Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste

Stesse remore

su “Democrazia Futura”

di Fausta Speranza

“La comunicazione deve avere le stesse remore dell’agire”. Una delle figure chiave del giornalismo italiano, Sergio Zavoli, scomparso il 4 agosto 2020, ne era convinto, e amava ripeterlo. Non è solo una bella frase da ricordare, magari rievocando i tempi d’oro dell’inchiesta che fu, ma deve essere il principio con il quale analizzare, da cronisti che antepongono i fatti alle considerazioni, quanto accade oggi, a partire dal proliferare di notizie e dalla sparizione delle inchieste. Tra i dati più rilevanti da considerare c’è un fenomeno tanto sottaciuto quanto grave: oggi la disinformazione è più pagata del corretto giornalismo. Sul web è spesso involontariamente finanziata anche dai maggiori inserzionisti pubblicitari perché prevalgono meccanismi di automazione. Significa sacrificare il senso critico di una cittadinanza alla dittatura dell’algoritmo. Da tutto ciò dobbiamo partire per ragionare sul valore dell’inchiesta ai tempi dei social, tra tagli alle redazioni giustificati dalle crisi economiche, dimenticanza delle fonti accertabili camuffata da post verità, superficialità spacciata per velocità.

La tensione morale

Del giornalismo appassionato e accuratissimo di Zavoli restano produzioni da manuale, ma forse l’eredità più preziosa sta proprio nella tensione morale, alla quale, come tutti gli umani, non sarà stato sempre perfettamente all’altezza nei suoi 96 anni di vita, ma che senza dubbio lo ha chiaramente contraddistinto non abbandonandolo mai e permeando profondamente i suoi oltre settant’anni di attività da giornalista, politico, scrittore. Stiamo parlando della tensione a rispettare valori come la verità, la libertà, la giustizia, il senso del bene comune. Stiamo parlando di giornalismo serio e di qualità, il solo possibile nella convinzione che Alexis De Toqueville ha ben sintetizzato avvertendo che “la democrazia è il potere del popolo informato”. Altrimenti, è potere manipolabile e manipolato.

Oltre la cronaca

Nel caso di Zavoli, si andava oltre la cronaca raccontata correttamente che è già buon giornalismo. Si aggiungeva lo slancio di scavare, andare oltre la descrizione e la ricostruzione di un fatto, per indagare su di esso, ricercarne cause e spiegazioni, e spesso svelare ciò che è nascosto, portando alla luce aspetti e circostanze ignote ai più, o – peggio – che qualcuno vuole occultare. Zavoli, che è stato anche presidente Rai e, una volta senatore, è stato nominato presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha firmato reportage che hanno aperto orizzonti di comprensione su temi come il terrorismo, il fascismo, la democrazia, la malattia mentale, la scuola. “La notte della Repubblica” o “Nascita di una dittatura” sono solo i titoli più noti, fino a “Diario di un cronista”.

“L’inchiesta deve rimbalzare”  

E’ essenziale in ogni caso il rispetto della verità. Si può argomentare per secoli sui criteri di valutazione: possiamo parlare di verità oggettiva, storica o contingente, eccetera eccetera. Al di là delle possibili elucubrazioni al proposito, c’è qualcosa di profondamente “pragmatico” che Zavoli insegnava a chi ha avuto, come chi scrive, il privilegio di lavorare con lui. Ed è racchiuso in una simpatica espressione che ripeteva con convinzione: “L’inchiesta deve rimbalzare”. Ho sempre pensato che significasse che doveva essere come una palla lanciata non per andare a segno su un obiettivo predestinato ma per raggiungere spazi inattesi. Non si può concepire, come purtroppo spesso accade, che si raccolgano prove per una tesi precostituita. Non è questo – pensava Zavoli – il valore dell’inchiesta, che piuttosto deve servire a scavare e a scoprire quello che è ignoto anche a chi decide di andare a fondo e che poi deve fare i conti con la “verità” che gli si palesa. Non è una considerazione scontata. Ci vuole onestà intellettuale e dobbiamo riconoscere che non è merce che si trova facilmente di questi tempi. Ma dobbiamo anche riconoscere che, al di là della “qualità” dei giornalisti, ci vogliono anche tempo e risorse che purtroppo le testate giornalistiche non sono più disposte a concedere, se non eccezionalmente.

Futuro dell’inchiesta,  post-verità e social network

Ma se pensiamo allo stato di salute attuale e al futuro dell’inchiesta, non possiamo non parlare delle implicazioni della cosiddetta post verità. E’ un termine ormai entrato nel gergo del mondo occidentale e forse ancora di più nell’attitudine mentale. Il primo a chiarirci le idee è stato il filosofo polacco Zygmunt Bauman che ha parlato di “modernità liquida” in cui tutto – compresa la verità – è individualizzato, privatizzato, incerto, flessibile, vulnerabile.

Poi abbiamo riconosciuto il concetto di post verità, che individua in sostanza le tante situazioni in cui deliberatamente, facendo leva sulle emozioni, sulle personali credenze, sui pregiudizi cognitivi della psiche di ognuno, la realtà viene distorta e si stabilisce una sequenza parallela. Si crea una realtà fittizia ma il punto è che è proprio in base a questa “verità” fittizia che molti formano le loro opinioni, attraversano e rileggono le loro esperienze. E’ qualcosa che va ben oltre l’individualismo e il relativismo ed è ben evidente quanto facilmente si sposi con il mondo dei social network. E’ un meccanismo in base al quale quanto percepito è considerato vero perché sorretto anche solo dal desiderio e dai sentimenti o dalle sensazioni cui fa appello. Il problema vero è l’impatto che tutto ciò ha sui comportamenti degli individui e delle masse. E il quesito essenziale è come far sopravvivere la ricerca del vero oltre l’apparenza – l’inchiesta – in un momento storico in cui  sensazioni e  sensazionalismo diventano il sostegno della realtà.

Il bisogno di verità dopo la presa di Kabul…

A ben guardare tutto ciò non significa che sia morto il bisogno dell’uomo di verità o che la verità non abbia più un peso e un valore. Solo guardando all’emergenza Afghanistan, è evidente come i talebani la temano più di ogni altra cosa. Gli attacchi ai media hanno accompagnato di pari passo la conquista di nuovi territori. Dove hanno imposto la sharia, hanno anche subito trasformato le radio locali in organi di propaganda. E tra i primi oppositori giustiziati dagli jihadisti è stato assassinato a Kabul il direttore del Government Information Media Center, Dawa Khan Menapal, figura chiave per la comunicazione del governo, già uno dei portavoce del presidente Ashraf Ghani. Se la prendono con i giornalisti, li braccano, li minacciano, li ammazzano. Le uccisioni di giornalisti, di interpreti, i raid sulle radio locali, fanno parte di un’unica strategia. Non possono permettersi alcuna narrazione che sia diversa dalle loro bugie e dalle loro fake news. Possono imporsi soltanto con la brutalità e mettendo a tacere qualunque altra verità diversa dalla loro.

— e le manifestazioni di guerriglia urbana a casa nostra

Non ci sono soltanto gli scenari estremi. Ci sono anche prospettive molto inquietanti a casa nostra. Le recenti manifestazioni di protesta in molti Paesi occidentali sono il segnale di come la pandemia stia contribuendo a destabilizzare la relazione fra i cittadini e lo Stato. Le scene di guerriglia urbana provocate a Roma e in altre città d’Italia a fine agosto dai cosiddetti “no vax” e “no pass” sono state caratterizzate da due preoccupanti elementi: l’uso della violenza e la scelta dei giornalisti e degli scienziati come obiettivo da colpire.

La pandemia ha generato frustrazione, esclusione sociale e molte altre preoccupazioni, alimentando gli atteggiamenti antigovernativi e anti-sistema.

Lo sottoscrive uno studio dell’Istituto di ricerca sulla pace di Oslo pubblicato sulla rivista Psychological Science[1]. Il gruppo di analisti ha intervistato 6 mila adulti abitanti negli Stati Uniti, in Danimarca, Italia e Ungheria ed è emerso un impressionate legame tra il carico psicologico del Covid-19 e sentimenti e comportamenti altamente distruttivi, incluso l’uso della violenza per una causa politica. Non è invece emersa una relazione consistente tra il peso della pandemia e le motivazioni a impegnarsi in forme di attivismo pacifico. Per questo – raccomanda lo studio – quando finirà, i programmi di ripresa dovranno anche riparare le relazioni tra i cittadini e il sistema politico. Senza dimenticare le relazioni tra cittadini e giornalisti, bersaglio in realtà già da prima della pandemia della furia delegittimatrice dei populismi.

