I “caschi blu della sanità” preparano il summit di settembre

L’obiettivo di una copertura sanitaria globale in discussione all’Assemblea generale

Se i Paesi ad alto reddito spendono circa 270 dollari pro-capite per la salute dei propri cittadini, quelli più poveri non arrivano a 20, lasciando milioni di persone senza alcuna copertura sanitaria. È il preoccupante dato che fa pensare che siamo ancora lontani dal raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs), che prevedono la copertura sanitaria globale minima per tutti. Per questo, il 23 settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i capi di stato e di governo si riuniranno per un High level Meeting sulla Copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage), dopo mesi di preparazione portati avanti dagli esperti.

A New York in queste settimane si lavora: dopo una prima fase di elaborazione dei contenuti, in cui le diverse agenzie delle Nazioni Unite si sono occupate degli argomenti a loro più congeniali — con una supervisione generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) — si è aperto un periodo di consultazione pubblica, che si è chiuso a inizio luglio, per favorire la partecipazione della società civile e dei governi al processo. Il piano è ora sotto esame per poter essere presentato all’Assemblea tra poco più di un mese.

A poco più di dieci anni dallo scadere dell’Agenda 2030, le Nazioni Unite hanno deciso di mettere il tema al centro del dibattito di quest’anno e provare a mobilitare i cittadini a chiedere ai loro governi di investire adeguatamente sui servizi sanitari. I dati dell’Oms ci dicono che metà della popolazione mondiale può contare solo sul cinque per cento della spesa sanitaria globale, mentre appena nove dei 49 Paesi a basso reddito possono garantire ai propri cittadini servizi sanitari essenziali.

Sul tavolo di esperti e politici a settembre ci sarà un Global action plan: nelle ambizioni, non solo l’analisi, ma il piano di azione vuole essere globale. Implica, come abbiamo detto, che siano coinvolte tutte le agenzie specializzate dell’Onu, ma soprattutto significa che l’obiettivo è una copertura sanitaria globale. A ottobre 2018, su impulso dei governi di Germania, Norvegia e Ghana, 12 delle principali agenzie specializzate delle Nazioni Unite, inclusa l’Oms, la Banca mondiale e l’Unicef, hanno concordato una road map per massimizzare le convergenze e favorire l’efficienza degli interventi. Riconoscendo la grande distanza da colmare per raggiungere l’ambizioso obiettivo di sviluppo (Sdg3) sulla salute, queste organizzazioni hanno identificato sette principali tematiche su cui “accelerare”. Non è un caso che nella terminologia di lavoro inglese siano definite proprio «accelerators».

Le sette tematiche in questione coprono macroaeree, come il sistema di finanziamento per la salute, o argomenti più tecnici, come la ricerca per favorire l’innovazione e la produzione di nuovi farmaci. Hanno come filo rosso la necessità di semplificare la macchina burocratica internazionale per essere più rapidi e attrezzati a supportare i governi e la popolazione. L’efficacia e l’impatto del piano andranno di pari passo con la volontà politica, non solo delle Agenzie, ma di tutta la comunità internazionale, di cambiare finalmente un sistema che non sembra più «fit for purpose», come si legge nei documenti, cioè adeguarsi ai fenomeni in evoluzione. Basti pensare alla difficoltà dell’Oms nel contrastare la nuova crisi dell’ebola nella Repubblica Democratica del Congo.

Da parte sua, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stilato una lista che raccoglie i dieci problemi legati alla salute a livello mondiale che richiedono un’attenzione speciale da parte della comunità internazionale e dei singoli Paesi.

Al primo posto si parla di inquinamento atmosferico. Nove persone su dieci respirano aria inquinata ogni giorno. In particolare, quest’anno è considerato dall’Oms il maggior rischio ambientale per la salute. Gli inquinanti microscopici nell’aria possono penetrare nei sistemi respiratorio e circolatorio, danneggiando i polmoni, il cuore e il cervello, uccidendo sette milioni di persone prematuramente ogni anno da malattie come cancro, ictus, malattie cardiache e polmonari. Circa il 90 per cento di questi decessi avviene in Paesi a basso e medio reddito, con elevati volumi di emissioni da industria, trasporti e agricoltura, oltre a fornelli e combustibili sporchi nelle case. La causa principale dell’inquinamento atmosferico da combustione di combustibili fossili è anche uno dei principali fattori che contribuiscono ai cambiamenti climatici, che hanno a loro volta impatto sulla salute delle persone in diversi modi. Tra il 2030 e il 2050, si prevede che causeranno 250.000 decessi aggiuntivi all’anno, a causa di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore. Nell’ottobre 2018, l’Oms ha tenuto la sua prima conferenza mondiale sull’inquinamento atmosferico e la salute a Ginevra. Paesi e organizzazioni hanno assunto oltre 70 impegni per migliorare la qualità dell’aria. Il vertice di settembre traccerà un bilancio.

