Le prospettive del negoziato in Libia

Papa Francesco ha riportato l’attenzione sulla Libia con il suo appello, all’Angelus, per i colloqui di pace e il suo pensiero ai pescatori dei pescherecci sequestrati dal 1 settembre. Il momento sembra favorevole per un’intesa tra le parti nel Paese nordafricano diviso di fatto sul terreno, come spiega lo studioso di relazioni internazionali Massimo De Leonardis

Fausta Speranza – Città del Vaticano

In Libia si dialoga e il Papa ha avuto parole di incoraggiamento dopo la preghiera mariana di domenica 18 ottobre. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita in Italia due settimane fa ha espresso ottimismo per i miglioramenti raggiunti sul campo tra gli attori della scena libica, confermando che gli Stati Uniti sostengono l’iniziativa del cancelliere Angela Merkel per i colloqui del Comitato militare congiunto libico (5 + 5), uno dei binari principali del cosiddetto processo di Berlino. Delle prospettive di accordo sotto l’ombrello delle Nazioni Unite abbiamo parlato con Massimo De Leonardis, docente di relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore:

Il professor De Leonardis spiega che l’obiettivo al momento sarebbe confermare il cessate il fuoco per avviarsi verso elezioni per un governo di vera unità nazionale. Dall’uccisione di Gheddafi, il 20 ottobre del 2011, sono andate contrapponendosi due parti: l’autorità è stata affidata al governo di accordo nazionale, voluto dall’Onu con l’intesa di Skhirat e sostenuto, almeno sulla carta, dalla comunità internazionale, sotto il comando dell’ex ingegnere civile Fayez al-Serraj, con sede a Tripoli. A Bengasi fa base il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ma poi c’è un complesso intreccio di alleanze e attori, fra tribù, milizie e interessi stranieri. Ogni tentativo di unire il Paese con la diplomazia finora è franato. Ma a questo punto è chiaro che nessuna delle due parti ha la forza militare per prevalere e dunque dovrebbero essere pronte a negoziare. A poco sono servite la Conferenza di Palermo del novembre scorso e il successivo summit di Dubai del 27 febbraio, dove i due principali contendenti si erano promessi di lavorare per elezioni nazionali che potessero dare al Paese una guida legittima. Ora – sottolinea De Leonardis – sembrano esserci le condizioni per un dialogo interno, ma si spera anche che ci sia l’opportuno contesto internazionale per favorire una reale intesa. A proposito della questione sequestri, De Leonardis ricorda che dal 1° settembre, i pescherecci “Antartide” e “Medinea” sono sotto il controllo delle forze che fanno capo al generale Haftar, insieme con i 18 membri degli equipaggi bloccati a 35 miglia dalle coste di Bengasi. L’iniziativa è giustificata ufficialmente dal fatto che il Paese considera parte del suo territorio anche uno spazio marino oltre le 70 miglia nautiche dalle coste. De Leonardis ricorda però che potrebbe anche essere una misura presa per fare pressione sull’Italia.

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Nuove restrizioni senza lockdown contro il Covid-19

Continuano ad aumentare i casi di contagio e il numero di vittime negli Stati Uniti, mentre l’Oms esprime preoccupazione per il crescente numero di ospedalizzazioni in Europa. Rinnovate restrizioni si registrano in vari Paesi ma nessuno ipotizza un lockdown generalizzato. In Italia firmato il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Con noi l’esperto di politiche della sicurezza Marco Lombardi

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Negli Stati Uniti si registrano oltre 7.800.000 casi confermati di coronavirus e oltre 214.000 decessi. E’ quanto rileva il conteggio della Johns Hopkins University, che registra quasi 42.000 nuovi casi in 24 ore. New York non è più lo Stato con il maggior numero di contagi, ma rimane il più colpito in termini di morti con 33.301 vittime: nella sola New York city ne sono morte quasi 24.000. Seguono Texas (16.983 morti), California (16.585), New Jersey (16.175) e Florida (15.412). Altri Stati si attestano intorno ai 10.000 casi.  Guardando all’Europa, l’Organizzazione mondiale della sanità si dice preoccupata per l’aumento delle ospedalizzazioni in Francia e in Regno Unito. L’Ue vara criteri condivisi per definire le aree a rischio: saranno classificate secondo colori in base alla gravità dell’epidemia. A Parigi si studia un coprifuoco serale sul modello di Berlino e Francoforte, mentre il premier britannico Johnson si appresta a introdurre un lockdown differenziato per aree. La Repubblica Ceca chiude bar e ristoranti, stretta in Croazia. Intanto, la sperimentazione del vaccino anti-Covid al quale lavora la Johnson&Johnson è stata sospesa dopo che uno dei partecipanti allo studio si è ammalato, senza che gli esperti siano finora riusciti a trovare le cause.

In Italia nuovo Decreto

In Italia è stato firmato nella notte il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, in accordo con le regioni. In sostanza, tra le novità, ci sono innanzitutto quelle sul piano sanitario: la quarantena passa da 14 a 10 giorni, con un solo tampone di controllo in uscita, e si dà la possibilità di fare i tamponi anche ai medici di base e ai pediatri, anche nell’ottica di una riduzione delle file ai drive in. Per quanto riguarda i comportamenti da tenere, c’è il bando a feste private al chiuso o all’aperto con più di sei familiari o amici non conviventi. Ristoranti e bar potranno chiudere alle 24, ma dalle 21 sarà vietato consumare in piedi. Vietate le gite scolastiche e gli sport amatoriali di contatto come il calcetto. Mascherine obbligatorie ovunque non si sia soli, con le eccezioni già in vigore, e consigliate anche in casa se si ricevono persone non conviventi. Ai matrimoni e alle cerimonie funebri possono partecipare al massimo 30 persone. Secondo i dati a disposizione delle autorità, il 75 per cento dei contagi attualmente avviene in ambito familiare o strettamente personale. Previsto anche il potenziamento del ricorso allo smart working per i dipendenti pubblici con l’introduzione di una soglia del 70 per cento negli uffici. Il decreto firmato questa notte sarà in vigore per i prossimi trenta giorni e sostituisce il Decreto in scadenza il 15 ottobre.