Verità fa rima con libertà

Non si può cercare la verità se non si è liberi. Ma anche per il concetto di libertà bisognerebbe intendersi. E’ ovvio che il giornalista deve poter avere un margine di movimento, non può essere ingabbiato da nessuno, nei tanti modi in cui può accadere che lo sia. Ma c’è un altro punto di vista decisivo. Tra i ricordi più vivi delle riunioni di redazione con Zavoli e di alcuni scambi personali, nella memoria di chi scrive c’è un pensiero preciso formulato a seguito di alcune considerazioni del giornalista che amava definirsi cronista. Per un intellettuale, la libertà fondamentale – sembrava suggerire Zavoli – non è solo quella di muoversi in qualunque spazio senza limitazioni o con meno limitazioni possibile, ma è quella di gestire la propria interiorità. Sono bisogni e desideri, ambizioni e aspettative, se non la cupidigia di gloria, di soldi, di potere, a limitare la libertà di movimento. I legacci non sono solo al di fuori, ma dentro di noi. Tante considerazioni e tanti ricordi si potrebbero aggiungere su questo tema. Personalmente ricordo scambi intensissimi di pensieri e di dubbi sulla fede. Non vorrei o saprei raccontarli. Ma c’è un verso dedicato a Dio che, senza restituire tutto lo spessore delle riflessioni di Zavoli e della sua esperienza umana e spirituale di cui nessuno peraltro potrebbe mai davvero dire se non balbettare, mi sembra esprimere il suo anelito di conoscenza, di verità, di libertà perfino nel rapporto con l’ultraterreno, almeno nella dimensione in cui riusciamo a pensarlo.

“Noi parliamo di Dio quasi origliasse

per sapere che cosa ne pensiamo,

 ed è arduo non nominarlo invano

specie da quando, irato,

ha scelto il suo nascondimento…”[2]

In relazione alla fede, resta il titolo del suo libro, Il socialista di Dio, pubblicato nel 1981 da Mondadori,[3] che ha spiegato che un tempo essere socialisti voleva dire essere atei, mentre Zavoli era di fede cattolica e di animo laico. Ha segnato una sorta di superamento di una barriera, da parte di un uomo che era profondamente figlio della tradizione politica romagnola che affondava le sue radici nella difesa dei deboli ma anche nelle violente lotte anticlericali contro lo Stato Pontificio. Ma in realtà bisogna riconoscere che le definizioni non possono essere efficaci di fronte a personalità che meritano questo appellativo. E infatti, più che di superamento, dovremmo parlare di sintesi che l’uomo, il comunicatore, il poeta, ha poi personalmente espresso, tante sintesi quanti sono stati i momenti e i passaggi più significativi della sua esistenza e delle sue convinzioni religiose e politiche. Per un intellettuale vero non c’è approdo: c’è solo la tensione di un continuo viaggiare verso, cercare, attraversare significati e definizioni.

Se la superficialità è spacciata per velocità

Si è detto per anni: la radio lancia la notizia, la Tv la fa vedere, il quotidiano la spiega. Non si è capito ancora cosa debbano fare il web e i social. Si può obiettare che siamo nell’era del medium totale, ma si deve riconoscere che la rete ha gestito l’informazione prima che il mondo del giornalismo gestisse davvero internet. Di certo c’è che si è imposto un ritmo di snellezza della notizia, corredata da video e foto che rappresentano un’ipoteca sul sensazionalismo, carente troppo spesso di vere spiegazioni.

E quel che è peggio è che la rete e i social sono diventati fonti per i media tradizionali. L’effetto principale è di stordimento e di assuefazione a un fenomeno: l’offerta in termini numerici si è esponenzialmente moltiplicata, ma troppo spesso viene riproposta la stessa notizia che conserva spessissimo anche lo stesso errore di battitura. Tutto ciò risponde e riconduce a un pensiero disarticolato e spezzettato che sta agli antipodi rispetto al concetto di approfondimento o di inchiesta. E chi vive la realtà di tante delle redazioni di oggi si rende conto che corrisponde alla velocità con cui si fanno le riorganizzazioni aziendali.

Accade che professionisti siano surclassati da persone meno competenti scelte per dirigere settori cruciali dell’informazione perché se ne sapessero abbastanza si renderebbero conto dello scempio che si compie. L’ignoranza, se si sposa con l’ambizione partorisce obbedienza, tanto apprezzata in tempi di tagli e di sensazionalismo. Dunque, la superficialità è servita in salsa veloce, condita da ignoranza. La distanza dall’amore per lo studio e il rispetto della competenza che si respirava accanto a Sergio Zavoli, e che peraltro ovviamente conosce altre felici eccezioni, è abissale.

E accade che, mentre i media seri stanno vivendo grosse difficoltà a livello globale, l’industria della disinformazione sta vivendo un momento particolarmente florido. Programmi strutturati di inserzioni pubblicitarie per 2,6 miliardi di dollari all’anno firmati da top brand del settore sembrerebbero una fetta come un’altra di mercato, se non fosse che il prodotto in questione da promuovere è la disinformazione.

I dati di NewsGuard

A tanto ammonta, infatti, l’incasso per chi produce fake news, secondo la ricerca  condotta grazie alla combinazione dei dati di NewsGuard e quelli di Comscore. Si tratta rispettivamente dell’organizzazione fatta di giornalisti che monitorano la disinformazione online e dell’azienda che misura pubblico, traffico e metriche pubblicitarie per decine di migliaia di siti. NewsGuard è un’estensione per browser Internet, creata da NewsGuard Technologies. In sostanza, si tratta di un programma che contrassegna le notizie con un’icona di colore verde oppure rosso, che permette agli utenti di riconoscere le fake news. ComScore è una società di ricerca via internet in grado di fornire servizi e dati per il marketing in diversi settori commerciali del web. Sostanzialmente tiene un monitoraggio costante di tutti i flussi che appaiono in internet per studiare il comportamento della “rete”. Sussulti di consapevolezza.

Soldi a chi mente

A chi pubblica falsità, dunque, arrivano miliardi di dollari che possiamo stimare per difetto perché si tratta solo di quelli che risultano. Le piattaforme digitali che controllano gran parte del mercato pubblicitario non rendono pubblici tali dati. Spesso le pubblicità vengono inserite automaticamente tramite algoritmi dalle piattaforme pubblicitarie digitali. Gli strumenti offerti dalle aziende tradizionali di verifica delle inserzioni, create con lo scopo di proteggere i brand dall’inserire annunci su siti inappropriati, sono efficienti nell’uso dell’intelligenza artificiale per individuare e bloccare le pubblicità su siti pornografici, o che promuovono violenza e odio. Queste aziende sono invece generalmente inefficaci nel riconoscimento della disinformazione, che spesso si presenta esattamente come vera e propria notizia e che non può essere identificata attraverso l’uso della sola intelligenza artificiale.

“Valore” commerciale  

Le falsità più supportate dalla pubblicità riguardano settori estremamente sensibili per il cittadino: salute,  disinformazione elettorale, propaganda. Si tratta semplicemente di notizie false ma catturano l’attenzione proprio perché l’ambito interessa. Un esempio lampante arriva da quello che è accaduto in Germania nell’estate che ha preceduto il voto di ottobre 2021. Mentre il partito dei Verdi ha continuato ad essere il principale obiettivo della campagna di falsità, le alluvioni hanno introdotto nuove narrative di disinformazione elettorale su presunti illeciti compiuti durante i disastri, incluse affermazioni secondo cui le inondazioni sarebbero state interamente orchestrate per ragioni politiche.

Il sito web anonimo N23.tv, considerato inaffidabile da NewsGuard perché viola pesantemente standard giornalistici fondamentali, ha scritto precisamente che “evidenti anomalie  suggeriscono fortemente che l’inondazione di intere località e regioni sia stata voluta e forse anche intenzionalmente forzata”. L’articolo ha raggiunto oltre 60 mila utenti su Facebook, secondo i dati di CrowdTangle, uno strumento di monitoraggio dei social media di proprietà di Facebook. Va ribadito che non sempre c’è consapevolezza da parte dei brand del fatto che la loro pubblicità raggiunge siti di questo tipo. La cosiddetta pubblicità programmatica passa per un processo automatizzato che non offre informazioni chiare e complete ai brand su dove esattamente compaiano i loro annunci e di conseguenza su quale tipo di informazioni stiano finanziando.

