Nel sonno delle negligenze: lettere ai potenti

L’attualità dei richiami di Caterina da Siena ai governanti

Voce potente
che risveglia le coscienze

A colloquio con il padre domenicano Giovanni Calcara

5 Maggio 2026

di Fausta Speranza

«Può fare politica solo chi è sveglio e non addormentato, chi resiste al dilagare del timore servile che produce il sonno delle negligenze». Colpisce la valenza di queste parole nell’attuale contesto storico, segnato dagli scenari di meccanizzazione dell’umano e di antropomorfizzazione dei robot e soprattutto lacerato dalle varie esplosioni di conflitti. Se la tracotanza del più forte sul più debole è la stessa dalla notte dei tempi, le modalità in cui tutto ciò avviene sono aggiornatissime, come gli algoritmi che pervadono il quotidiano tanto quanto guidano le bombe. Eppure queste parole che calzano così precisamente con questo nostro tempo vengono dalla seconda metà del XIV secolo, precisamente da «una fra le operaie più autentiche della teologia cattolica». A definire così santa Caterina da Siena è padre Giovanni Calcara, dello stesso Ordine dei Predicatori di san Domenico di cui Caterina è stata terziaria.

«L’attitudine opposta al timore servile»

Colpisce un’espressione ricorrente negli scritti della mistica, nata il 25 marzo 1347 nella contrada senese di Fontebranda e morta il 29 aprile 1380: quella della «virtù necessaria per abbracciare con coraggio l’impegno per la verità e il bene» che identifica proprio con «l’attitudine opposta al timore servile». E anche a questo proposito la santa, vissuta solo 33 anni sette secoli fa, dà lezione di modernità perché spiega esplicitamente di rivolgersi «sia a uomini che a donne».

Il richiamo è una costante delle circa 380 Lettere che Caterina di Jacopo di Benincasa, nota come Caterina da Siena, ha inviato a tutte le “categorie” della società civile e della Chiesa. «L’originalità del pensiero cateriniano — sottolinea padre Calcara — sta nel fatto che non si ferma alla contemplazione delle verità nella sua vita intima spirituale, piuttosto vuole conoscere, amare, spendersi e proprio per questo è utile per orientare l’impegno sociale».

«Come animale senza nessuna ragione»

Da qui l’appello di questa donna quasi analfabeta di altri tempi a «non evitare la prova, non rimandare la decisione, non tollerare il male solo perché il timore servile impedisce e avvilisce il cuore, e non lascia vivere né adoperare come a uomo ragionevole, ma come animale senza nessuna ragione».

Quel ruolo di donna e battezzata

Caterina da laica gioca un ruolo decisivo nel riportare il papato da Avignone a Roma, convincendo Gregorio XI con lettere appassionate e con un incontro diretto nel 1376. C’è un momento però in cui subisce un processo da parte dell’Ordine al quale è legata, per dubbi sulla sua ortodossia, alimentati dai pregiudizi nei confronti delle donne. A questo proposito Padre Calcara sottolinea «la semplicità di santa Caterina che non rivendica nulla se non il ruolo di donna e di battezzata». Al processo sarà prosciolta e verrà poi proclamata santa da Pio II nel 1461; dichiarata patrona di Roma da Pio IX nel 1866 e patrona d’Italia insieme con san Francesco di Assisi da Pio XII nel 1939; riconosciuta Dottore della Chiesa da Paolo VI nel 1970 insieme con santa Teresa d’Ávila e compatrona d’Europa da Giovanni Paolo II nel 1999.

L’uno o l’altro

Oggi, in tempi di narcisismo digitale, una considerazione contenuta nella Lettera 358 ci interpella in modo particolare: «Non vedo come potremmo ben governare gli altri, se prima non governassimo bene noi stessi». Inoltre, scrivendo a esponenti delle istituzioni civili, Caterina implora di «non mettere indifferentemente o l’uno o l’altro come governatori della città; ma di esigere che siano uomini virtuosi, saggi e prudenti i quali con intelligenza diano alla città quell’ordine che è necessario a mantenere la pace».

«La città è prestata»

In altre missive ribadisce l’assoluta necessità di «scegliere uomini maturi amanti del bene comune e non del proprio bene particolare». Parlando della sua Siena, usa un’espressione curiosa ed efficace: «La città è prestata». Ricorda così che nessuno può considerare come propria la cosa pubblica da amministrare.

Altre parole della mistica, che padre Calcara cita dalla Lettera 338, vogliono esprimere il dolore mai superato di chi non ha abbastanza voce: «Spesso vediamo che taluni governanti fanno osservare fermamente la giustizia verso i poverelli, che spesso è vera e propria ingiustizia, ma non la fanno osservare verso i grandi e i potenti».

