Siria: la drammatica situazione nella provincia di Idlib

Si intensifica lo scontro nel nord ovest della Siria tra forze di Damasco e truppe di Ankara. E si aggrava la crisi umanitaria. Centinaia di migliaia gli sfollati, in maggioranza donne e bambini. Delicata la posizione di Mosca, da sempre alleata della Siria e impegnata con la Turchia nella strategia di de-escalation. Con noi l’esperto di geopolitica Daniele De Luca

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Un grave scontro diretto tra le forze siriane e quelle turche è in atto nel nord ovest della Siria. L’escalation si è scatenata nella notte nel cuore della provincia  di Idlib, dove da settimane si è concentrata l’offensiva di Damasco contro le forze ribelli. Sembra aver provocato decine di morti su entrambi i fronti.

Tensione tra Ankara e Mosca

Il pattugliamento congiunto tra forze siriane e truppe russe previsto oggi a Kobane è stato annullato. Secondo Mosca, Ankara non ha comunicato in tempo i suoi movimenti, mentre l’esercito turco assicura di essersi coordinato come sempre. La Russia, alleata della presidenza Assad, continua a esprimere “preoccupazione” per la presenza di “terroristi” nell’area ma intende confermare il suo impegno di garante dell’area di de-escalation concordata a Sochi e Astana. Da parte sua, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan chiede a Mosca di rispettare “i suoi obblighi. I colloqui nella capitale del Kazakhstan hanno visto protagonisti proprio la Turchia, la Russia e l’Iran.

Sempre più allarmante la crisi umanitaria

Da quando l’offensiva è aumentata di intensità, nelle ultime tre settimane, circa 200.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro case o i campi profughi dove si erano rifugiati. E David Swanson, portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), ha confermato che dall’inizio di dicembre, circa 520.000 persone sono sfollate, di cui l’80% circa sono donne e bambini.  Secondo la Turchia, gli sfollati da Idlib solo nell’ultima settimana sono stati 151.000, andando ad alimentare la nuova ondata migratoria, finora contenuta, nelle zone sotto controllo turco del nord della Siria, specie nella provincia di Aleppo. Peraltro, in queste ore il presidente turco Erdoğan ha ribadito che non intende farsene carico.

Il conflitto da non dimenticare

A quasi nove anni dallo scoppio della guerra in Siria, si può parlare di sconfitta del sedicente Stato islamico (Is) ma non di conclusione imminente del conflitto, come conferma nella nostra intervista, Daniele De Luca, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università del Salento:

Ascolta l’intervista al professor Daniele De Luca

R. – Assolutamente sì. Mi dispiace dirlo ma l’attenzione si è spostata su altri problemi dando quasi per scontato la guerra in Siria che dura da tantissimo tempo, da nove anni. Magari si potesse considerare conclusa con la sconfitta del presunto califfato! Almeno sul terreno è stato sconfitto, ma la guerra in Siria continua.

Se l’Is è stato sconfitto chi sono queste forze che le truppe siriane combattono?

R. – Sono sacche di resistenza dell’opposizione all’interno del territorio siriano. Le rivolte in Siria nulla avevano a che fare con le cosiddette primavere arabe, ma nascevano da una questione di sovra-rappresentazione della minoranza alawita a fronte di una sotto-rappresentazione – di poco potere – per la maggioranza di sunniti e sciiti.

In ogni caso a questo punto è – come dire – un braccio di ferro tra potenze per capire quale influenza avrà ognuna sul territorio nel futuro: parliamo di porti, di pozzi petroliferi e così via…

R. – Ormai credo sia sotto gli occhi di tutti che quell’area – e direi anche un’area più allargata del cosiddetto Medio Oriente – è sotto il controllo turco-russo. Gli Stati Uniti su quell’area sembrano non voler più avere un contatto diretto, un’influenza diretta. Si sono “spostati” più a sud nel tentativo di risolvere l’annoso conflitto tra palestinesi e israeliani, quindi lasciando praticamente il terreno a un controllo turco e russo, con una fortissima ingerenza anche da parte dell’Iran.

Ricordiamo che i colloqui ad Astana, capitale del Kazakistan – paralleli a quelli a Ginevra – erano tra Turchia, Russia e Iran. Il ruolo di Teheran resta, dunque, fondamentale per quanto riguarda la Siria?

R. – E’ assolutamente fondamentale. Bisogna considerare una cosa: la minoranza alawita in Siria è una minoranza che i sunniti considerano come una sorta di cugini diretti degli sciiti e la maggioranza sunnita non l’ha mai accettato. Quindi il ruolo dell’Iran è fondamentale, in questi equilibri. Ed è importante anche in Libano dove ci sono le forze di Hezbollah che potrebbero ricominciare a premere sul confine settentrionale di Israele. Si potrebbe mettere a forte rischio l’area di pacificazione e l’area di salvaguardia e potrebbero essere coinvolte tra l’altro le truppe internazionali presenti, tra cui ci sono forze Italiane.

da Vatican NEWS del 4 febbraio 2020

Un’Europa unita senza Londra

Via libera dal Parlamento europeo al piano di uscita del Regno Unito dall’Ue. A oltre tre anni e mezzo dal referendum, i britannici si preparano alla Brexit effettiva

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Dal 1 febbraio inizia il periodo di transizione che durerà fino alla fine del 2020. Almeno fino al 31 dicembre di quest’anno, il Regno Unito continuerà a operare in base alle norme europee e non sono previsti cambiamenti immediati nella libera circolazione delle persone. I cittadini europei potranno, quindi, continuare a entrare e uscire dal Regno Unito come sempre, con passaporto o carta d’identità. Le patenti di guida, ad esempio, manterranno la propria validità. Per quanto, invece, accadrà alla fine del periodo di transizione restano incertezze. Bisognerà capire se Londra e Bruxelles raggiungeranno un nuovo accordo commerciale o meno. Delle prospettive concrete e delle incognite, abbiamo parlato con Carlo Altomonte, docente di Politiche economiche all’Università Bocconi:

R. – Abbiamo sicuramente la necessità di chiudere un accordo con il Regno Unito per evitare una serie di costi molto alti, sia per quel che riguarda la Gran Bretagna sia anche per quello che riguarda l’Europa, in particolare la Germania. Diciamo che ci sono in ballo diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro tra l’Europa e il Regno Unito, qualcuno in più ancora nel Regno Unito. Sicuramente la questione è quella di provare a chiudere il negoziato commerciale che generi un’area di libero scambio da qui a dicembre di quest’anno, perché, se non si chiude questo negoziato commerciale, avremo quella che chiamiamo “hard Brexit”, cioè l’uscita dal Regno Unito comunque, senza un accordo e quindi con le tariffe che l’Unione Europea applica normalmente a tutti i Paesi del mondo.

Che cosa succede in questo anno di transizione?

R. – Fino a dicembre 2020 non cambia niente; l’unico problema è che, appunto, questa scadenza non sembra rinviabile: un po’ perché le parti non hanno più intenzione di rinviare la questione e un po’ perché comunque nel nuovo accordo che è stato fatto dev’essere il governo britannico a chiedere il rinvio e deve farlo entro giugno di quest’anno. E, a quanto ne sappiamo, il premier Boris Johnson ha detto che non ci sarà assolutamente nessun rinvio e che quindi o si chiude un accordo commerciale con l’Unione Europea entro dicembre 2020, quindi durante il periodo di transizione, oppure il Regno Unito uscirà: uscirà dall’accordo con l’Unione Europea, perché in realtà è già uscito dall’Ue.

Abbiamo visto alcune aziende spostare la propria sede centrale, il quartier generale dalla City. Di fatto, che cosa è successo dal punto di vista economico?