Ma nessuno può girarsi dall’altra parte. Ridurre o eliminare le pubblicità che inavvertitamente supportano i siti di fake news toglierebbe loro una fonte di guadagno determinante. Ben l’1,68 per cento della spesa per la pubblicità programmatica nei 7.500 siti facenti parte del campione è andata a siti che pubblicano disinformazione.

Considerando i 155 miliardi di dollari della spesa mondiale della pubblicità programmatica, si arriva alla stima di spesa pubblicitaria mondiale annua su siti di disinformazione pari ai 2,6 miliardi di dollari sopra citati. Quest’ultima ricerca arriva dopo numerosi altri report sulla sconcertante iniezione di fondi con la quale gli inserzionisti supportano inavvertitamente la disinformazione attraverso la loro pubblicità.  Le notizie sono false ma ben indirizzate.

Chi aiuta l’algoritmo

Grazie all’analisi di NewsGuard e Comscore si comprende bene il motivo per cui così tanti siti che pubblicano bufale siano in grado di generare introiti e mantenere modelli aziendali di successo. I loro articoli tendono a generare interazioni significative online e gli articoli contenenti notizie false sono spesso anche promossi dagli algoritmi dei social media. L’elemento determinante è che sono studiati per massimizzare il livello di interazione e le entrate pubblicitarie e non l’accuratezza dell’informazione e la sicurezza di chi legge. In definitiva, oggi chi pubblica disinformazione può produrre notizie false a un costo molto ridotto, a prescindere dal fatto che si tratti di notizie semplicemente inaccurate oppure dannose, e può competere in termini di engagement e introiti con organizzazioni giornalistiche legittime che spendono milioni in giornalisti, editor,  cosiddetti fact-checker per produrre contenuti accurati e di qualità. Inoltre, ogni dollaro speso in pubblicità che vada a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che vada a media legittimi contribuisca alla “produzione” di vero giornalismo.

L’intelligenza umana come forma di resistenza al “copia e incolla” e agli algoritmi

Serve l’intelligenza umana, ovvero giornalisti formati e competenti che non si affidino al “copia e incolla” e agli algoritmi. Sembrerebbe banale ripeterlo ma invece ci rendiamo conto che non è scontata una considerazione né per giovani laureati né per professionisti: se si trova un articolo sulle pagine di un motore di ricerca o di un social media non è detto che sia scritto da un giornalista legato a regole di deontologia professionale: potrebbe, ad esempio, far parte di una campagna politica. Sarebbe fondamentale capire chi finanzi quel sito – un’azienda privata, un governo straniero – e quale sia il suo orientamento editoriale. Ma difficilmente, nonostante la delicatezza e l’importanza dell’informazione, ci si sofferma o si hanno effettivamente gli strumenti per capire. Non si tratta di valutazioni di tipo ideologico sui contenuti, ma di analisi dei criteri che assicurano affidabilità a un prodotto giornalistico.

Alcuni esempi: si controlla se quel sito citi le fonti da cui attinge per le notizie o se pubblichi smentite in caso di errori. Sembrano dettagli ma, con altre considerazioni, fanno invece la differenza. Così come un’informazione corretta fa sempre la differenza per il cittadino. Sono considerazioni che non valgono solo per l’ambito della pubblicità. E bene lo ha argomentato Michele Mezza su questa rivista nel suo testo intitolato “Lo spillover del giornalismo”, pubblicato nel fascicolo invernale 2021. Mezza invita a “riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, parlando della figura del social timing manager che “non deriva né da esperienze giornalistiche né da logiche editoriali, ma direttamente dalle pratiche di esecuzione degli stilemi algoritmici”, e che “tende a chiedersi solo come postare e non perché postare”. E’ chiara, efficace, esaustiva la sua definizione: “La redazione diventa così sempre più un hub, una stazione di smistamento, dove il momento magico è dato dalla coincidenza che si coglie fra attenzione e contenuto”[4].

L’informazione chiede “battaglia”

C’è da chiedersi quanto spazio resterà per la corretta informazione. Non per lagnarsi della delusione per le  “magnifiche sorti e progressive” che la tecnologia  riserva, ma per cercare di recuperare la consapevolezza che era degli antichi: nella mitologia greca e romana  Atena/Minerva era dea della guerra e delle arti intellettuali. Inventare divinità non era certo un problema all’epoca: la sovrapposizione era voluta e significativa. Nella ricchezza dell’immaginario dei Classici, i due orizzonti di vita hanno in comune il valore del campo di battaglia. Battaglie profondamente diverse, anzi di concezione opposta, ma battaglie.

L’impegno intellettuale è il contrario dell’arrendevolezza. Ricordiamo Sergio Zavoli per conservare la grinta di fare e farsi domande vere e in autentica libertà. E’ bello farlo con alcuni suoi versi, ricchi del suo indimenticabile garbo e della sua indomita intelligenza:

“Mi domando

da quale autunno venga

la realtà fuggente che mi attornia

c’è un’aria risentita, scaldata appena dall’inganno…”[5]


[1] Henrikas Bartusevičius, Alexander Bor, Frederik Jørgensen,  “The Psychological Burden of the COVID-19 Pandemic Is Associated With Antisystemic Attitudes and Political Violence”, Psychological Science, Sage Journals, 9 agosto, 2021. Cfr https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/09567976211031847.

[2] “Chi scioglierà l’enigma del ritorno”, poesia tratta dalla raccolta di Sergio Zavoli, Infinito istante. Poesia, Milano, Mondadori, 2012, 121 p. Cfr. https://www.laboratoripoesia.it/linfinito-istante-sergio-zavoli/.

[3] Sergio Zavoli, Il socialista di Dio, Milano Mondadori, 1981, 335 p.

[4] Michele Mezza, “Lo ‘spillover’ del giornalismo. Riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, Democrazia futura, I (1), gennaio-marzo 2021, pp. 95-108. Cfr. https://www.key4biz.it/democrazia-futura-lo-spillover-del-giornalismo/350850/.

[5]“Un’invecchiata pace”, poesia tratta dalla raccolta di: Sergio Zavoli, L’infinito istante. Poesia, op. cit.alla nota 2.

Democrazia Futura. Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste

Dare regole a Internet: la sfida per l’informazione e per i legislatori

La sfida delle sfide

sulla rivista Area, Aprile 2012

di Fausta Speranza

“Dare regole a Internet è la sfida più esaltante del mondo dell’informazione nei prossimi anni”. Sono parole del segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), Franco Siddi, al dibattito organizzato a Roma dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi) ai primi di Marzo 2012. Titolo: “’Il lato oscuro della Rete. La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale”. Un incontro organizzato partendo dalla consapevolezza che Internet rappresenta un mondo di felicissime potenzialità ma anche di alti rischi e soprattutto che sfugge alle attuali legislazioni legate a confini e giurisdizioni. Un incontro pensato con l’esperto di sicurezza informatica Fabio Ghioni, e seguito da un’intervista per Area.

Un hacker “d’eccezione”

L’hacker Fabio Ghioni, divenuto famoso per il caso Telecom ed oggi consulente di governi e istituzioni internazionali, apre orizzonti di riflessione sulla zona oscura ai più della Rete, cioè i meandri tecnici. Una dimensione in ombra che potrebbe per certi versi incidere sulla vita di ognuno di noi più della zona “illuminata” della navigazione senza limiti di luogo o di tempo. Chi gestisce i dati che immettiamo ogni giorno sui social network è solo uno degli interrogativi che generalmente non ci si pone, pur vivendo l’amicizia virtuale per ore al giorno. Ghioni chiarisce l’assoluto arbitrio dei singoli operatori di FaceBook, per fare un esempio. I sistemi degli operatori di telecomunicazioni che hanno a disposizione i dati più sensibili (posta elettronica, password, dati telefonici…) sono accessibili da Internet attraverso fornitori esterni. Chi sa dove si trovino, e – assicura Ghioni – chi ci lavora lo sa, in soli cinque minuti può fare un copia e incolla dei tabulati o della lista degli intercettati.     “Quando si parla di sistemi inviolabili – assicura Ghioni ad Area – è solo per fare operazioni di facciata”. A questo proposito, un po’ sottovoce Ghioni ci fa una considerazione pesante: “Se un sistema è vulnerabile, è possibile violarlo dando la colpa agli hacker, ma se è completamente sicuro rappresenta un problema anche per le agenzie di intelligence che non possono accedervi senza essere scoperti. Lasciarli vulnerabili è spesso una scelta”.

