Libano e Israele a colloquio sui confini marittimi

Secondo round di negoziati per la demarcazione delle acque territoriali del Paese dei cedri e dello Stato ebraico. Una questione che non tocca l’equilibrio di rapporti tra i due Paesi dettato dall’armistizio in vigore dal 1949, come ricorda lo studioso Claudio Lo Jacono

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Secondo round di colloqui, nel giro di due settimane,  tra Libano e Israele, mediati dagli Stati Uniti, per la demarcazione della frontiera marittima. Si svolgono, il 28 e 29 ottobre,  a Capo Naqura, all’estremo sud del Libano. Si tratta della base del contingente Onu (Unifil) e i negoziati infatti sono alla presenza dell’inviato Usa, l’ambasciatore in Algeria John Desrocher. La prima sessione si era svolta lo scorso 14 ottobre. Dell’obiettivo abbiamo parlato con Claudio Lo Jacono, direttore della rivista Oriente moderno:

Incontri tripartiti

Su un altro piano si svolgono i cosiddetti incontri tripartiti tra i due Paesi e i rappresentanti Onu. Ad esempio ieri, sempre nel sud del Libano, c’è stato l’incontro tra militari libanesi, israeliani e i vertici di Unifil, il contingente delle Nazioni Unite  a ridosso della Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi. Gli incontri tripartiti si svolgono da anni a cadenza regolare, circa ogni sei settimane, nella base di Unifil 132-A di Capo Naqura e sono guidati dal generale italiano Stefano Del Col, comandante in capo di Unifil. Vi partecipano delegazioni militari israeliane e libanesi e si discutono questioni tattiche e operative, e non politiche, in linea con gli obiettivi della risoluzione Onu n.1701 del 2006, che metteva formalmente fine alla guerra tra Israele e gli Hezbollah libanesi nell’agosto di 14 anni fa.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/libano-israele-idrocarburi-acque-mediterraneo.html

Contro le armi nucleari servono Trattati e una nuova mentalità

Andare oltre il principio di deterrenza: è quello che cerca di fare il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, che dopo la ratifica in questi giorni entrerà in vigore a gennaio, mentre si parla anche di moratoria, come ricorda lo studioso Antonello Biagini. Molti i passi concreti che si possono fare, ma serve una visione complessiva, come spiega Matteo Luigi Napolitano

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Vittoria di principio all’Onu sull’atomica. Dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea generale Onu, il 7 luglio 2017, il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari ha raggiunto, in questi giorni, le 51 ratifiche necessarie per entrare formalmente in vigore. Sarà vincolante dunque a partire dal 22 gennaio 2021. E’ una tappa da salutare con soddisfazione ma il cammino è lungo, come spiega lo storico e accademico Antonello Biagini, esperto di questioni internazionali:

Il professor Biagini spiega che l’obiettivo finale è quello di allontanare dall’umanità il pericolo di altre esplosioni nucleari ma che le strade e raggiungere questo obiettivo risentono molto degli equilibri mondiali. Ad esempio, il principio di deterrenza che gli Stati Uniti continuano a sostenere, criticando il Trattato sulla messa al bando, era stato concepito nel mondo a blocchi tra due grandi potenze, ma ormai appartiene al passato. Si basa infatti sulla minaccia reciproca di distruzione totale, ma oggi gli interlocutori sono potenzialmente tanti. Il professor Biagini ricorda quanto sia cambiato l’assetto internazionale e quanti siano i Paesi che emergono a partire dalla Cina, oltre Usa e Russia. Lo studioso sottolinea anche che una maggioranza così stretta al 51 per cento non può certo assicurare la messa al bando, ma ribadisce che trattandosi di un cammino, è positivo che anche se lentamente si vada ingrandendo la schiera dei Paesi che prendono posizione in modo ufficiale. Secondo Biagini, in parallelo bisognerebbe recuperare l’impegno ad assicurare una moratoria. Il primo punto a favore è che sarebbe molto più difficile rifiutare la sottoscrizione di un impegno del genere da parte dei vari Paesi, a partire dagli Stati Uniti.

La messa al bando delle armi nucleari è l’obiettivo finale auspicabile per l’umanità. Si tratta di un cammino in cui i Trattati – quello appena approvato della messa al bando o quello della non proliferazione (Tnp) – rappresentano delle tappe ideali, così come anche il principio di deterrenza. Ci sono altre iniziative che possono concorrere a fare passi avanti su questi temi, come spiega Matteo Luigi Napolitano, docente di relazioni internazionali all’Università del Molise, ricordando la posizione della Chiesa:

Napolitano spiega che il principio di deterrenza include il cosiddetto equilibrio del terrore, o equilibrio di potenza, o meglio – afferma – in tempo di nucleare, è opportuno parlare di principio di equilibrio tra “impotenze”. E, secondo lo storico, è importante ricordare che non esiste il diritto alla detenzione di armi nucleari. Il Papa – sottolinea – lo ha ricordato parlando ad un Simposio dedicato al disarmo dalle armi nucleari. Francesco ha condannato la minaccia dell’uso e anche il possesso di armi nucleari. Poi lo studioso ricorda che ci sono altre questioni sulle quali la comunità internazionale è chiamata a fare passi in avanti, come ad esempio la proposta di istituire una zona “nuclear free” in Medio Oriente, una task force per mettere in pratica il bando ai test nucleari, etc.

Lo storico ricorda il ruolo positivo che può avere una moratoria, come periodo utile per arrivare a pronunciamenti condivisi o anche per assicurare uno stop a spese, come quelle per gli armamenti, che potrebbero essere risparmiate per spendere invece per altre urgenze sociali.

