Le possibili risposte globali alla pandemia: in discussione a Davos

L’economia si intreccia con l’emergenza sanitaria nel Forum nella cittadina svizzera, diventato un summit annuale fisso dei leader mondiali. Il tema di questa edizione virtuale è il rilancio dopo la pandemia e il segretario generale dell’Onu, Guterres, raccomanda di non sottovalutare il rischio concreto che aumentino le diseguaglianze. Intervista con l’economista Franco Bruni

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il Forum di Davos, che dal 1970 raccoglie il gotha dell’economia e della politica mondiali, si è aperto lunedì con l’intervento del segretario generale dell’Onu, António Guterres, e il discorso del presidente cinese, Xi Jinping. Nel secondo giorno di lavori, che proseguiranno fino al 29 gennaio, hanno preso la parola alcuni leader europei.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-01/forum-economia-davos-politica-leader-multilateralismo.html

Dio è vicino: l’omelia del Papa nella seconda Domenica della Parola

Nessuna distanza da Dio e dagli altri: è il messaggio centrale dell’omelia del Papa pronunciata da monsignor Rino Fisichella. A causa della sciatalgia, Francesco non ha presieduto la Messa in occasione della seconda Domenica della Parola di Dio. Forte l’invito a leggere il Vangelo, a scoprire “l’antidoto alla paura di restare soli di fronte alla vita”, a “non restare distanti da Dio e dagli altri”, ricordando che “nessuno è ai margini nel cuore di Dio”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“Dalla nostra umanità Dio mai si staccherà e mai di essa si stancherà”: è questo il senso della vicinanza di cui ci ha parlato Gesù. Lo spiega il Papa in questa domenica, 24 gennaio, la terza del tempo ordinario, in cui Gesù annuncia il Regno di Dio. Francesco ha voluto che diventasse la Domenica della Parola, istituendola con la Letterain forma di Motu proprio del 30 settembre 2019. L’omelia è pronunciata da monsignor Fisichella che innanzitutto dice: “mi fa particolarmente piacere, ed è un onore, dare lettura dell’omelia che il Santo Padre avrebbe tenuto in questa occasione”

Nel cuore di Dio

L’omelia di Francesco si apre con il messaggio che Gesù ripeteva di continuo: “Dio non sta, come siamo spesso tentati di pensare, lassù nei cieli lontano, separato dalla condizione umana, ma è con noi”. Il Suo regno è infatti sceso in terra:

Da allora Dio è vicinissimo. Prima di ogni altra cosa va creduto e annunciato che Dio si è avvicinato a noi, che siamo stati graziati, “misericordiati”. Prima di ogni nostra parola su Dio c’è la sua Parola per noi, che continua a dirci: “Non temere, sono con te. Ti sono vicino e ti starò vicino”. 

Dunque, non può che essere questa la “costante della vita e dell’annuncio cristiano”: la Parola di Dio che “ci permette di toccare con mano questa vicinanza, perché –

dice il Deuteronomio – non è lontana da noi, ma è vicina al nostro cuore. E la definizione che emerge dall’omelia di Francesco letta da monsignor Fisichella è molto significativa:

La Parola di Dio “è l’antidoto alla paura di restare soli di fronte alla vita”….“ci ricorda che siamo nel suo cuore, preziosi ai suoi occhi, custoditi nelle palme delle sue mani”.

La Parola che converte

C’è poi una sollecitazione importante:

La Parola di Dio infonde questa pace, ma non lascia in pace. È Parola di consolazione, ma anche di conversione. «Convertitevi», dice infatti Gesù subito dopo aver proclamato la vicinanza di Dio.

Il Papa parla di “salutari ribaltamenti esistenziali” ai quali siamo chiamati e precisa:

(… ) con la sua vicinanza è finito il tempo in cui si prendono le distanze da Dio e dagli altri, è finito il tempo in cui ciascuno pensa a sé e va avanti per conto proprio. Questo non è cristiano, perché chi fa esperienza della vicinanza di Dio non può distanziare il prossimo, non può allontanarlo nell’indifferenza.

La vicinanza di Dio  chiede vicinanza agli altri

Si scopre che “la vita non è il tempo per guardarsi dagli altri e proteggere sé stessi, ma l’occasione per andare incontro agli altri nel nome del Dio vicino”. Così “la Parola, seminata nel terreno del nostro cuore, ci porta a “seminare speranza attraverso la vicinanza”. Proprio come fa Dio con noi.

La riflessione si sofferma sulla scelta di Gesù di parlare ai pescatori della Galilea:

Erano persone semplici, che vivevano del frutto delle loro mani lavorando duramente notte e giorno. Non erano esperti nelle Scritture e non spiccavano certo per scienza e cultura.

E si ricorda che “abitavano una regione composita, con vari popoli, etnie e culti” in una “periferia”:

Era il luogo più lontano dalla purezza religiosa di Gerusalemme, il più distante dal cuore del Paese. Ma Gesù comincia da lì, non dal centro ma dalla periferia, e lo fa per dire anche a noi che nessuno è ai margini del cuore di Dio.

L’annuncio a tutti che parte dalla periferia

L’omelia ricorda che “Giovanni accoglieva la gente nel deserto, dove si recavano solo quelli che potevano lasciare i luoghi in cui vivevano”:

Gesù, invece, parla di Dio nel cuore della società, a tutti, lì dove sono. E non parla in orari e tempi stabiliti: parla «passando lungo il mare» a dei pescatori «mentre gettavano le reti». Si rivolge alle persone nei luoghi e nei momenti più ordinari.

Ed ecco la “forza universale della Parola di Dio, che raggiunge tutti ed ogni ambito di vita”. Ma la Parola ha anche una forza particolare, “incide cioè su ciascuno in

modo diretto, personale. I discepoli non dimenticheranno mai le parole ascoltate quel giorno sulle rive del lago, vicini alla barca, ai familiari e ai colleghi, parole che segneranno per sempre la loro vita”.

Gesù dice loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». Non li attira con discorsi alti e inarrivabili, ma parla alle loro vite: a dei pescatori di pesci dice che saranno pescatori di uomini. Se avesse detto loro: “Venite dietro a me, vi farò Apostoli: sarete inviati nel mondo e annuncerete il Vangelo con la forza dello Spirito, verrete uccisi ma diventerete santi”, possiamo immaginare che Pietro e Andrea gli avrebbero risposto: ‘Grazie, ma preferiamo le nostre reti e le nostre barche’. Gesù invece li chiama a partire dalla loro vita: «Siete pescatori, diventerete pescatori di uomini». Trafitti da questa frase, scopriranno passo dopo passo che vivere pescando pesci era poca cosa, ma che prendere il largo sulla Parola di Gesù è il segreto della gioia.

Non rinunciare alla Parola di Dio ma leggerla ogni giorno

L’invito è a non rinunciare alla Parola di Dio che – viene sottolineato – ci ricorda che “così il Signore fa con noi: ci cerca dove siamo, ci ama come siamo e con pazienza accompagna i nostri passi”. Proprio come quei pescatori, “attende anche noi sulle rive della vita”:

Con la sua Parola vuole farci cambiare rotta, perché smettiamo di vivacchiare e prendiamo il largo dietro a Lui.

E dunque la definizione della Parola di Dio:

La lettera d’amore scritta per noi da Colui che ci conosce come nessun altro.

La certezza è che “leggendola, sentiamo nuovamente la sua voce, scorgiamo il suo volto, riceviamo il suo Spirito”. E se  la Parola ci fa vicini a Dio, siamo chiamati a non tenerla lontana:

Portiamola sempre con noi, in tasca, nel telefono; diamole un posto degno nelle nostre case. Mettiamo il Vangelo in un luogo dove ci ricordiamo di aprirlo quotidianamente, magari all’inizio e alla fine della giornata, così che tra tante parole che arrivano alle nostre orecchie giunga al cuore qualche versetto della Parola di Dio.