Doverosa consapevolezza

Ghioni invita tutti a maggiore consapevolezza, mentre toglie sonno alle notti. Spiega che gli aggiornamenti continui dei service provider, che al massimo ci risultano noiosi, sono momenti di comunicazione aperta con il nostro computer in cui le macchine potrebbero comunicare qualunque tipo di dati e non solo quelli relativi all’aggiornamento. Ancora: cancella ogni illusione di sicurezza sull’utilizzo delle reti Wi-Fi: da tecnico assicura che non c’è ad oggi un sistema Wi-Fi che non sia vulnerabile. Per non parlare dei virus che permettono di tramutare qualunque computer in un computer spia, cosiddetto Zombie, che trasmette ogni tipo di dato a un pc terzo. Se consideriamo che le società più evolute dell’Occidente sono anche le più tecnologizzate e digitalizzate, il pensiero corre subito alla cyber criminalità e al cyber terrorismo. Basti pensare che solo sapendo qual è l’indirizzo da attaccare di un sistema critico si può bloccare un’intera nazione, per esempio il suo sistema elettrico.

Occidente più vulnerabile

“La cosa incredibile – sottolinea Ghioni – è che gli unici Paesi vulnerabili sono quelli occidentali”. E’ impossibile, infatti, pensare a un cyber attack a Paesi come l’Iran o l’Iraq, perché non hanno sistemi critici collegati a quelli informatici. Non sono digitalizzati. D’altro canto, però, Fabio Ghioni che è consulente di diversi paesi arabi, ci spiega che l’Iran ha la più grossa organizzazione governativa d’attacco: la Iranian Cyber Army. La Cina è specializzata nello spionaggio aziendale: ruba informazioni, formule e, senza spendere milioni in ricerca, produce, minacciando le nostre economie. Mettere in ginocchio un’azienda attraverso un computer è anche un modo di fare guerra.
Scenari inquietanti sui quali non si può non tenere alta la riflessione. Tutto ciò, che investe i dati personali dei singoli utenti di Internet ma si ripercuote anche sulla società intera, chiama in causa i legislatori.

Cyber terra di nessuno

Il cyber world, infatti, rischia di rimanere terra di nessuno. La legislazione non tiene il passo della tecnologia. Dal diritto romano fino ad oggi le normative si fondano su territorio e giurisdizione ma Internet ha scardinato i parametri, creando il mondo virtuale della Rete che va oltre tempo e spazio. I legislatori a livello nazionale tentano regolamentazioni ma basta dire che un pedofilo o uno stalker che opera da un computer collegato ad un Internet Protocol Number diverso da quello del suo computer e del suo Paese non lascia traccia delle sue scorribande odiose in Rete e, dunque, non è rintracciabile. Un altro esempio: negli USA il Patrioct Act permette tra le altre cose che le autorità accedano ai dati personali dei cittadini senza restrizioni. Ma gli utenti Microsoft, come quelli di Google, sono sparsi in tutto il mondo. Ciò potrebbe significare che le autorità americane possono violare la privacy di un cittadino italiano avvalendosi di una legge statunitense.

Il far west digitale

Anche il fatto che le poche normative in materia a livello nazionale siano diverse da Paese a Paese contribuisce al far west. In Russia il pirataggio informatico non è un reato. In Corea del Sud è obbligatorio far coincidere l’identità virtuale con la propria identità reale. Andando a Seoul e scoprendo questa norma ci si sente in una giovane democrazia che conserva retaggi della presidenza quasi assoluta che ha avuto fino a qualche anno fa, ma poi parlando con Ghioni si comincia a pensare diversamente. Ghioni, innamorato della tecnologia digitale, hacker libero pensatore, approverebbe immediatamente l’obbligo di coincidenza di identità. Spiega: “la privacy da difendere è un’altra cosa, non è la libertà di mentire su web”. Ma se, come è in Corea del Sud, per i social network si imponesse nel resto nel mondo la corrispondenza tra identità reale e identità virtuale, meno persone forse aderirebbero a un sistema che rappresenta un bacino di informazioni  per compagnie pubblicitarie e non solo. Gli interessi in campo non mancano. E infatti l’hacker che spiega la necessità di avere regole sottolinea anche a gran voce l’enorme difficoltà, proprio per le implicazioni di tanti fattori.

In assenza di senso critico

Emerge tutto lo spessore di un dibattito epocale: la necessità di senso critico per il singolo utente e la necessità di una riflessione, a livello globale, sul piano legislativo. Da parte sua, Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi nazionale, lancia un vero e proprio appello ai giornalisti e alla società civile a mantenere alta la riflessione per pretendere regole, sposando la battaglia per la trasparenza sulle identità. Emerge il bisogno condiviso di una qualche forma di controllo del mondo virtuale che ovviamente non deve lontanamente significare controllo di contenuti, censura, come fanno circa 60 governi al mondo. Ma per paura di sconfinare nel controllo o per scetticismo sulle difficoltà di governance, ci si può abbandonare all’idea che Internet sia terra di nessuno senza se e senza ma? A questo proposito è chiaro che qualunque forma di “controllo” debba essere sovranazionale anzi mondiale. E dunque, ci sembra che, oltre agli appelli che si sentono da più parti ad una governance mondiale in tema di economia, si aggiunga anche la stessa esigenza in tema di Internet.

Bisogno di profezia

Va detto che in Unione Europea e negli Stati Uniti qualcosa bolle in pentola. A Bruxelles a inizio anno la Commissione Europa ha presentato un regolamento sulla privacy dei dati che però è solo un’indicazione mentre per esempio la battaglia concreta con google per avere maggiore trasparenza sul rastrellamento e l’uso di dati personali è tutta aperta. A Washington sono in discussione al Congresso due proposte di legge, siglate SIPA e SOPA, che a dire il vero si concentrano di più sulla questione copyright.  Solo recentissimamente Obama ha lanciato un appello a trovare forme di tutela della privacy on line. Ma si sa che le sensibilità sono diverse: in EU il diritto alla privacy è assoluta priorità, negli Stati Uniti concettualmente viene dopo il diritto d’impresa. Certamente un accordo sulla privacy tra EU e USA aiuterebbe. Risulta chiara comunque la complessità anche solo a immaginare una normativa generale.

Scatola nera per Internet?

A proposito di sistemi immaginabili, va menzionato Logbox, un sistema che rappresenterebbe praticamente una  “scatola nera” per Internet che, come per gli aerei, possa dirci la verità di quanto accaduto su web. LogBox è stato presentato al Parlamento Europeo dall’europarlamentare PPE Tiziano Motti su idea di Ghioni. Prevede di crittografare i dati mettendo la “chiave” per decriptarli nelle mani di autorità, notaio, utente stesso. Dunque un certificato digitale che passa attraverso la garanzia di 3 entità, tra cui l’utente stesso che ha voce in capitolo.
Il meccanismo implica la “collaborazione” dei sistemi operativi. Dunque si chiamano in causa Windows, Apple, Linux. Dovrebbero contenere le caratteristiche di generazione di tutti i log (in pratica i tabulati) di attività che vengono attuati dal computer su cui gira il sistema operativo. Non è poco, perché così i log sarebbero firmati digitalmente in modo da far risalire a uno specifico computer e al suo utilizzatore. E questo indipendentemente da qualunque accorgimento per anonimizzare qualunque attività illecita. Ghioni assicura che i costi per l’operazione sarebbero estremamente bassi. Il sistema è attualmente all’analisi della Commissione Europea. Ghioni ci confessa: “Non credo che verrà approvato perchè in tanti non sono interessati alla trasparenza”. Ci convince sempre di più sull’importanza di un dibattito della società civile.