Il secondo capitolo comprende le patologie non trasmissibili, come il diabete, il cancro e le malattie cardiache, che sono responsabili di oltre il 70 per cento di tutti i decessi nel mondo per malattie. Ciò include 15 milioni di persone che muoiono prematuramente, di età compresa tra 30 e 69 anni. Oltre l’85 per cento di questi decessi prematuri è nei Paesi a basso e medio reddito. L’aumento di queste malattie è stato guidato da cinque principali fattori di rischio: uso del tabacco, inattività fisica, uso dannoso di alcol, diete malsane e inquinamento dell’aria. Questi fattori di rischio esacerbano anche i problemi di salute mentale, che possono avere origine in tenera età: la metà di tutte le malattie mentali inizia all’età di 14 anni, ma la maggior parte dei casi non viene rilevata e non curata. In discussione arriva tra tanti un dato particolarmente drammatico: il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15-19 anni.

C’è poi un tema per il quale conta più di tutto la prevenzione. Gli esperti sanno che il mondo dovrà affrontare un’altra pandemia di influenza: l’unica cosa che non sanno è quando colpirà e quanto sarà grave. Il punto è che difese globali sono efficaci solo quanto l’anello più debole nel sistema di preparazione e risposta alle emergenze sanitarie di qualsiasi Paese. La parola d’ordine nei documenti è monitoraggio: l’Oms monitora costantemente la circolazione dei virus dell’influenza per rilevare potenziali ceppi di pandemia: 153 istituzioni in 114 Paesi sono coinvolte nella sorveglianza e nelle risposte globali. A settembre si farà il punto anche su questo. Ampio spazio poi viene dedicato alle emergenze per ebola e per dengue, che non si riesce a superare.

C’è anche la sfida di “rincorrere” l’evoluzione degli agenti patogeni e dei farmaci. Lo sviluppo di antibiotici, antivirali e antimalarici è uno dei maggiori successi della medicina moderna. Ora, praticamente il tempo con questi farmaci sta per scadere. La resistenza antimicrobica — la capacità di batteri, parassiti, virus e funghi di resistere a questi medicinali — minaccia di rimandarci indietro nel tempo in cui non eravamo in grado di trattare facilmente infezioni come polmonite, tubercolosi, gonorrea e salmonellosi.

La questione vaccini è fondamentale e perfino aggravata: non c’è più solo il problema di raggiungere persone in aree isolate o di conflitto, ma c’è anche quello di contrastare le resistenze psicologiche in Paesi ricchi: nell’ordine del giorno della riunione di settembre compare l’urgenza di una strategia per diffondere meglio i dati degli studi scientifici che attestano che la vaccinazione attualmente previene 2-3 milioni di decessi all’anno e altri 1,5 milioni potrebbero essere evitati se la copertura globale migliorasse.

Dopo tante considerazioni specialistiche, nei documenti colpisce una raccomandazione: la priorità deve essere l’assistenza sanitaria di base che rappresenta il primo step per qualunque intervento. E purtroppo proprio qui emerge il primo vulnus: molti Paesi non dispongono di adeguate strutture sanitarie primarie.

L’Osservatore Romano, 10 agosto 2019

25 novembre, una Giornata per dire basta alla violenza alle donne

R. – C’è molta più consapevolezza sulla violenza alle donne ora rispetto a dieci anni fa. Perfino rispetto a due anni fa. Ci sono più denunce. Inoltre, dati i cambiamenti molto  veloci che ci sono nel mondo veniamo a contatto anche con forme di violenza che prima non sapevamo,  che in Europa non conocevamo.  Anche questo dà l’impressione di maggiore diffusione della violenza. Ma fondamentalmente però dobbiamo ammettere che il punto è che nel cresce la violenza, si esasperano i conflitti e quindi aumentano anche le violenze contro le donne, così come quelle contro i bambini. Fanno parte di quella catena di reazioni che la violenza porta con sé tra società e all’interno di ogni società.
Cresce la violenza contro le donne. Se ne è parlato a Strasburgo, in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne istituita dall’Onu. In aumento anche le denunce. L’impegno delle organizzazioni e delle Chiese

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Crescono conflitti e violenze nel mondo e aumenta il numero di femminicidi, stupri, abusi e discriminazioni nei confronti delle donne. E’ il drammatico dato emerso al Forum mondiale sui diritti umani organizzato in questi giorni a Strasburgo dal Consiglio d’Europa, in coincidenza con la Giornata internazionale della violenza contro le donne che ricorre il 25 novembre.