Per una riflessione sulle misure allo studio o al varo nelle varie aree del mondo e sull’evolversi della percezione nei confronti di tutto ciò che riguarda il coronavirus, abbiamo intervistato l’esperto di politiche della sicurezza Marco Lombardi, direttore del centro di ricerca ITSTIME e professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore:

Il professor Lombardi, considerando gli Stati Uniti, ricorda come l’approccio iniziale sia stato di “una certa presa di distanza” dal problema, così come è avvenuto in tutti i Paesi angloamericani. E poi sottolinea che il fatto che lo stesso presidente Trump sia stato contagiato ha messo in luce quanto il Covid-19 sia entrato a far parte delle tematiche della campagna elettorale. Al suo rientro al lavoro dopo il ricovero,  Trump ha sottolineato di essere più sicuro che mai, di voler proseguire sulla linea di ridottissime misure restrittive e ha parlato proprio di scelte da considerare nell’esprimere il voto per le presidenziali del 3 novembre. Lombardi commenta poi l’impegno a livello di istituzioni europee di sottoscrivere criteri condivisi per definire le aree a rischio affermando che si tratta di una mossa fondamentale. Aggiunge che si dovrebbe lavorare anche per misure da condividere in tema di restrizioni, dunque per le varie forme di lockdown o di chiusure parziali. Per quanto riguarda la percezione del rischio e il ruolo dei mass media, il professor Lombardi sottolinea sostanzialmente la necessità di informare senza allarmismi, ma contribuendo ad assicurare la giusta consapevolezza in tema di pandemia e cioè che con il coronavirus dovremo convivere ancora e che in ogni caso ci saranno in futuro altre pandemie. Bisogna contribuire tutti, a livello di istituzioni o di cittadini, ad assicurare responsabilmente una situazione di contenimento. La parola chiave è consapevolezza, di fronte alla realtà che con il virus bisognerà ancora convivere ma anche con la speranza che si potrà guarire.

 

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Il Nobel dell’economia a due studiosi di aste

Agli statunitensi Paul R. Milgrom e Robert B. Wilson va il massimo riconoscimento in tema di economia nel 2020. Al centro dei loro studi c’è la teoria delle “aste” e ad essere premiato è il loro impegno a migliorare meccanismi di assegnazione che vanno dal settore delle telecomunicazioni a quello delle esplorazioni petrolifere. L’economista Luigino Bruni: “Si tratta di meccanismi che interessano da vicino grandi compagnie, ma un settore lontano dalla vita delle persone”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Gli studiosi statunitensi Paul R. Milgrom, 72 anni, e Robert B. Wilson, 83 anni, entrambi docenti all’Università di Stanford vincono l’edizione 2020 del cosiddetto Nobel per l’economia. Nella motivazione si legge che si sono distinti “per i miglioramenti della teoria delle aste e l’invenzione di nuovi format per aste”. Il loro lavoro innovativo è stato utilizzato, in particolare, nell’assegnazione delle frequenze di tlc e hanno risolto diversi problemi, per esempio nell’assegnazione dei campi di esplorazione petroliferi. Per capire significati e implicazioni degli studi premiati quest’anno abbiamo intervistato l’economista Luigino Bruni:

Il professor Bruni spiega che si tratta di studi che migliorano i meccanismi di assegnazione in aste complesse, che hanno a che fare ad esempio con compagnie che gesticono grandi risorse. E’ questione di gestione dei dati in relazione a esigenze precise di equilibri tra prezzi e intuizioni del mercato,sottolinea Bruni, ricordando l’importanza che sta ssumendo la cosiddetta “teoria dei giochi” dove gli esperti, come in una sorta di partita a scacchi, si muovono intuendo le mosse che farà la controparte. Si tratta di meccanismi che interessano da vicino grandi compagnie e tutti colori che partecipano alle aste, ma Bruni sottolinea come si tratti di un ambito economico lontano dalla vita delle persone.

Un ambito ristretto rispetto alla maggior parte della popolazione

Non si tratta solo di gap tra economia teorica e economia reale, ma anche di problematiche che non incidono e che non interessano la maggior parte delle persone che in particolare di questi tempi vorrebbero ragionare di conti che non tornano e di lavoro. Bruni ricorda che in tutte le cose si dovrebbe considerare quello che i greci antichi chiamavano Kairos (καιρός), traducibile con tempo cairologico, in sostanza “momento giusto o opportuno”. Bruni ricorda anche che l’anno scorso il premio è andato a tre studiosi che si erano distinti per gli studi in tema di lotta alla povertà globale. Premiare i metodi teorici non significa promuovere soluzioni concrete, afferma ma comporta un dibattito significativo. Lo conferma Bruni ricordando che dopo il premio 2019 ad esempio in vari convegni si è avuta più che nel passato l’attenzione di invitare alcuni economisti che di povertà parlano spesso. Un segno che il Premio può creare consenso intorno a certi temi. Non è quello che accade quest’anno – afferma Bruni – perché l’ambito premiato è troppo ristretto appunto per interessare ampi spazi della popolazione. A proposito poi del fatto che tornano ad essere premiati due statunitensi, Bruni spiega che il Nord America resta un territorio ricco di risorse economiche e speculative, ma che forse qualcosa sta cambiando perché altri sistemi di altri Paesi hanno accresciuto in questi anni il livello di competenza.

Un Premio che si affianca ai Nobel

L’importante riconoscimento precisamente non è un Nobel come gli altri, ma un premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene assegnato dal 1969. Non era previsto dal testamento di Alfred Nobel, ma viene gestito dalla Fondazione Nobel e consegnato assieme agli altri premi. La cerimonia di consegna del premio viene svolta in dicembre.

I vincitori dell’edizione 2019

L’anno scorso il riconoscimento è andato congiuntamente agli economisti Abhijit BanerjeeEsther Duflo Michael Kremer per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale. Banerjee e Duflo, marito e moglie, insegnano al Massachusetts Institute of Technology mentre Kramer è docente ad Harvard. Duflo è la seconda donna a vincere il riconoscimento in questa categoria.
Nell’annunciare i vincitori dell’edizione 2019, il Comitato per i Nobel aveva sottolineato come i risultati delle ricerche dei tre vincitori “hanno migliorato enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”, “hanno introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”. Tra le proposte, “suddividere questo problema in questioni più piccole e più gestibili, come ad esempio gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini”.

Tra le curiosità, nel 1975 il Premio a un sovietico e uno statunitense

Leonid Kantorovič e Tjalling Charles Koopmans sono stati i vincitori insieme nel 1975 «per i contributi alla teoria dell’allocazione ottimale delle risorse». Kantorovič è stato l’unico sovietico a ricevere il riconoscimento. Lo ha avuto insieme con lo studioso olandese Koopmans, che dopo essersi trasferito a lavorare negli Stati Uniti ne aveva ottenuto la cittadinanza.

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Il rischio “transitocrazia” nei Balcani

Sicurezza e democrazia per sconfiggere traffici di esseri umani, corruzione, riciclaggio. E’ la scommessa dei Paesi della penisola balcanica che da tempo si muovono verso l’integrazione europea. Intanto, si moltiplicano gli investimenti da parte di altri attori internazionali che non parlano di diritti umani. E’ quanto emerso al convegno di studi su “La prospettiva balcanica” organizzato a Roma dal Nato Defence College. Con noi diversi esperti dell’area e dell’Osce

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“Da un regime repressivo a un regime depressivo: è il passaggio che rischiano di vivere i Paesi dei Balcani nella percezione della popolazione. Lo spiega Remzo Lani, Direttore esecutivo dell’Istituto per i Media di Tirana. Ricorda che negli ultimi anni l’opinione pubblica in Albania e in altri Paesi limitrofi non ha avuto dubbi nell’identificare il passato e il futuro:

Alle spalle il comunismo da superare, all’orizzonte l’integrazione nell’Ue. Ma il processo – che Lani riconosce non poteva che essere lungo – rischia di essere una  lenta fase in cui “le trasformazioni sono tantissime per la generazione adulta, ma non abbastanza per i giovani”, che infatti continuano a emigrare in modo massiccio.