Poteri forti sulla testa dei cittadini

Il pensiero va ad alcuni slogan dei nostri tempi contro «l’abuso di potere» e contro «la guerra catastrofica». Risultano ricorrenti nelle manifestazioni che di recente, dopo anni di torpore democratico, denunciano, in diverse parti del mondo occidentale, un certo risveglio di protagonismo cittadino, portando in piazza milioni e milioni di persone.

Oltre i leader le dinamiche da cambiare

Sembra importante cercare di porre attenzione a tutto ciò, al di là dei singoli leader che possano essere più o meno criticati o messi in discussione. E non si tratta di preferire una forma o l’altra di Stato, ma di contestare dinamiche che si sono venute accentuando: decisioni pesantissime per la vita dei cittadini vengono assunte da poteri forti che si impongono ignorando sempre di più esigenze e volontà. In ballo c’è il crollo di un sistema di diritto internazionale che per alcuni decenni ha cercato di superare le logiche della conquista e della sopraffazione. Certamente nulla di perfetto, ma orientato alla convivenza.

Multipolarismi di convenienza

L’impressione è che alleanze di potere di altro genere rispondano piuttosto a logiche di interessi particolaristici. Sembra evidente l’intenzione di sostituire le dinamiche multilaterali, pensate per limitare lo strapotere di alcuni, con multipolarismi di convenienza funzionali allo strapotere di pochi.

Un freno al delirio di potenza

La diffusa insofferenza si fa dilagante inquietudine: che non ci sia freno al delirio di potenza. Non c’è bisogno di essere molto acculturati per rendersene conto, a tutti i livelli della società. Peraltro neanche santa Caterina lo era. Paolo VI, nell’omelia per la proclamazione a Dottore della Chiesa il 3 ottobre 1970, la definisce «la non colta vergine di Fontebranda». «I suoi pensieri — afferma — non sono paragonabili alle alte speculazioni, proprie della teologia sistematica», ma — aggiunge — non si può dimenticare quanto sia stata «affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie e alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci».

Al piccolo come al grande

Invocando oggi pace e giustizia, una raccomandazione di santa Caterina, tra tante, risuona particolarmente preziosa: «Colui che ha autorità deve rendere ragione e giustizia al piccolo come al grande, senza corrompere mai questa virtù della giustizia, né per piacere agli amici, né per cupidigia del denaro».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-05/quo-102/voce-potente-che-risveglia-le-coscienze.html

Quel “prestito grazioso”

24 settembre 2025

A cento anni dalla nascita dell’editrice Morcelliana

Libri freschi
come il pane quotidiano

di Fausta Speranza

Cento anni di coraggiosa ricerca grazie al contributo di intellettuali di fede e anche di «un prestito grazioso». Questo ha significato finora l’Editrice Morcelliana che, fondata a Brescia a settembre 1925, si è subito misurata con la resistenza al fascismo. Nella sua storia, rappresentativa della cultura cattolica e religiosa dell’Italia contemporanea, si ritrova poi la stessa impronta in difesa della verità dell’uomo nel contributo al rinnovamento religioso tra le due guerre, nell’adesione feconda al Concilio vaticano II, nella coerente presenza nella società secolarizzata. Di tutti questi passaggi e soprattutto delle prospettive future, in cui si intravedono pubblicazioni sul tema donne, si discute al convegno organizzato nel pomeriggio del 25 settembre, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore della stessa città della Lombardia annoverata tra i principali centri economico-produttivi della penisola.

Nel difficile dopoguerra

Tra tanti spunti di riflessione che proiettano dal passato al futuro, si deve innanzitutto ricordare il ruolo che ha avuto il giovane sacerdote Giovanni Battista Montini nella fondazione dell’editrice, nonché in quel sostegno economico nell’immediato dopo-guerra, 1946-1947, elargito quando era monsignore della Segreteria di Stato e accompagnato da quella simpatica definizione di «prestito grazioso». Un contributo dato con la leggerezza della gratuità e la sottile allusione a un «debito», evidentemente da «ripagare» confermando sempre l’obiettivo: la promozione di autori di elevato valore culturale nel campo della ricerca biblica, teologica, filosofica, spirituale e storica. Parlando con Ilario Bertoletti, direttore editoriale di Morcelliana, che ha come presidente Francesca Bazoli, comprendiamo quanto sia vivo il desiderio di sentirsi ancora «debitori».

Giovani e intellettuali

Con lo sguardo alle radici, si devono citare almeno alcuni del gruppo di giovani intellettuali che hanno pensato e voluto l’editrice in collaborazione con l’altrettanto giovane don Giovanni Battista: Fausto Minelli, Alessandro Capretti, Mario Bendiscioli e padre Giulio Bevilacqua della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, che sarà figura di rilievo negli anni del Concilio e poi alla guida della parrocchia di Sant’Antonio di Brescia quale primo «cardinale-parroco» della Chiesa.