R. – Sì, sì: tante aziende statunitensi e non solo hanno già lasciato la City soprattutto per la parte relativa a quei servizi finanziari che non si potranno comunque più fare da Londra nel momento in cui il Regno Unito esce dall’Unione Europea: quindi in realtà abbiamo già avuto diverse migliaia di persone che hanno lasciato la City di Londra per spostarsi a Parigi, Francoforte e Dublino: sono queste tre le città che hanno ricevuto i “fuoriusciti” dalla City di Londra. Ovviamente, in funzione del tipo di accordo che andremo a scrivere con l’Unione Europea, potranno seguire altre aziende. Punto chiave del negoziato è: in che misura, oltre al libero scambio con gli altri e le abolizioni delle tariffe, l’Ue consente al Regno Unito di avere in qualche modo una continuità legislativa con il mercato interno europeo? Cioè, nei prossimi anni il Regno Unito si impegna o no all’armonizzazione delle regole con il mercato europeo, o vuole andare per la sua strada? L’Unione Europea chiede che ci sia questo impegno legislativo in maniera tale che gli standard e tutto il nostro commercio avvenga sulla stessa base giuridica. Il Regno Unito sembra meno disposto a concedere questa cosa; vorrebbe solo zero-tariffe ma poi seguire i suoi standard. Su questo punto si determinerà quanto commercio effettivo poi si potrà fare tra i due Paesi, perché dal punto di vista manifatturiero io posso esportare un bene e non avere nessuna tariffa, ma da un punto di vista, per esempio, di un servizio finanziario devo essere sicuro che lo standard di produzione di quel servizio sia lo stesso, come dal punto di vista dell’Ict, del software o quant’altro: c’è tutta una serie di requisiti che devono essere in qualche modo corroborati tra le due sponde della Manica.

Chi ci perde e chi ci guadagna?

R. – Dal 31 gennaio non succede niente, quindi siamo “amici” come prima. Da fine dicembre 2020, se non ci sarà l’accordo, nel breve periodo ci perderà il Regno Unito, nel medio periodo ci perdiamo tutti e due.

All’ombra dell’odio nazista, luci di umanità e di fede

Nell’incubo delle persecuzioni antisemite, una madre di famiglia ebrea trova la mano tesa di una sconosciuta e di un collaboratore di Pio XII. Dopo oltre 75 anni, i figli dei protagonisti di tanto coraggio e tanta generosità raccontano la “scelta obbligata” dei genitori fedeli al messaggio cristiano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il 27 gennaio di 75 anni fa le truppe dell’Armata Rossa entravano nel campo di concentramento di Auschwitz, trovando decine di persone. Erano i sopravvissuti che non erano stati in grado di mettersi in marcia con i soldati tedeschi che, pochi giorni prima, avevano abbandonato il campo trascinando via centinaia di prigionieri e tentando di cancellare le prove del piano messo in atto per lo sterminio degli ebrei. Su iniziativa dell’Onu, dal 2005, il 27 gennaio viene celebrata nel mondo la Giornata della Memoria.

Scampati ad Auschwitz

A scrivere pagine di storia da non dimenticare, c’è anche chi ad Auschwitz era destinato, ma non c’è mai arrivato perché sottratto alla furia nazista dalla generosità di alcune persone. Parliamo della famiglia Terracina – padre, madre e quattro figli – tratta in salvo dalla signora Anita Tana, incontrata per la prima volta solo pochi giorni prima. Tutti sono stati accolti nella sua semplice e piccola casa. Il padre, la madre e il bimbo che lei portava nella pancia sono rimasti dalla signora Tana per oltre un anno. Il bimbo di sei anni, invece, è stato accolto dopo poche settimane dalla famiglia Cencelli, mentre le due ragazzine di sette e di quattro anni sono state poi nascoste nel convento delle Suore Dorotee al Gianicolo. Tutte queste persone si sono esposte al rischio della rappresaglia di fascisti e nazisti che non avrebbe lasciato scampo a chi nascondeva ebrei.

Nei giorni della tragica retata al Ghetto di Roma

La vicenda, che rivive nelle interviste ai testimoni ancora vivi, si è svolta nei giorni intorno al 16 ottobre 1943, passato alla storia per il feroce rastrellamento al ghetto e in altre zone di Roma. Nella retata vennero prese 1259 persone, di cui 1023  furono deportate al campo di sterminio di Auschwitz.  Soltanto 16 di loro sopravvissero, 15 uomini e una donna.

La signora Letizia Terracina, morta alcuni anni fa all’età di 105 anni, ha raccontato di aver bussato inizialmente alla porta di amici per chiedere aiuto, ma di aver trovato muri di paura. Poi, un giorno, incontrando in una macelleria la signora Anita Tana, ha trovato il coraggio di rivolgerle il suo disperato appello per la vita dei suoi figli e del bimbo che aspettava, ormai all’ottavo mese. Forse gli occhi di quella signora originaria di Ferrara avevano tradito lo spessore del cuore: la signora Anita, che oggi quei bambini di allora definiscono “una donna molto buona e molto molto religiosa”, viveva con il marito, gravemente invalido in conseguenza della Prima guerra mondiale, in un appartamento di due stanze. Ha aperto la porta di casa a quella famiglia perseguitata, perché nessuna logica razziale poteva oscurare il messaggio cristiano di fratellanza di cui si era sempre nutrita. In un’intervista rilasciata dalla signora Letizia Terracina nel 1996 alla Fondazione Yad Vashem di Tel Aviv, quando aveva 92 anni, sottolinea un particolare: lasciare il loro letto a quella coppia di disperati, dormendo su un divano fino a quando non sono arrivati gli Alleati a liberare Roma.

I ricordi di chi allora era bambino

Quel bimbo in pancia oggi ha poco più di 75 anni. Si chiama Fernando e ci racconta che la signora Tana, nei suoi ultimi momenti di vita, lo ha voluto accanto a sé.

Fernando Terracina

L’emozione di Fernando Terracina è forte quando racconta di essere stato il più “fortunato” dei fratelli perché “inconsapevole delle atrocità che stavano avvenendo e perché mai separato dalla mamma”. Ma ci  confida anche di aver fatto spesso incubi nel sonno all’età di sei, otto anni, quando ha saputo che suo nonno paterno e alcuni cugini sono morti ad Auschwitz e ha capito qualcosa dell’angoscia e dei rischi vissuti dai suoi familiari. Sogni in cui deve “affannosamente cercare di scappare dai tedeschi”. Sono tanti anche i ricordi delle due sorelle, Milena e Bettina, che raccontano della serenità respirata nel convento e di come “è stato difficile venir via”. Bettina, la più grande, non riesce a parlare di quel passato: a stento racconta dell’inquietudine che avverte ancora oggi se sente sgorgare copiosamente acqua da un rubinetto. La mente torna a un episodio preciso: soldati tedeschi avevano fatto irruzione nella casa della signora Tana che, per coprire le voci delle bambine e del neonato lasciati nella stanza di bagno, ha aperto il rubinetto dell’acqua con la massima potenza. La piccola Milena non ha capito il rischio, ma quella bimba di nove anni, istruita dai genitori, ha provato terrore. Le piccole sono state poi accolte dalle suore che le hanno “confuse” tra le loro ragazze educande di buona famiglia. Tra tante sensazioni, Milena ricorda, con un sorriso, il senso di pace che quelle religiose hanno trasmesso loro.

Milena Terracina

L’impegno della famiglia Cencelli e del Vaticano

A portare le due sorelle dalle suore è stato il signor Armando Cencelli, un dipendente vaticano, che con la moglie Luisa si è preso in casa il maschietto, Leone, che oggi sottolinea di essere stato trattato proprio come un figlio.