Il processo di allargamento è sottoposto a “stop and go” ciclici. La crisi economica del 2008 e poi quella del 2012 non hanno certamente aiutato e ora la pandemia complica ulteriormente le cose, come sottolinea Maciej Popowski, della Direzione per l’allargamento della Commissione europea:

Il rischio – denuncia Lani – è quello che prevalga la sfiducia in quella che i media definiscono “la transitocrazia”:

Andrea Orizio, capo missione dell’Osce in Serbia, sottolinea l’importanza di un impegno concreto di assistenza:

L’avvicinamento all’Europa

Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Albania sono impegnati nei negoziati per l’adesione al’Ue. La Bosnia ed Erzegovina  ha presentato la sua richiesta di adesione all’Unione Europea il 15 febbraio 2016, dopo essere stata ufficialmente riconosciuta dalla Commissione europea come stato “potenzialmente candidato”. Il Kosovo  è riconosciuto solo da 22 dei 27 membri dell’Unione come stato indipendente, tuttavia, è ufficialmente considerato un “potenziale candidato” all’adesione. Intanto, negli ultimi anni il 70 per cento del volume commerciale dei Paesi balcanici si è svolto con l’Ue, che ha investito nella regione oltre 10 miliardi di euro e ha agito come principale partner e garante esterno di sviluppo.

Gli standard da ottemperare in tema di diritti

Da costruire, per la piena appartenenza dei Balcani Occidentali all’universo Ue, è l’adesione ai valori comuni liberaldemocratici enumerati nell’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea (rispetto per la dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, rispetto della legge e per i diritti umani). I valori comuni rappresentano un “core business” dell’allargamento e la loro assimilazione, così come quella dei cosiddetti criteri di Copenaghen, è necessaria ai Balcani per uscire dal limbo storico-politico. Lo ricorda Orizio, sottolineando l’importanza di cooperare su tutti questi piani e in particolare su quello della lotta ai trafficanti di esseri umani:

Nell’area l’adesione a questi valori è recente: ha iniziato a svilupparsi negli ultimi 30 anni, dopo la fine del comunismo.

Alta attenzione durante le crisi

Storicamente l’attenzione dell’Europa e dell’Alleanza atlantica verso i Balcani è stata alta soprattutto durante le ricorrenti crisi nell’area. I conflitti o l’emergenza della cosiddetta rotta balcanica nel 2015, quando i Paesi dell’area erano diventati corridoio di passaggio dei rifugiati dall’Asia. Senza uno sbocco esterno questi Paesi non possono affrontare tali fenomeni senza rischiare la loro tenuta sociale. Ogni  crisi migratoria rafforza nell’area il razzismo e le forze estreme, che covano sotto la cenere. E a risvegliarle purtroppo – assicura Lani – ci pensa l’inquietante macchina di produzione di fake news molto attiva nell’area: da fuori dell’Europa arriva un certo tipo di disinformazione, che fomenta l’odio nei confronti di modelli democratici dipinti come fallimentari e colonialisti e – sottolinea Lani –  arriva  spazzatura informativa anche da quelli che definisce “gruppi radicali in Occidente”, che rifiutano qualunque dialogo con altre facce del mondo. Si tratta di un’area che l’Occidente definisce euroatlantica e che viene “rivendicata” come affine per motivi storici dalla Russia e per motivi culturali e religiosi dalla Turchia, come  Ahmet Evin, preside fondatore della facoltà di Arte e Scienze sociali all’Università Sabanci di Instanbul:

Inoltre, l’area dei Balcani rappresenta una linea di passaggio ideale della cosiddetta nuova via della seta cinese.

Commerci e investimenti

Valbona Zeneli, del George C. Marshall European Center for Security Studies, sottolinea come la pandemia da coronavirus sia stata una sorta di “autostrada” per arrivi da Paesi extraeuropei: la crisi sanitaria con la sua urgenza ha scardinato alcuni parametri. Ma ha anche ricordato che la presenza di investimenti cinesi non è fenomeno recente: negli ultimi dieci anni si è andata affermando e, a differenza di Bruxelles, Pechino non discute di processi democratici o di questioni ambientali. In Serbia  alcune fabbriche risollevate dai suoi investimenti espongono anche la bandiera cinese. Così anche in Bosnia, dove Pechino sta finanziando l’espansione delle centrali a carbone, in particolare la centrale di Tuzla, per la quale la Commissione europea ha più volte richiesto valutazioni sull’impatto ambientale e trasparenza nelle procedure di appalto pubblico. Zeneli non ha dubbi: la stabilità, in primis quella economica, è questione di sicurezza. Ricorda il potenziale negativo della “combinazione di povertà, carenza del diritto, corruzione”:

Zeneli sottolinea che l’area dei Paesi dei Balcani è terra appetibile per investimenti, sottolineando però che, vista dal punto di vista dei Paesi dell’area, la loro posizione sul piano dei commerci globali è debole arrivando solo allo 0,23 per cento:

Cresce l’export cinese e il peso nel campo delle infrastrutture. Alcuni elementi da citare: l’autostrada in Montenegro per collegare il porto di Bar a Belgrado: un sogno antico, un progetto nato già quando la piccola Nazione era Yugoslavia, ma costoso per via del passaggio attraverso le montagne. Sono intervenuti finanziamenti cinesi. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), il governo montenegrino si è indebitato con Pechino per circa 1,3 miliardi di euro, cifra che ha fatto aumentare il debito del Paese dal 63 per cento del pil a quasi l’80 per cento in sette anni. Secondo il Fmi, se l’autostrada non fosse stata costruita, il suo rapporto debito/pil sarebbe sceso al 59 per cento entro il 2019, anziché aumentare creando una situazione di disavanzo superiore agli standard dell’Ue, proprio mentre il Montenegro è in fila per diventare un Paese membro.

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Lavoro e salario minimo: un’altra sfida europea

“Per troppe persone il lavoro non paga”: a riconoscerlo è stata la presidente della Commissione europea nel suo discorso sullo stato dell’Unione, a metà settembre. Ursula von der Leyen ha lanciato la sfida di uno standard comune per i salari minimi. Con noi l’economista Carlo Altomonte

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il salario minimo, nel diritto del lavoro, è la più bassa remunerazione o paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai propri lavoratori dipendenti ovvero impiegati e operai. Non esiste una legislazione uniforme in materia di salario minimo all’interno dell’Ue. In varie costituzioni, fra le quali in quella italiana, è sancito il diritto ad un’equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto. La maggior parte degli Stati adotta un salario minimo, mentre gli altri non hanno un salario minimo imposto per legge, ma delegano alla contrattazione fra le parti sociali tale decisione.