La proposta di “spegnere la televisione e di aprire la Bibbia; di chiudere il cellulare e di aprire il Vangelo” contiene una promessa:

Ci farà sentire il Signore vicino e ci infonderà coraggio nel cammino della vita.

 

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-01/papa-francesco-messa-domenica-parola-vangelo.html

Da Perugia alla Siria un Ponte di solidarietà

Questo tempo di Natale che tutti, per via della pandemia, abbiamo definito particolare, è stato straordinario per una famiglia siriana e per le famiglie che da due mesi l’hanno accolta in provincia di Perugia. Un’esperienza che si richiama a quella dei “corridoi umanitari” e che, come ci raccontano i promotori, ha provocato “un’esplosione di generosità”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si chiama “Il Ponte” l’associazione nata mesi fa per rendere concreta la proposta di assicurare una casa ad una famiglia della Siria, da oltre nove anni in una situazione di conflitto e distruzione. L’idea è proprio quella di gettare un ponte di solidarietà, ma c’è anche il richiamo a Pontevalleceppi, la località in provincia di Perugia, in Umbria, dove tutto si svolge. L’idea iniziale è stata della famiglia Rossi, subito abbracciata dalla famiglia Lombardi. Ma loro vogliono che si parli soprattutto della realizzazione che vede la partecipazione di tanti. L’esperienza, infatti, è realmente comunitaria, come emerge da alcune delle persone che abbiamo intervistato, a partire dal parroco di Pontevalleceppi, don Domenico Lucchiari:

Don Domenico racconta che la famiglia siriana, arrivata a fine ottobre, si è recata in chiesa più di una volta e spiega che sono cristiani ortodossi. Non potendo dialogare con loro per via della diversa lingua, le persone della parrocchia hanno cercato di assicurare quella che don Domenico definisce “una corona di tenerezza”. Spiega che in particolare si è impegnato il gruppo che è nato chiamandosi Laudato si’ Don Domenico racconta che alcuni parrocchiani sono andati a trovarli e a portare loro i tanti regali che la gente ha offerto, insieme con Massimo Pieroni, della Caritas, che si è occupato delle prime necessità. Il sacerdote sottolinea la priorità di trovare un lavoro, una fonte di reddito per i genitori mentre i figli – dice – sono già stati introdotti nei rispettivi percorsi scolastici. E poi – afferma – passo dopo passo, saranno presto a pieno titolo una delle famiglie del territorio.

Importante il contributo dei volontari della Comunità di Sant’Egidio, il primo dei quali è Luciano Morini:

Morini racconta come ha sostenuto le famiglie di Giampaolo Rossi e Mario Lombardi grazie all’esperienza fatta da Sant’Egidio con i corridoi umanitari, sottolineando che però, negli altri casi, a farsene carico sono stati Comuni, o parrocchie, o altre istituzioni, mentre in questo caso tutto è nato dall’acquisto di una casa fatto da parte di privati. Luciano Morirni sottolinea l’importanza dell’integrazione, soffermandosi sul valore di costruire insieme un percorso, che è fatto in primis di conoscenza della lingua, che nelle altre forme di arrivo non viene incoraggiata o aiutata.  E poi – dice – c’è il contesto sociale, di una piccola comunità che è un elemento chiave del successo dell’iniziativa dei corridoi umanitari. E’ una goccia nel mare – riconosce Morini – e i numeri non possono essere grandi anche per via della normativa in materia ma – sottolinea – dimostrano che è possibile un’altra forma di accoglienza senza i traffici di esseri umani.

Il richiamo ai Corridoi umanitari

La Comunità di Sant’Egidio è protagonista insieme con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, del programma dei cosiddetti Corridoi umanitari avviato nel 2016 grazie al coinvolgimento dello Stato italiano. E’ un programma completamente autofinanziato, che permette il rilascio di visti per profughi dalla Siria, e di recente anche dall’Etiopia, in condizioni di maggiore vulnerabilità. Sono accolti a spese delle associazioni firmatarie in strutture o case e viene avviato per loro un percorso di integrazione. I Corridoi umanitari sono iniziati in Italia ma alcuni sono ora in via di realizzazione anche in Francia, in Belgio e Andorra. Finora hanno mosso 2600 persone, salvandole da situazioni di invivibilità. Offrono garanzie utili anche per chi accoglie perché  il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità. I principali obiettivi sono evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo; contrastare il disumano business degli scafisti e dei trafficanti di uomini, donne e bambini; concedere a persone in condizioni di vulnerabilità (ad es. vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario, e successiva presentazione della domanda di asilo.

Giampaolo Rossi, giurista che, con sua moglie e i suoi figli, per primo ha messo in campo risorse, energia e entusiasmo per l’esperienza nei pressi di Perugia, dove vive, avrebbe voluto non comparire ma lo abbiamo convinto a parlarci dell’iniziativa da giurista quale è, proprio in considerazione del quadro giuridico dei Corridoi umanitari:

Il professor Rossi ci spiega che all’inizio la primissima risposta alla sua iniziativa è stata di scetticismo e di perplessa contrarietà. Sono arrivati – spiega – commenti sulle difficoltà e suggerimenti di fare offerte in denaro per varie associazioni. Sconvolgeva – afferma – l’idea di un coinvolgimento da vicino. Ma Rossi racconta che in modo davvero sorprendente le stesse persone che avevano cercato di dissuaderlo, poi, non appena la macchina si è messa in moto hanno immediatamente trovato il modo di contribuire. Ci confida il rammarico di aver pensato che le parole avessero perso di senso: può accadere di parlare di fratellanza, ma di rifiutare l’idea che uno straniero sia fratello. Ma poi riferisce di un’esplosione di generosità di fronte a persone vere e concrete e un’iniziativa possibile. Rossi sottolinea che è importante, dunque, riscoprire il valore delle parole spiegando che è proprio quello che insegna Papa Francesco con tutto il suo apostolato. Da giurista, Rossi distingue in un certo senso i ruoli, sottolineando le responsabilità degli Stati e delle società civili. Si sofferma sull’importanza di un ruolo promotore da parte della società civile, per poi ribadire la possibilità a livello giuridico che l’Unione europea faccia propria l’iniziativa dei Corridoi umanitari. La solidarietà messa in moto dal basso può istituzionalizzarsi – spiega – dando l’occasione all’Europa di dare una risposta ai flussi di persone e un’alternativa di civiltà allo sfruttamento dei trafficanti, peraltro anche rispondendo alla questione della denatalità nel vecchio continente.

La fede e la solidarietà impressa nel dna

Ha seguito tutto dall’inizio dando un contributo sul piano spirituale che tutti definiscono importantissimo Don Saulo Scarabattoli: 

Noi vediamo un frutto, l’accoglienza, ma – dice don Saulo – c’è una radice ed è certamente la fede delle famiglie che hanno avuto l’idea. Poi – spiega – vediamo altri frutti in persone che magari non hanno la fede così esplicita, ma hanno sensibilità umana, una sorta di fede nella fraternità. Tutti – sostiene – hanno impresso nel dna naturale la sensibilità per aiutare persone in difficoltà. Si tratta di riconoscere quell’impronta. Don Saulo ribadisce: la fede è la sorgente di tutto questo e quelli che l’hanno esplicita sono portatori per gli altri. E il sacerdote sottolinea quanto sia sorprendente che intorno alle prime due famiglie si siano moltiplicati, come fuochi, gli interventi, l’entusiasmo, la distribuzione dei compiti. Don Saulo racconta che nel gruppo social di interconnessione brulicano messaggi e – dice – è meraviglioso vedere una luce che si diffonde dal basso. Il bene – afferma – è davvero contagioso. E poi don Saulo sottolinea come la famiglia accolta sia diventata un’occasione di arricchimento per chi accoglie: accogliere arricchisce, sottolinea.  E richiama l’attenzione proprio sul concetto di ponte: sul ponte lo scambio è da una parte all’altra, ma anche viceversa. E dunque sottolinea che, se sul piano delle cose materiali ora è chiaro chi doni e chi riceva, invece sul piano spirituale – dice – non si riesce più a distinguere. Lo scambio – assicura – è reciproco.