Leone Terracina

Il figlio dei Cencelli, Massimiliano, era figlio unico e si è visto arrivare un “fratellino” della sua età dall’oggi al domani, con il quale ha dovuto condividere tutto. Dopo tanti anni ci  racconta, oggi, di aver pianto quando lo ha visto andar via. Ma soprattutto ci  parla, oggi a 75 anni dalla liberazione di Auschwitz, della scelta dei suoi genitori come fosse invece una decisione “normale, scontata per due persone profondamente credenti e toccate dal messaggio di Cristo”. Ribadisce che “il gesto dei genitori si inserisce in uno sforzo notevole di salvare ebrei che in quel momento si faceva in tutto il Vaticano, per volontà di Pio XII.

Massimiliano Cencelli

Massimiliano Cencelli ha speso la sua vita impegnato in ruoli politici e passa alla storia per il cosiddetto Manuale Cencelli con cui ha descritto i meccanismi di spartizione di incarichi e ruoli politici. Di suo padre, collaboratore di Pio XII, ricorda l’estrema semplicità. Ci  racconta di aver spesso ascoltato in casa storie di tanti altri salvataggi di ebrei voluti e messi in atto dallo stesso Pio XII, a partire dalle centinaia di uomini nascosti come guardie palatine o delle donne accolte in palazzi del Vaticano o in conventi. Descrive il Papa di quegli anni bui come un uomo essenziale, che cenava in quei tempi con un bicchiere di latte, e che tradiva con i suoi collaboratori il dolore per quanto accadeva.

Quando parliamo di umanità e di diversità religiose, Massimiliano Cencelli  afferma con decisione che “in ogni caso esiste una sola razza umana, il resto sono invenzioni di potere”. E delle religioni ci dice: “Non possono definirsi tali se non conservano umanità”.

Uno degli attestati di riconoscimento di Israele per la famiglia Cencelli

Resta il dramma dell’odio razziale e dei lager raccontato dal sopravvissuto Primo Levi come “qualcosa che è accaduto e che dunque può accadere di nuovo”. Ma resta anche il gesto d’amore di chi ha accolto in casa sua dei perseguitati, dividendo le poche risorse dei tempi di guerra e mettendo a repentaglio la propria esistenza. Quel gesto ha lasciato un’altra impronta: quella di un moto di umanità e di una profondissima testimonianza di fede.

Nell’incubo delle persecuzioni antisemite, una madre di famiglia ebrea trova la mano tesa di una sconosciuta e di un collaboratore di Pio XII.      Oltre 75 anni, i figli dei protagonisti di tanto coraggio e tanta generosità raccontano con semplicità la “scelta obbligata” dei genitori

da Vatican News del 27 gennaio 2020

All’ombra dell’odio nazista

su vaticannews 27 gennaio 2020

di Fausta Speranza

All’ombra dell’odio nazista, luci di umanità e di fede

Nell’incubo delle persecuzioni antisemite, una madre di famiglia ebrea trova la mano tesa di una sconosciuta e di un collaboratore di Pio XII. Dopo oltre 75 anni, i figli dei protagonisti di tanto coraggio e tanta generosità raccontano la “scelta obbligata” dei genitori fedeli al messaggio cristiano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il 27 gennaio di 75 anni fa le truppe dell’Armata Rossa entravano nel campo di concentramento di Auschwitz, trovando decine di persone. Erano i sopravvissuti che non erano stati in grado di mettersi in marcia con i soldati tedeschi che, pochi giorni prima, avevano abbandonato il campo trascinando via centinaia di prigionieri e tentando di cancellare le prove del piano messo in atto per lo sterminio degli ebrei. Su iniziativa dell’Onu, dal 2005, il 27 gennaio viene celebrata nel mondo la Giornata della Memoria.

Scampati ad Auschwitz

A scrivere pagine di storia da non dimenticare, c’è anche chi ad Auschwitz era destinato, ma non c’è mai arrivato perché sottratto alla furia nazista dalla generosità di alcune persone. Parliamo della famiglia Terracina – padre, madre e quattro figli – tratta in salvo dalla signora Anita Tana, incontrata per la prima volta solo pochi giorni prima. Tutti sono stati accolti nella sua semplice e piccola casa. Il padre, la madre e il bimbo che lei portava nella pancia sono rimasti dalla signora Tana per oltre un anno. Il bimbo di sei anni, invece, è stato accolto dopo poche settimane dalla famiglia Cencelli, mentre le due ragazzine di sette e di quattro anni sono state poi nascoste nel convento delle Suore Dorotee al Gianicolo. Tutte queste persone si sono esposte al rischio della rappresaglia di fascisti e nazisti che non avrebbe lasciato scampo a chi nascondeva ebrei.

Nei giorni della tragica retata al Ghetto di Roma

La vicenda, che rivive nelle interviste ai testimoni ancora vivi, si è svolta nei giorni intorno al 16 ottobre 1943, passato alla storia per il feroce rastrellamento al ghetto e in altre zone di Roma. Nella retata vennero prese 1259 persone, di cui 1023  furono deportate al campo di sterminio di Auschwitz.  Soltanto 16 di loro sopravvissero, 15 uomini e una donna.

La signora Letizia Terracina, morta alcuni anni fa all’età di 105 anni, ha raccontato di aver bussato inizialmente alla porta di amici per chiedere aiuto, ma di aver trovato muri di paura. Poi, un giorno, incontrando in una macelleria la signora Anita Tana, ha trovato il coraggio di rivolgerle il suo disperato appello per la vita dei suoi figli e del bimbo che aspettava, ormai all’ottavo mese. Forse gli occhi di quella signora originaria di Ferrara avevano tradito lo spessore del cuore: la signora Anita, che oggi quei bambini di allora definiscono “una donna molto buona e molto molto religiosa”, viveva con il marito, gravemente invalido in conseguenza della Prima guerra mondiale, in un appartamento di due stanze. Ha aperto la porta di casa a quella famiglia perseguitata, perché nessuna logica razziale poteva oscurare il messaggio cristiano di fratellanza di cui si era sempre nutrita. In un’intervista rilasciata dalla signora Letizia Terracina nel 1996 alla Fondazione Yad Vashem di Tel Aviv, quando aveva 92 anni, sottolinea un particolare: lasciare il loro letto a quella coppia di disperati, dormendo su un divano fino a quando non sono arrivati gli Alleati a liberare Roma.

I ricordi di chi allora era bambino

Quel bimbo in pancia oggi ha poco più di 75 anni. Si chiama Fernando e ci racconta che la signora Tana, nei suoi ultimi momenti di vita, lo ha voluto accanto a sé.

Fernando Terracina
Fernando Terracina

L’emozione di Fernando Terracina è forte quando racconta di essere stato il più “fortunato” dei fratelli perché “inconsapevole delle atrocità che stavano avvenendo e perché mai separato dalla mamma”. Ma ci  confida anche di aver fatto spesso incubi nel sonno all’età di sei, otto anni, quando ha saputo che suo nonno paterno e alcuni cugini sono morti ad Auschwitz e ha capito qualcosa dell’angoscia e dei rischi vissuti dai suoi familiari. Sogni in cui deve “affannosamente cercare di scappare dai tedeschi”. Sono tanti anche i ricordi delle due sorelle, Milena e Bettina, che raccontano della serenità respirata nel convento e di come “è stato difficile venir via”. Bettina, la più grande, non riesce a parlare di quel passato: a stento racconta dell’inquietudine che avverte ancora oggi se sente sgorgare copiosamente acqua da un rubinetto. La mente torna a un episodio preciso: soldati tedeschi avevano fatto irruzione nella casa della signora Tana che, per coprire le voci delle bambine e del neonato lasciati nella stanza di bagno, ha aperto il rubinetto dell’acqua con la massima potenza. La piccola Milena non ha capito il rischio, ma quella bimba di nove anni, istruita dai genitori, ha provato terrore. Le piccole sono state poi accolte dalle suore che le hanno “confuse” tra le loro ragazze educande di buona famiglia. Tra tante sensazioni, Milena ricorda, con un sorriso, il senso di pace che quelle religiose hanno trasmesso loro.

