“Giorgio La Pira” un domenicano alla Costituente
Se la sintesi è superiore
su Osservatore Romano, 28 febbraio 2026
di Fausta Speranza
«Una autentica classe dirigente che non sapeva di esserlo». È un modo elegantemente significativo con cui si può raccontare l’impegno del gruppo di trentenni che hanno dato vita alla Costituzione italiana. Non si parla certamente della consapevolezza della gravità della sfida dell’Assemblea costituente post guerra che non mancava affatto, ma si parla del rigore con cui si è obbedito al senso di responsabilità prima e ben oltre le ambizioni personali di potere. Il rimbalzo all’oggi per contrasto è immediato, diretto, spietato. Tanto più, dunque, è stata fonte di interessantissimi spunti di riflessione la presentazione, ieri pomeriggio presso la libreria dell’Università Lateranense, del libro di Giulio Alfano dedicato a Giorgio La Pira. Un Domenicano alla Costituente (Solfanelli, 2025). È stata l’accademica Patrizia Giunti a parlare del valore del contributo di quei giovani leader, chiarendo con la precisione dei fatti competenze e ruoli dell’Assemblea Costituente italiana, l’organo elettivo votato il 2 giugno 1946 per redigere la Costituzione della Repubblica, che era appena nata dal referendum istituzionale.
Nei numeri l’Assemblea costituente si racconta con 556 deputati partecipanti, tra cui 21 donne; 375 sedute; 75 deputati selezionati per il gruppo incaricato di elaborare la prima bozza, tra cui figurava Giorgio La Pira. Tra i “padri fondatori” vengono giustamente considerate figure come il socialista poi presidente Sandro Pertini; il democristiano Giovanni Gronchi in quel periodo presidente della Camera dei deputati; Palmiro Togliatti, leader del Partito comunista italiano; o il liberale Benedetto Croce, che hanno dato un contributo decisivo al dibattito ma che però non sono stati come La Pira tra i legislatori che hanno scritto articolo per articolo il testo. Altro dato storico significativo è l’arco temporale: la Costituente resta in vita dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948, dopo aver approvato la Carta costituzionale il 22 dicembre 1947. Un tempo che oggi appare davvero rapido e non solo alla luce di alcune lungaggini parlamentari.
È un tempo breve soprattutto in considerazione dello spessore profondissimo e del lavoro di cesello per raggiungere formulazioni condivise, che si devono riconoscere ad ogni singolo articolo. Uno spessore di cui la professoressa Giunti, ordinario di Istituzioni di Diritto romano alla cattedra nell’Università degli Studi di Firenze che fu del sindaco domenicano laico nonché presidente della Fondazione a lui intitolata, ha restituito in tutta la sua ricchezza di significati, seppure nell’occasione breve di una presentazione e attraverso la scelta di pochissimi articoli.
A dare decisivo contributo in questo senso è proprio il libro di Alfano, professore incaricato alla Lateranense per i temi delle dottrine politiche con particolare attenzione all’etica, che è anche laico domenicano come Giorgio La Pira. Il testo, infatti, raccoglie gli interventi di La Pira all’Assemblea Costituente che restituiscono proprio passo per passo il senso della costruzione di qualcosa che per l’Italia era una novità. La parentesi del fascismo aveva cancellato lo Stato liberale ma l’obiettivo non era quello di tornare alla formulazione precedente, bensì di fare il grande salto ad uno Stato democratico mettendo al centro la dignità della persona. Un’impresa enorme di cui riecheggia tutta la difficoltà nel curioso interrogativo al centro di alcuni scritti di La Pira: «Riusciremo a murare la pietra d’angolo?».
Il libro di Alfano offre un contributo estremamente stimolante non solo alla ricostruzione di un’epoca ma alla riscoperta di un metodo vero e proprio. Si tratta del metodo democratico, fatto di dialogo e confronto, di cui indubbiamente La Pira è stato interprete illustre e concreto sulla scia del cattolicesimo politico ispirato da Pio XII. A quel metodo si sono conformate forze politiche ideologicamente molto distanti ma capaci in quel momento di integrare visioni diverse o contrapposte per trovare una sintesi superiore. Stiamo parlando del metodo della democrazia che quei «trentenni, educati a tutt’altro sotto la dittatura» come sottolineato dalla professoressa Giunti, sono stati in grado di maturare, proprio in alternativa al fascismo. Un metodo che oggi subisce ogni giorno di più i colpi della conflittualità dominante, tanto da costringerci a domandarci fino a che punto risulti oggi assimilato.
Nel periodo di relativizzazione dei principi democratici e di fragilità delle istituzioni che stiamo vivendo, un punto di partenza per richiamare l’attenzione di tutti sarebbe proprio l’Articolo 1 della Costituzione italiana in cui emerge l’essenziale: è lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato; lo Stato per la prima volta non “elargisce” diritti ma «riconosce» i diritti che vengono dalla dignità della persona che per prima viene riconosciuta.
Rileggere gli interventi con cui La Pira ha difeso tutto ciò, proprio in relazione al primo di tutti gli articoli senza il quale gli altri non sarebbero stati possibili, dà il senso delle pietre d’angolo da murare oggi.
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