Il sorriso della famiglia siriana

La famiglia siriana, attraverso il figlio che parla inglese, ci ha dato appuntamento presto per un incontro dal vivo, che vorrebbero avvenisse anche nella lingua italiana, che stanno cercando di imparare. Le emozioni per loro sono state e sono tante. Per il momento raccontiamo qualcosa dei loro sorrisi molto dolci nelle fotografie della nuova casa, e del calore con cui dicono e ripetono “grazie”, la prima parola che hanno imparato. Precisamente provengono da Homs, che è stata protagonista delle cronache nel 2012 per il massacrante assedio e per la drammatica offensiva sferrata, da febbraio a luglio, dall’esercito di Damasco perché la città era considerata la roccaforte dei ribelli. Zahir dei suoi diciannove anni ne ha vissuti oltre nove nel terrore e l’orrore della guerra, la piccola Maryam di 10 anni finora non aveva conosciuto altro. La mamma e il papà chiedono preghiere: per tutti i posti nel mondo dove non c’è pace.

https://nemo.vaticannews.va/editor.html/content/vaticannews/it/mondo/news/2021-01/corridoi-umanitari-siria-perugia-famiglia.html

Il Papa: evitare ogni forma di violenza in Centrafrica

Dopo l’Angelus, nuovo appello di Francesco per il Paese africano al centro di gravi tensioni post-elettorali: va respinto l’odio e sostenuto un “dialogo fraterno e rispettoso”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Dopo aver concluso la recita dell’Angelus nel giorno dell’Epifania, Papa Francesco ha assicurato di seguire “con attenzione e preoccupazione gli eventi nella Repubblica centrafricana”.

Si sono recentemente svolte delle elezioni con le quali il popolo ha manifestato il desiderio di proseguire sulla via della pace. Invito perciò tutte le parti a un dialogo fraterno e rispettoso, a respingere l’odio ed evitare ogni forma di violenza.

La Repubblica Centrafricana è uno dei Paesi più poveri e instabili di tutta l’Africa, nonostante sia ricca di risorse, come i diamanti e l’uranio. Secondo l’ONU, metà della popolazione del Paese è dipendente dagli aiuti umanitari e un quinto è sfollata.

Il difficile voto

Domenica 27 dicembre 2020 nella Repubblica Centrafricana si è votato per rinnovare il parlamento ed eleggere il presidente, nonostante i timori di attacchi e l’aumento delle violenze tra governo e ribelli. Dall’inizio di dicembre scorso, la situazione nel Paese è diventata molto tesa. Un sodalizio di gruppi armati, la Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), ha intensificato gli attacchi dopo la decisione della Corte costituzionale di escludere dai candidati l’ex presidente François Bozizé, appoggiato dai ribelli e avversario dell’attuale presidente, Faustin Archange Touadéra, in cerca del secondo mandato. Il governo centrafricano e l’Onu si sono opposti alla richiesta dei ribelli di rinviare le elezioni. Il presidente Touadéra ha accettato l’aiuto di Paesi stranieri per cercare di mantenere il controllo sul territorio nazionale.

Un appello all’unità, alla responsabilità e alla pace per un Paese che ha sofferto tanto: è stato quello levato dai vescovi della Repubblica Centrafricana a pochi giorni dalle elezioni presidenziali.

Il principale sfidante di Touadéra è Anicet-Georges Dologuélé, ex primo ministro appoggiato da Bozizé. Proprio la competizione tra Touadéra e Bozizé ha alimentato di recente le tensioni nel Paese.

La crisi tra il 2013 e il 2016

Bozizé era arrivato al potere nel 2003 con un colpo di stato, e negli anni successivi aveva vinto due elezioni considerate da molti non regolari a causa di brogli: tra il 2008 e il 2013 il suo primo ministro era stato Touadéra. Nel 2013 Bozizé aveva lasciato il paese dopo che Séléka, una coalizione di forze provenienti per lo più della minoranza musulmana, era riuscita a prendere il controllo di numerose città, tra cui la capitale. Touadéra era diventato presidente con le elezioni che si erano tenute tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016.

Gli ultimi sviluppi

Due settimane fa il Cpc ha preso il controllo di Bambari, la quarta città per grandezza della Repubblica Centrafricana, e ha minacciato di arrivare fino a Bangui, la capitale. Il governo ha parlato di “tentato colpo di stato” e Russia, Francia e Rwanda sono intervenute in sostegno del presidente Touadéra. Bambari è poi tornata sotto il controllo del governo, grazie all’intervento dell’esercito centrafricano e delle forze Onu. Solo qualche giorno fa la città  di Bangassou, nel sud,  è caduta nelle mani dei ribelli, “molti dei quali mercenari e gente del Niger; la mattinata è stata frenetica. Artiglieria pesante dalle 5 del mattino e trenta tra morti e feriti  di cui diversi sono bambini”. A riferirlo è stato monsignor Juan José Aguirre Muñoz, vescovo di Bangassou,  in una dichiarazione all’agenzia Fides. Di fronte alla crescente insicurezza, il vescovo ha raccolto un gruppo di orfani per tenerli al sicuro. Dopo aver cercato di resistere all’offensiva dei ribelli, i soldati governativi  hanno abbandonato la loro posizione e sono rientrati nella base,  ha spiegato il capo dell’ufficio regionale della missione Onu.

La coalizione Cpc è formata da sei gruppi, alcuni dei quali in passato sono stati anche avversari. Secondo l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch, negli ultimi cinque anni i gruppi ribelli che di recente hanno formato la Cpc si sono resi responsabili di numerosi crimini di guerra, tra cui uccisioni deliberate di civili e stupri di donne e ragazze. Pochi giorni prima del voto, Lewis Mudge, direttore del programma sull’Africa centrale di Human Rights Watch, ha detto: «La nuova coalizione di ribelli sta forzando migliaia di persone a lasciare le loro case. Il governo nazionale e le Nazioni Unite dovrebbero mobilitarsi per proteggere i civili in questa escalation della crisi».

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-01/papa-appello-repubblica-centrafricana-pace-elezioni.html

Francesco: adorare Dio è scoprirlo nascosto nelle situazioni semplici

“Alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”: alla Messa dell’Epifania il Papa invita a riscoprire gli insegnamenti dei Re Magi. Ricorda come seppero riconoscere il Signore in un bambino, aprendo il cuore a quella fiducia in Dio che è fonte di una gioia interiore che beni materiali e successo non possono uguagliare

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“La vita non è una dimostrazione di abilità, ma un viaggio verso Colui che ci ama”: così Papa Francesco invita, all’Omelia della Messa dell’Epifania, a scoprire i significati dell’adorazione. E Papa Francesco a braccio aggiunge che non dobbiamo ad ogni tappa della vita esibire una tessera delle virtù. Come i Re Magi, possiamo comprendere che “Dio rifugge da ogni ostentazione” e incontrarlo “spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali”.

Il bisogno di adorare e i rischi

Per l’uomo è naturale il bisogno di adorare – spiega il Papa – ma rischia facilmente di fare errori. “Non è spontaneo in noi l’atteggiamento di adorare Dio”. L’essere umano ha bisogno, sì, di adorare, ma rischia di sbagliare obiettivo; infatti, se non adora Dio, adorerà degli idoli, e invece che credente diventerà idolatra”. E il Papa a braccio ricorda l’espressione di uno scrittore francese che avverte:  “Chi non adora Dio, adora il diavolo”, e aggiunge: “questo è così, aut aut”. Dunque, il Papa invita a riflettere sul fatto che “adorare il Signore non è facile, non è un fatto immediato: esige una certa maturità spirituale, essendo il punto d’arrivo di un cammino interiore, a volte lungo”.