Le parole di Ursula von der Leyen

“Tutti nell’Unione devono avere i salari minimi. Funzionano ed è giunto il momento che il lavoro ripaghi”. E’ quanto ha detto la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione, al Parlamento europeo riunito a Bruxelles il 16 settembre scorso. Un concetto ribadito con forza: “La verità è che per troppe persone il lavoro non paga, il dumping salariale distrugge la dignità del lavoro e penalizza gli imprenditori, distorce la concorrenza del mercato interno, e bisogna porre fine a questa situazione”. La Commissione avanzerà una proposta su una normativa per sostenere gli Stati membri e istituire un quadro sui salari minimi. Tutti devono avere accesso ai salari minimi o attraverso contrattazioni collettive e con salari mini statutari”. Per capire i significati, le difficoltà e le potenzialità di questa sfida, abbiamo intervistato Carlo Altomonte, docente di politiche economiche all’Università Bocconi:

Il professor Altomonte spiega che la sfida lanciata dalla presidente della Commissione europea in tema di salario minimo è in sostanza figlia dei tempi duri della crisi sanitaria e economica e soprattutto di una nuova mentalità della Commissione stessa, che si è presentata da subito come fortemente operativa. Si inserisce in una serie di misure che l’economista ricorda a partire dal provvedimento Sure legato al Recovery Fund con la quale la  Commissione si è fatta carico di disoccupati e persone colpite dalla cassa integrazione nei singoli Paesi europei, a partire dall’Italia. E mette in relazione il discorso sul salario minimo ricordando che la perdita di posti di lavoro diventa un motivo di minor preoccupazione per il singolo lavoratore, quando insieme al salario minimo si istituisce un sussidio di disoccupazione che funziona come ammortizzatore sociale. Altomonte si sofferma anche sulle difficoltà concrete di attuare un vero e proprio salario minimo europeo. Ricorda che alcuni Paesi hanno il loro standard legato a varie politiche che andrebbero dunque ammortizzate e  cita poi anche la questione del costo della vita, diverso da Paese a Paese. Ma Altomonte parla di una sfida significativa che va nella direzione di una Commissione europea che vuole difendere gli stadanrd di wellfare  dell’Unione europea in un mondo di globalizzazione dove si vanno affermando altri standard ben diversi, come quello cinese ma anche lo stesso statunitense che non assicura le stesse tutele.

Pro e contro secondo le ipotesi accademiche

Anche se le leggi sul salario minimo sono in vigore in molte nazioni, esistono differenti opinioni su vantaggi e svantaggi sulla sua eventuale introduzione. I sostenitori affermano che esso aumenta il tenore di vita dei lavoratori, riduce la povertà, ridurrebbe le disuguaglianze sociali, aumenterebbe il benessere lavorativo e costringerebbe le aziende ad essere più efficienti. Viceversa, gli oppositori lamentano il fatto che esso aumenti la povertà e la disoccupazione (in particolare tra i lavoratori non qualificati o senza esperienza) e che sia dannoso per le imprese. Un primo argomento sostiene che in un libero mercato qualsiasi limitazione introdotta da soggetti esterni (una legge dello Stato) da lato della domanda e/o dell’offerta sia ai prezzi che alle quantità (quote) di vendita e produzione, porta a un’area di mancato incontro tra domanda e offerta, quindi un equilibrio peggiore del mercato libero. L’introduzione di un salario minimo limita il funzionamento del mercato del lavoro, creando un divario tra lavoratori disponibili e richiesti, vale a dire disoccupazione. Argomento in senso opposto è la constatazione pratica che nessun mercato del lavoro libero e totalmente deregolamentato ha mai raggiunto l’obiettivo teorico della piena occupazione.

 Le situazioni nazionali attuali

Sono 23 su 27 i Paesi dell’Unione Europea che lo hanno adottato, di importo molto variabile anche in relazione al costo della vita locale. Il Belgio si differenzia dagli altri per il suo sistema “sistema duale”, in cui la contrattazione di settore si aggiunge alla determinazione statale del salario minimo. L’ultimo Paese europeo ad aver introdotto il salario minimo è stata la Germania (dal 1º gennaio 2015). In Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia non esiste, invece, previsione legislativa per un salario minimo: la determinazione dei minimi retributivi viene affidata alla competenza negoziale di settore.

La Direttiva Bolkestein

La Direttiva 96/71/CE sulla liberalizzazione dei mercati europei è stata emendata nel 2006, sottraendo al principio dell’Home Country Control diversi aspetti, fra i quali il salario minimo. Il lavoratore straniero ha diritto al salario minimo previsto dalle leggi del Paese nel quale lavora, in modo indipendente dal proprio Paese di origine e da quello dove ha sede legale il datore di lavoro. La Direttiva, nota con il nome del relatore Bolkestein, regolamenta le tutele dei lavoratori distaccati per una prestazione di servizi transnazionali. A questi si applica il trattamento retributivo, ricavabile da leggi e contratti collettivi di lavoro, più favorevole (art. 3.7) fra quello dello Stato di origine, dove ha sede legale il datore di lavoro, e lo Stato membro in cui ha luogo la prestazione lavorativa. Dello Stato in cui ha luogo la prestazione, tuttavia, si possono applicare solamente i contratti collettivi aventi efficacia erga omnes, sia nell’intero territorio nazionale dello Stato membro ospitante che all’intero settore cui la prestazione è riferibile (in particolare sia pubblico che privato). La contrattazione decentrata territoriale o aziendale viene esclusa perché per un prestatore di servizi transnazionale avrebbe reso troppo onerosa e complessa la determinazione del salario minimo dei lavoratori, ovvero reso legittime clausole sociali locali e anticoncorrenziali che, per operare nel territorio, avrebbero obbligato i soggetti stranieri a concedere condizioni di lavoro più favorevoli di quelle cui sono tenute le imprese nazionali.

Le prime esperienze a inizio secolo scorso

Introdotte per la prima volta in Nuova Zelanda (1894), Australia (1896) e Regno Unito (1909), le leggi sul salario minimo sono state poi introdotte, in molti altri Paesi del mondo, oltre che d’Europa, tra cui negli Stati Uniti nel 1938.

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Cronaca di disumanità in attesa del piano Ue sui migranti

Tre bengalesi irregolari scaraventati dal furgone dei passeur: è accaduto nel Nord Italia e ricorda che la questione migrazioni va perfino oltre le drammatiche emergenze del Mediterraneo. La prossima settimana è atteso l’annunciato piano della Commissione europea che deve riscrivere le politiche comuni superando il trattato di Dublino. Si parla di frontiere forti e di corridoi umanitari: ne discutiamo con il giurista esperto di Ue Giampaolo Rossi

Fausta Speranza – Città del Vaticano

A rischio della vita, tre persone migranti sono state spinte fuori da un furgone in corsa questa mattina a Villa Vicentina, in borgo Sandrigo,  in Friuli-Venezia Giulia. Poco dopo altre nove persone sono state rintracciate sui binari proprio nella città della Bassa friulana. Una persona rischia di perdere un occhio, un’altra ha subito lo schiacciamento di un piede, il terzo di una gamba. Solo ieri, una settantina di migranti irregolari sono stati rintracciati sul Carso triestino, dopo essere entrati clandestinamente in territorio italiano attraverso la cosiddetta rotta balcanica.