Milena Terracina
Milena Terracina

L’impegno della famiglia Cencelli e del Vaticano

A portare le due sorelle dalle suore è stato il signor Armando Cencelli, un dipendente vaticano, che con la moglie Luisa si è preso in casa il maschietto, Leone, che oggi sottolinea di essere stato trattato proprio come un figlio.

Leone Terracina
Leone Terracina

Il figlio dei Cencelli, Massimiliano, era figlio unico e si è visto arrivare un “fratellino” della sua età dall’oggi al domani, con il quale ha dovuto condividere tutto. Dopo tanti anni ci  racconta, oggi, di aver pianto quando lo ha visto andar via. Ma soprattutto ci  parla, oggi a 75 anni dalla liberazione di Auschwitz, della scelta dei suoi genitori come fosse invece una decisione “normale, scontata per due persone profondamente credenti e toccate dal messaggio di Cristo”. Ribadisce che “il gesto dei genitori si inserisce in uno sforzo notevole di salvare ebrei che in quel momento si faceva in tutto il Vaticano, per volontà di Pio XII.

Massimiliano Cencelli
Massimiliano Cencelli

Massimiliano Cencelli ha speso la sua vita impegnato in ruoli politici e passa alla storia per il cosiddetto Manuale Cencelli con cui ha descritto i meccanismi di spartizione di incarichi e ruoli politici. Di suo padre, collaboratore di Pio XII, ricorda l’estrema semplicità. Ci  racconta di aver spesso ascoltato in casa storie di tanti altri salvataggi di ebrei voluti e messi in atto dallo stesso Pio XII, a partire dalle centinaia di uomini nascosti come guardie palatine o delle donne accolte in palazzi del Vaticano o in conventi. Descrive il Papa di quegli anni bui come un uomo essenziale, che cenava in quei tempi con un bicchiere di latte, e che tradiva con i suoi collaboratori il dolore per quanto accadeva.

Quando parliamo di umanità e di diversità religiose, Massimiliano Cencelli  afferma con decisione che “in ogni caso esiste una sola razza umana, il resto sono invenzioni di potere”. E delle religioni ci dice: “Non possono definirsi tali se non conservano umanità”.

Uno degli attestati di riconoscimento di Israele per la famiglia Cencelli
Uno degli attestati di riconoscimento di Israele per la famiglia Cencelli

Resta il dramma dell’odio razziale e dei lager raccontato dal sopravvissuto Primo Levi come “qualcosa che è accaduto e che dunque può accadere di nuovo”. Ma resta anche il gesto d’amore di chi ha accolto in casa sua dei perseguitati, dividendo le poche risorse dei tempi di guerra e mettendo a repentaglio la propria esistenza. Quel gesto ha lasciato un’altra impronta: quella di un moto di umanità e di una profondissima testimonianza di fede.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-01/giornata-memoria-shoah-auschwitz.html

L’appello del Papa nella Giornata dei migranti

Nella Giornata mondiale dei diritti dei migranti, l’appello del Papa, in un tweet, per l’accoglienza, la protezione, l’integrazione. Domani giovedì 19 dicembre Francesco incontra i rifugiati arrivati da Lesbo. Se si parla di migranti le situazioni sono tante e diverse. In ogni caso, gli esperti raccomandano uno studio serio e storicizzato del fenomeno. Intervista con la demografa esperta di flussi migratori Laura Terzera

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Così scrive il Papa nel tweet nella Giornata internazionale per i diritti dei migranti.  Se li mettiamo in pratica – aggiunge il Papa –  contribuiamo a costruire la città di Dio e dell’uomo.

Dal Papa i migranti di Lesbo arrivati in Italia

All’indomani della Giornata, domani, al termine delle udienze della mattina, il Papa Francesco incontrerà i rifugiati arrivati recentemente da Lesbo con i corridoi umanitari e farà posizionare una croce – nell’accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere – in ricordo dei migranti e dei rifugiati.

La difesa del diritto di asilo nelle raccomandazioni dell’Onu

Ieri, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto di difendere il diritto di asilo che – ha spiegato –   è sotto attacco in un momento in cui tante frontiere e porte vengono chiuse ai rifugiati, perfino bambini. Secondo l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, sono oltre 70 milioni le persone al mondo costrette a fuggire dal proprio Paese. Un numero senza precedenti. Tra le vere emergenze, c’è la tragedia delle detenzioni in campi come quelli in Libia, dove quest’anno sono state riportate circa 9000 persone che avevano tentato la traversata verso l’Europa e dove l’Onu denuncia “condizioni indicibili”. In generale la tendenza non è quella dell’accoglienza. La studiosa Laura Terzera, docente dell’Università Bicocca di Milano:

Ascolta l’intervista con Laura Terzera
R. – È un fenomeno di cui non si può fare una fotografia, ma di cui bisogna conoscere un po’ la storia a seconda del Paese in cui ci si trova. La mobilità può essere studiata molto meglio attualmente attraverso il passato perché, pur avendo una carenza di dati, ne abbiamo di più rispetto al passato.

Sembra anche che il fattore mediatico amplifichi molto questa realtà …

R. – Semplicemente perché oggi sappiamo le cose. Abbiamo una forma di comunicazione che è immediata e che è più accessibile a tutti. Pensiamo semplicemente alla grande migrazione che c’è sta tra l’Ottocento e il Novecento fino alla Prima Guerra Mondiale; se ne veniva a conoscenza soltanto per passaparola. Si alzano molti più muri rispetto a quanti ce ne erano nel passato. Ci sono alcuni dati interessanti che mostrano proprio come l’aumento di frontiere sia dovuto in qualche modo al fatto che ogni territorio sembra avere una bandierina. È più difficile muoversi rispetto al passato.

In parallelo con il fenomeno delle migrazioni, c’è il fenomeno di una conflittualità che – sono dati Onu – cresce in tutto il mondo …

R. – Le conflittualità portano ad una certa tipologia di movimento che è quella forzata, cioè persone che non avrebbero scelto di migrare, ma che lo hanno fatto perché costrette, forzate per la sopravvivenza. Quindi si devono muovere perché c’è una carestia, una catastrofe naturale, una guerra, dei conflitti. E’ ovvio che quelle in qualche modo sono delle emergenze, quindi l’aspetto della mobilità di tipo economico, di tipo famigliare è più gestibile, perché più programmabile. Questa, è ovvio, per sua definizione è improvvisa, è un’emergenza.

Si parla tanto di politiche per alzare muri per chiudere le frontiere. Ma di politiche invece per contrastare quei fenomeno come guerre, carestie che provocano tanta mobilità forzata se ne parla meno. Le pare?