In aumento le denunce, ma anche le forme di violenza

Una donna su tre nel mondo ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Aumenta il coraggio di denunciare ma si moltiplicano anche le violenze, denuncia Feride Acar, presidente della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul).

I casi di femminicidio in Europa

Solo in Italia, sono 3100 le donne uccise dal 2000 a oggi, più di 3 a settimana. E da gennaio a ottobre 2018 sono 70 quelle assassinate dagli uomini. L’Italia, poi, non è neanche tra i Paesi europei con medie più alte. Picchi si registrano in Bulgaria, Romania e Lettonia, ma anche in Finlandia e Francia. Oggi il termine femminicidio è ormai entrato nell’uso comune e secondo i dati dell’Onu la maggior parte dei casi avvengono per mano di partner o ex partner delle vittime, dunque in contesti familiari.

Dati drammatici in India

C’è poi il caso eclatante dell’India dove si registrano sei stupri al giorno e dove dall’inizio dell’anno si contano 5 casi di donne violentate e bruciate vive. E’ ancora forte lo sconcerto per la giovane brutalizzata su un autobus il 16 dicembre del 2012 da un gruppo di giovani, ma del 2018 si racconterà anche il caso della neonata di otto mesi violentata da un cugino di 28 anni a New Delhi a metà gennaio. La violenza contro le donne in India non fa differenza tra zone rurali o cittadine e infatti i progetti dell’organizzazione Church’s Auxiliary for Social Action (CASA) si muovono in tutti i 27 Stati dell’India. Ai nostri microfoni la responsabile Joycia Thorat:

Violenza alle donne: il caso dell’India

R. – Lavoriamo come coordinamento delle chiese indiane e operiamo in tutto il Paese. Attraversiamo i 27 Stati dell’India per raggiungere le situazioni più marginalizzate, anche se le donne non hanno problemi solo nelle zone rurali. Arriviamo dove c’è più bisogno di ristabilire il principio che la donna è degna dello stesso rispetto dell’uomo. Parliamo dell’orrore dei femminicidi e spieghiamo che Dio ha creato l’uomo e la donna con gli stessi diritti alla vita e ad essere rispettati. Agli occhi di Dio uomini e donne sono uguali. Cerchiamo di sensibilizzare l’intera comunità a considerare doveroso rispettarsi gli uni con gli altri, convivere e lavorare insieme. Anche per assicurare alle donne le stesse opportunità di studio, sviluppo, lavoro e poi ruoli nella sfera politica, da dove possono incidere sulla società. Esistono delle quote per le elezioni – il 33 per cento di seggi alle donne – ma ci devono essere donne preparate e supportate, perché possano presentarsi alle elezioni.

Quale il contributo che la Chiesa offre a favore delle donne?

R. – La Chiesa ha molte risorse per portare sviluppo. Il messaggio della Fede e dei testi sacri è un messaggio che promuove amore e rispetto. E’ fondamentale assicurare che sia questo quello che arriva alla gente. In alcuni casi le religioni vengono strumentalizzate. Ma testimoniare la fede vera significa testimoniare che Dio ama uomini e donne ed è contrario a qualunque forma di violenza. Organizzazioni come la nostra cercano proprio di coordinare gli sforzi per diffondere la Bibbia. Lavorare in gruppi religiosi può essere molto importante come fonte di conoscenza e di riflessione e per superare eventuali interpretazioni distorte, perché Dio non discrimina, i testi sacri non discriminano. E tutto questo aiuta anche la Chiesa stessa ad “alzarsi”, a rigenerare energie per sostenere le donne, ad essere solidale con le donne, ad incoraggiarle a prendere posizioni importanti.

L’importanza dei mass-media

Fondamentale per il contrasto alla violenza alle donne, il ruolo dei media: lo ribadisce il vicesegretario del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni:

Violenza alle donne: il ruolo dei media

La Giornata internazionale dal 1999

Il 17 dicembre del 1999 con la risoluzione 54/134, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di celebrare il 25 novembre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricordando la data del 25 novembre 1960 quando i corpi di tre sorelle – Patria, Minerva e Maria Mirabal – furono ritrovati in fondo a un precipizio con segni evidenti di violenze sessuali e torture subite da uomini delle forze dell’ordine dell’allora dittatura nella Repubblica Dominicana.