L’accesso a internet è un diritto

Resta da sottolineare che tutto il discorso non tende minimamente a demonizzare Internet o social network. Si tratta semmai di rivendicare maggiore educazione all’uso. E’ bello ricordare che il Consiglio d’Europa ha giustamente inserito a dicembre scorso tra i diritti fondamentali dell’uomo quello dell’accesso a Internet. E che il Parlamento Europeo ha assegnato a fine 2011 il Premio Sacharov per la libertà di pensiero a esponenti di diversi Paesi del Nord Africa che hanno fatto la “primavera araba” nei loro Paesi anche attraverso la Rete.  Il punto è che Internet è innanzitutto un’opportunità ma va conosciuta meglio nei suoi contenuti come nei suoi meandri tecnici. Un esempio di meandri del prossimo futuro: Internet 3.0. Significa non più solo computer che comunicano tra loro ma anche elettrodomestici e oggetti di uso quotidiano che comunicano in Rete attraverso sensori. Non si può non seguire quest’altra accelerazione della tecnologia con la riflessione e il pensiero. D’altra parte è sempre quello che accade all’uomo di ogni tempo: la tecnologia lo catapulta sempre in terreni nuovi dove si ritrova a reinventare il pensiero.

Novelli Ulisse

Si capisce la sfida che il mondo virtuale pone all’umanità di oggi. Con la consapevolezza che Ulisse è sempre nell’animo umano. Nell’antichità, l’Ulisse di Omero sfidava e veniva sfidato dai confini fisici tra noto e ignoto. Nel Medio Evo l’Ulisse di Dante “sconfinava” inseguendo la conoscenza tra vizi e virtù dell’animo. Poi nel ‘900, l’Ulisse di Joyce ha rappresentato la stessa brama di conoscenza ma sui “confini” tra conscio e inconscio. Oggi, Ulisse è sfidato sempre sul solito terreno della conoscenza ma nella zona in ombra tra reale e virtuale. 

Il lato oscuro della Rete

La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale

Internet un mondo di potenzialità ma anche di rischi: questo il cuore della conferenza dal titolo

Il lato oscuro della rete. La sfida di Ulisse oggi: varcare il virtuale 

 il 6 marzo 2012  nella sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, a Roma

 

Fausta Speranza a colloquio con Fabio Ghioni, tra i massimi esperti di sicurezza informatica

video del convegno presso la FNSI, con la partecipazione di Siddi

nella rassegna stampa 6 marzo 2012

Spazio approfondimenti RV 5 Marzo 2012

Rosario Tronnolone intervista Fausta Speranza

Radiogiornale RV 6 Marzo 2012 il servizio di Debora Donnini:

Del Convegno hanno parlato vari Media. Segnaliamo il servizio di Francesco Vitale:

a Genova dibattito su Internet e G8

Testo dell’intervento di Fausta Speranza

al convegno a Genova “In attesa del G8”, 13 luglio 2001

Parliamo di Internet non in quanto strumento o mezzo mediatico ma, piuttosto, come metafora della comunicazione di oggi. La rete, infatti, è sinonimo di simultaneità, velocità, annullamento o restringimento dello  spazio e del tempo. Inoltre, si può guardare all’informazione non solo come comunicazione di dati giornalistici ma come trasmissione in tempo reale di quei dati.  In questo modo riflettiamo sul concetto di globalizzazione dal punto di vista dei sistemi informativi e cioè intendendo per globalizzazione la copertura globale dell’informazione.
A questo proposito possiamo affermare, un po’ provocatoriamente, che non è tutto globale quel che connette. Internet è certamente il mezzo che ha bruciato più tappe nella storia delle tecnologie. Il telefono per raggiungere il 30% della popolazione mondiale ha impiegato trentotto anni, la TV  diciassette, il pc tredici, mentre Internet lo ha fatto in soli sette anni. La rete ha realmente cambiato il concetto di distanza e di tempo e ha allargato lo sguardo sul mondo. Non si può dimenticare, però, che il pianeta rimane diviso tra ricchi e poveri, istruiti e non istruiti, tra informatizzati e non informatizzati.  Se pensiamo che un computer costa in Bangladesh una cifra pari ad otto anni di stipendio medio mentre negli Stati Uniti si acquista con lo stipendio medio di un mese, ci rendiamo conto che la possibilità di accesso alla rete non è un fenomeno che si può definire globale.  In Malawi ci vogliono circa vent’anni di lavoro per comprare un pc e in Sierra Leone si dovrebbe approssimativamente parlare di centoventi anni.  Si potrebbe continuare non tralasciando alcuni luoghi dell’Africa dove ancora esiste il baratto e i calcoli diventerebbero impossibili.    Non meraviglia, inoltre, che  l’88% degli utenti di Internet viva nei paesi industrializzati che racchiudono, però, soltanto il 17% della popolazione del pianeta.  Colpisce che l’Asia del Sud, nella quale risiede il 23% della popolazione  mondiale, abbia circa l’1% di navigatori digitali.
Possiamo affermare che Internet, fedele al suo nome World Wide Web, è una rete ad estensione globale che connette prodigiosamente le persone di tutto il mondo ma dobbiamo aggiungere che collega chi è connesso. Gli altri sono esclusi. Il tempo si contrae, lo spazio si restringe, le frontiere scompaiono, però rischiamo di affidarci ad una conversazione dai toni alti che esclude i molti che non hanno voce. Può trattarsi di una comunicazione che non lascia spazi per inserirsi perché compattata come accade nell’ambito degli scambi digitali di dati.
Un’altra riflessione che può essere utile riguarda la lingua inglese: viene utilizzata nell’80%  dei  due miliardi e mezzo di siti web registrati al mondo fino ad oggi, eppure meno di una persona su dieci la parla.   Sono dati riportati dal Rapporto mondiale sulla popolazione pubblicato ogni anno dall’ONU. Si riferiscono al Rapporto del 2000 e forse qualche cifra nell’aggiornamento cambierebbe, ma senza alterare la fotografia della situazione.
A questo punto va chiarito che non si intende demonizzare il processo di globalizzazione dei sistemi informativi che piuttosto rappresenta la chiave di accesso al Terzo Millennio. Si deve tenere presente, però, che questa magia rende ancora più esclusi gli esclusi. Vale la pena di ricordare che all’inizio del secolo scorso la proporzione tra ricchi e poveri era indicata con la cifra di 8 a 1, oggi viene indicata come 75 a 1.  La fiducia che sembrava si potesse riporre nell’effetto “vasi comunicanti” che, prodotto dalla globalizzazione, sarebbe stato in grado di livellare le condizioni sociali della popolazione mondiale, si è rivelata una illusione.  Ormai siamo in grado di valutare che, se la copertura globale dell’informazione, come altre forme di globalizzazione, non viene gestita, non arriva affatto a ricoprire il mondo abitato. Su questo si sono espresse personalità molto autorevoli come il Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, il Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, e il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Ritengo, in ogni caso, che i dati numerici siano utili alla riflessione e se finora abbiamo parlato di esclusione per ciò che concerne i paesi poveri, ora vale la pena di dare uno sguardo all’Italia.  Più di un italiano su quattro risulta conquistato da Internet. Nel 1999 gli utenti erano circa sei milioni e solo due anni più tardi sono arrivati ad essere undici milioni, pari al 23,4% della popolazione. Siamo, con questo dato, vicini alla Francia (25%), più lontani dall’Inghilterra (34%) e ben distanti dalla Svezia (69%).  Possiamo comunque vantare una posizione dignitosa.  Ma se facciamo l’identikit di questo 23,4 % di popolazione italiana scopriamo che il 99,5% ha un’età inferiore ai 40 anni, è maschio, vive al Nord ed ha un reddito medio-alto.
In ogni caso, non dobbiamo parlare solo di esclusione, perchè perderemmo di vista altri aspetti significativi sui quali rimanere vigili. Ragioniamo su questo:  i vari mass media stanno convergendo in Internet. Si guarda felicemente alla rete come ad una fonte globale: ci ritroviamo connessi con le principali biblioteche e con web cam in tutto il mondo e il prodigio è reale, ma c’è sempre l’altro aspetto delle “magnifiche sorti e progressive” della civiltà, delle quali ci parlava Leopardi. Siamo collegati con le biblioteche del mondo ma il nostro mass media diventa uno solo. C’è il rischio di assottigliamento delle fonti.  I vari mezzi di comunicazione, infatti,  stanno convergendo in Internet. Si parla del famoso medium totale che raccoglie intorno al web, radio, TV e telefono oltre che la scrittura e il pc. Collegati con tutto il mondo, dunque, potremmo usufruire di un solo medium totale e delle fonti di informazione da lui veicolate. Non è un processo negativo di per sè ma uno sviluppo da capire. Stiamo già vedendo oggi come la conversione di molti gruppi editoriali e centri di informazione abbia creato una concentrazione di potere che non ha nulla a che vedere con la pluralità delle fonti che ci si aspettava da uno strumento globale come Internet.
Parlando da giornalista, inoltre, sottolineo che la grande velocità dei nuovi mezzi di comunicazione, la cosiddetta “notizia in tempo sempre più reale”  apre una problematica enorme: la verificabilità delle fonti. Non c’è il tempo necessario per il controllo delle notizie che pubblichiamo  perché siamo costretti ad inseguire a livelli estremi l’attualizzazione. In questo modo la notizia si coriandolizza. Abbiamo sempre l’ultimo aggiornamento e nelle redazioni è forte la tentazione di dare sempre l’ultimo dettaglio ma si dimentica sempre di più di ricostruire l’antefatto. Mi chiedo quanti possano realmente capire il continuum di una notizia, che non riguardi un fatto di cronaca che viene spesso morbosamente riproposto in tutti i suoi dettagli.
Mi sembra che il rischio paradossale sia la difficoltà di possedere e gestire le informazioni a fronte delle nuove illimitate possibilità che abbiamo di essere raggiunti dalle notizie. L’autorevole massmediologo canadese Derrick De Kerckhove afferma che i mass media deformano la nostra psiche perché sono un’estensione del pensiero, una specie di arto-fantasma mai abbastanza integrato al corpo e alla mente. Ci ricorda che anche di fronte ad Internet dobbiamo cercare di tutelare  la connessione tra l’estensione dei nostri sensi, la mente e il corpo. Si tratta di essere in grado di gestire ciò di cui stiamo usufruendo  e certamente non di rinnegarlo.   Accenniamo soltanto al problema della extraterritorialità di Internet che si pone come zona franca che sfugge alle normative territoriali. Un eventuale controllo su fenomeni come la pedofilia, che ha tristemente trovato nella rete  un utilissimo strumento di promozione, deve fare i conti con accordi internazionali finora impensabili perché da riferire ad un ambito virtuale e non a confini geografici. Non può mancare uno sforzo di inventiva per aggiornare, in questo caso, gli aspetti legislativi di battaglie a crimini di vecchia data. E il punto è sempre quello: capire e gestire fenomeni in fieri che accanto a grandissime potenzialità  presentano forti rischi.
Anche per sottolineare le non scontate potenzialità, propongo due esempi di dati, questa volta  di natura decisamente positiva. Il primo riguarda la Russia: nascono ogni giorno cinque nuovi siti web dedicati all’informazione,  tuttora risalgono in tutto a circa 4000 ed è certamente una vittoria della libertà di informazione.  Gleb Plavonsky, sociologo dissidente ora consigliere di Putin, ha detto che Internet rappresenta l’occasione unica e la vera speranza di riequilibrio dell’informazione, essenziale per pluralismo e democrazia.   Il secondo esempio ci porta in Spagna, precisamente in Andalusia, in  un paesino vicino a Granada dove hanno avviato un sistema di teledemocrazia. Ricordiamo che la zona ha il reddito più basso di tutta la Spagna. Il Consiglio comunale è connesso ad Internet e dopo il dibattito, durante la pausa telematica,  si chiede alla popolazione di esprimere la propria opinione sulle proposte. Solo più tardi si vota. Anche qui, certamente, è fondamentale la differenza tra chi è connesso e chi no. Ma la vincente positività del caso è riposta nelle scelte fatte in fase progettuale. Prima di avviare il sistema di teledemocrazia, infatti, nel 1999, lo Stato ha provveduto alla distribuzione di un computer per ogni abitante e all’istituzione di corsi di aggiornamento anche per i cittadini più anziani. In tema di esclusione, d’altra parte, gioca un ruolo fondamentale  la scelta di un percorso formativo per quanti ancora non hanno acquisito gli strumenti per “navigare”.  Un percorso formativo che deve passare attraverso la diffusione dei pc, ma soprattutto attraverso una scolarizzazione dell’informatica, anche per chi per andare a scuola non ha più l’età.
In definitiva, anche per quanto riguarda i media e i sistemi informativi,  la globalizzazione è un fenomeno ineluttabile che non va nè ostacolato nè osteggiato ma neanche subito. Piuttosto, va governato, che non significa censurato ma, piuttosto,  progettato, promosso e tutelato. Non può essere abbandonato a se stesso.