Due padri da non diemnticare

E dobbiamo ricordare i due padri della coscienza democratica europea, Romano Guardini e Jacques Maritain, che hanno rappresentato le prime figure di riferimento nell’intento di rinnovare la cultura cattolica e di resistere al fascismo. Le loro opere sono state pubblicate in Italia per la prima volta proprio da Morcelliana. Impossibile citare i tanti altri significativi autori tradotti in anteprima, tra cui alcuni impegnati in tempi non scontati sul tema dell’ecumenismo, ma non si può non ricordare le traduzioni dei primi scritti dell’allora giovane sacerdote professore Joseph Ratzinger.

Anche oggi è tempo di grandi sfide

La prima è fare editoria di cultura nel tempo della crisi del libro classico. Non solo. L’intelligenza artificiale apre interrogativi che vanno dai dilemmi etici alla dipendenza e manipolazione tecnologica, dalla discriminazione alla perdita di controllo umano sui sistemi. Bertoletti ci parla di «piste nuove da aprire» e cita tra tanti lo storico tedesco don Hubert Jedin per ricordarci «un’impronta» dell’editrice: «Muoversi nel concetto di riforma cattolica non in stato di minorità ma quali protagonisti di modernità». Bertoletti ricorda anche l’impegno del predecessore Stefano Minelli, alla guida dell’editrice per 40 anni, nella particolare fase del Concilio vaticano II, e cita il testo dello storico Fulvio De Giorgi Paolo VI. Il papa del Moderno (2015), che, tra biografia e analisi, tratteggia il pontificato che ha segnato una transizione importante verso il mondo moderno.

Al convegno Morcelliana 1925-2025: 100 anni di editoria cattolica

Per l’occasione si presenta il nuovo Catalogo storico dell’Editore, dal 1925 al 2025, a cura di Daria Gabusi. Cento anni che raccontano anche le relazioni di lunga data che l’editrice ha costruito con gli atenei e le università italiane, con le avanguardie del pensiero e degli studi europei. Il taglio storico è assicurato dall’intervento introduttivo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, con la relazione Il cristianesimo alla prova di un secolo. Seguono i contributi di numerosi studiosi e autori di Morcelliana che rispondono al doveroso sguardo al futuro. In particolare, citiamo l’intervento di Giovanni Filoramo su Le scienze delle religioni, un cantiere aperto; quello di Alessandro Saggioro su Il futuro degli studi storici delle religioni nel mondo; quello di Tessa Canella su La storia del cristianesimo e le donne: nuove prospettive di ricerca. Tra gli altri eventi culturali organizzati, segnaliamo a Brescia, a dicembre prossimo, la lectio del filosofo Massimo Cacciari dedicata a L’arte e il sacro e quella dell’arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto monsignor Bruno Forte su Cristianesimo e cultura a partire dal nuovo libro in uscita Eclissi e ritorno di Dio.

Idee per il futuro

In definitiva, si vuole celebrare il particolare anniversario con «un’idea precisa», ci spiega Ilario Bertoletti: quella di «riscoprire le radici e gli snodi principali, tratteggiare la storia, individuare idee per il futuro». È preciso anche un riferimento: la raccomandazione che san Paolo VI rivolse ai rappresentanti di Morcelliana ricevendoli dopo la sua elezione: «I libri devono essere freschi come il pane quotidiano».

La rivoluzione di Papa Francesco

La rivoluzione datata di Papa Francesco tra “normalità” e “semplicità”

sulla rivista Area, Agosto 2013

di  Fausta Speranza

Tra “normalità” e “semplicità” Francesco sta operando una rivoluzione nella Chiesa. La percezione è di tutti anche se ognuno la spiega a modo suo, credenti e non credenti. La rivoluzione consiste nel ripartire con adesione profonda dal Vangelo. E’ una rivoluzione datata, con un potenziale nuovo di decisionalità. Ma non è tutto qui. C’è anche un riposizionamento tra livello vitale del messaggio cristiano e piano dottrinale.

L’abitudine alla normalità

“Dobbiamo abituarci a essere normali”, sottolinea Papa Francesco ai giornalisti in aereo di ritorno dal Brasile, rigorosamente improvvisando, senza più domande precostituite. La normalità è la valigetta portata a mano, il continuo richiamo alla misericordia e alla capacità di perdono di Dio, l’uso della parola gay, l’attitudine a condannare il peccato e a voler bene al peccatore, la mano tesa ai divorziati. Per Francesco è normale perché è quanto insegna il Vangelo. Ed è normale ricordarlo a gran voce, insieme con la “necessità di condannare” l’indegna condotta di preti come mons. Scarano, accusato di gravi traffici illeciti. Poi c’è il suo invito a studiare il tema della nullità matrimoniale ma anche la conferma della posizione già nota della Chiesa su aborto e nozze omosessuali. E normale per Francesco è stato istituire nel giro di poco commissioni per la riforma della Curia e dello Ior, centri di potere politico e economico del Vaticano. E normale è promettere che se ne vedranno presto i frutti. E poi ci sono missioni per sacerdoti in Africa o altrove avviate in 48 ore.