Messico dei paradossi

Violenza, corruzione e bellezza

“Messico in bilico. Viaggio da vertigine nel Paese dei paradossi”, questo il titolo di un libro pubblicato di recente, che descrive un Paese dalle mille contraddizioni e un popolo che, dal nuovo Presidente, attende riforme sociali e sicurezza

Stefano Leszczynski e Adriana Masotti – Città del Vaticano

Il Messico promette di diventare uno degli scenari geopolitici ed economici più interessanti dei prossimi anni. Sono pronti a scommetterci i principali analisti internazionali, come Lucio Caracciolo – direttore della rivista Limes – e Paolo Magri, direttore dell’ISPI. Entrambi concordano sulle peculiarità di quello che viene definito anche il più meridionale degli Stati nordamericani.

Le speranze dei messicani dopo il voto

Il Messico è un Paese grande sei volte l’Italia, che ospita 130 milioni di abitanti e che condivide ben 3.201 chilometri di confine con gli Stati Uniti, la cui popolazione è rappresentata per circa l’11% da messicani. Il primo dicembre di quest’anno, si insedierà alla presidenza Andres Lopez Obrador, 64 anni leader della sinistra messicana, uscito vincitore alle presidenziali di luglio, succedendo al Presidente Enrique Pena Nieto.

Insicurezza, corruzione e bellezza

Sarà Obrador a doversi confrontare con i paradossi messicani che sprofondano il Paese in un infinito orrore e lo innalzano al contempo verso un’insostenibile bellezza. Di tutto questo si parla nel libro di Fausta Speranza, giornalista alla redazione esteri dell’Osservatore Romano: “Messico in bilico – Viaggio da vertigine nel Paese dei paradossi” pubblicato da Infinito Edizioni, con il patrocinio di Amnesty International, e presentato nella sede della Federazione Nazionale della stampa italiana a Roma. Un libro che, passando dalle dimensioni umane e sociali ai versanti politici e geopolitici, offre un biglietto per un itinerario sulle “montagne russe” messicane.

Violenza e turismo tra povertà e grandi ricchezze

La violenza in Messico è drammaticamente paragonabile solo a uno scenario di guerra, ma il Paese è meta preferita di milioni di turisti. Dagli anni Novanta è in continua crescita economica e si è ridotto il numero dei poveri, ma resta un Paese con zone in cui si registrano indici di sviluppo pari alla Germania e aree paragonabili al Burundi. Lo spagnolo è lingua ufficiale, ma ci sono 62 idiomi amerindi riconosciuti, tra i quali nahuatl e maya, entrambi parlati da circa 1,5 milioni di persone.

I tanti paradossi messicani

Fausta Speranza racconta nel suo libro la difficoltà di muoversi in Messico da cronista per andare in cerca delle persone e delle storie vere che incrociano criminalità e narcotraffico. Quando però le ha trovate, soprattutto tra le donne, l’impatto è stato scioccante. Il quadro generale che emerge è quello di un Paese che sconvolge per la vivezza dei suoi colori, “ma quasi ti assuefà agli intrecci tra smerci di droga, armi ed esseri umani”. Ti conquista con la piacevolezza della cucina, “ma ti colpisce con un pugno allo stomaco per la familiarità con la corruzione”. Da una parte la generosa accoglienza della gente, dall’altra una fortissima omertà. L’incontro con un popolo con una radicata spiritualità e una fede viva, insieme alla diffusa “banalizzazione del valore della vita umana”.

Il G7 e la guerra dei dazi

A conclusione del vertice del G7 in Canada (9 e 10 giugno 2018), il gruppo dei paesi più industrializzati sottoscrive un documento di accordo, Donald Trump lo firma e poi ci ripensa. Stefano Leszsczynki parla con   l’economista Prof. Paolo Guerrieri, in collegamento telefonico, e Fausta Speranza, in studio,  delle prospettive di una guerra commerciale e del ruolo dell’Europa:

Galgano: un santo da restituire alla Chiesa e alla storia

spadanellaroccia

La spada nella roccia nella Cappella di San Galgano a Montesiepi

“E’ penoso assistere alla distorsione della vita di un santo e dei luoghi di culto dove è venerato. Purtroppo alla radice c’è un’ignoranza, non so quanto involontaria, che ormai permea il nostro humus culturale”. Così, Andrea Conti, storico e priore geneale della Compagnia di San Galgano, commenta il proliferare di testi e trasmissioni che presentano in modo scorretto la biografia del Santo di Chiusdino.