R. – È più facile costruire un muro che non mettersi intorno ad un tavolo con teste diverse, con obiettivi diversi. Interessante per esempio è anche l’opinione pubblica che si crea nei diversi Appesi. Per esempio, l’euro-barometro Eurostat che misura i dati europei, mette a confronto quella che è la percezione della popolazione sulla dimensione della migrazione, quindi della popolazione straniera, con il dato reale. L’Italia è il Paese in cui lo scarto è maggiore, quasi un venti percento in più, cioè si ha la sensazione che ci sia molta più presenza. Ci sono Paesi come la Germania in cui invece la presenza è sicuramente consistente – se non uguale, maggiore dell’Italia – la precisone è molto più ridotta. Quindi sicuramene come viene presentato il fenomeno nel Paese può portare anche a politiche che siano più coerenti con quella che è la realtà, cioè capire esattamente qual ‘è la realtà, secondo me, è il primo passo, non ignorare qual è veramente la realtà. In qualche modo ci si concerta in quello che in quel momento mediaticamente attira insomma.

Da ricordare che in un mondo in cui ogni due secondi una persona è costretta ad abbandonare la propria casa a causa di conflitti o persecuzioni, milioni di persone restano apolidi: viene negata la nazionalità oltre all’accesso a diritti fondamentali quali istruzione, salute, lavoro e libertà di movimento.

Una giornata di preghiera per la pace in Colombia

Alla scommessa di pace che si vive in Colombia, la Chiesa colombiana ha voluto dedicare la Giornata di preghiera nella festa odierna della Vergine di Guadalupe. A Bogotà, un momento di incontro ufficiale per parlare di riconciliazione e giustizia, nella difficilissima fase di attuazione dell’Accordo di pace raggiunto nel 2016. Intervista con Leonardo Morlino docente di America Latina all’Università Luiss

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La Conferenza episcopale colombiana (Cec) invita alla riflessione e alla preghiera “per chiedere la riconciliazione, la pace e l’unione” della nazione. L’iniziativa –  si legge nella nota della Conferenza episcopale – “si svolge nell’ambito della festa di Nostra Signora di Guadalupe, patrona d’America e in sintonia con l’invito del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ad assumere uno sguardo cristiano e una posizione di semina basata sulla speranza e con i costanti messaggi di Papa Francesco sulla riconciliazione e la pace di tutte le nazioni”. Il momento d’incontro ufficiale, a Bogotà nell’auditorium Regina Apostolorum della sede Cec, viene trasmesso anche per televisione, radio e su web.  Sui social network, gli hashtag: #OremosPorColombia #AméricaLatinaRezaPorLaPaz.

Il cammino verso la pace

A tre anni dall’Accordo di pace tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie colombiane-Esercito del popolo (Farc-Ep), la Colombia vive una fortissima tensione sociale e continue mobilitazioni popolari.  Dal 21 novembre migliaia di persone sono scese in piazza contro il pacchetto di misure economiche  varato dal presidente Iván Duque e non hanno fermato le proteste neanche dopo l’annuncio, giorni fa, di una piattaforma di dialogo sociale denominata   «conversazione nazionale».  Delle sfide che vive la Colombia, abbiamo parlato con Leonardo Morlino, docente di America Latina all’Università Luiss:

R. – La tensione, le dimostrazioni e le proteste che abbiamo oggi in America Latina – dal Cile fino ad Haiti, compresa la Bolivia e altri Paesi – sono il sintomo di fenomeni differenti che non devono essere confusi. Ad esempio, se parliamo di Cile, parliamo di una democrazia tutto sommato consolidata e quindi si tratta di rispondere a proteste che incidono poi sulla vita specifica. Ma il Cile è un Paese democratico. Se parliamo della Colombia, invece parliamo di un Paese che noi definiamo a regime “ibrido”, cioè non ancora completamente democratico, non ancora con gli aspetti essenziali della democrazia ma con problemi piuttosto seri di limitazione delle libertà individuali.  C’è la combinazione di due fattori: da una parte, la novità di tutti gli immigrati che sono arrivando dal Venezuela, ma soprattutto, dall’altra, il fatto che l’accordo con le Farc non sia stato accettato, come si è visto poi dal risultato del referendum, da una buona maggioranza dei colombiani, e quindi il paese si trova in una situazione molto difficile.

Arrivare comunque all’accordo e chiudere decenni di conflitto è stata una scommessa importante di pace…

R. – Importantissima. E non solo, qualche atteggiamento più moderato dovrebbe portare all’accettazione di questo accordo. E’ vero anche che una parte della popolazione ha sofferto troppo in questi anni e non è disposta a perdonare e dimenticare.

C’è anche tanta voglia di pace, di tranquillità…

R. – Non c’è dubbio e questa può essere la leva per giungere a una qualche soluzione, però i problemi ci sono ancora e credo che soprattutto nell’atteggiamento, almeno vedendo alcuni dati di sondaggio, nell’atteggiamento dei cittadini c’è voglia di pace, ma c’è al tempo stesso il ricordo ancora vivo di tutto quello che è successo con la guerriglia.

Quanto ha inciso, nel momento delicatissimo dell’attuazione dell’accordo, lo scossone del Venezuela in crisi?

R. – Esattamente, sì, secondo me, ha inciso a peggiorare un quadro che era già molto incerto e problematico. Sì, indubbiamente ha inciso.

E quanto può incidere la destabilizzazione un po’ in tutta l’America Latina…

R. – Questo di meno, proprio perché, come dicevo, hanno diverse caratterizzazioni e diverse origini.

Se vogliamo cercare di individuare i punti di forza perché il Paese possa avere uno sviluppo positivo, cosa possiamo citare?

R.  – Non è semplice per il coinvolgimento della polizia… In ogni caso, probabilmente il punto di forza è proprio quello che diceva lei: la necessità, la necessità della pace. Cioè la Colombia ormai  ha la necessità che esca dalla sua tradizione di violenza e di guerra interna. Alla fine, psicologicamente si giunge a un punto che non è possibile andare avanti. E’ necessaria la pace. Solo una percezione piena di questo aspetto, sia a livello di élite sia a livello della gente, può dare una svolta.

L’Algeria al voto ma senza l’opposizione

Dopo l’uscita di scena di Bouteflika e mesi di incessanti manifestazioni, è arrivato l’appuntamento con le urne in Algeria. L’opposizione non riconosce nei candidati personalità capaci di vero cambiamento, mentre la società civile resta protagonista di una eccezionalmente pacifica protesta. Intervista con Luciano Ardesi

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Giovedì 12 in Algeria si vota per eleggere un nuovo presidente per la prima volta dalle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, costretto di fatto a lasciare il suo incarico all’inizio di aprile scorso per la pressione di milioni di algerini. Ma il movimento di opposizione, che si chiama Hirak, boigotta il voto ritenendo che i candidati non rispondano alla domanda di vero cambiamento. Abbiamo intervistato Luciano Ardesi, esperto di paesi del Maghreb:

R. – Il movimento Hirak, come si chiama in arabo, contesta le elezioni di domani. Vorrebbe che si tenessero elezioni   solo e soltanto dopo il ricambio del sistema di potere. Quindi chiede che se ne vadano tutto il governo e tutto il parlamento. Vorrebbe le elezioni dopo un rinnovo delle istituzioni attraverso un percorso di transizione, che però non è ancora molto chiaramente disegnato dai manifestanti.

Tra i candidati ci sono ex politici già con altre cariche significative…

R. – Sì, ci sono cinque concorrenti, due ex ministri, due ex primi ministri e altri tre ministri, ex esponenti di precedenti governi. Quindi questo anche ha lasciato perplesso il movimento di protesta perché di fatto, qualunque sarà il vincitore, non ci sarà un vero e proprio ricambio di personalità politiche.

Intanto in tutto questo il ruolo dell’esercito qual è?