secondo panel su Internet e Tv in inglese

THE DIGITAL REVOLUTION AND TV

The transformation of television, which is underway in the whole world, is in part influenced by the development and by the convergence of technological standards, but most of all by the Internet. Television, in turn, is influencing the net, as Internet services tend to include video distribution with television quality.
The use of digital technologies for TV will thus accelerate the fusion between these two universes, with the possibility of accessing Internet services from TV and vice-versa. It is therefore likely that the new generation of TV viewers expect from TV some characteristics that are typical of the Internet world.
To watch first-run films that have not yet reached theaters on television. That is the outlook offered by Video On Demand and which, according to Raymond W. Smith, president of Bell Atlantic, belongs to the near future. Smith explains that it takes the producers’ authorization to whom it can be offered to share up to 2$ for each user request. It is really an interesting hypothesis for the TV viewer of the future. It is the most revolutionary hypothesis for the whole film and television industry that has ever been linked to the traditional exploitation and that now will see pay-per-view ahead of the ticket counter. It has been talked about for years but now it seems that the time has come to translate the project into reality.
DIGITAL TV IS NOT ONLY BROADCASTING

Cybernetic networks may seem revolutionary compared to TV common usage. They are in terms of text because the networks’ hypermedia modalities suggest a re-definition of narrative structures, of values, of forms an of languages. They are in terms of creativity because they can favor a radical de-composing and re-composing of work thus regaining the craftsman’s quality with technological potency. They are in terms of production and distribution because they represent the fall of broadcasting’s centrality and the de-structuring of the product-consumer chain. They require, in addition, a political economy of the product in relation with the dynamics of globalization and localization of needs. They rely on the positive enjoyment of demanding and motivated audiences. To be multimedia means being able to be channeled on more supporting structures and according to various usage categories.
In fact, the fundamental opportunity to improve service quality is digital technology that is geared towards both satellite and terrestrial transmission. The radio-television firm in the new millenium is under very strong competition pressure due to the new transmitting and receiving devices having numerical or digital technology.
It was soon defined digital revolution. It is something that involves each aspect of production and knowledge management, from telecommunications to photography, from newspapers to business accounting. Digital connects in fact each compartment of communication, thus increasingly accentuating the convergence of a macro sector which promises to be, in the new millenium, the leading industry of the world’s economy.
TV AND PC

One billion televisions in the world, four hours of videoscreen daily per capita for Americans and little more than three and a half hours for Italians, but also more than eighty million computers connected between each other through the Internet. The Fifth Power will have to strive to successfully design its new relationship with a new public.
The anthropological mutation consists of a detachment from traditional TV. Public opinion seems more aware and cautious concerning the pressing influence of mass television.

In the 1950s and 1960s, television had few channels and programs were a careful mix of education and entertainment. With the multiplication of channels and with the remote control, the user sitting in front of the TV takes on a new decisional role compared to who, from behind the screen, loses power while designing television programs.
Because of this, television supply begins to pursue the audience of its taste. Taste indexes do not count anymore, but rather the Auditel results.
Today we realize that the television era is giving way to that of televisions: supply is no longer decided by the programming  wizards because programming is being built through theme channels, it becomes in other words personal. Once more technology has been determinant. Besides, each one of us has always less time and therefore if he/she can, he/she will increasingly do only the things that particularly interest him. This is the great novelty that has led to the television renaissance. The satellite-computer-TV and computer technologies system tends to unify itself strategically in order to produce a completely original supply compared to the past.
It is clear that there will be an interaction between television and computer in the future. But it is imaginable that still for many years the living room will be destined for entertainment, even with all its possible simple interactivity like games or the request of programs. The studio or the computer corner, instead, will be places for interactive activities concerning management of more complex services like home banking and others. It is already possible to use web-TV or to receive in a corner of the computer’s monitor also Bloomberg TV with its economic news.