“Da qualche decennio, attorno a San Galgano – spiega – si registra un fenomeno di disinformazione e deformazione della vicenda storicamente accertata di uno dei primi santi di cui si possiede la documentazione della canonizzazione”. “Esiste – aggiunge lo storico – un culto di San Galgano antichissimo, che risale a pochi anni dopo la sua morte, rimasto inalterato fino a  tempi recenti quando attorno alla sua figura si sono voluti riconoscere riferimenti al ciclo bretone”. “In realtà, anche il gesto del conficcare la spada nella roccia – commenta il priore della Confraternita – significa l’abbandono della cavalleria secolare da parte di Galgano per mettersi al servizio del Signore ultraterreno ed entrare nella milizia di Cristo. Ma quando abbandoniamo la visione storica e ci avventuriamo sul terreno dei parallelismi e contaminazioni con il ciclo bretone perdiamo Galgano come uomo e come santo”.

“La storia di Galgano, come si ricostruisce attraverso le fonti, è già di per sé abbastanza complessa e non ha bisogno di misteri aggiuntivi”, aggiunge Eugenio Susi, storico e saggista, studioso di agiografia medievale. “Galgano vive nel 1100, un’epoca in cui i racconti del Graal erano presenti in Toscana. Nella sua vicenda ci sono elementi che ricordano questa letteratura, il più macroscopico dei quali è il gesto con cui il Santo conficcò la spada nel terreno al momento della sua conversione”. “Probabilmente – spiega Susi – ciò dipende da un uso un po’ forzoso di questi elementi fatto dai primi promotori del suo culto, proprio perché Galgano diventasse un modello per i cavalieri dell’epoca. Tutto il resto sono aggiunte superflue per colorire la vicenda in modo sensazionalistico. Nelle fonti storiche non c’è traccia del Sacro Graal e dei Templari”.

Ma quanto questa mistificazione della biografia di San Galgano è frutto di ignoranza e quanto di una strategia volta a cancellare l’autentico significato religioso della sua testimonianza? “Dietro questa propaganda – spiega ancora Eugenio Susi – sembra esserci l’obiettivo di dimostare che il culto di questo Santo è stato affossato dalla stessa Chiesa e che è in realtà sia un archetipo legato a miti celtici o ad altre tradizioni culturali”. “E’ un dato di fatto – aggiunge lo storico – che alcuni ambienti esoterico-massonici siano molto legati alla figura di San Galgano e che la stessa Abbazia dedicata al Santo sia meta di raduni annuali della massoneria. Potremo parlare di un  tentativo di appropriazione di questa figura storica per trasformarla una una sorta di proto-massone del XII secolo”.

“Siamo di fronte a un fenomeno di disinformazione preoccupante”, conclude Andrea Conti. “La Compagnia di san Galgano, di cui sono priore, ha deciso proprio per questo di incrementare gli studi sul Santo, promuovere l’accesso alle fonti, e rendere sempre più conosciuta nella sua realtà storica una figura interessantissima perché protagonista della rinascita dell’eremitismo e del monachesimo cristiano nella Toscana del XII secolo”.

3 luglio 2017

Al via a Roma il Terzo Forum mondiale dei popoli indigeni

Una danza "Masai" - AFP

Una danza “Masai” – AFP

Al via oggi a Roma il terzo Forum Mondiale dei popoli indigeni. L’incontro è nella sede dell’Ifad, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo agricolo. I rappresentanti di 30 popoli autoctoni si ritrovano, fino a lunedì, a discutere di comunità, risorse, sviluppo, mentre anche stand di prodotti tipici ricordano l’importanza di sostenere culture e tradizioni particolari. Il servizio di Fausta Speranza:

Lo chiamano “supporto integrale”: è il tipo di aiuto che le comunità indigene chiedono al resto del mondo e che, a ben guardare, può essere motivo di profonda riflessione per tutti. Significa, infatti, non considerare solo gli indici economici ma tutto ciò che rende migliore una comunità e una società, a partire da un sano rapporto tra generazioni e dall’attenzione all’ambiente. E’ quanto si legge nei documenti di base del terzo Forum mondiale dei popoli indigeni, a 10 anni dalla Dichiarazione dell’Onu sui diritti di questa fetta di popolazione mondiale. Antonella Cordone, responsabile dell’Ufficio dedicato ai popoli indigeni dell’Ifad:

“Negli articoli della Dichiarazione, i popoli richiedono un’effettiva partecipazione nei processi che riguardano lo sviluppo nei loro territori”.