Servono nuove politiche

Dunque, mentre si parla delle indagini della Guardia costiera italiana in corso sulla Sea-Watch 4, la nave della ong Sea-Watch nel Mediterraneo si evidenzia l’urgenza di nuove politiche in tema di migrazioni. Nel suo discorso mercoledì sullo stato dell’Unione, Ursula Von der Leyen, presidente della commissione europea ha ribadito che il trattato di Dublino viene abolito in attesa di nuove regolamentazioni. C’è attesa per il piano che la Commissione stessa ha annunciato che presenterà la prossima settimana. Delle priorità e dei possibili margini di azione abbiamo parlato con il giurista Giampaolo Rossi, esperto di diritto dell’Ue

La concreta assistenza ai Paesi di origine

Il professor Rossi ricorda che le politiche migratorie non rientrano strettamente nelle competenze degli organismi Ue, ma sottolinea subito che la sfida è proprio quella di far intervenire la visione comune, portata avanti negli ultimissimi tempi dalle istituzioni comuni, per far fare un salto di qualità alle politiche su questo tema. Secondo Rossi, ci sono delle priorità che ormai sono evidenti a tutti e che Ursula Von der Leyen ha espresso in modo appropriato e chiaro. Si tratta – sottolinea – di assicurare concreta e concertata assistenza ai Paesi di origine perché davvero si vada incontro ai bisogni della gente dell’Africa o del Medio Oriente che affronta anche il rischio della morte pur di cercare di salvarsi dalla fame. Rossi sottolinea che l’eccessiva diseguaglianza non è sostenibile. E a questo proposito ricorda che, al di là di proclami sull’aiutare i migranti nel loro Paese, nei fatti, i fondi per la cooperazione allo sviluppo negli ultimi anni sono diminuiti piuttosto che aumentare.

Non frontiere ma gestione dei flussi

Nello stesso tempo, afferma che è opportuna la rassicurazione della presidente della Commissione europea di “frontiere forti”. Il punto non è avere frontiere porose, che invece vanno evitate per evitare tragedie e sfruttamento e anche per la sicurezza dei territori. Piuttosto, l’obiettivo è gestire i flussi, con corriodi umanitari e iniziative legali. Se si riesce a creare benessere nei Paesi di origine – ribadisce  Rossi – il flusso diminuisce e si potranno ampliare ed assicurare canali legali. In Italia, grazie all’iniziativa delle chiese evangeliche, della Comunità di Sant’Egidio, della Conferenza Episcopale Italiana, già da anni sono stati organizzati viaggi in aereo di gruppi di migranti, gestendo poi la loro accoglienza in diversi comuni del territorio italiano. Si è trattato soprattutto di siriani in fuga dalla guerra. Qualcosa di simile è stato messo in moto anche in altri Paesi europei.

Fare un salto di qualità è possibile 

Giampaolo Rossi spiega che il momento per l’Ue è davero decisivo perché su questo e su altri temi può fare quel salto di qualità in termini di solidarietà che abbiamo visto effettivamente in atto in tema di crisi sanitaria e economica in una dimensione senza precedenti. La pandemia, infatti,  ha colpito indistintamente tutti i Paesi e con il Recovery Fund abbiamo visto in atto una logica nuova da parte delle istituzioni europee: quella di un aiuto diretto ai cittadini. In precedenza, l’aiuto e il sostegno a cittadini e imprese era sempre demandato ai governi nazionali. Rossi invita a rifilettere sul fatto che tutto ciò, insieme con i riferimenti della Von der Leyen a politiche comuni sull’ambiente e sul digitale, può spingere politici e popoli ad accettare che, proprio in virtù di una concreta vera solidarietà, si possa cedere  qualcosa di più dei poteri nazionali al piano sovranazionale.

Siamo in un momento decisivo

Rossi sottolinea  anche l’urgenza di farlo pensando a questioni come quella della digitalizzazione dove al momento si muovono colossi statunitensi o cinesi. E’ impensabile che l’Ue deroghi a uno di questi un tale ambito che ha molto a che fare con i dati più  sensibili e con la sicurezza, ma è impensabile anche che  ogni Paese membro Ue gestica la cosa da solo. Su più fronti, dunque, deve rafforzarsi l’impegno per politiche comuni che possono essere accettate dai cittadini proprio se si conferma la logica nuova della solidarietà e del bene comune e non degli interessi di alcuni all’interno di una nazione. Per tutti questi motivi, Rossi parla di “momento decisivo per l’Ue”.

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A 19 anni dall’11 settembre che ha segnato la storia

Negli Stati Uniti e non solo si commemorano le vittime dell’attentato che l’11 settembre 2001 sconvolse il mondo. I due candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Joe Biden, sono entrambi a Shanksville, in Pennsylvania, dove, dopo il dramma delle Torri gemelle a New York, si schiantò uno degli aerei dirottati dai terroristi islamici. Intanto un quarto aereo colpiva il Pentagono. Con noi l’esperto di Relazioni Internazionali, Daniele De Luca

Fausta Speranza – Città del Vaticano

New York si ferma per l’11 settembre anche se con i divieti di assembramento in vigore per la pandemia e il timore di un nuovo balzo dei casi di coronavirus. Per le commemorazioni al World Trade Center nessun palco è stato allestito e la lettura dei nomi delle oltre 2.700 vittime è stata registrata e viene trasmessa in streaming. Attesi il vicepresidente Mike Pence e Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca, mentre il presidente Donald Trump ha annunciato la sua presenza solo alle celebrazioni in Pennsylvania. Riapre il Museo dell’11 settembre per l’occasione dopo sei mesi di stop, ma con l’accesso garantito solo per i componenti delle famiglie delle vittime. Tornano, come ogni anno, il suono delle campane per ognuno degli attacchi e i fasci di luce al posto delle Twin Towers. Per ragionare sugli equilibri globali di allora e di oggi, abbiamo intervistato Daniele De Luca, docente di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università del Salento:

De Luca ricorda quanto fosse diverso il mondo 19 anni fa, in particolare se si parla di relazioni internazionali e di equilibri di potenze. Si sofferma sul ruolo degli Stati Uniti allora e oggi, parlando del peso maggiore acquisito in questi anni sia dalla Russia che dalla Cina, anche se in termini diversi tra loro. Ricorda, però, anche cosa accadde alla stessa politica estera statunitense proprio dopo l’11 settembre. In sostanza, quegli attacchi – afferma De Luca – hanno effettivamente cambiato la storia.  Inoltre sottolinea che bisogna rileggere le dichiarazioni di intenti dell’allora presidente George W. Bush all’inizio del suo mandato: si ritrova l’intento di riportare il Paese sugli interessi interni, per occuparsi soprattutto delle questioni economiche domestiche, in base a quella dottrina che è stata descritta dagli analisti come “isolazionismo”. Ma l’evento del 9/11 ha determinato invece un cambio di rotta: i consiglieri più interpellati e più ascoltati dal presidente sono stati quelli militari e la politica di difesa e estera è diventata priorità della Casa Bianca. Questo è avvenuto in un momento in cui la Russia doveva ancora riprendersi dal collasso dell’Unione Sovietica e si presentava debole sul piano internazionale. Poi ha riacquisito un ruolo di primo piano su diversi scenari, Contemporaneamente, osserva De Luca, la Cina andava ritagliandosi spazi internazionali importanti.  In questi anni si è parlato di “scontro di civiltà”, secondo l’espressione con la quale Samuel P. Huntington “fotografava” le tensioni in atto in quell’inizio di millennio. Un’espressione che De Luca commenta  innanzitutto affermando che la speranza è stata sempre quella di vedere sciogliersi le tensioni, citando anche il recentissimo accordo annunciato tra Israele e Emirati Arabi Uniti. Ma si tratta di un accordo che non risolve certamente i problemi del Medio Oriente e tanto meno del mondo, ma che rappresenta un’importante apertura, anche perché – spiega – anche perchè pure l’Arabia Saudita dimostra un atteggiamento nuovo in quanto verrà in qualche modo coinvolta.

9/11/2001

Quattro attacchi suicidi e coordinati furono compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America da un gruppo di terroristi aderenti ad al Qaeda. Causarono la morte di 2977 persone e il ferimento di oltre 6000. Morirono anche 19 dirottatori. Negli anni successivi, altre persone sono morte a causa di tumori o malattie respiratorie causate indirettamente dagli attentati. Ingenti i danni infrastrutturali causati. Quattro aerei di linea, appartenenti a due delle maggiori compagnie aeree statunitensi, furono dirottati da 19 terroristi. Due aerei (il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175) furono rispettivamente fatti schiantare contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center, nel quartiere Lower Manhattan a New York. Nel giro di 1 ora e 42 minuti, entrambe le torri crollarono. I detriti e gli incendi causarono poi il crollo parziale o totale di tutti gli altri edifici del complesso del World Trade Center. Un terzo aereo, il volo American Airlines 77, fu fatto schiantare contro il Pentagono, sede del Dipartimento di Difesa, in Virginia. L’attacco causò il crollo della facciata ovest dell’edificio. Un quarto aereo, il volo United Airlines 93, fatto inizialmente dirigere verso Washington, precipitò invece in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvenia, a seguito dell’eroica rivolta dei passeggeri.

Le responsabilità e le reazioni degli Stati Uniti

I sospetti ricaddero quasi subito sull’organizzazione terroristica di al Quaeda. Gli Stati Uniti risposero dichiarando la “guerra al terrorismo” e attaccando l’Afghanistan al fine di deporre il regime dei talebani, neutralizzare al Qaeda e catturare o uccidere il  leader Osama Bin Laden. Il Congresso approvò il Patrioct Act, mentre altri Paesi rafforzarono le proprie legislazioni in materia di terrorismo e approvarono severe misure di sicurezza interna. Sebbene Osama Bin Laden negò inizialmente ogni tipo di coinvolgimento, nel 2004 si dichiarò responsabile degli eventi dell’11 settembre. L’organizzazione terroristica islamica citò come moventi il supporto statunitense ad Israele, la presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita e le sanzioni contro l’Iraq. La distruzione del World Trade Center danneggiò l’economia della Lower Manhattan ed ebbe un significativo impatto sui mercati globali, causando la chiusura di Wall Street fino al 17 settembre. La rimozione dei detriti dal sito del World Trade Center (denominato Ground Zero) fu completata nel maggio 2002. I danni del Pentagono furono riparati nel giro di un anno. Il 18 novembre 2006 iniziò la costruzione del One World Trade Center, inaugurato il 3 novembre 2014.

Vari i monumenti

Tra i molti memoriali eretti in onore delle vittime degli attentati è presente a New York, sui luoghi dove sorgeva il complesso del World Trade Center, il National September 11 Memorial & Museum; nella Contea di Arlington è stato inaugurato il Pentagon Memorial; nei pressi di Shanksville, Pennsylvania, è invece sito il Flight 93 National Memorial.

A Shanksville commemorazioni e campagna elettorale

Entrambi gli avversari nella corsa per la Casa Bianca sono oggi in Pennsylvania, dove si schianto’ uno dei quattro aerei dirottati dai terroristi islamici, provocando la morte di tutti i 44 passeggeri e membri dell’equipaggio, che avevano tentato di contrastare il dirottamento. La Pennsylvania è uno degli Stati cruciali per le elezioni del novembre prossimo, con i sondaggi che vedono i due contendenti molto vicini nelle intenzioni di voto. Per molto tempo a maggioranza democratica, è uno degli Stati che nel 2016 ha contribuito alla vittoria di Trump.

da Vatican News dell’11 settembre 2020

 

La Bielorussia tra possibilità di riforme e rischi di fratture

Il presidente Lukashenko ribadisce ufficialmente che non intende lasciare il potere che il popolo gli ha dato. Sembra parlare di apertura al multipartitismo, secondo quanto emerge in un’intervista radiofonica all’emittente Govorit Moskva. La prossima settimana è atteso a Mosca da Putin. Intanto, la leader dell’opposizione bielorussa, Tikhanovskaya, è stata accolta in visita in Polonia. L’opinione dell’esperto di geopolitica Raffaele Marchetti

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha detto che non rinuncerà al potere. “Non è per questo che il popolo mi ha eletto”:  ha spiegato presentando il nuovo procuratore generale. “Il potere non viene dato in modo che uno poi lo ceda”, ha sottolineato il capo dello Stato,  secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax. Dal 9 agosto, giorno delle elezioni presidenziali – vinte da Lukashenko  con l’80 per cento dei consensi ma contestate dall’opposizione – a Minsk e in altre città della Bielorussia si svolgono proteste popolari. La prossima settimana, secondo notizie di stampa, il presidente Lukashenko è atteso dal suo omologo russo a Mosca.

Ipotesi multipartitismo

“Sembra che dobbiamo lavorare sul tema dello sviluppo dei partiti, in modo da avere un normale sistema multipartitico. Tra questi partiti dovrebbe esserci l’opposizione”: e’ quanto ha detto il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko in un’intervista all’emittente radiofonica Govorit Moskva. In sostanza, il capo di Stato bielorusso sembrerebbe aprire al sistema multi-partitico nel suo Paese.