Impact and approach

If on the one hand there is extreme difficulty in thinking of culture in the same line of development as the Information Technology, on the other hand only the virtual space guaranteed by the digital platform allows national cultures the possibility of using market gobalization. For Italy and its particular technological evolution it is a survival need.
In the history of the relationship between industrial and postindustrial technologies and cultures, a continuous comparison-clash between the acceleration of innovative processes and the stabilization and conservation of assets has been prevalent. On one side the avant-guarde, ever  more compatible with the “common cultures” of the current consumer society. On the other side traditionally elitist cultures which have hegemonized the flow of collective media top-down. Thus today the contraposition between experimental use and conservative use of the media does not hold.
There are cultures that have a totalizing vision of the media and cultures that instead feel their instrumental nature.
The former ones conceive Information Technology as an update of an endowment based on the television model. The latter ones feel the terminal as a simple means of access to services and contents. These are the authentic potential of the system. The choice, then, must be made between two different strategies of using the new-media. The choice of using them and privileging unidirectional languages is substantially regressive, while those who use them in an instrumental way are making identity their prevalent reason.

TV AND COMPETITION

In order to have an effective competition it is necessary to favor legislative competition mechanisms. In Europe, where the installation costs of ether and cable stations is prohibitive, the only possibilities of access for new subjects come from satellite.
Generalist TV has traditionally had two types of actors, that is television as it once was defined as public service and the commercial TVs. In time the two forms have been contaminated, as anyone can see first of all in Italy, so much that there is no conference that does not deal with the role of public service.
Generalist TV has elsewhere been shaken by a process that has seen the penetration, starting in the 1980s, of a second typology, that of pay tv and now sees the growing establishment of new supply modalities such as theme channels and globalizing channels. In this process of transformation, technology plays its part regarding satellite and cable and signal digitization. This process could play the same transformative role as that data transmission played in the telephone monopoly with the lowering, thanks to technology, of protective barriers of the natural monopoly, the increasing difficulties on the part of regulators, in avoiding the by-pass. In order to do this it is however necessary to find out more about the economy of channels.
THE ROLE OF LAW

Obviously there is a lot of material for the regulator and it is important, to this end, that the regulator be one. We recall that this aspect concerns other aspects such as questions concerning antitrust laws on TV and those on the surveillance of content and on the right to information.
It is the regulator’s capacity, starting from the European regulator, that can lead to competition. In fact, there is a revolution in this sector called netcasting. It is a modality to gradually introduce interactivity in the activities of broadcasting. This will be possible if the final consumer has, at low price, all the opportunities offered by technology and by the market. And this requires, in fact, that the competition mechanism work

ROLES AND CHALLENGES OF MULTIMEDIA

In order to participate in the challenge of television multimedia, no matter what the area of belonging is, it is important to fix long-term goals, to develop a wise investment policy and a close-knit network of dialogue and alliances with other operators,  to be able to be ahead of others in the race.
The fine line that separates the different sectors of information will lead to an opposite tendency to that which we have seen from the 1980s onwards which professed the specialization of roles. It is credible to imagine that in a scenario where the areas of technological development are so close together to be overlapping, the strategy of the great multimedia participants will be geared in fact to the search of partners with different specializations and competencies with which to unify forces and globally control the market. This is why alliances between telecommunications, publishing and computer-related groups, as the sum of specific know-hows, will lead to a new form of globalization where it will be important to consider each single area by respecting a common strategy.
THE ADVENT OF AD-MATICS

New media pose the problem of understanding their technological content so that the best opportunities of utilization may be identified both in terms of expression and of pure cost-efficiency
Today a media planner does not have to know the technical aspects of a television transmission to arrive at the decision of using it in a spot.
But the dividing line between choice of channel, creation of the message, and technical execution for the most efficient result will be much finer thanks to the new computer technologies. The possibilities offered by computer technology are infinite already today and the communications solutions that could blend well with it are known to very few advertising executives.
In order to understand them it is necessary to plunge into technological matter, to live at close contact with it, follow step by step the birth of new products and communication channels.
The dialogue between publicity experts, particularly those who have best followed the evolution of media and who know the expressive possibilities of the new media, and computer experts, those who live in a technological environment, could give life to a new professional figure: the ad-matic, half advertiser and half computer expert.
THE TOTAL MEDIUM: TELEPUTER OR COMPUVISION?

The information superhighways hypothesized by Bill Gates of Microsoft and all the computer world are more near to be realized in North America, perhaps very soon, because it has accumulated a technological and content-wise advantage during the first years of their life and expansion. This advantage will guarantee their advent at the moment when infrastructures and wide band will be ready for use.
Interactive TV takes time to impose itself because of long and costly experimentation while waiting for the wide band which offers users a low level of interactivity. It should find millions of followers among American middle-class families who must have their daily dose of generalist TV and talk shows.
For PCs, the Internet and tens of millions of users in the world who are already navigating in the future of information, the wide band will be an exceptional launching pad.
PERSPECTIVES IN THE POST-TV ERA

In Italy there is still a generalist public, but there are also other audience aggregations that are quantitatively relevant defined, perhaps with limiting term, target or niche audiences.
When referring to these segments of audience, it may be thought of people who read the same books, listen to the same music, watch the same films, consume the same products. A much more extended segment than what could be imagined. This public does not find that the supply is adequate to their needs in mass television, and is searching for more innovative and quality programs through personalized channels. It may also be said that the passage from mass media to personal media, theorized by Negroponte in 1982 has found an initial yet imprecise demonstration in the explosion of theme channels.

The situation, although it is fluid, imposes urgent choices even if they work only on the medium term. The delay of the Italian experience compared to other European countries allows, under a certain profile, a certain advantage compared to those who started before. The advantage may be profitably used only taking into account stimuli and continuous evolutions that other entertainment forms have on our tastes, our way to be informed and to have fun.
Television products have always been mono-media. It happened sometimes that a film was made from a TV series, that a radio or theatrical performance was made of a TV sitcom. During the last few years a kind of production has established itself mostly for economic and market needs and it that can be defined as oligomedia, using the synergies between different media both in terms of product and of market.
Until now however nobody has conceived an enlarged multimedia form which operates at 360 degrees on the whole universe of media through a digital platform and which produces modular works where each version interacts with the others. This multimedia is different from the accidental one because it is an organic modality of design and not of production, a sort of engine  where each medium accumulates and gives back energy. An important consequence of this way of thinking is in the fact that television structures will no longer have as their ultimate goal that of producing programs but rather material for multimedia and multichannel works. And the same can be said of publishing firms.
The day when it will be clear that multimedia is something more than a digital support, that is a different way of designing, executing and distributing products for all media, publishing companies and television structures will have to be radically re-designed in their structure and functioning.
In order to develop a culture capable of adapting to the new scenario of the digital platform it will be necessary to redesign the structures of the information industry following horizontal paths thus building a multitude of bridges that connect media to each other.
INTERACTIVE REVOLUTION AND FRUITION OF THE TELEVISION PRODUCT

Cybernetics today is seen by many as an instrument of a new alphabetized elite. And yet digital technology’s flexibility allows a simplification of functions such as the verbal command of programs and it brings a resulting decline in prices, probably greater than the corresponding decline of the initial television costs.
Cybernetics opens towards new forms of relationship, learning, representation and communication. Digital languages favor a progressive slide towards somatic, psychomotor languages, bodies that are increasingly less linked to the authority and the centrality of texts and increasingly more the actors of simulation rather than spectators, or creators of environments rather than inhabitants. It is in this sector that the Information Technology will play an epochal role,  through a gradual renewal of the supply of the audiovisual product.
The interactive revolution permitted by the digital platform does not mean the disappearance of the passive fruition of the television product but rather progressively adding to mass television channels, theme channels,  Pay TV those interactive services channels that, especially in the beginning, will be experienced by the average spectator as a sort of super televideo.
Startling indications come instead from the programming and fruition of videogames and from artistic experimentation, those that are turning to the Information Technology in radically alternative terms compared to the traditional audiovisual culture.

