations, its texts and signs, will be the essential mediator of humanity’s collective intelligence. It would be wrong to think however that this will happen automatically with all positive implications. We must not forget that the defense of exclusive powers, institutional rigidity and mentality and culture inertia can lead to social utilization of the new technologies that are much less positive. The challenge is open.
We must not forget that in addition to the plane of technological potential there is the plane of contents. To this end we quote Mr. Wang, head of Wang computer multinational: “It is certain that in the future will we communicate more and more easily. It does not mean that we will communicate better”.
SOCIAL ASPECTS OF DIGITIZATION
The question of the inclusion, that is, of the participation of everybody is a central element of the emergent information society. The inclusion, or more commonly defined cohesion, is measured with degree of participation of an individual in society. It is hoped for that all individuals will be able to fully play their role in the social life of the collectivity. The information society should contribute to reducing exclusion and not to augment it.
And yet there are many who express the preoccupation that the new communications and information technologies will increase instead of diminish existing inequalities. The risk is that a society of two speeds may develop privileging those who dispose of information compared to those who have been excluded. In this sense, we must single out two levels of exclusion. The first concerns those within western society who remain outside of cyberspace for various reasons. The other comes from the contrast between industrialized countries and third world countries.
It is an ample and complex issue. Those who manage the new technologies will undoubtedly play an important role by creating more cohesive and integrated collectivities, creating opportunities to avoid the exclusion of disadvantaged or marginal groups.
On another plane the danger of increased individual isolation in the information society must be valued, although there are signals of the manifestation of new forms of conviviality and human interaction around the new media. Equally important is to keep in mind that the virtual environment created by the new technologies can alter our perception of concrete reality. In both cases there should be an in-depth study, and not a theoretical speculation, of the real effects of information and communications technologies. For example, it would be worth going into the phenomenon of identity falsification when navigating on the net. There are cases mostly of net alterations in the information on age or on the census. In fact, navigating on the net allows people to relate to one another forgetting or hiding their physical reality.
Finally it seems important to create the conditions so that people, particularly less active groups, will not be obligated to adapt to the new technologies, but on the contrary technologies may adapt to human needs. With this outlook we can hope that the information society will not create new excluded categories but rather improve social integration and quality of life.
DIGITIZATION: A UNITED EUROPE BUT DIVIDED BY LAW AND TECHNOLOGY
Given the new social challenges, there must be an incisive change in the policies of the European countries to go beyond the old industrial economies of scale and legal harmonization needs associated with economic and monetary integration. To obtain a minimum of economies of scale is an essential condition for the commercial success of many information services and products. To this end we must underline the distinction between services offered on the net and the information products. The connection is close thanks to the very characteristics of digital technologies but conceptually the difference must be kept in mind. In any case the new forms of economy will amply surpass those possible in the case of industrial goods. The promotion of a harmonized European market concerning many of those services constitutes an essential element for a rapid diffusion but it can be important also for the establishment of a competitive multimedia European industry which will not forget quality.
Therefore, the peculiar challenge posed by the European information society is in fact the search for competition based on cultural, education and social diversity. A new economic integration outlook is needed so that the emphasis will not be only on the standardization and harmonization of products and services and on the accessibility of infrastructures and a greater transparency of markets in Europe. What becomes fundamental in fact is the recognition and the enhancement of the great variety of tastes, cultures and talents.
How information society can transform the productive potential inherent in the enormous multicultural wealth of Europe into a competitive advantage is a central question which will have to be confronted in the next few years.
MULTIMEDIA AND MULTICULTURAL
The risk that is immediately perceived is that globalization may involve homogeneity. In the case of Europe this would signify a flattening with the loss of the specifically cultural of each country. And yet a multicultural vision of Europe can be maintained and even favored by information society. Thanks to the use of new technologies in fact it is possible to ensure the transmission of ideas and cultural creations thus encouraging direct contacts between different groups which are often very distant from each other.
In the Union variety expresses itself especially at local level because the local collectivity and the region constitute the advanced leaders where diversity can be fed, promoted and integrated in the global community. It thus becomes important to enhance the local dimension. And the first step is to increase cultural production and consumption at local level. It is an important aspect that contributes to the development of the natural creativity of people, especially in remote or peripheral areas, and which plays also an educative role. For this, however, cultural services must be conceived in such a way that they will contrast, rather than follow, tendencies that are too centralized.
