L’«Inquietum cor» di Agostino alla luce del paradigma tecnocratico

14 settembre 2026

 

di Fausta Speranza

«La verità non è un oggetto da possedere ma un’esperienza da attraversare». Questa affermazione, che avrebbe il potenziale per smontare gran parte della retorica dominante, è contenuta in un libro che denuncia «l’anestesia della distrazione». Una denuncia che si avvale delle provocazioni intellettuali del vescovo di Ippona che nel V secolo ha contribuito a regalare al pensiero filosofico classico lo spessore del cristianesimo e che oggi dimostra di poter offrire gli strumenti per difendere le capacità critiche del pensiero stesso. Il testo in questione si intitola Inquietum cor (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2026, pagine 90, euro 12) e l’autore, Francesco Recanati, spiega nel sottotitolo le tematiche proposte: Sull’inquietudine nell’epoca dell’algoritmo. Agostino d’Ippona e la questione dell’interiorità oggi.

Come ricorda nella prefazione don Nicola Rotundo, in ogni epoca l’essere umano ha dovuto scegliere se restare in superficie o scendere in profondità ma oggi questa tensione assume forme nuove: il nostro desiderio di infinito si scontra con la logica dell’efficienza. Per questo siamo chiamati a riscoprire «quella sapienza del cuore che resiste alla logica binaria dell’intelligenza artificiale».

Il richiamo dell’autore del testo a rileggere formulazioni filosofiche importanti in relazione ai più attuali orizzonti sociali risulta efficace, a partire dall’espressione «cuore inquieto» che deriva dal celebre incipit delle Confessioni di sant’Agostino. Descrivere l’uomo come un essere costituzionalmente segnato dall’incompiutezza, dalla sete di infinito e da una ricerca di senso che non si placa nei beni terreni, rappresenta una delle intuizioni più profonde della filosofia e della spiritualità occidentale sulla natura umana. Il punto è che l’inquietudine non è da considerare solo come un disagio psicologico, ma come il motore dinamico che spinge l’individuo a sollevarsi dalla dimensione puramente materiale per aprirsi alla dimensione spirituale e trascendente. Così intesa, l’inquietudine si può ben presentare quale primo antidoto alla dispersione dell’attenzione nell’era degli algoritmi e dei flussi continui di informazioni.

Nell’attuale società postmoderna il disorientamento etico e valoriale non è più un fenomeno marginale, ma una vera emergenza pubblica. Viviamo in uno stato che oscilla tra l’abbandono e l’esaltazione, che produce solitudini e polarizzazioni. Ne consegue la perdita di fiducia nelle istituzioni e nella possibilità stessa di una convivenza giusta. È evidente la tentazione, non a caso imperante, di ripiegarsi in un iper-individualismo che consuma, spesso associato a un nichilismo esibito. E il pensiero appare debole proprio mentre le intelligenze artificiali ci coinvolgono in una trasformazione che investe le modalità con cui non solo comunichiamo, ma anche impariamo, conosciamo, decidiamo. Si confondono solitudine e silenzio interiore, liceità e libertà. Accade innanzitutto a causa del progressivo svilimento del concetto di persona. In Occidente ci accorgiamo che, se si esclude la trascendenza, non è più scontato riconoscere la centralità della persona in termini di dignità irriducibile. L’oscuramento del presupposto sgretola tanti convincimenti in tema di diritti umani ritenuti incrollabili. Peraltro questo accade mentre è venuta meno l’illusione che la storia umana avesse le caratteristiche di una linearità ineluttabilmente tesa verso il miglioramento, verso un presunto indiscusso “progresso”. Nella visione cristiana delle vicende umane, nell’ottica della storia della Salvezza, in realtà ci sono sempre stati gli anticorpi utili a contenere questa idealizzazione.

In ogni caso, in questo contesto Recanati scrive che «nella “teologia” implicita dell’algoritmo, provvidenza e speranza diventano categorie superflue». E la provocazione si fa particolarmente interessante quando accosta la visione agostiniana di «tranquillità dell’ordine» all’idea di superamento del caos prospettata da teorie postumanistiche o transumanistiche. Un accostamento che ben smaschera l’abissale differenza: nel primo caso si legittima e si difende la libertà dell’uomo ragionando di grazia e di libero arbitrio; nel secondo caso si ipotizzano deleghe che sottintendono inquietanti dinamiche di costrizione. Il paradigma tecnocratico rifiuta, infatti, l’idea di un soggetto umano al centro del mondo, libero e capace di beneficiare della natura; piuttosto sostiene che siano la materia e la tecnica a imporre vincoli reali e considera i corpi come ibridi legati ai macchinari, dentro a reti di interdipendenza forzata. Vale la pena soffermarsi su questa differenza.

Risulta molto stimolante anche il richiamo all’ordo amoris così come concepito nella Città di Dio di Agostino. Non significa solo “sognare” la pace suprema, fondata sulla giustizia e sull’amore per Dio, tanto diversa dal disordine egoistico della città terrena, ma significa recuperare la concezione stessa di una condizione spirituale in cui si gioca il destino di salvezza e di dannazione di ogni individuo. Da qui il primo essenziale significato a proposito di centralità della persona e di libertà.

Rimettere al centro la persona e la sua vera libertà rappresenta la sfida politica più alta che, in quanto tale, investe ciascuno di noi. La modalità può essere solo quella di muoversi sulla via della speranza, che però risulta essere proprio la prima vittima del nichilismo. Quella speranza di cui parla Leone XIV in termini di «una forza divina che genera vita, non paura; che resiste alla violenza e la vince generando pace e non distruzione» e che «si deve coltivare: nasce dall’attesa fiduciosa e dall’amore». A questo proposito entusiasma recuperare dagli scritti di Agostino il senso del tempo come «distensione dell’anima», nonché il significato di un amore che ordina senza costringere. Sono infatti proprio questi i termini attraverso i quali ragiona di libertà e di verità: la libertà dell’agire umano che non pretende di bastare a se stessa e che rinvia alla responsabilità dello stesso agire; la verità che non si trova nelle cose del mondo, mutevoli e caduche, ma nel cuore che non delega la facoltà di orientarsi tra il vero e il bene.

Rileggere, dunque, come fa Recanati, gli insegnamenti di Agostino nel contesto di un modello di società che minaccia la dignità umana facendo a meno dell’etica e che concentra il potere in poche mani rappresenta un’occasione per riscoprire la straordinaria attualità dell’invito del santo: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-09/quo-209/liberta-senza-deleghe.html

Immagine di Fausta Speranza

Fausta Speranza

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