Pacifico, Asia, Caraibi, America Latina: da tutte queste macro-regioni del mondo arrivano i rappresentanti di 30 popolazioni indigene. Non sorprende che sia l’agenzia per lo sviluppo agricolo dell’Onu a promuovere l’incontro, se si pensa che nella maggior parte dei casi è la terra la prima risorsa per queste popolazioni. E la terra, infatti, è anche la prima rivendicazione: basti pensare alle tribù dell’Amazzonia. Ma sono tanti, i popoli indigeni rappresentati a Roma. Ancora Antonella Cordone:

“I pastori Masai, i popoli Maya dell’America Latina; abbiamo i rappresentanti dei popoli Igorot delle Filippine; i Baka, definiti più comunemente come i pigmei; i cacciatori delle foreste, i raccoglitori delle foreste”.

Nei documenti in discussione in questi giorni si legge che i popoli indigeni chiedono il rispetto del loro diritto all’accesso alle risorse e chiedono che debba passare attraverso il loro consenso qualunque decisione significativa che governi e multinazionali prendano sui territori che li interessano. E colpisce l’invito a dare spazio alle esigenze dei giovani e delle donne:

“Che si abbia un approccio integrale, un approccio olistico, che integri la dimensione sociale, la dimensione spirituale, la dimensione ambientale, secondo le loro conoscenze tradizionali. Un altro aspetto fondamentale è il trasferimento di questi saperi tra gli anziani e i giovani: che possano diventare importanti realtà economiche”.

Fa pensare tutto il capitolo dedicato alla reciprocità sociale. Ancora Antonella Cordone:

“Reciprocità sociale ma anche solidale; reciprocità che per loro include non soltanto gli esseri umani, ma include la madre terra, include le risorse che la terra mette a disposizione dell’umanità, e che devono essere utilizzate in maniera sostenibile. Perché, come appunto loro dicono, noi le prendiamo in prestito dalle generazioni successive. Un approccio solidale reciproco con la natura, in cui le risorse non debbano essere sfruttate finché si esauriscono con la nostra generazione, ma debbano essere preservate e nutrite, per poterle passare poi alle generazioni successive”.

dal Radiogiornale della Radio Vaticana del 10 febbraio 2017

Premio Sacharov 2016 alle yazide Nadia e Lamya

Vivevano a Kocho, un villaggio vicino alla città di Sinjar, nel Nord dell’Iraq, a poca distanza dal confine siriano, quando il 3 agosto del 2014 miliziani dell’Is hanno portato l’orrore: hanno ucciso gli uomini, hanno catturato i bambini e le donne, che hanno passato in rassegna, per poi uccidere quelle che non avrebbero reso soldi al mercato delle schiave del sesso. Le più giovani sono state messe a disposizione dei miliziani a Mosul. E’ la storia di Nadia Murad Basse Lamya Haji Bashar,  le due ragazze che sono state per mesi nelle mani di uomini del sedicente Stato islamico in Iraq e che hanno ricevuto il Premio Sacharov per la difesa dei diritti umani del Parlamento Europeo, il 13 dicembre 2016. Oggi hanno rispettivamente 23 e 18 anni. Appartengono alla comunità degli yazidi, una minoranza religiosa, di etnia curda, con 4 mila anni di storia. Fausta Speranza  ha incontrato Nadia e Lamya e ha parlato con loro dell’orrore dell’Is, del ruolo della comunità nella lotta contro la barbarie e dei rischi di ogni forma di razzismo. Oltre al’articolo pubblicato su L’Osservatore Romano, in data 20 dicembre 2016, e ai servizi andati in onda nei radiogiornali della Radio Vaticana, Fausta Speranza ha parlato della loro vicenda e della loro particolarissima testimonianza ospite in diretta dello spazio approfondimenti di Rv gestito dal collega Stefano Leszczynski:
20 Dicembre 2016, ore 16:10-16:30:

Da schiave del sesso a paladine della lotta al terrorismo

“È sempre difficilissimo raccontare di essere state schiave del sesso, ma è diverso sentir parlare di numeri o incontrare vittime e noi vogliamo denunciare l’orrore dell’Is”. Sono parole delle due ragazze che sono state per mesi nelle mani di uomini del sedicente Stato islamico in Iraq e che hanno ricevuto il Premio Sacharov per la difesa dei diritti umani del Parlamento Europeo, nei giorni scorsi. Si chiamano Nadia Murad Basse e Lamya Haji Bashar e hanno rispettivamente 23 e 18 anni. Appartengono alla comunità degli yazidi, una minoranza religiosa, di etnia curda, con 4 mila anni di storia. Vivevano a Kocho, un villaggio vicino alla città di Sinjar, nel Nord dell’Iraq, a poca distanza dal confine siriano, quando il 3 agosto del 2014 miliziani dell’Is hanno portato l’orrore: hanno ucciso gli uomini, hanno catturato i bambini e le donne, che hanno passato in rassegna, per poi uccidere quelle che non avrebbero reso soldi al mercato delle schiave del sesso. Le più giovani sono state messe a disposizione dei miliziani a Mosul. Fausta Speranza ha incontrato Nadia e Lamya e ha parlato con loro del ruolo della comunità nella lotta contro la barbarie dell’Is e dei rischi di ogni forma di razzismo.

D. – Nadia, tu sei stata nominata a settembre scorso ambasciatrice dell’Onu sui temi della tratta di esseri umani. Qual è il cuore del tuo messaggio al mondo?

(In questo primo audio risponde Nadia; nel secondo risponde Lamya)

R. – (parole in arabo)
Quando penso alla situazione, vedo un periodo terribile di oltre due anni in Iraq e tre anni in Siria e sento che il futuro di milioni di persone sarà molto triste. ‘L’Is odia ciò che più è umano, a partire dal valore della persona e perseguita soprattutto yazidi e cristiani’. Credo che se tutto questo continuerà, significherà che ci saranno ancora più stupri, ancora più uccisioni, ancora più reclutamenti di bambini soldato… Ecco perché è veramente giunto il momento che ci sia una reazione: il mondo deve fare qualcosa. E’ giunto il tempo che l’Is si assuma le responsabilità di quanto ha fatto. Bisogna portare gli uomini dell’Is di fronte alla Corte penale internazionale. Ed è giunto il tempo di arrestare il terrorismo. Ma bisogna capire che i rischi sono due: il radicalismo e il terrorismo da una parte, ma anche risposte sbagliate a tutto ciò, dall’altra parte. Bisogna prevenire ogni forma di razzismo, che io invece vedo crescere ovunque. Ma in tutto questo non riesco a comprendere come l’intera comunità internazionale non riesca a fermare un gruppo di uomini in fondo piccolo come l’Is!

D. – Che cosa ti aspetti dall’Europa e dalla Comunità internazionale?

R. – (parole in arabo)
Chiediamo loro di essere dalla parte delle vittime, di creare una zona di sicurezza per gli yazidi e per altre minoranze. Con gli yazidi i più perseguitati sono i cristiani. E’ certo che senza protezione e senza assunzione di responsabilità nei loro confronti, almeno mezzo milione di yazidi si metteranno in marcia verso l’Europa. I Paesi del mondo civile devono contribuire a trovare una soluzione.

D. – Nadia, sei stata travolta dal male. Ancora credi nel bene?

R. – (parole in arabo)
Hanno ucciso mia madre davanti ai miei occhi perché non avrebbe reso soldi al mercato delle schiave del sesso, ma non hanno cancellato i suoi insegnamenti. Lei è sempre stata una persona piena di rispetto per tutti e mi ha educato all’amore e al bene, mi ha insegnato a pregare. Queste cose l’Is non può distruggerle. Tante ragazzine in mano all’Is appena possono si tolgono la vita, perché non ce la fanno a sostenere tanto strazio. Io non ho mai pensato di uccidermi. Più il male mi toccava e più trovavo in me tutti gli insegnamenti di mia madre e della mia gente, ma soprattutto la forza di Dio che mai mi ha abbandonata. Più il male mi toccava, più trovavo il bene dentro di me.

D. – Lamya, dopo la fuga dall’Is sei stata gravemente ferita da una mina e hai dovuto subire diversi interventi chirurgici e sottoporti a molte cure in Germania. Cosa ti dà la forza di portare avanti la tua denuncia?