Not all that connects is global

Internet, key element of digitization, represents the fastest growing communications instrument in history. It is calculated that from 1999 to 2001 the number of users will go from approximately 150 million to more than 700 million. It can be asserted that the concept of distance and time has changed. In the meantime, we must stop and reflect on the magical potential of what we are saying.
Internet, loyal to its name, world wide web, is a world network which marvelously connects its users excluding however all others. The world could still be divided between rich and poor, schooled and illiterate, computerized and non. A computer costs the average inhabitant of Bangladesh an amount that is equivalent to eight years of his earnings, while the average American buys it with the salary of one month. 88% of Internet users lives in industrialized countries that represent only 17% of the global population. The United States possess more computers than the rest of the world taken together. South Asia, with 23% of world population hosts less than 11% of Internet users in the planet. These figures come from the 10th Report of the United Nations on human development of the year 1999.

Globalization, which finds in digitization the best ally, represents the free flow of money and merchandise and allows the growing interdependence between individuals. It is the magic through which space shrinks, time contracts, frontiers disappear. But this communication can also be a conversation with high tones which excludes those who have a weak voice. Let’s remember that English is used in almost 80% of websites although less than one person in ten speaks it in the world.
Without demonizing a phenomenon representing the key to access to the third millenium, it must be said that the globalization that we know does not satisfy all of humanity’s expectations for tomorrow. There is reason to believe that market forces alone will not correct inequalities, imbalances, contradictions. The illusion that the globalization process could work according to the principle of communicating vases miraculously leveling differences in people’s quality of life has been abandoned. We need awareness to act in this sense. We need a strong mind that does not give up when confronted with the current speed of communicated thought. We need a careful study elaborating the new horizons opened by the multimedia era. For this it is fundamental to try to understand problems through all aspects, reasoning while keeping in mind technology, law, economy, politics and society.
THE LIMITS OF CYBERSPACE

Cyberspace, interconnection of the computers of the whole world, tends to become the major production, management and economic transaction infrastructure. It will soon become the main collective memory phenomenon. In a few tens of years cyberspace, its virtual communities, its images, its interactive simulations, its texts and signs, will be the essential mediator of humanity’s collective intelligence. It would be wrong to think however that this will happen automatically with all positive implications. We must not forget that the defense of exclusive powers, institutional rigidity and mentality and culture inertia can lead to social utilization of the new technologies that are much less positive. The challenge is open.
We must not forget that in addition to the plane of technological potential there is the plane of contents. To this end we quote Mr. Wang, head of Wang computer multinational: “It is certain that in the future will we communicate more and more easily. It does not mean that we will communicate better”.
SOCIAL ASPECTS OF DIGITIZATION

The question of the inclusion, that is, of the participation of everybody is a central element of the emergent information society. The inclusion, or more commonly defined cohesion, is measured with degree of participation of an individual in society. It is hoped for that all individuals will be able to fully play their role in the social life of the collectivity. The information society should contribute to reducing exclusion and not to augment it.
And yet there are many who express the preoccupation that the new communications and information technologies will increase instead of diminish existing inequalities. The risk is that a society of two speeds may develop privileging those who dispose of information compared to those who have been excluded. In this sense, we must single out two levels of exclusion. The first concerns those within western society who remain outside of cyberspace for various reasons. The other comes from the contrast between industrialized countries and third world countries.

It is an ample and complex issue. Those who manage the new technologies will undoubtedly play an important role by creating more cohesive and integrated collectivities, creating opportunities to avoid the exclusion of disadvantaged or marginal groups.
On another plane the danger of increased individual isolation in the information society must be valued, although there are signals of the manifestation of new forms of conviviality and human interaction around the new media. Equally important is to keep in mind that the virtual environment created  by the new technologies can alter our perception of concrete reality. In both cases there should be an in-depth study, and not a theoretical speculation, of the real effects of information and communications technologies. For example, it would be worth going into the phenomenon of  identity falsification when navigating on the net. There are cases mostly of net alterations in the information on age or on the census. In fact, navigating on the net allows people to relate to one another forgetting or hiding their physical reality.
Finally it seems important to create the conditions so that people, particularly less active groups, will not be obligated to adapt to the new technologies, but on the contrary technologies may adapt to human needs. With this outlook we can hope that the information society will not create new excluded categories but rather improve social integration and quality of life.
DIGITIZATION: A UNITED EUROPE BUT DIVIDED BY LAW AND TECHNOLOGY

Given the new social challenges, there must be an incisive change in the policies of the European countries to go beyond the old industrial economies of scale and legal harmonization needs associated with economic and monetary integration. To obtain a minimum of economies of scale is an essential condition for the commercial success of many information services and products. To this end we must underline the distinction between services offered on the net and the information products. The connection is close thanks to the very characteristics of digital technologies but conceptually the difference must be kept in mind. In any case the new forms of economy will amply surpass those possible in the case of industrial goods. The promotion of a harmonized European market concerning many of those services constitutes an essential element for a rapid diffusion but it can be important also for the establishment of a competitive multimedia European industry which will not forget quality.
Therefore, the peculiar challenge posed by the European information society is in fact the search for competition based on cultural, education and social diversity. A new economic integration outlook is needed so that the emphasis will not be only on the standardization and harmonization of products and services and on the accessibility of infrastructures and a greater transparency of markets in Europe. What becomes fundamental in fact is the recognition and the enhancement of the great variety of tastes, cultures and talents.
How information society can transform the productive potential inherent in the enormous multicultural wealth of Europe into a competitive advantage is a central question which will have to be confronted in the next few years.
MULTIMEDIA AND MULTICULTURAL

The risk that is immediately perceived is that globalization may involve homogeneity. In the case of Europe this would signify a flattening with the loss of the specifically cultural of each country. And yet a multicultural vision of Europe can be maintained and even favored by information society. Thanks to the use of new technologies in fact it is possible to ensure the transmission of ideas and cultural creations thus encouraging direct contacts between different groups which are often very distant from each other.
In the Union variety expresses itself especially at local level because the local collectivity and the region constitute the advanced leaders where diversity can be fed, promoted and integrated in the global community. It thus becomes important to enhance the local dimension. And the first step is to increase cultural production and consumption at local level. It is an important aspect that contributes to the development of the natural creativity of people, especially in remote or peripheral areas, and which plays also an educative role. For this, however, cultural services must be conceived in such a way that they will contrast, rather than follow, tendencies that are too centralized.

WITHOUT FRONTIERS AND WITHOUT FILTERS

On the other hand, if we focus on media we realize that the internationalization of media operations tends to increasingly bypass the regulations of national governments. In this scenario the concentration of mass media could create a privileged group of able lobbyists and political leaders capable of handling the attention of mass media and therefore of users. Public access to neutral high quality information is essential for the adequate functioning of democracy. If they don’t have impartial information on what  is happening in the collectivity, in the nation or in the world in general, citizens cannot play an active role in the running of society nor make conscious choices at the moment of elections.
In fact, even today, the information we receive is not selected and channeled in a completely neutral and transparent way. Mass media ownership becomes increasingly concentrated and a media conglomerate can control a whole series of newspapers, of television stations, of newscasts. If only a few organizations decide which information to give to the public and if there is no transparency on those who own the media, we must ask what limits to cultural and political pluralism in Europe derive from this. It must be underlined that in the current phase of technological and communications revolution new mass media forms, first of all the Internet, promote the decentralization of expression making it easier for the individual to communicate a message or his opinion to many other people.
CONCENTRATION EFFECT

A few EU countries have passed laws on mass media concentration but this legislation should be harmonized and coordinated at European level also to avoid distortions of competition between member states. It seems to be always more necessary to keep discussion always open on similar issues. In order to ensure a pluralistic representation of mass media, maintain freedom of expression and reinforce democratic debate in the EU, it is desirable to observe developments in the mass media environment.from an european point of observation, as better as possible.
It could ensure total transparency concerning cross-ownership of media, promote discussion and debate on issues concerning the distinction between information, knowledge and entertainment, study the influence of media on young people as well as the impact and the consequences of new technologies, like the Internet, on mass media and policy.

On the other hand, Digitization means having the possibility of touching any point and there creating a tangible effect through  our electronic extensions. Surfaces are no longer satisfying. We are even trying to penetrate what is non-penetrable, the video screen. A literal expression of the digitization culture is represented by virtual reality machines which let us penetrate the world of the video and explore the infinite depth of human creativity in science, art and technology.
The digitization culture implies, therefore, seeing through. We see through matter, space and time with our techniques of information search. Every time a digital technology allows a physical and mental access to some place on earth or in the depth of space, beyond any previous border, our mind follows it. The cultural consideration has to be up to the situation of the present and of the future.