Alla scuola dei Magi

Con la convinzione che “nella nostra epoca è particolarmente necessario che, sia singolarmente che comunitariamente, dedichiamo più tempo all’adorazione, imparando sempre meglio a contemplare il Signore”, il Papa sintetizza con tre espressioni gli insegnamenti dei Re Magi. Lo fa dopo aver sottolineato che “si è perso un po’ il senso della preghiera di adorazione” e aggiungendo che “dobbiamo riprenderlo, sia comunitariamente sia nella propria vita spirituale” e dopo aver avvertito: “Adorarlo sul serio, non come ha detto Erode: ‘Ma fate … dove è il posto … e andrò io ad adorarlo’. No, questa adorazione non va. Sul serio!”. L’evangelista Matteo sottolinea che i Magi, quando giunsero a Betlemme, “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. “Ci mettiamo alla scuola dei Magi – dice Francesco – per trarne alcuni insegnamenti utili: come loro, vogliamo prostrarci e adorare il Signore”. Il Papa guida la riflessione a partire dalle espressioni che si ricavano – spiega – dalla Liturgia della Parola della Solennità dell’Epifania. Queste espressioni sono “alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”.

Alzare gli occhi

Francesco afferma che per adorare il Signore bisogna anzitutto “alzare gli occhi” spiegando cosa comporti, “non lasciarsi cioè imprigionare dai fantasmi interiori che spengono la speranza, e non fare dei problemi e delle difficoltà il centro della propria esistenza”. Ciò non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene, sottolinea. Piuttosto, l’invito è a “guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo”. Quando questo avviene – insegna Francesco – il cuore si apre all’adorazione. Al contrario, quando fissiamo l’attenzione esclusivamente sui problemi, rifiutando di alzare gli occhi a Dio, la paura invade il cuore e lo disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla depressione. In queste condizioni è difficile adorare il Signore. Se si verifica ciò, “bisogna avere il coraggio di rompere il cerchio delle nostre conclusioni scontate, sapendo che la realtà è più grande dei nostri pensieri”. In definitiva, considera il Papa, il Signore ci invita in primo luogo ad avere fiducia in Lui, perché Egli si prende realmente cura di tutti. Da qui, sottolinea, nasce “l’adorazione del discepolo che ha scoperto in Dio una gioia nuova, diversa, e che, piuttosto che sul possesso dei beni, sul successo o su altre cose simili, si fonda proprio sulla fedeltà di Dio, le cui promesse non vengono mai meno, a dispetto delle situazioni di crisi in cui possiamo venire a trovarci”.

La fiducia non deve venire meno quando abbiamo la consapevolezza di aver peccato. Il Papa infatti aggiunge: “Anche i peccati, anche la coscienza di essere peccatori, di trovare cose tanto brutte. ‘Ma io ho fatto questo…ho fatto..’: se tu lo prendi con fede e con pentimento, con contrizione, ti aiuterà a crescere. Tutto, tutto aiuta, dice Paolo – più o meno – , alla crescita spirituale, all’incontro con Gesù, anche i peccati, anche i peccati. E santo Tommaso aggiunge: ‘etiam mortali’, anche i brutti peccati, i peggiori. Ma se tu lo prendi con pentimento ti aiuterà in questo viaggio verso l’incontro con il Signore e adorarlo meglio.”

Mettersi in viaggio

Prima di poter adorare il Bambino nato a Betlemme, i Magi dovettero affrontare un lungo viaggio. Papa Francesco invita a riflettere sulla trasformazione, il cambiamento che implica un viaggio. “C’è sempre qualcosa di nuovo in chi ha compiuto un cammino: le sue conoscenze si sono ampliate, ha visto persone e cose nuove, ha sperimentato il rafforzarsi della volontà nel far fronte alle difficoltà e ai rischi del tragitto”. Dunque, l’invito a mettersi in discussione: “Non si giunge ad adorare il Signore senza passare prima attraverso la maturazione interiore che ci dà il metterci in viaggio”. Il punto è “lasciarsi modellare dalla grazia” e Francesco cita San Paolo: “L’uomo esteriore invecchia – dice nella seconda Lettara ai Corinzi –, mentre l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”. I fallimenti, le crisi, gli errori – osserva Francesco – possono diventare esperienze istruttive, ma l’importante è che ci rendano consapevoli che “solo il Signore è degno di essere adorato, perché soltanto Lui appaga il desiderio di vita e di eternità presente nell’intimo di ogni persona”. Inoltre, col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio. Di qui, l’invito e la preghiera di Francesco: “Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento”. Guardando al Signore, ribadisce, troveremo la forza per proseguire con gioia rinnovata, ricordando però che “la vita non è una dimostrazione di abilità, ma un viaggio verso Colui che ci ama”.

Vedere

L’adorazione – ricorda Francesco – era l’atto di omaggio riservato ai sovrani, ai grandi dignitari e i Magi, in effetti, adorarono Colui che sapevano essere il re dei Giudei, ma di fatto, videro un povero bambino con sua madre. Quello che fa straordinario il loro gesto di adorazione è che “questi sapienti, venuti da paesi lontani, seppero trascendere quella scena così umile e quasi dimessa, riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano. Furono cioè in grado di ‘vedere’ al di là dell’apparenza”. E Papa Francesco chiarisce a tutti che “per adorare il Signore bisogna ‘vedere’ oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole”.

Il realismo teologale

Francesco ricorda che Erode e i notabili di Gerusalemme rappresentano la mondanità, “perennemente schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive”: essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. E poi descrive l’atteggiamento diverso dei Re Magi usando l’espressione di “realismo teologale”. Lo spiega così: “Esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Questo modo di ‘vedere’ che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa.”

L’obiettivo per ognuno

Il Papa dunque, dopo l’invito a riscoprire ancora una volta il valore e i significati dell’adorazione, esprime la sua preghiera nel giorno dell’Epifania: “Che il Signore Gesù ci renda suoi veri adoratori, in grado di manifestare con la vita il suo disegno di amore, che abbraccia l’intera umanità”. E conclude a braccio: “Chiediamo la grazia per ognuno di noi e per la Chiesa intera, di imparare ad adorare, di continuare ad adorare, di esercitare tanto questa preghiera di adorazione perché solo Dio va adorato”.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-01/papa-omelia-messa-epifania-re-magi-bambino-umilta.html

Civili trucidati in Niger

LA strage di due giorni fa, nel Paese dove a fine dicembre si è votato per il primo turno delle presidenziali, è stata pianificata militarmente ma non ancora rivendicata. Indubbia la matrice del terrorismo che, con diverse sigle, imperversa nell’area tra il Mali, il Niger e il Burkina Faso

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Fra il Sahara e il Sahel, in un mondo senza confini. Almeno per i jihadisti che imperversano e che questa volta hanno colpito due villaggi in Niger nella regione sud-occidentale di Tillabéri, un imbuto di deserto tra il Mali e il Burkina Faso. Si tratta del remoto villaggio di Tchombangou e di quello di Zaroumdareye. In pieno giorno hanno visto arrivare la violenza su un centinaio di moto: uomini armati – provenienti dal Mali – hanno ucciso decine e decine di persone rincorrendole nelle loro case. E pensare che proprio per motivi di sicurezza le moto in quella regione sono vietate. Hanno seminato quel terrore che da anni accompagna i traffici di esseri umani, di armi, di droga tra il Mali, il Niger e il Burkina Faso. Nel 2019 hanno contato circa 4.000 morti proprio per atti di terrorismo, secondo una stima dell’Onu. La violenza è diffusa quanto l’instabilità politica e le povere condizioni di vita: i feriti sono stati portati in due ospedali: a Ouallam e nella capitale Niamey, entrambi a 120 chilometri di distanza.