R. – (parole in arabo)
Gli uomini dell’Is mi hanno violentata, mi hanno picchiata, mi hanno torturata e umiliata. Per otto mesi mi hanno fatto tutto il male che si possa fare. Non ci hanno mai considerate persone o esseri umani: ci hanno trattato come animali. Ci dicevano che eravamo un bottino di guerra. Non posso vivere pensando che altre ragazze stanno subendo ancora tutto questo. Vorrei dimenticare ma non posso. Ho visto violentare bambini, ho visto violentare donne di fronte ai loro bambini: vendute e rivendute o scambiate come merci. Non posso rimanere in silenzio. Non posso vedere cose così atroci e rimanere in silenzio. Questo è il motivo per cui ho deciso di non tacere. Ho deciso di raccontare i loro crimini, le loro storie, quello che hanno fatto alla minoranza yazida, a ragazzine come me … Ho deciso di parlare perché voglio che la gente sappia quello che mi hanno fatto. Mai più, mai più deve accadere quello che ho subito e ho visto io. Mai più. Si deve combattere l’Is e non si deve permettere che arrivi un altro Is, e magari per ragioni diverse faccia alle bambine quello che hanno fatto a me.

D. – Cosa pensi del fatto che questi uomini si definiscano religiosi?

R. – (parole in arabo)
Per me, l’Is non è Islam. Il vero Islam è diverso.

Radiogiornale della RadioVaticana del 20 dicembre 2016

Le sfide tra istruzione, democrazia, religione

strasburgo

“Il ruolo dell’istruzione nel prevenire la radicalizzazione e l’estremismo violento”: questo il tema scelto per l’incontro sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale che si è svolto in questi giorni a Strasburgo, con la partecipazione dell’Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, mons. Paolo Rudelli. Un’iniziativa che il Consiglio d’Europa ripete da nove anni e che quest’anno ha voluto a conclusione del Forum mondiale sulla democrazia. Istruzione, religione e democrazia, dunque, i punti centrali del dibattito. Fausta Speranza ne ha parlato con l’ambasciatore di San Marino presso il Consiglio d’Europa, Guido Bellatti Ceccoli:

R. – L’istruzione, la democrazia e il dialogo interreligioso sono collegati perché le questioni religiose si ritrovano scuola e si ritrovano anche nel campo dell’istruzione in senso lato. Quindi i principi democratici e il dialogo interreligioso sono cose che abbiamo tutti i giorni davanti a noi e, nell’ambito dei sistemi educativi, tutti i Paesi europei si pongono sempre queste questioni.

D. – Quanto è importante l’istruzione per costruire la democrazia e quanto è importante la democrazia per assicurare istruzione a tutti?

R. – La democrazia è un dato fondamentale. Già per aderire al Consiglio d’Europa, uno Stato deve essere democratico anche se poi – come si sa – per tutti i Paesi la democrazia è sempre qualcosa che va coltivata, considerata nello sviluppo della storia. Poi ovviamente l’istruzione può favorire la democrazia perché dal momento in cui nei sistemi educativi delle scuole pubbliche e private, cioè intendendo quindi l’istruzione in senso lato, si insegna la democrazia, si insegna la cittadinanza democratica, si insegna il rispetto della dignità umana e quindi anche tutta una serie di principi fondamentali come la libertà religiosa, che è uno dei capisaldi anche della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Se tutti questi elementi sono integrati nei sistemi scolastici e dell’istruzione in generale, favoriscono la democrazia.

D,. – La democrazia non è solo un cammino nello sviluppo della storia, ma è anche un valore che non può esser dato per acquisito una volta per sempre; non è così?

R. – Certo, la democrazia è qualcosa di importante, di fondamentale me è qualcosa di fragile. Se guardiamo in una prospettiva storica vediamo che ci sono Stati democratici che a volte in maniera anche brutale da un giorno all’altro si sono ritrovati in sistemi autoritari e non democratici. Adesso in Europa ci rendiamo conto che la democrazia rimane un valore fondamentale, ma ci rendiamo anche conto che è un qualcosa che non possiamo mai dare per definitivo ed acquisito; va sempre coltivata, difesa quotidianamente.

D. – Il Consiglio d’Europa, un forum sulla democrazia in un momento in cui in Europa, un po’ dappertutto, si parla tanto di populismi, di nazionalismi, di barriere, di muri, di contrapposizioni. Che dire?

R. – L’estremismo è di varia natura. Non è solo l’estremismo religioso, la radicalizzazione religiosa; del resto non va neanche stigmatizzato l’islam nell’ambito religioso, perché anche altre religioni possono essere interessate da questo tipo di fenomeno. È un discorso che deve essere generale. Però, aldilà del discorso religioso, c’è il discorso politico a prescindere dall’elemento religioso. Certamente ci sono delle questioni politiche e in certi Paesi si è vista la presenza effettiva di un populismo, un estremismo delle posizioni dove la religione non c’entra o comunque è un elemento marginale rispetto al problema di fondo.

Radio Vaticana 11 novembre 2016