R. – L’esercito più che mai è il perno del sistema di potere in Algeria. L’esercito ha preso in mano la situazione, in modo particolare il capo delle forze armate, il generale Gaid Salah che in un primo momento aveva promosso la candidatura del presidente Bouteflika ad un quinto mandato e che poi sotto la pressione del movimento popolare invece ha costretto alle dimissioni lo stesso Bouteflika e poi ha disegnato il percorso che ha condotto, dopo due rinvii, alle elezioni presidenziali. Quello dell’esercito è praticamente un ruolo che si conferma ininterrottamente, fin dall’indipendenza del Paese. Diciamo che la repressione è aumentata nel corso dei mesi; oggi ci sono circa 150 rappresentanti del movimento di protesta che sono in prigione, detenuti con o senza processo e a parte questo c’è stato un tentativo in qualche modo di ripulire il sistema attraverso denunce di scandali, di corruzione … Proprio in queste ultime ore  sono state pronunciate  sentenze di condanna nei confronti di due ex primi ministri, di imprenditori privati e di altri ex ministri, nel tentativo di presentare elezioni presidenziali sotto una nuova veste come una possibilità di rinnovamento del Paese. Questi processi sono sembrati a molti organizzati in tempo opportuno proprio per mascherare invece la repressione sotterranea nei confronti del movimento, che l’esercito continua soprattutto in questi ultimi mesi ad attaccare e a presentare come un nemico del popolo.

In tutto questo le manifestazioni si sono distinte assolutamente per l’impronta pacifica …

R. – È una cosa straordinaria, quella del movimento non violento in Algeria, se pensiamo che si tratta di un Paese che si è liberato dal colonialismo attraverso una lunga lotta armata e che ha subito in un decennio di terrorismo diffuso nel Paese. Forse proprio queste esperienze hanno proprio convinto il movimento ad adottare una non violenza assoluta. Certo c’è preoccupazione nel movimento, il timore che delle provocazioni possano deviare il loro impegno verso strade invece violente.

Sempre più allarmante la situazione nel Sahel

Raddoppia il numero di persone che in 16 Paesi dell’area del Sahel necessitano di assistenza alimentare e aumentano drammaticamente i conflitti e gli sfollati. La conferma dell’escalation di destabilizzazione nel cuore dell’Africa è arrivata dalla Conferenza della Rete di prevenzione delle crisi alimentari (Rpca). Intervista con l’africanista Pier Luigi Serra

Fausta Speranza – Città del Vaticano

I diversi organismi regionali e multilaterali, fra cui l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocde), che si sono ritrovati ieri per   l’incontro annuale a Parigi, concordano su due dati: il primo è che alla fine di quest’anno il numero di persone bisognose di cibo è arrivato a 9,4 milioni di persone. Il secondo è che, se non interviene nessun cambiamento, da giugno ad agosto 2020, il numero di persone bisognose di aiuti alimentari sarà   superiore a 14,4 milioni.

Il legame tra violenza e fame

Mahalmoudou Hamadoun, che coordina il programma regionale per la sicurezza alimentare nel Comitato interstatale per il controllo della siccità nel Sahel (Cilss), ha sottolineato come i conflitti in aumento nella regione costituiscano “un fattore aggravante dell’insicurezza alimentare” nell’area. I tre paesi più colpiti sono la Nigeria (il fenomeno riguarda 4 milioni di persone), il Niger (1,5 milioni) e il Burkina Faso (1,2 milioni). Si moltiplica di conseguenza anche il numero di sfollati interni, e questo contribuisce a sua volta a rendere precari i mezzi di sussistenza locali quali i mercati. Inoltre, gli operatori locali delle organizzazioni umanitarie denunciano anche casi di disordini tra disperati per l’accaparramento di alcuni aiuti internazionali.

Il ruolo della comunità internazionale

La crisi nel Sahel si protrae da anni tra fattori interni e ingerenze esterne. Per capire alcune dinamiche e responsabilità, abbiamo intervistato Pier Luigi Serra, docente all’Università orientale di Napoli:

R. – Pericoli indotti dall’esterno hanno alimentato tensioni e provocato danni gravissimi per l’intera regione, dal terrorismo che non ha smesso mai di agire, fino alle disgregazioni di forze sensibili ad una modernizzazione del rapporto politico fra interno ed esterno del Sahel.

Parliamo di ostilità intercomunitarie, ruolo dei governi e quindi dei cosiddetti signori della guerra, in alcuni casi, e il ruolo del terrorismo…

R. – Ho la sensazione che ci sia un filo così stretto che si gioca l’uno a sostegno dell’altro.

E che cosa dire degli organismi regionali multilaterali nonché della comunità internazionale?

R. – Non sono coesi su programmi unitari, univoci, assolutamente ineludibili. C’è una inconsistenza che è strutturale dal punto di vista della logica programmata, degli interventi da operare in una forma di consenso non vincolata agli egoismi dei maggiorenti, interni o esterni, ex-coloniali o di nuovo neocolonialismo, sull’area tutta intera considerata.

Nigeria, Niger, Burkina Faso sono tra i Paesi più colpiti dall’emergenza. Però le situazioni sono anche molto differenti: non si può affermare per esempio che la Nigeria sia un Paese povero…

R. – Assolutamente no. E qui scatta un’altra valutazione che è indipendente dalla situazione locale. In ognuno dei Paesi si evidenzia il grande malessere alimentare e scatta il fenomeno cui alludevo: la maldistribuzione del bene. Il bene disponibile in Nigeria è maggiore ma viene finalizzato a rafforzare il potere delle forze dominanti. E’ proprio l’uso improprio delle ricchezze a livello di distribuzione alla gente che diventa strumento di rafforzamento del potere.

Perché in un’Africa che anche se con grandi difficoltà fa passi avanti in tema di economia, il Sahel rimane un deserto?

R. – E’ un’area di compromesso, è stretto tra il vecchio terrorismo, la nuova disgregazione militare che incentiva la situazione disgraziata della Libia, i rigurgiti di difesa dei sistemi politici autoritari a partire dall’Algeria… E’ il grande sommovimento di coscienza che tutta la questione relativa alle prossime elezioni in Algeria alimenta… Il Sahel si trova isolato, si trova come cassa di risonanza degli scontri e degli insuccessi che a fronte di una sperata linea di ammodernamento della condotta politica da parte di chi ne ha responsabilità istituzionale e non in quei Paesi non si verifica.

A fare grandi affari ci sono poi i trafficanti di esseri umani…

R. – Ha toccato un problema gravissimo, pesantissimo, iniquo. Un’area di comodo, il Sahel, che investe un’area vastissima che parte dalle coste mediterranee libiche, da Zuara dalle isole Kerkenna e si spinge fin giù alla cosiddetta “linea del sale” per commerciare esseri umani ancora vivi e farli schiavi, o, morti, per commerciare organi umani.

Crisi venezuelana e organismi internazionali

Si intensifica il dialogo tra diversi Paesi delle Americhe sulla crisi in Venezuela. Tra i diversi ambiti di discussione, c’è il Trattato interamericano di assistenza reciproca (Tiar) che ospita tra gli altri anche il rappresentante degli Stati Uniti. Una presenza e un dibattito fortemente contestati da Maduro. Intervista con Francesco Cherubini, docente di Organizzazioni internazionali e diritti umani all’Università Luiss

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Condanna e pressioni sul presidente del Venezuela, Nicolàs Maduro: i Paesi membri del Trattato interamericano di reciproca assistenza (Tiar), riuniti ieri a Bogotà, a livello dei ministri degli esteri,  hanno stabilito sanzioni finanziarie e restrizioni di viaggio per una serie iniziale di “persone associate” al governo di Caracas. I delegati  hanno anche rinnovato l’appello  ai “rappresentanti permanenti” presso l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) affinché continuino a seguire la situazione di crisi sociale, politica ed economica  del Venezuela assicurando “raccomandazioni”.