Il messaggio dell’opposizione

“Il mio ruolo è restituire al popolo bielorusso la voce e il potere che gli sono stati tolti”. Lo ha detto ieri la leader dell’opposizione bielorussa Svietlana Tikhanovwskaya, nel corso della sua prima visita in Polonia, dove  è stata ricevuta dal primo ministro Mateusz Morawiecki, prendendo la parola davanti agli studenti dell’università di Varsavia. Tikhanovskaya ha spiegato che il suo scopo politico è quello di portare il Paese alle nuove elezioni presidenziali, un voto che dovrà essere “giusto e onesto”. La leader bielorussa ha affermato che dall’inizio delle manifestazioni contro Lukashenko, a seguito delle azioni delle forze dell’ordine, sono finora morte almeno sei persone, oltre alle tante torturate e fermate. Le manifestazioni, ha concluso, sono gestite soprattutto dalle donne e continueranno e a essere organizzate come dimostrazioni pacifiche, senza far ricorso alla violenza.

Fuori discussione il rapporto con Mosca

“I rapporti fra Bielorussia e Russia dovranno restare sempre buoni”. E’ quanto ha sottolineato  Svietlana Tikhanovskaya, a Karpacz, nel sud della Polonia, dove ha preso la parola durante un forum economico. L’opposizione bielorussa è consapevole che la Russia è e sarà il principale partner economico della Bielorussia e quindi svolge  – ha spiegato – un ruolo importante nella vita di questo  Paese. A suo parere, ciò non dovrebbe impedire al popolo bielorusso di poter vivere in uno Stato “sovrano e democratico”.

Sulla delicata fase che si vive in Bielorussia e degli equilibri di un Paese tra l’Europa e la Russia, l’opinione di Raffaele Marchetti, docente di relazioni internazionali all’Università Luiss:

Il professor Marchetti ricorda che, in generale, non basta parlare di multipartitismo per assicurare equilibri democratici ad un Paese. Una possibile apertura su questo piano in Bielorussia può essere senz’altro importante ma  va accompagnata ad un processo più generale. Nei particolari equilibri del Paese – sottolinea – ci si augura che si persegua un cammino non di contrapposizione esasperata, che potrebbe portare a divisioni laceranti, ma di dialogo. Da una parte, c’è la leadership di Lukashenko e, dall’altra, c’è il movimento di protesta che chiede che nel Paese abbia voce l’opposizione. Ma c’è poi anche l’orizzonte internazionale in cui, da una parte, c’è la voce dell’Unione europea e quella degli Stati Uniti e, dall’altra, le posizioni della Russia. Anche sul piano internazionale – raccomanda Marchetti – è auspicabile un dialogo vero che eviti dannose contrapposizioni o addirittura orizzonti di frazionamenti territoriali.  Marchetti ricorda come la Bielorussia sin dai tempi dell’Unione sovietica abbia avuto e conservi un legame strettissimo con Mosca, con implicazioni che vanno dal piano politico a quello culturale,  che va rielaborato, ma che non può essere negato o rinnegato all’improvviso.

da Vatican NEWS del 10 sttembre 2020

Ue e Regno Unito alla resa dei conti sulla Brexit

Si torna a parlare di Brexit: secondo le anticipazioni di stampa, il premier britannico Boris Johnson intende chiudere tutta la vicenda entro 38 giorni. Siamo nel tempo della transizione e in ballo c’è la questione commerciale. Con noi l’economista, esperto di governance, Giovanni Fiori

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La pandemia ha distolto l’attenzione dal processo di negoziazione in corso, anche se i colloqui tra Londra e Bruxelles sulla Brexit sono proseguiti. E’ tornato a parlarne il quotidiano Telegraph, riferendo indiscrezioni secondo le quali il premier britannico Boris Johnson chiarirà presto che un accordo, applicabile entro la fine dell’anno, deve essere raggiunto entro il Consiglio europeo del 15 ottobre prossimo. Secondo il premier, dunque, se non si arriverà ad una soluzione entro quella data, “non ci sarà un’intesa per il libero commercio ed entrambi dovremmo accettarlo e andare avanti”. Si tratterebbe dunque di 38 giorni di tempo.

Il periodo di transizione

Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue, formalizzata a fine gennaio, si è aperto il periodo utile per capire se Londra uscirà anche dall’accordo commerciale con Bruxelles con una nuova intesa oppure senza. Formalmente la transizione è prevista dal 1 febbraio 2020 fino alla fine dell’anno. Dunque,  fino al 31 dicembre di quest’anno, il Regno Unito continuerà ad operare in base alle norme europee e non sono previsti cambiamenti immediati nella libera circolazione delle persone. I cittadini europei potranno, quindi, continuare a entrare e uscire dal Regno Unito come sempre, con passaporto o carta d’identità. Le patenti di guida, ad esempio, manterranno la propria validità.

Incognite sul 2021

Per quanto accadrà alla fine del periodo di transizione restano invece incertezze. Bisogna capire se Londra e Bruxelles raggiungeranno un nuovo accordo commerciale o meno. Nella seconda ipotesi, si verificherà il caso della cosiddetta “hard Brexit”. Del punto nodale in discussione al momento e delle conseguenze già registrate o ipotizzate per il prossimo futuro abbiamo parlato con Giovanni Fiori, economista docente di Governance all’Università Luiss:

Secondo Fiori la possibile dichiarazione di Johnson sembra più orientata a presentarsi come posizione di forza per il suo elettorato interno piuttosto che un vero messaggio all’Unione Europea. Il punto chiave in discussione – spiega l’economista – è stabilire in che misura, oltre al libero scambio con gli altri e le abolizioni delle tariffe, l’Ue consenta al Regno Unito di avere in qualche modo una continuità legislativa con il mercato interno europeo. In sostanza si tratta di stabilire se nei prossimi anni il Regno Unito si impegni o no all’armonizzazione delle regole con il mercato europeo o voglia invece andare per la sua strada. Questo significherebbe che Bruxelles applicherebbe le tariffe normalmente applicate agli altri Paesi del mondo al di fuori dell’Ue. Londra non può pretendere un accordo simile a quello che aveva, restando all’interno dell’Ue, perché altrimenti passerebbe la linea che si può uscire dall’Unione senza uscire dall’accordo. Per Bruxelles è inaccettabile. Secondo Fiori, è probabile che si trovi una sorta di accordo che eviti proprio la hard Brexit e che rappresenti un compromesso accettabile. Il professor Fiori inoltre parla di quanti, al di là dei “contendenti”, possano trarre beneficio da questa situazione di incertezza, citando i giganti dell’economia: Stati Uniti e Cina, ma anche sottolineando che per altri, come la Russia, potrebbe esserci più un vantaggio politico nella debolezza dell’Europa che un tornaconto economico. Fiori spiega anche come i mercati abbiano già subito l’impatto della Brexit e come il Regno Unito attualmente soffra anche molto il costo della pandemia, capitata proprio in questa fase particolare per il Paese.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-09/brexit-regno-unito-unione-europea-economia.html

Carità e vita: il cardinale Parolin ai sacerdoti

Nell’omelia per l’ordinazione di 29 sacerdoti dell’Opus Dei, il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha ricordato il mandato di Gesù per i suoi pastori e le necessità delle pecorelle a loro affidate parlando di misericordia. Nel giorno della memoria liturgica di Santa Madre Teresa, ieri 5 settembre, ha citato, tra gli altri, la Santa dei più bisognosi tra i poveri