Per capire le dinamiche che vanno oltre il singolo episodio di sangue e che attraversano tutta l’area, abbiamo intervistato Luca Mainoldi, responsabile per l’Africa dell’agenzia Fides:

Mainoldi innanzitutto sottolinea che per i terroristi il periodo elettorale è un fattore di amplificazione dei loro gesti, ma poi ricorda che si tratta di un’area dove si sommano vecchi  e nuovi interessi.  Il giornalista ricorda le connessioni a livello territoriale tra Mali, Niger e Burkina Faso in particolare ma ricorda anche che non sono troppo lontante anche le rivolte in Camerun o le violenze nella Repubblica del Centrafrica. Protagonisti delle violenze che ricorrono putroppo in queste zone sono gruppi di miliziani locali che poi sono legati a diverso titolo a gruppi internazionali. A volte – spiega Mainoldi –  si tratta di una specie di marchio, di brand internazionali che alcuni gruppi assumono per fronteggiarsi con altri. Di fatto si tratta di un’ampia zona dove il terrorismo gestisce traffici con interessi locali, ma a questo si sovrappone il piano degli interessi geopolitici in cui entrano anche dinamiche di potenze esterne. Il giornalista suggerisce anche un passo indietro per capire come l’instabilità politica e la conflittualità vissuta nel Mali tempo fa abbia provocato conseguenze in altri Paesi, come se la violenza contenuta almeno in un certo modo con l’intervento francese sia “tracimata” nei territori circostanti. Ma Mainoldi invita a fare anche un ulteriore passo indietro per ricordare come la fine del regime di Gheddafi abbia, al di là delle tantissime altre considerazioni che si potrebbero fare, contribuito a destabilizzare l’area del Nord Africa e del Sahel. Gheddafi infatti a suo modo manteneva un certo equilibrio anche assicuradno all’uno o all’altro a seconda delle circostanze armi o aiuti. Si può discutere sul suo ruolo ma indubbiamente l’uscita di scena di Gheddafi ha provocato a cascata instabilità.

In piena fase elettorale

Proprio in questi giorni il Niger ha iniziato il conteggio dei voti dopo il primo turno delle presidenziali tenutosi domenica 27 dicembre, che potrebbe portare nel Paese la prima transizione pacifica del potere dalla sua indipendenza dalla Francia, nel 1960. Quasi 7,5 milioni di nigerini hanno votato per scegliere il successore del presidente Mahamadou Issoufou, che ha consegnato le dimissioni dopo due mandati quinquennali alla guida del Paese, di circa 23 milioni di abitanti. I risultati sono attesi entro cinque giorni e potrebbero essere necessarie due settimane per la loro ufficializzazione da parte della Corte costituzionale. Poi si svolgerà il secondo turno.

Ultimo aggiornamento ore 14.30 04.01.2020

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-01/niger-sahara-sahel-terrorismo-mali-burkina-faso.html

Sfide e opportunità della presidenza italiana del G20

L’annunciato Vertice mondiale sulla salute, a maggio prossimo, è uno degli eventi previsti durante la presidenza italiana del G20. I temi sono tanti – dall’ambiente alla ricerca, dalla sostenibilità all’empowerment femminile – ma l’ambasciatore Pasquale Ferrara sottolinea come siano tutti attraversati dalla stessa sfida: “riscoprire l’importanza del prendersi cura delle persone e non solo dal punto di vista medico”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si terrà a Roma il 21 maggio prossimo il Global Health Summit, annunciato, a settembre scorso, dal presidente del Consiglio dei ministri italiano Giuseppe Conte, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Si tratterà di affrontare le principali sfide connesse all’emergenza sanitaria con un approccio sinergico. E la tutela della salute e la sostenibilità, così come l’innovazione e la ricerca, la lotta alla corruzione e l’empowerment femminile, sono centrali nell’agenda dell’anno di presidenza italiana – iniziato formalmente il 1 dicembre 2020 – del cosiddetto G20. Si tratta del forum dei leader, dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali, nato nel 1999, dopo una successione di crisi finanziarie per favorire l’internazionalità economica e la concertazione, tenendo conto delle nuove economie in sviluppo.

La presidenza, una grande opportunità

Delle sfide, degli obiettivi, delle potenzialità di questa presidenza italiana e dunque in qualche modo anche europea del G20, abbiamo parlato con l’ambasciatore Pasquale Ferrara, docente alle Università Luiss e Sophia:

Ferrara esprime la convinzione che per l’Italia e per l’Europa questa presidenza rappresenta una grande opportunità. L’ambasciatore si richiama al tema scelto e declinato con tre termini: persone, pianeta, prosperità. Spiega che racchiude il senso delle sfide, sottolineando che parlare di cura per le persone non significa solo cure mediche, ma attenzione su tanti livelli. E con questa ottica, afferma, si può rilanciare un commercio internazionale che sia sostenibile, perché ci vuole cura anche per il pianeta, e che sia equo per i popoli e per i vari strati delle popolazioni.

Il multilateralismo come priorità

Le congiunture internazionali sono sempre in movimento e si possono individuare attori e dinamiche che tornano o che si rinnovano ma, spiega Ferrara, quello che è davvero importante in questo 2021 è rilanciare il multilateralismo, inteso come l’organizzazione istituzionalizzata e organizzata tra i Paesi o le grandi aree regionali, che in quanto tale ha avuto negli anni scorsi serie battute di arresto. In questo – Ferrara ne è convinto – grande attore resta “l’Europa che del multilateralismo è campione mondiale”. Fondamentale, secondo Ferrara, è capire l’idea di sovranità come si intende nell’Unione europea.

Sovranità e condivisione

Secondo l’ambasciatore Ferrara non si tratta di discutere o operare per una rinuncia della sovranità, ma si tratta – ed è questa la concezione dell’Europa – di lavorare per la condivisione, per un rafforzamento della sovranità che passa attraverso l’operare congiuntamente. Alcuni fattori possono essere importanti, come ad esempio la prossima presidenza Biden negli Stati Uniti, o la stessa pandemia, che purtroppo ha portato dramma e dolore, ma che ha rappresentato anche una sollecitazione forte alla coesione. Il ruolo dell’Unione europea, sostiene Ferrara, deve essere quello di rafforzare la cosiddetta autonomia strategica, che spiega come la possibilità di scelte e assunzioni di responsabilità senza che questo crei incrinature.

Il nostro pianeta

Questa crisi pandemica, ricorda Ferrara, ha messo in luce le radici profonde di squilibri nella gestione del pianeta. Si deve comprendere, avverte, che la questione del pianeta è un tema politico fondamentale per il futuro. A proposito poi di empowerment femminile, Ferrara sottolinea l’importanza del tema. Chiarisce che non si tratta solo di avere più donne nei posti di potere: precisamente afferma che non si tratta solo di contare quante donne ci siano al potere, ma di far contare di più le donne a tutti i livelli della società. Ferrara ricorda che da tempo le Nazioni Unite hanno chiarito quanto sia incisiva l’azione delle donne in contesti di pacificazione o di mediazione e aggiunge che sarebbe fondamentale aprire la via a dinamiche che non siano fondate sulle solite logiche di potere o di prepotenza, ma piuttosto che abbiano la caratteristica che appartiene a molto del mondo femminile di andare oltre, aprendo  sempre orizzonti di dialogo e di confronto. Secondo Ferrara, promuovere questo tema a livello di G20 è un’opportunità straordinaria. L’obiettivo, secondo l’ambasciatore e docente di relazioni internazionali, è proprio spostare l’accento da meccanismi di potere a meccanismi di cura, intesa come prendersi cura delle persone, dell’ambiente, del pianeta, del futuro delle prossime generazioni etc. Ferrara mette in luce un aspetto che deve far riflettere: tutta la corsa agli armamenti, simbolo di forza, non ha potuto nulla nei confronti di un virus piccolissimo che ha messo in ginocchio il mondo. Dunque, anche questo, sottolinea, può essere di monito a non confidare troppo in tutto ciò che attiene a equilibri di potenza. Il caso della pandemia ci ha ricordato che serve lo studio e la collaborazione, la cura, l’attenzione.