Diversi i tavoli di confronto regionali

Il Presidente eletto dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, ha reso noto  che il suo governo, che si insedierà in marzo 2020, abbandonerà il Meccanismo di Montevideo, messo a punto a febbraio con il Messico per contribuire alla soluzione della crisi in Venezuela.  Come tavolo di discussione della crisi venezuelana c’è anche il Gruppo di Lima, che riunisce periodicamente diversi Paesi dell’area più il Canada.  A Lima non partecipano gli Stati Uniti che invece fanno parte in queste ore del dibattito nella capitale della Colombia, tra rappresentanti di Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Trinidad e Tobago, e un delegato dell’opposizione venezuelana.

Il ruolo dell’Osa

Al di là dei diversi organismi, potrebbe giocare un ruolo importante l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Per capire il margine possibile di interventi, abbiamo intervistato Francesco Cherubini, docente di Organizzazioni internazionali e diritti umani all’Università Luiss:

Ascolta l’intervista con Francesco Cherubini

R. – Probabilmente serviranno degli interventi un po’ più incisivi rispetto a quelli iniziali con i quali si approccia normalmente un’organizzazione internazionale come l’Osa.

Può fare alcuni esempi, professore?

R. – Già che si muovano i meccanismi più soft che sono legati al rispetto sia della Convenzione americana di diritti dell’uomo sia alla Dichiarazione americana dei diritti dell’uomo – sono due strumenti diversi che ruotano attorno alla commissione dell’Osa – già sarebbe un passo più importante, più rumoroso, per così dire nei confronti di questi Stati. Arrivo a dire anche l’espulsione che è prevista nello Statuto ma che – questa è la preoccupazione delle organizzazioni in questo caso – potrebbe  addirittura contribuire a estremizzare di più la situazione. Lo Stato messo all’angolo, o addirittura espulso, a questo punto si sente di avere le mani più libere di quanto non le aveva in precedenza. Quindi le organizzazioni si muovono sempre su un territorio delicatissimo, perché un’azione blanda probabilmente sarebbe percepita dallo Stato, o dagli Stati in questione, come qualcosa alla quale si può tranquillamente non dare seguito. Però un’azione più incisiva potrebbe avere un effetto peggiorativo della situazione. Quindi è sempre molto difficile; è un equilibrio sempre molto delicato. Escludo possano essere messi in moto meccanismi proprio ad hoc, quelli pensati a questo scopo che sono appunto la Commissione e la Corte dell’Osa. In genere, in questi casi c’è un’opera diplomatica che viene svolta dall’organizzazione internazionale per riportare gli Stati in questione a più miti consigli ed è auspicabile che questo avvenga nell’organizzazione regionale che è più vicina agli Stati problematici. Non è detto, non è escluso, che si possano mettere in moto anche i meccanismi generali che sono quelli che trovano posto nelle Nazioni Unite. Lì la massima autorità – quella che detiene anche i poteri più penetranti anche in relazione ormai da tempo alla difesa dei diritti umani – è il Consiglio di sicurezza, però è sempre vero che di fronte a questi eventi, le dinamiche politiche, diplomatiche all’interno delle organizzazioni sono sempre molto delicate. Quindi non è detto che di fronte a tutto ciò la risposta delle organizzazioni sia quella che ci si attenderebbe. Potrebbe essere magari una risposta più flessibile all’inizio che poi diventa più rigida, senza utilizzare strumenti che pure avrebbe a disposizione e che comportano, come dicevo, fino all’espulsione dello Stato in questione. Nell’Osa questo vale anche per altro. Più facilmente si possono immaginare trattative di carattere negoziale, diplomatico volte a riportare a più miti consigli gli Stati in questione.

In America Latina si protesta contro il carovita, ma soprattutto contro la corruzione e le diseguaglianze. Ci si può aspettare un’azione più strutturale da parte dell’Osa su questi temi?
R. – Non credo. Secondo me, è ancora predominante, almeno in determinate aree, l’efficacia dell’azione di alcuni Stati verso altri Stati. Certo qui l’estensione è notevole, quindi non è escluso che possano esserci interventi diversi dell’Osa, per esempio, o come dicevo in precedenza, delle Nazioni Unite. Non è episodico e non riguarda soltanto uno Stato. Quindi è certamente possibile, però anche l’Osa si deve muovere su un terreno non strettamente legato ai meccanismi di controllo perché questi sono una cosa diversa; tra l’altro sono stati pensati più probabilmente per le violazioni individuali che non per quelle sistemiche, anche se non è escluso possano riguardare anche queste.

Nuove sanzioni al Venezuela mentre la popolazione è allo stremo

I Paesi del Trattato interamericano di reciproca assistenza (Tiar) impongono nuove sanzioni a Nicolás Maduro in Venezuela, mentre respingono le recenti accuse rivolte contro il presidente del Parlamento venezuelano, Juan Guaidó, accusato di malversazione dei fondi ricevuti per gli aiuti umanitari. Intanto la popolazione è allo stremo. Intervista con Luciano Bozzo

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Nuova stretta dei Paesi latinoamericani contro il regime di Nicolás Maduro in Venezuela. I membri del Trattato interamericano di reciproca assistenza (Tiar), cioè Panama, Colombia, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Cile e Perù, hanno deciso  nuove sanzioni finanziarie e nuove restrizioni di viaggio contro “persone associate” al governo di Maduro, seguendo l’iniziativa intrapresa tempo fa dall’amministrazione di Donald Trump. La misura ha trovato la resistenza del governo di Panama, che si è astenuto durante il voto. Non sono stati ancora forniti i nomi dei 29 funzionari e famigliari del regime che saranno colpiti da queste sanzioni.

Cadute le accuse a Guaidó

Il Tiar ha anche respinto le recenti accuse rivolte contro il presidente del Parlamento venezuelano, Juan Guaidó, accusato di malversazione dei fondi ricevuti per gli aiuti umanitari. Queste denunce hanno fatto crollare la popolarità di Guaidó, dal 63 per cento al 42 per cento, secondo il sondaggio di Datanalisis, a poco meno di un anno dalla ribellione del 23 gennaio contro il potere di Maduro. Durante la riunione dei ministri degli Esteri dei Paesi del Tiar, si è disposto che nei riguardi di queste persone (legate a Maduro) “l’attivazione dei meccanismi di cooperazione e delle procedure necessarie, in sintonia con le legislazioni nazionali e i meccanismi esistenti di cooperazione in materia d’intelligence finanziaria”. Intanto la popolazione è allo stremo mentre è stallo sul piano politico, come conferma  Luciano Bozzo, docente di Studi strategici all’Università di Firenze:

Ascolta l’intervista con Luciano Bozzo

R. – Il Venezuela ha cercato di bypassare, anche recentemente, quelle sanzioni e questi limiti, in particolare utilizzando dei conti che ha aperto nella Repubblica popolare cinese con la quale più di 10 anni fa è stato stabilito un accordo per cui il petrolio veniva venduto ai cinesi e quindi acquistato in valuta cinese rimasta poi in questi conti nella Repubblica popolare. Ma la Cina sembra molto prudente sul punto e soprattutto non sembrano entusiaste quelle aziende, quelle ditte che dovrebbero essere pagate in valuta cinese. Se questa situazione economica dovesse peggiorare, diventerebbe preoccupante anche per gli Stati latinoamericani, in particolare quelli vicini.

Che dire del braccio di ferro politico in atto tra Maduro e Guaidó?