WITHOUT FRONTIERS AND WITHOUT FILTERS
On the other hand, if we focus on media we realize that the internationalization of media operations tends to increasingly bypass the regulations of national governments. In this scenario the concentration of mass media could create a privileged group of able lobbyists and political leaders capable of handling the attention of mass media and therefore of users. Public access to neutral high quality information is essential for the adequate functioning of democracy. If they don’t have impartial information on what is happening in the collectivity, in the nation or in the world in general, citizens cannot play an active role in the running of society nor make conscious choices at the moment of elections.
In fact, even today, the information we receive is not selected and channeled in a completely neutral and transparent way. Mass media ownership becomes increasingly concentrated and a media conglomerate can control a whole series of newspapers, of television stations, of newscasts. If only a few organizations decide which information to give to the public and if there is no transparency on those who own the media, we must ask what limits to cultural and political pluralism in Europe derive from this. It must be underlined that in the current phase of technological and communications revolution new mass media forms, first of all the Internet, promote the decentralization of expression making it easier for the individual to communicate a message or his opinion to many other people.
CONCENTRATION EFFECT
A few EU countries have passed laws on mass media concentration but this legislation should be harmonized and coordinated at European level also to avoid distortions of competition between member states. It seems to be always more necessary to keep discussion always open on similar issues. In order to ensure a pluralistic representation of mass media, maintain freedom of expression and reinforce democratic debate in the EU, it is desirable to observe developments in the mass media environment.from an european point of observation, as better as possible.
It could ensure total transparency concerning cross-ownership of media, promote discussion and debate on issues concerning the distinction between information, knowledge and entertainment, study the influence of media on young people as well as the impact and the consequences of new technologies, like the Internet, on mass media and policy.
On the other hand, Digitization means having the possibility of touching any point and there creating a tangible effect through our electronic extensions. Surfaces are no longer satisfying. We are even trying to penetrate what is non-penetrable, the video screen. A literal expression of the digitization culture is represented by virtual reality machines which let us penetrate the world of the video and explore the infinite depth of human creativity in science, art and technology.
The digitization culture implies, therefore, seeing through. We see through matter, space and time with our techniques of information search. Every time a digital technology allows a physical and mental access to some place on earth or in the depth of space, beyond any previous border, our mind follows it. The cultural consideration has to be up to the situation of the present and of the future.
Guerra e media: confronto alla stampa estera
IL GUSTO DEI MEDIA PER LA CATASTROFE
Intervento di Fausta Speranza
al convegno “Guerra e media: il gusto della catastrofe“, organizzato dall’Università degli Studi Roma Tre e dall’Associazione Stampa Estera il 12 Ottobre 2000.
Di fronte all’ennesimo dibattito, viene da chiedersi se è ancora utile riflettere sulla relazione guerra e media. La risposta è, senza dubbio alcuno, sì. Primo, perché la guerra non è finita e secondo, perché l’analisi di come i media si comportano all’interno dei grandi eventi dovrà diventare una delle nostre funzioni critiche fondamentali. Capire i media sarà nei prossimi anni vitale per la libertà dell’informazione e dei cittadini stessi. Anche la globalizzazione, infatti, altro non è che un fatto comunicativo.
Gli organizzatori di questo convegno hanno sottolineato una verità che è sotto gli occhi di tutti (basta lasciarsi andare alle serate in tv), “questa è stata una guerra combattuta dai media, più che con i media, in cui l’uso dell’immagine da trasmettere ha giocato e gioca ancora un ruolo fondamentale”. Per l’appunto, dunque, potere mediatico sommato al potere delle immagini, cioè alla televisione.
Gli interventi di apertura sono stati affidati ad alcuni docenti, togliendo in questo modo al convegno la visuale degli storici del momento, anteponendo quella dei filosofi, che hanno dato così della guerra una visione più analitica e distaccata.