Oltre l’illusione del liberalismo sfrenato

Ferrara parla di attenzione ai più deboli come della più grande sfida di ogni società aggiungendo che, in questo momento, possiamo capire meglio fino a che punto sia importante. Non è solo un discorso etico, dice, ma è anche un discorso economico perché non dimenticare gli ultimi contribuisce ad assicurare maggiore reale benessere per tutti. A questo proposito, cita Papa Francesco e i tanti suoi documenti che invitano a prendere le distanze dalla cosiddetta cultura dello scarto, e a prendersi cura del creato e degli altri, riconoscendo tutte le fondamentali relazioni a tutti i livelli della realtà dell’uomo. Tra l’altro, Ferrara ricorda l’illusione del liberismo sfrenato, che partiva dal presupposto che si deve puntare a creare ricchezza per pochi perché poi i benefici di questa ricchezza in qualche modo ricadranno sui molti. L’ambasciatore sottolinea che è ormai chiaro a tutti che non funziona così e dunque torna a ribadire che bisogna muoversi in una direzione diversa, con l’obiettivo di farsi carico dei poveri, degli ultimi, creando così una società migliore per tutti. Fin quando ci saranno interi settori della società esclusi da ricchezza e da servizi essenziali, spiega Ferrara, non ci potranno essere quelle condizioni di pace sociale, e tra l’altro anche di creatività, che fanno la vera ricchezza di una società. La ricchezza, avverte, non si misura solo in prodotto interno lordo.

Gli appuntamenti principali del G20 nel 2021

Il calendario prevede lo svolgimento di numerose riunioni ministeriali e il Vertice dei leader a Roma il 30-31 ottobre 2021, oltre ad alcuni eventi speciali. Ogni incontro ministeriale è dedicato a un tema e viene organizzato in città diverse: quello su cultura-turismo si svolgerà a Roma, il 3-4 maggio; quello su lavoro-istruzione a Catania, il 22-23 giugno; esteri-sviluppo a Matera con sessione ad hoc sulla cooperazione allo sviluppo a Brindisi, 28-30 giugno; economia e finanze a Venezia, 9-10 luglio; ambiente-clima-energia a Napoli, 22-23 luglio; innovazione e ricerca a Trieste, 5-6 agosto; salute a Roma, 5-6 settembre; agricoltura a Firenze, 19-20 settembre; commercio internazionale a Sorrento, 5 ottobre. Si terrà inoltre una conferenza ministeriale internazionale sul women’s empowerment il 26 agosto. Il luogo di svolgimento è ancora da definire.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-01/italia-europa-economia-multilateralismo-sovranita-paesi-g-20.html

Più coesione nell’Ue che entra nel 2021

Parole d’ordine della prospettiva europea per i prossimi sette anni sono sviluppo regionale e coesione. Al di là dei propositi nei documenti, l’Unione europea entra in un nuovo anno cambiata non solo per la Brexit ma per il salto di qualità che ha fatto in tema di interventi concertati e condivisi sull’economia reale dei cittadini, come spiega lo storico Federico Niglia

Fausta Speranza – Città del Vaticano

I documenti pubblicati dalla Commissione Ue per il periodo 2021-2027 indicano sostanzialmente un obiettivo: promuovere lo sviluppo regionale sostenibile mediante strategie gestite a livello locale e in tutto il territorio Ue, che significa intervenire per tutte e tre le categorie, cioè regioni meno sviluppate, in transizione e più sviluppate.

I piani di intervento per il prossimo settennato

Si leggono poi le priorità di investimento che risultano orientate su cinque piani principali: l’innovazione per la trasformazione economica e il sostegno alle piccole e medie imprese; un’Europa più verde e priva di emissioni di carbonio grazie all’attuazione dell’accordo di Parigi e agli investimenti nella transizione energetica, nelle energie rinnovabili e nella lotta contro i cambiamenti climatici; un’Europa più connessa, dotata di reti di trasporto e digitali strategiche e infine un’Europa più sociale, che raggiunga risultati concreti riguardo al pilastro europeo dei diritti sociali e sostenga l’occupazione di qualità, l’istruzione, le competenze professionali, l’inclusione sociale e un equo accesso alla sanità.

L’accordo con la Cina

Ha ripreso slancio il negoziato tra Bruxelles e Pechino e il 30 dicembre è stato firmato un accordo commerciale. La Cina,  candidata a sorpassare gli Stati Uniti in quanto economia mondiale entro il 2028,  cinque anni prima del previsto ha già superato gli Usa come primo interlocutore economico dell’Unione europea. L’accordo di investimento con Bruxelles mira a creare innanzitutto parità di condizioni per le imprese europee in Cina.

Per tracciare un bilancio tra presente e futuro nel cammino europeo abbiamo parlato con Federico Niglia, docente di Storia delle Relazioni internazionali all’Università di Perugia:

Uno slancio nuovo

Il professor Niglia sottolinea che senz’altro il bilancio è positivo nei fatti e nella percezione della gente. Parla di successo nella gestione della Brexit per il tipo di accordo raggiunto ma soprattutto per la coesione dimostrata dai 27. Proprio la decisione della Brexit – ricorda – ha rappresentato il momento recente di maggiore disorientamento e disaffezione, ma invece il 2020 si chiude con uno slancio nuovo dovuto anche al fatto che in virtù degli effetti della decisione del Regno Unito, nessuno più parla di uscire dall’Ue.  E poi Niglia cita la questione più cruciale: la risposta che l’Unione ha dato compatta all’emergenza Covid-19, mettendo in campo molte risorse economiche ma soprattutto facendolo – aggiunge – con meccanismi di condivisione che sarebbero stati impensabili un anno fa.

Bilancio positivo: tra risultati concreti e percezioni

Niglia spiega che senz’altro è stata innovativa e sorprendente la risposta Ue alla pandemia ma sottolinea che bisogna fare chiarezza tra slancio rinnovato e meccanismi. Il primo indubbiamente – afferma – appartiene alla situazione ma gli strumenti già c’erano, dunque in realtà – dice – l’Ue ha fatto in grande e a tempi di record quello che è nelle sue facoltà fare: attivare meccanismi che incidono sull’economia reale dei cittadini.

Non mancano le sfide, ma si superano solo insieme

Lo storico mette in luce tutte le potenzialità di un’Europa che ha ridato vigore a principi fondativi come quello della solidarietà ma chiarisce anche che le sfide non sono finite. L’anno che si apre sarà ancora segnato dalla lotta al coronavirus e poi si dovrà riuscire a spendere bene le risorse straordinarie messe in campo. A questo proposito, sarebbe importante ripensare il rapporto tra le istituzioni europee e quelle di ciascun Paese membro, nel senso che troppo spesso si è parlato in passato solo di input dall’alto ai vari esecutivi. A questo proposito – spiega – l’immagine consueta è quella di un’Europa che cammina sulle gambe dei governi nazionali.  Niglia propone invece di rovesciare la prospettiva riconoscendo che i governi hanno bisogno di camminare grazie alle gambe dell’Ue. Invita, in sostanza, a mettere a fuoco in questa fine 2020 e inizio 2021, quanto le autorità così come i cittadini hanno avvertito importante: unire le forze. Dunque, il messaggio di Niglia è che non si deve perdere la prospettiva frutto di un salto di qualità dovuto al prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenza a causa la pandemia. Inoltre – sottolinea – questa prospettiva serve per le sfide del 2021.