Meno “economicismo”

La normalità si sposa con la semplicità: “Dio ci chiede in questo momento più semplicità”, spiega. E fa fuori abiti e troni regali, abita in una residenza più che essenziale, viaggia in aereo senza il consueto lettino, in uno dei tanti posti come gli altri. Ma la semplicità di Francesco non è racchiusa solo in queste scelte. Si esprime soprattutto nell’essenzialità dei messaggi più rivoluzionari, ma meno ripresi, con cui ripropone la bimillenaria rivoluzione di Cristo che ha sentenziato: non si può servire Dio e Mammona, richiamando al rischio di asservirsi al denaro.  Papa Francesco senza mezzi termini denuncia: “Chi comanda oggi è il denaro”. Ma fa meno notizia di altro. Si scaglia contro “la politica economicistica senza un qualunque controllo etico, un economicismo autosufficiente”. Ma nessuno ci fa un titolo. Dichiara inaccettabile che bambini muoiano di fame e anziani non abbiano accesso a cure, ma la condanna non occupa una pagina di giornale.

Guerra alle cordate

Condanna le lobby che si fanno “organizzazioni di potere”, ovunque siano. Lamenta che “manca un’etica umanistica nel mondo” e chiede di “stimolare una cultura dell’incontro riducendo l’egoismo”. E’ la stessa semplicità che l’ha condotto a Lampedusa, vicino agli ultimi, i migranti più disperati. In questo caso è stato accompagnato da una straordinaria copertura mediatica.
Ma la Chiesa che sta accanto ai poveri non dovrebbe meravigliare. E’ come dire che la Croce rossa si occupa dei malati o l’Onu di cercare la pace. E’ vero che spesso la Chiesa non è stata all’altezza del suo messaggio ma non si può dire che l’abbia sempre tradito e soprattutto l’opzione non è nuova e non dovrebbe sorprendere. La notizia sta nel decisionismo: Francesco è deciso a scuotere fortemente la Chiesa per riportarla accanto a chi sta nelle periferie del mondo.

Sguardo al Concilio

Paolo VI nella Messa a conclusione del Concilio Vaticano II nel 1965 diceva al mondo: “Per la Chiesa nessuno è estraneo, escluso, lontano”. Era l’abbraccio al mondo del Concilio, voluto da Papa Giovanni XXIII, che sarà presto santo, nella convinzione che “il Vangelo non cambia ma cambia la nostra comprensione del Vangelo alla luce dei tempi nuovi”. Giovanni Paolo II ha percorso continenti nell’ottica dell’incontro e del dialogo, sulle orme di Paolo VI che fu il primo Papa a andare in Terra Santa, in India, alle Nazioni Unite. Benedetto XVI ha dedicato alla misericordia l’enciclica Deus caritas est e, a 50 anni esatti dall’apertura del Concilio, a ottobre 2012,  ha parlato di “speranza disattesa”. Papa Francesco afferma: “Il Concilio non è stato pienamente messo in pratica. In media ci sono voluti 100 anni per ogni Concilio, ora siamo a metà strada”. La filosofia è quella di Papa Giovanni XXIII: non si deve avere paura di cambiare per aderire meglio al Vangelo. E Papa Francesco dichiara: “Ci sono cose che erano utili in altre epoche, con altri punti di vista, che adesso non servono più, devono essere riorganizzate”. Ma nel frattempo che cosa è successo che rende oggi tanto rivoluzionarie certe parole di Papa Francesco che invece sono in linea con i predecessori?

Il catechismo al posto suo

L’impressione di chi scrive è che in troppi casi nella vita vissuta di tanta parte della Chiesa, su impulso di zelanti uomini di chiesa, sacerdoti e laici, si metteva in atto una strisciante ma pesante sovrapposizione della logica del catechismo della chiesa cattolica, che 30 anni dopo il Concilio cercava di delineare linee dottrinali, sugli straordinari documenti del Concilio stesso che non aveva voluto essere dottrinale ma vitale e pastorale. Si è troppo spesso ridotto la trascendenza universale del Concilio all’esaltazione del catechismo, che doveva essere uno strumento. Risanare questo sfasamento, riscoprire la dimensione alta di comunione che sta prima della dottrina sembra il cuore della vera rivoluzione di Francesco.