Hanno parlato con vivacità Franco Monteleone, docente di storia della Radio e della Televisione, Giacomo Marramao, docente di Filosofia Politica, Enrico Menduni, docente di Linguaggio Radiotelevisivo ed è poi intervenuto Giampiero Gamaleri, docente di comunicazioni di massa a Roma Tre. Molto interessanti per le informazioni che hanno dato e per il diverso punto di vista gli interventi di Samir Al Quariati della televisione araba Al Jaazira e di Francisco Arajo Neto, corrispondente per il brasiliano “O Globo”. Altri esponenti del giornalismo hanno portato la loro esperienza e riflessione: Roberto Morrione, direttore di “Rainews 24”, Guido Rampoldi, inviato di “Repubblica” e Fausta Speranza, di Radio Vaticana e collaboratrice di Comunicazione di Massa all’Università RomaTre, che ha parlato di “buchi neri dell’informazione” spiegando che nessuno poteva immaginare né prevedere l’11 settembre però non si giustifica il silenzio e l’assenza di informazione nel prima. Nessuno parlava di Bin Laden e delle sue reiterate minacce, dei Taleban e delle efferate scelte di un regime che lanciava proclami di odio contro gli Stati Uniti, della Jihad, dell’Islam. D’accordo con questa valutazione, Roberto Morrione ha aggiunto come nella disinformazione ci si ricade subito dopo l’effetto allarmismo da catastrofe, ricordando che l’Afghanistan è scomparso dalle pagine dei giornali con i combattimenti ancora in atto e senza una conclusione del conflitto e, dunque, senza analisi o riflessioni.
La chiave della lettura di questa guerra è stata in questo convegno la parola “catastrofe”. Con l’aiuto del vocabolario leggiamo il senso profondo di questa parola che ha a che vedere con rivolgimenti, sciagure ed eventi gravissimi, qualcosa che attiene alla natura e sembra una calamità, senza soluzione nella sua negatività. Ma è qualcosa di più che la parola catastrofe sottolinea in questa guerra. Un po’ come nella tragedia greca l’accadimento così come viene proposto dai media è subito, più che spiegato o illustrato ai lettori, come dovrebbe. Questa guerra vista dai e sui giornali è stata chiamata da Franco Monteleone la cultura del disastro, una guerra tutta diversa dalle altre, senza un nemico identificabile, una guerra che ha creato il rischio della narcosi. Telespettatori e lettori sono stati vicini all’ assuefazione ad un dramma, come ha detto Giacomo Maramao, un dramma prigioniero di una estetica delle immagini televisive. Tanto da diventare simile ad una specie di serial del terrorismo, una narrazione a puntate trasmessa in diretta, come ha detto Enrico Menduni. «Le gesta delle Brigate Rosse furono un cupo serial, così gli attentati dell’Eta». Un attentato diventa per la tv dunque un evento mediale. In altre parole, ha detto Menduni: «Il parlarne produce un effetto positivo sull’organizzazione che l’ha realizzato come la performance di una industria migliora i corsi borsistici delle sue azioni».
Ma le notizie sull’11 settembre davvero erano così catastrofiche e virtuali nella loro esposizione su giornali e tv? L’analisi critica della stampa italiana e straniera è stata realizzata da un gruppo di studenti del corso di Sociologia dei media, coordinati da Marina Loi, nel corso di una ricerca promossa da Marcelle Padovani e dal professor Meduni, per il corso di Studi “La comunicazione nella società della globalizzazione”. La ricerca ha dimostrato quanto il giornalismo italiano non sappia rinunciare allo spettacolo, creando consapevolmente o meno un’atmosfera di catastrofismo, come si diceva in apertura. Cominciando con i grandi quotidiani, come “La Repubblica” (ricerca di Marco Tullio Liuzza), “Il Corriere della Sera” (Silvia De Feo, Davide Scafuro, Maria Chiara Di Felice), che troppo spesso cedono alla tentazione di trasformare ogni protagonista in personaggio e di enfatizzare le notizie e puntare al colore più che ai fatti, sino a giornali come il “Messaggero” (Valentina Proscio), che puntano decisamente i riflettori sul lato emotivo, enfatizzando uno stile da romanzo e da intrattenimento stile fiction tv, al “Mattino di Napoli” (Patrizia Corsaro) che ha evocato atmosfere da fine del mondo. Nessuno è esente da quello che oggi si chiama preziosamente infotainment, nemmeno l'”Espresso” (Luca Patrignani, Alessandro Marascia e Francesco Riccardi), tantomeno le televisioni, “Canale 5” (Simon Cittati, Pietro Bardelli, Diego Nannuzzi), “Sciuscià” di Michele Santoro (Ilario PIagnerelli, Lucia Bracci, Maria Chiara Perugini, Raffaella Polselli).