Il rilancio delle relazioni con gli Stati Uniti

Joe Biden, il presidente eletto che si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, punta a ricostruire il rapporto con l’Unione Europea, ricorda Niglia parlando infine dell’orizzonte dei rapporti Ue- Usa. Sia la Commissione sia l’ufficio di presidenza del Consiglio Europeo hanno diffuso alcuni documenti in cui delineano una collaborazione più stretta con l’amministrazione Biden, elencando una serie di temi su cui si può ricostruire quella che negli scorsi decenni era stata una delle alleanze più solide dell’Occidente.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-12/unione-europea-bruxelles-pandemia-paesi-membri-economia.html

Londra, in cerca di accordi, comincia a fare i conti della Brexit

Turchia e Gran Bretagna hanno siglato un’intesa di libero scambio. Dopo la Brexit, Londra dovrà intraprendere negoziati con gli 80 Paesi con cui aveva relazioni in virtù dei legami a Bruxelles. Un impegno oneroso per arrivare, nel caso di Ankara, a intese uguali a quelle precedenti, come sottolinea l’economista Paolo Guerrieri spiegando le reali conseguenze dell’uscita dall’Ue per l’economia britannica

Fausta Speranza – Città del Vaticano

L’accordo tra Regno Unito e Turchia, raggiunto negli ultimi giorni del 2020, evita il pagamento di dazi e dunque conferma il regime di scambi che c’era fino ad oggi. Entra in vigore dal 1 gennaio, quando viene formalizzata la Brexit, e riguarda i beni industriali e agricoli. Secondo la dichiarazione, rilasciata dal governo britannico, l’accordo manterrà in vigore le tariffe preferenziali già esistenti per le circa 7.600 imprese britanniche che hanno esportato merci in Turchia nel 2019.  Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato  che per il suo Paese è “l’accordo più importante” dopo l’unione doganale con l’Ue e che, senza l’intesa, la Turchia avrebbe subìto perdite per 2,4 miliardi di dollari, visto che tre quarti dei beni che esporta nel Regno Unito sarebbero stati soggetti a dazi.

Novità per Londra e Ankara solo in prospettiva

Ankara e Londra fanno sapere che lavoreranno  per cercare di espandere l’accordo anche ai servizi e agli investimenti per rafforzare ulteriormente l’interscambio. Ma si tratta di una prospettiva tutta da sviluppare. Il ministro degli esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha espresso anche la speranza di Ankara  di negoziare un accordo separato con Londra sull’immigrazione, per garantire ai cittadini turchi uno status speciale una volta che il Regno Unito abbia implementato nuove regole in tale ambito.

In generale per il dopo Brexit si prospettano perdite per Londra

La società indipendente di ricerca e strategie Independent Strategy prevede contraccolpi pesanti per l’economia britannica. Lo fa con il rapporto pubblicato in questi giorni in cui si legge che la soddisfazione dei mercati azionari britannici non durerà a lungo. La gioia nei mercati valutari, dove la sterlina è scambiata a 1,35 dollari potrebbe proseguire per un po’, ma tra un anno, secondo la società internazionale, è probabile che la sterlina venga scambiata al di sotto di 1,10 dollari.

Al di là dei mercati, che per definizione sono volatili e legati a tanti diversi fattori, per capire quali prospettive reali si intravedono per il Regno Unito abbiamo intervistato l’analista Paolo Guerrieri docente di economia politica alla Paris School of International Affairs, Sciences-Po in Francia e alla Business School dell’Università di San Diego in California:

Guerrieri sottolinea che l’andamento dei mercati risente dell’euforia per lo scongiurato rischio di una Brexit senza accordo con l’Ue e aggiunge che in ogni caso può avere un andamento volatile. L’economista spiega che non è questo il punto: dell’analisi offerta da Indipendent Strategy Guerrieri mette in luce soprattutto la parte che riguarda i conti per i contraccolpi sull’economia reale. Certamente, l’accordo ha evitato il peggio in termini di rialzi di dazi e quote in cui il Regno Unito sarebbe caduto senza un accordo fuori dall’Ue. Ma non evita il costo di perdere l’accesso senza alcun attrito a un mercato di 447 milioni di persone che rappresenta oltre il 40 per cento delle sue esportazioni. Ci saranno ovviamente molte  pratiche e burocrazia per il commercio del Regno Unito con l’Ue e viceversa. E questo non sarà privo di costi per entrambi le parti, con la differenza – spiega Guerrieri – che l’Ue avrà la forza di un’entità che si pone con dimensioni diverse di mercato e di negoziabilità.

Per la City pesa l’esclusione dall’accordo dei servizi finanziari

Innanzitutto, Guerrieri conferma che sono tanti gli studi autorevoli che denunciano i limiti per la Gran Bretagna dell’accordo raggiunto con l’Ue, a partire dalla constatazione della mancanza di un riferimento certo per il settore dei servizi finanziari che sono invece un punto forte dell’economia britannica. Fino all’ultimo – sottolinea Guerrieri – si è parlato molto di pesca, mentre le questioni che stanno più a cuore alla City sono altre. E poi aggiunge: nell’accordo si decide a proposito di industrie, ma il Regno Unito non ha una vocazione manifatturiera. Ha appena perso l’accesso al mercato unico dei servizi dell’Ue. L’analista sottolinea che la City è stata semplicemente lasciata fuori da questo accordo e che l’Ue, dunque, non concederà l’accesso al mercato unico alla finanza del Regno Unito perché ha tutto l’interesse ad occupare lo stesso spazio finanziario. Il professore tra l’altro sottolinea che, per quanto riguarda la pesca, Londra non ha raggiunto il risultato soddisfacente di cui il premier Johnson ha parlato, dal momento che è stata l’Ue ad ottenere per cinque anni l’accesso di suoi pescatori nelle acque territoriali del Regno Unito.

L’onere di decine e decine di intese da rinegoziare

Lo studioso Guerrieri ricorda che il Regno Unito perde anche gli accordi di libero scambio dell’Ue con i Paesi terzi cui ha partecipato come membro dell’Ue, sottolineando che l’Ue ha accordi di libero scambio con 80 Paesi, che hanno richiesto anni di negoziati e che quello annunciato con Ankara è solo il primo di una serie da rimettere in piedi. Peraltro, Guerrieri chiama a riflettere sul fatto che, come per Ankara, si replicano le condizioni “strappate” dall’Ue, difficilmente Londra avrà più potere negoziale, visto che si ritrova più isolata di prima in un mondo globalizzato. A questo proposito, l’analista ricorda come il governo britannico abbia cercato da subito di provocare spaccature sul fronte Ue, cercando di avanzare negoziati con alcuni Paesi e cercando dunque di frantumare la compattezza dei 27, ma sottolinea come, in questo caso, l’Unione sia stata davvero unita nel respingere questi tentativi e rimandando all’accordo globale.  Il Regno Unito sarà in grado di duplicarne molti di accordi con Paesi terzi, sottolinea Guerrieri, ma anche questo processo richiederà molto tempo.

Le false illusioni della retorica pro Brexit

Guerrieri fa riferimento al discorso della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al momento della conferenza stampa di annuncio dell’accordo raggiunto con il premier Johnson, ad una espressione precisa: la presidente ha affermato che “la sovranità dovrebbe essere definita come una merce internazionale, non nazionale”. Guerrieri sottolinea che in una fase storica in cui la Cina si afferma come grande potenza economica mondiale, anche prima degli Stati  Uniti, e stringe un accordo che mette insieme Paesi dal Giappone alla Nuova Zelanda, passando per il sud est asiatico – come è accaduto a novembre –   diventerà progressivamente chiaro il costo  di non far parte dell’Ue. Secondo Guerrieri, la narrativa dei sostenitori della Brexit si è incentrata su una sostanziale bugia: quella di una presunta ritrovata libertà del Regno Unito che scatenerebbe  un’ondata di investimenti produttivi, afflussi di capitale straniero e rinnovata imprenditorialità. È un’illusione  pensare che accada ed è semplicemente falso – sottolinea  Guerrieri – che sia stata l’Ue in questi anni ad impedire che accadessero dinamiche del genere.