R. – Ci si trova adesso in una situazione veramente di stallo, in cui lo stesso Juan Guaidó non ha la forza per provocare un collasso del regime di Maduro con una sollevazione popolare generalizzata. Non credo che questa situazione sia destinata a mutare nel brevissimo termine, anche se sia da parte degli Stati Uniti sia da parte di alcuni portavoce dell’opposizione venezuelana si è dichiarato a più riprese che il Paese è veramente sull’orlo di un profondo cambiamento, di un collasso, di un sollevamento di natura rivoluzionaria – evidentemente – e questo potrebbe avvenire in qualsiasi momento: e questa, tra l’altro, è la speranza dell’attuale amministrazione americana, che tutto vuole meno che impegnarsi militarmente in Venezuela.

Intanto la popolazione è allo stremo …

R. – E’ davvero una popolazione allo stremo: penso che molti venezuelani abbiano davvero perso la speranza. D’altra parte, è anche vero – e non possiamo dimenticarlo – che comunque il regime gode ancora di sostegno – non so quanto diffuso a livello popolare – ma certamente branche importanti dello Stato, a comunicare dalle forze armate, di sicurezza, i servizi eccetera, sostengono Maduro, anche per timore di quelle che potrebbero essere le conseguenze a loro carico di un improvviso crollo del regime. E affianco di queste istituzioni e strutture pubbliche, evidentemente c’è anche una parte della società venezuelana che ha creduto in Maduro, che ha creduto nel sogno neo-bolivariano, che non si identifica con le altre classi sociali, in particolare media, alta borghesia, borghesia cittadina eccetera, che invece chiaramente sono schierate a favore di Juan Guaidó, quindi del cartello delle opposizioni.

 E’ una storia che poteva essere in qualche modo prevista?

R. – Indubbiamente, la crisi venezuelana si trascina da diversi anni, ormai – ormai è un decennio che il Paese in una maniera o nell’altra si trova in una situazione difficile: difficile da un punto di vista politico ma anche, appunto, con quei risvolti sociali ed economici di cui abbiamo parlato. Sicuramente era prevedibile uno o due anni fa, perché non c’erano i segnali per una rapida e pacifica risoluzione del conflitto politico interno. Che cosa poi però si dovesse fare per cercare di evitare quello che sta accadendo è difficile a dirsi perché, ripeto, soprattutto fino a non molto tempo fa il regime comunque godeva di un sostegno popolare.

Diversi i tavoli di confronto regionali

Il Presidente eletto dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, ha reso noto  che il suo governo, che si insedierà in marzo 2020, abbandonerà il Meccanismo di Montevideo, messo a punto a febbraio con il Messico per contribuire alla soluzione della crisi in Venezuela.  Come tavolo di discussione della crisi venezuelana c’è anche il Gruppo di Lima, che riunisce periodicamente diversi Paesi dell’area più il Canada.  A Lima non partecipano gli Stati Uniti che invece fanno parte in queste ore del dibattito nella capitale della Colombia, tra rappresentanti di Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Trinidad e Tobago, e un delegato dell’opposizione venezuelana.

Il ruolo dell’Osa

Con il documento del Tiar si chiede ai rappresentanti permanenti dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) di continuare a seguire la crisi venezuelana per formulare nuove raccomandazioni. Perché la situazione in cui si trova il Venezuela – si legge nel testo – non è indifferente ai Paesi della regione perché “rappresenta una minaccia per il mantenimento della pace e della sicurezza nel continente”.  Per capire il margine possibile di interventi, abbiamo intervistato Francesco Cherubini, docente di Organizzazioni internazionali e diritti umani all’Università Luiss:

Ascolta l’intervista con Francesco Cherubini

R. – Probabilmente serviranno degli interventi un po’ più incisivi rispetto a quelli iniziali con i quali si approccia normalmente un’organizzazione internazionale come l’Osa.

Può fare alcuni esempi, professore?

R. – Già che si muovano i meccanismi più soft che sono legati al rispetto sia della Convenzione americana di diritti dell’uomo sia alla Dichiarazione americana dei diritti dell’uomo – sono due strumenti diversi che ruotano attorno alla commissione dell’Osa – già sarebbe un passo più importante, più rumoroso, per così dire nei confronti di questi Stati. Arrivo a dire anche l’espulsione che è prevista nello Statuto ma che – questa è la preoccupazione delle organizzazioni in questo caso – potrebbe  addirittura contribuire a estremizzare di più la situazione. Lo Stato messo all’angolo, o addirittura espulso, a questo punto si sente di avere le mani più libere di quanto non le aveva in precedenza. Quindi le organizzazioni si muovono sempre su un territorio delicatissimo, perché un’azione blanda probabilmente sarebbe percepita dallo Stato, o dagli Stati in questione, come qualcosa alla quale si può tranquillamente non dare seguito. Però un’azione più incisiva potrebbe avere un effetto peggiorativo della situazione. Quindi è sempre molto difficile; è un equilibrio sempre molto delicato. Escludo possano essere messi in moto meccanismi proprio ad hoc, quelli pensati a questo scopo che sono appunto la Commissione e la Corte dell’Osa. In genere, in questi casi c’è un’opera diplomatica che viene svolta dall’organizzazione internazionale per riportare gli Stati in questione a più miti consigli ed è auspicabile che questo avvenga nell’organizzazione regionale che è più vicina agli Stati problematici. Non è detto, non è escluso, che si possano mettere in moto anche i meccanismi generali che sono quelli che trovano posto nelle Nazioni Unite. Lì la massima autorità – quella che detiene anche i poteri più penetranti anche in relazione ormai da tempo alla difesa dei diritti umani – è il Consiglio di sicurezza, però è sempre vero che di fronte a questi eventi, le dinamiche politiche, diplomatiche all’interno delle organizzazioni sono sempre molto delicate. Quindi non è detto che di fronte a tutto ciò la risposta delle organizzazioni sia quella che ci si attenderebbe. Potrebbe essere magari una risposta più flessibile all’inizio che poi diventa più rigida, senza utilizzare strumenti che pure avrebbe a disposizione e che comportano, come dicevo, fino all’espulsione dello Stato in questione. Nell’Osa questo vale anche per altro. Più facilmente si possono immaginare trattative di carattere negoziale, diplomatico volte a riportare a più miti consigli gli Stati in questione.

In America Latina si protesta contro il carovita, ma soprattutto contro la corruzione e le diseguaglianze. Ci si può aspettare un’azione più strutturale da parte dell’Osa su questi temi?
R. – Non credo. Secondo me, è ancora predominante, almeno in determinate aree, l’efficacia dell’azione di alcuni Stati verso altri Stati. Certo qui l’estensione è notevole, quindi non è escluso che possano esserci interventi diversi dell’Osa, per esempio, o come dicevo in precedenza, delle Nazioni Unite. Non è episodico e non riguarda soltanto uno Stato. Quindi è certamente possibile, però anche l’Osa si deve muovere su un terreno non strettamente legato ai meccanismi di controllo perché questi sono una cosa diversa; tra l’altro sono stati pensati più probabilmente per le violazioni individuali che non per quelle sistemiche, anche se non è escluso possano riguardare anche queste.

Fino ad ora ci sono state raccomandazioni dell’Osa al Cile e alla Bolivia, oltre che al Venezuela, per il rispetto dei diritti umani dei manifestanti. Hanno trovato terreno fertile?

R. – Non mi pare. I fatti smentiscono un po’ quello che era l’indirizzo dato per l’appunto a questi Stati. Mi pare che sia abbastanza quotidiana la violazione dei diritti – dei vari diritti – dei manifestanti, dei cittadini che scendono in piazza.