E gli stranieri? Tutti più bravi di noi. La stampa francese (ricerca di D’Onofrio, Denti e Loi) si fregia di “Approfondimenti, sobrietà, rigore e toni poco inclini al sensazionalismo, di un rapporto misurato tra scrittura e immagini, meno grafici, meno virgolettati, meno fotografie”. Insomma più contenuti.
“Le Nouvel Observateur” (Silvia Tarquini) usa “toni pacati ma determinati, ha attenzione ai musulmani che hanno condannato l’attentato”, etc.. Serietà e accuratezza nelle fonti per “L’Economist” (Paola Taqruini); riflessivo l'”International Herald Tribune”. Elogi dunque alla stampa estera dagli studenti. Aggiungiamo noi una critica. Sono elogi facili, visto che partiamo da un confronto con un giornalismo notoriamente sensazionalista, come il nostro, viziato da uno strapotere e da una competizione difficile come quella della tv. Fausta Speranza, giornalista di Radio Vaticana e collaboratrice di Comunicazioni di Massa dell’università Roma Tre, che ha analizzato le tv ha sottolineato come dopo un iniziale impegno per un giornalismo serio, anche le tv abbiano ceduto al sensazionalismo scegliendo la strada dell’allarmismo, sia nelle immagini che nei contenuti. Un comportamento che sembra ancora più colpevole perché quella professionalità, che non manca anche in Italia e che scende in campo di fronte all’evento straordinario, viene poi sacrificata, in una seconda fase più ragionata, alle logiche di un giornalismo-spettacolo. Quell’allarmismo che di solito si nutre di delitti, di stupri, di incidenti, di ondate di immigrati, nei giorni successivi all’11 settembre è ritornato sotto forma di terrore dell’antrace, accompagnato da vaiolo, peste, veleni chimici. Salvo poi, ha sottolineato Fausta Speranza, non parlarne più dall’oggi al domani.
Interessantissimo e da ampliare lo spunto sui bambini che hanno visto la guerra in tv (Valentina Diaco). Ottima idea per una ricerca anche istituzionale. Tre milioni di piccoli telespettatori, dai 4 ai 10 anni, hanno visto la tv in prima serata: 40 mila bambini per “Porta a Porta”, 53 mila per “Sciuscià”, 180 mila per il “TG2” e 210 mila per il “TG1”. Gli effetti? Scontati: ansia, assuefazione e abbassamento della soglia della sensibilità. I lettori di domani saranno, dunque, potenzialmente meno critici di noi.
Alcuni dei vari convegni
Fausta Speranza ha partecipato in qualità di relatore, tra gli altri, ai seguenti convegni:
24-25 ottobre 2009
“Siamo in onda: la radio e l’informazione globale”
organizzato dall’Azione Cattolica a Meta di Sorrento
25 ottobre 2008
“Chiesa e media: dialogo e scommessa“
organizzato a Grottaferrata da Il Centro interprovinciale dei Carmelitani scalzi

12 febbraio 2002
“I media e la guerra: il gusto della catastrofe” “WAR AND PRESS”
promosso dalla Stampa Estera e dell’Università Roma Tre (presso la sede della Stampa Estera, in via dell’Umiltà 83\c)
Testo
Testo dell’articolo pubblicato dopo il convegno
5 dicembre 2002
“La copertura giornalistica dei diritti umani: le elezioni, i media e le missioni di osservazione elettorale”
organizzato dall’Osservatorio di Pavia nell’ambito del Progetto Eurosservatori
(presso il Collegio Giasone del Maino, via Luino 1)
13 luglio 2001
“Sistemi informativi e di comunicazione di massa”
nell’ambito della “BERC – Biennale europea delle riviste culturali” (Università degli Studi di Genova, Stradone Sant’Agostino, 37)
Testo dell’articolo pubblicato
14-16 settembre 2000
12th “European Television and Film Forum”
dell’Istituto Europeo per i Media, organizzato a Bologna nell’ambito del Prix Italia
Testo dell’intervento in inglese:
1-2 dicembre 1999
“Nuove frontiere di comunicazione in ambito militare”
presso la base militare di Pozzuoli
11 maggio 1999
“I Caschi blu dell’informazione” Presentazione-dibattito a Roma, presso Università La Sapienza