In tema di governance

L’Ue ha fatto concessioni in termini di governance sul commercio, mentre il Regno Unito ha ceduto sull’adesione ai principi della parità di condizioni. In realtà, resta all’Ue la capacità di reagire non appena il Regno Unito iniziasse a divergere dalle norme e dai regolamenti dell’Ue. Allora l’arma delle restrizioni commerciali e dei dazi verrà innescata rapidamente e applicata in diversi settori, non solo in quello in cui il Regno Unito è considerato non conforme. Il fatto che l’Ue abbia ceduto in termini di priorità della Corte di giustizia europea come arbitro finale, non rende meno probabile che lo diventi nei fatti. L’Ue a questo punto diffida del governo britannico che, dopo tutto, ha cercato di rinnegare i suoi impegni giuridici internazionali solo pochi mesi fa.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-12/regno-unito-unione-europea-brexit-turchia-accordi-commercio.html

Incognite e punti fermi del post Brexit

Londra sta negoziando con l’Unione europea un’intesa in extremis sui rapporti commerciali futuri. Ormai, l’Ue e gli Stati membri del blocco ripetono di volere l’accordo, ma non “ad ogni costo”. La Scozia chiede di prorogare la transizione, mentre non ci sono certezze né sulle dogane né sui cittadini, perché il governo di Johnson non riconoscerà i capitoli sui quali è stata raggiunta l’intesa se non passerà l’accordo su tutti i punti, come spiega l’esperto di scienze politiche Sergio Fabbrini

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si profila una Brexit no deal, vista la scadenza imminente del 31 dicembre e le difficoltà che risultano ancora incolmabili. Secondo il caponegoziatore Ue Michel Barnier, Unione europea e Regno Unito “continuano a lavorare duramente per un accordo equo, reciproco e bilanciato”. Ma da Londra, il ministro della Salute, Hancock, ha accusato Bruxelles di avanzare “richieste irragionevoli” e il premier Boris Johnson, tramite il suo ufficio, accusa Bruxelles di “continuare a fare richieste incompatibili con l’indipendenza di Londra”. Non possiamo accettare un’intesa che non ci lasci il controllo delle nostre leggi o acque”.

Le preoccupazioni del parlamento britannico

Il premier Boris Johnson continua a parlare di riconquistare la sovranità, tornare Stato indipendente e libero dal “giogo degli euro-crati non eletti di Bruxelles”, ridiventare grande potenza commerciale globale come ai tempi del glorioso Impero britannico. Intanto, un rapporto del Parlamento britannico avverte: il Regno Unito non è abbastanza preparato per l’uscita dal mercato unico europeo e dall’Unione doganale il prossimo 31 dicembre. La preoccupazione riguarda i problemi nei porti e le ripercussioni sulla sicurezza del Paese per la mancanza di accesso ai dati dei Paesi Ue. “Quando mancano solo sette giorni di lavoro alla fine del periodo di transizione, ci sono significative preoccupazioni”, ha spiegato la presidente della Commissione che ha stilato il rapporto,  Hilary Benn. “Il Governo non è ancora in grado di dire con certezza a imprese, commercianti e cittadini che cosa succederà ai settori coinvolti. Le imprese che esportano verso l’Ue avranno a che fare con più carte da compilare e con costi supplementari, a prescindere da quello che sarà negoziato in questi giorni”. Secondo il rapporto, il governo deve preparare misure solide per affrontare l’emergenza entro il primo gennaio. Altrimenti, si rischia “il peggior inizio di anno possibile” in un periodo reso già difficile dalla pandemia.

L’ipotesi no deal nei rapporti tra l’Unione Europea e il Regno Unito sembra essere sempre più vicino e, a meno di un accordo politico dell’ultima ora, si confermerà la Brexit senza un accordo commerciale con tutte le incognite che questo comporta, come spiega Sergio Fabbrini, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss:

Il distacco dall’Ue è già avvenuto il primo gennaio 2020 – ricorda Fabbrini – e le regole sono state fissate con l’accordo di recesso del 2019, che prevedeva tra l’altro un periodo transitorio che, non essendo stato prorogato, terminerà il 31 dicembre 2020. D’altro canto, è chiaro che lo status extracomunitario di Londra, anche a prescindere dalla conclusione dell’accordo commerciale, produce immediatamente una serie di adempimenti che per le imprese costituiranno il primo banco di prova dal primo gennaio 2021. Con l’accordo di recesso sono stati disciplinati gli adempimenti con cui imprese e professionisti devono confrontarsi e sulla base delle quali è possibile definire le strategie da attuare in questi ultimi giorni di dicembre e a partire dal primo gennaio. In particolare, l’accordo e le relative disposizioni di attuazione consentono di comprendere cosa possono fare le imprese in materia doganale, di Iva, di accise e di regole extratributarie e per i cittadini l’accordo stabilisce alcune regole per risiedere, lavorare, studiare e visitare il Regno Unito.

Possibile riferimento al Wto

In questo contesto – sottolinea l’accademico – l’assenza dell’accordo di natura commerciale significa che il Regno Unito diventerà a tutti gli effetti un Paese terzo, con effetti soprattutto per le imprese e per gli scambi di beni e servizi tra le due parti. Il professor Fabbrini spiega che probabilmente il punto di riferimento di scambi commerciali verrà ad essere l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) come, appunto, per i Paesi che non hanno intese commerciali specifiche. In particolare, l’effetto più eclatante è sicuramente costituito dall’applicazione reciproca dei dazi sulle merci che saranno importate in Uk dall’Ue e viceversa.  Peraltro Fabbrini ricorda che il 50 per cento delle esportazioni dal Regno Unito al momento sono verso Paesi europei. Tutto potrebbe subire delle modifiche importanti in caso di accordo commerciale – sottolinea Fabbrini – ma soprattutto tutto andrà poi visto alla prova dei fatti, messo in atto nel concreto per capirne davvero le conseguenze.

Nessuna certezza neanche per i capitoli “chiusi”

Per riguarda i cittadini Ue che risiedono nel Regno Unito e per i britannici nei Paesi dell’Unione – afferma Fabbrini – al di là delle promesse al tempo della premier May e delle indicazioni di massima dell’accordo di recesso, poi i negoziati si sono concentrati su altro e al momento non ci sono davvero certezze.  Il punto è che – sottolinea Fabbrini – al momento il premier britannico Johnson continua a ripetere che accetterà solo un accordo su tutto o su niente. In pratica i capitoli sui quali l’intesa è stata raggiunta, se non si bloccheranno la questione della pesca e quella della governance –  che dopo il confine nordirlandese sono rimasti i nodi irrisolti – si riapriranno inesorabilmente. Fabbrini però apre anche altri scenari possibili sul piano politico, ricordando che in Scozia ad esempio c’è un grosso dibattito sulla possibilità di un referendum per restare nell’Ue.

Nessun dubbio sulla collaborazione in ambito Nato

Fabbrini ricorda che ovviamente restano dei legami profondi  tra i 27 e Londra che non sono messi in dubbio, come quello di appartenere alla sfera dell’Alleanza Atlantica e di condividere dunque un piano di collaborazione in questo ambito. Fabbrini poi fa l’esempio della cooperazione in tema di antiterrorismo, un piano sul quale Londra, in questa fase storica, ha perfino più bisogno dell’Ue che degli Stati Uniti.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-12/brexit-unione-europea-londra-regno-unito-accordo-commercio.html