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il sacerdote, pastore di anime, non è solo colui che guida: sono parole del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, all’omelia della Messa per l’ordinazione di 29 nuovi sacerdoti dell’Opus Dei, ieri nella Basilica di Sant’Eugenio. “Si   è piuttosto radicata l’idea che il pastore designi quasi esclusivamente la conduzione del gregge”, dice, spiegando che “certamente il pastore è colui che guida, che, precedendo le pecore, indica loro la via, detta il passo, traccia il percorso di quella che chiamiamo, appunto, ‘pastorale'”. Ma poi avverte che “nel Vangelo emerge una prospettiva più ampia”. Il cardinale Parolin  ricorda  che “Gesù evidenzia la differenza tra il pastore e il mercenario” e sottolinea che “diversamente da questi, che interpreta il proprio operato come un mestiere, il pastore non riveste un ruolo, ma assume uno stile di vita”. E dunque un’indicazione precisa: “Il pastore non viveva come voleva, ma come era meglio per il gregge; non stava dove desiderava, ma dove si trovava il gregge. Si spostava con le pecore e trascorreva ogni ora del giorno e della notte in loro compagnia. Più che condurre il gregge, ci viveva immerso.”

Il pastore chiamato alla vita

“L’immagine del pastore sembra dunque riferirsi non anzitutto al governo, ma alla vita”, afferma il segretario di Stato ricordando che “non a caso Gesù caratterizza il pastore come colui che dà «la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Il messaggio è chiaro:  “Non sarete in primo luogo chiamati a ‘fare qualcosa’ – magari nemmeno quello a cui vi sentite più portati – ma a dare e condividere la vita”. In questo la promessa di pienezza: “Così potrete realizzare in pienezza la chiamata ad agire ‘in persona Christi‘: non solo nell’amministrazione dei sacramenti, ma incarnando lo stile di Gesù”. E a questo proposito il cardinale Parolin cita le seguenti parole di San Josemaría Escrivá de Balaguer: «il sacerdote – chiunque egli sia – è sempre un altro Cristo».

Il tempo della misericordia

“Essere pastori oggi significa diventare testimoni di misericordia”: è il richiamo del cardinale Parolin, che ricorda che “Cristo buon pastore è venuto a cercarci là dove ci eravamo perduti, nelle valli oscure del peccato e della morte: ha preso su di sé il nostro peccato, ha patito il nostro male, ha condiviso la nostra morte, morendo in croce”.  In questo modo – ribadisce – “ci ha redenti, raccogliendoci con misericordia e mettendoci con amore sulle sue spalle, come l’arte cristiana ha raffigurato da subito, in modo eminente in questa città”. E dunque chiarisce il mandato per il sacerdote: “La vita del sacerdote è chiamata a testimoniare la gioia dell’incontro tra Dio e noi, la gioia che Dio prova nell’usarci misericordia”.  Il riferimento a Papa Francesco:  «Oggi è tempo di misericordia!», proclamò il Santo Padre nell’imminenza dell’apertura dello scorso Giubileo, il 25 ottobre 2015. E il cardinale Parolin dice ai nuovi sacerdoti: “La grazia dell’oggi ecclesiale e le esistenze si incontrano così in questo giorno, nel segno del pastore misericordioso che dà la vita per il gregge”.

La bellezza della salvezza tra parole e perdono

“Le parole con cui predicherete non potranno che essere parole di vita”. Il segretario di Stato parla di “conseguenze pratiche” da considerare e afferma: “Prima di esortare va sempre proclamata la bellezza della salvezza”Circa il perdono, invita ad essere “ambasciatori di misericordia, portatori del perdono che risolleva l’esistenza, sacerdoti che amano disporre i fratelli e le sorelle a lasciarsi riconciliare con Dio”. Sottolinea: “So quanta attenzione e cure prestate al sacramento della Riconciliazione, alla confessione: non posso far altro che esortarvi a continuare a farlo, per essere dispensatori di quella grazia e di quel perdono del Signore di cui il mondo di oggi ha estremo bisogno!”

Il valore della semplicità e il pensiero a Santa Teresa di Calcutta

La seconda parola proposta è la semplicità. Il  cardinale Parolin ricorda che “i pastori presenti alla nascita di Gesù non rappresentavano certamente il vertice culturale del popolo e non erano l’espressione compiuta della purezza rituale, eppure furono i primi chiamati ad accogliere il Messia apparso in terra”. Il Signore guarda al cuore, ama i piccoli e cerca i semplici.  Santa Teresa di Calcutta “può venirci in aiuto”. Una citazione dal “Cammino semplice” che ella delineò: «Il frutto del silenzio è la preghiera. Il frutto della preghiera è la fede. Il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace». “Parole semplici” le definisce il cardinale ma capaci di “collegare ciascuno con i poli dell’esistenza: Dio e gli altri”.  Avverte: “Per essere pastori veramente tali occorre anzitutto avere una vita ben ordinata e ciò significa pure non lasciarsi ingolfare da mille cose, pena il rischio di smarrire la semplicità di un cuore pienamente dedito al Signore”. E cita ancora il fondatore dell’Opus Dei: «Il Signore non si accontenta di spartire, vuole tutto. Non cerca le nostre cose, cerca noi stessi».

La sfida difficile della missione

Missione è la terza parola scelta a proposito del Buon Pastore che – ricorda il cardinale Parolin – va in cerca della pecorella perduta: “Voi, cari fratelli provenienti da varie latitudini e da contesti diversi, venite ordinati presbiteri durante un Pontificato che ci sta trasmettendo, oltre alla priorità della misericordia vissuta e al richiamo alla semplicità evangelica, l’esigenza non più rimandabile della missione, quale vocazione principale della Chiesa”. Il segretario di Stato sottolinea: “Essere Chiesa in uscita significa non concepirsi più come fine, ma come mezzo, per portare non noi stessi, ma il Signore al mondo. Significa non essere introversi, ma estroversi; non ansiosi di ottenere rilevanza, ma di far conoscere Gesù a chi, come accade soprattutto nei contesti più secolarizzati, pensa che la questione di Dio appartenga al passato”. In definitiva, l’invito a “coniugare carità pastorale e sana creatività evangelizzatrice, fedeltà e flessibilità, fede ben radicata e cuore disponibile; chiede di andare incontro, più che di attendere; di accogliere, non di respingere, gli interrogativi più inquieti e complessi di oggi, particolarmente quelli delle giovani generazioni, spesso lontane e talvolta riottose”.  Il cardinale incoraggia i nuovi sacerdoti dopo aver ricordato che  “è difficile caricarsi sulle spalle vite disordinate, apparentemente vuote” e dopo aver ribadito: “E’ verso queste pecorelle che, oggi in particolare, il Signore desidera che ci incamminiamo”.

da Vatican NEWS del 6 settembre 2020