L’analisi di Napolitano poi prosegue per spiegare che serve anche un approccio mentale nuovo a tante questioni, una mentalità che ci porti a concepire la tecnologia in termini di opportunità ma anche di limiti: la tecnologia – dice lo storico – deve essere anche una sorta di barriera che ci avvisa che al di là c’è l’abisso, come ad esempio in tema di nucleare. E Napolitano ricorda che l’Enciclica del Papa Laudato è illuminante proprio per allargare il pensiero e comprendere come le tante sfide attuali rientrino nella sfida più grande di ripensare la relazione dell’uomo con il suo ambiente.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/trattati-nucleare-onu-papa-moratoria.html

Entra in vigore il bando alle armi nucleari

Il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari ha raggiunto le 50 ratifiche necessarie per entrare formalmente in vigore. Cinquantunesimo Paese a impegnarsi è stato l’Honduras. E’ il primo accordo legalmente vincolante che vieta lo sviluppo, i test, la produzione, l’immagazzinamento, il trasferimento, l’uso e la minaccia delle armi nucleari. Dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea generale Onu, il 7 luglio 2017, dunque, il no all’atomica diventa concreto.

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Con l’adesione dell’Honduras, ufficializzata ieri sera dopo quella in giornata della Giamaica e di Nauru, il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari ha raggiunto le 50 ratifiche necessarie per entrare formalmente in vigore. Per produrre effetti dovranno passare altri novanta giorni e si arriverà al 22 gennaio 2021. In ogni caso,  tre anni, tre mesi e diciotto giorni dopo la storica approvazione da parte dell’Assemblea generale Onu, il 7 luglio 2017, il bando all’atomica è concreto.  Il tutto accade all’apertura della settimana che, dal 1978, le Nazioni Unite dedicano al disarmo.

Un passo significativo

In sostanza le armi nucleari diventano illegali secondo norma internazionale. Soddisfazione viene espressa dalla International campaign to abolish nuclear weapons (Ican) – con i suoi partner italiani, Rete italiana pace e disarmo e Senzatomica -, insignita dal Comitato di Oslo del Nobel per la Pace proprio per il suo impegno contro gli ordigni di morte. Si calcola che nel mondo esistano oltre 13.000 ordigni. Si parla di 5 Paesi possessori legali – cioè che rispettano il Trattato di non proliferazione ( Tnp) – e sono Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina. Poi sono possessori dichiarati India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Contrari alla messa al bando sono stati gli Stati Uniti, che sostengono la teoria della deterrenza. Significa che in relazione al Tnp, siglato nel 1968 e entrato in vigore due anni dopo, si ritiene che l’unico modo per prevenire un attacco nucleare sia la minaccia di distruzione totale del nemico. Perché funzioni, i Paesi atomici devono essere sempre pronti al lancio – con un costo di dodici milioni di dollari all’ora -, oltre che essere guidati da leader razionali. Il rischio di annientamento globale, con tale meccanismo, non viene scongiurato, come ha sottolineato il segretario generale Onu, Antònio Guterres. “Potremmo dirci al sicuro solo quando non esisteranno più le armi nucleari”, ha ribadito in occasione del 75esimo anniversario delle tragedie di Hiroshima e Kagasaki, ad agosto scorso. Nei giorni scorsi, il Parlamento europeo, con 641 voti a favore, cinque contrario e 47 astensioni, ha adottato una risoluzione in cui definisce il Trattato una tappa “imprescindibile” nel percorso per conseguire un mondo senza nucleare.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/nazioni-unite-armi-nucleare-trattato.html

La “dissidenza” dell’arcivescovo di Mosul

In Iraq, dopo quasi 20 anni di vari sviluppi geopolitici all’insegna del conflitto, è il momento della difficile normalizzazione. A Mosul i cristiani si stringono intorno all’arcivescovo caldeo, monsignor Najeeb Michaeel, che è stato tra i finalisti del Premio Sacharov 2020 per la sua “dissidenza” dalle logiche della violenza e dell’odio. L’arcivescovo conferma che purtroppo ci sono ancora miliziani dell’Is

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Con l’operazione militare guidata dagli Stati Uniti nel 2003 si è aperto un lungo periodo di violenza armata, con fasi diverse, segnate da interventi di potenze straniere, scontri da guerra civile settaria, fino alle dure battaglie tra il governo iracheno e il sedicente Stato Islamico (Is) dal 2014 al 2017. La piena portata dell’impatto delle armi esplosive negli ultimi due decenni sta emergendo solo ora. Traumi psicologici, sfollamenti e povertà si riverberano ben oltre l’impatto iniziale di un’esplosione. L’Unicef ha di recente riferito che circa 4,1 milioni di persone necessitano ancora di assistenza umanitaria, di cui circa la metà sono bambini.

Lo straordinario impegno dell’arcivescovo di Mosul

Durante l’avanzata del sedicente Stato Islamico in Iraq nell’agosto 2014, monsignor Najeeb Michaeel “ha favorito l’evacuazione di cristiani, siri e caldei verso il Kurdistan iracheno e ha salvato oltre 800 manoscritti storici, che vanno dal XIII al XIX secolo”. Per questo motivo il Parlamento Europeo ha deciso di candidarlo al Premio Sacharov 2020, che è stato poi assegnato, la settimana scorsa, ad un altro dei tre finalisti. Il riconoscimento è assegnato ogni anno a “persone e organizzazioni che lottano per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Per il presule la nomina ha rappresentato “un onore ed un incoraggiamento a tutti gli iracheni”, ma anche un modo “per ricordare tante vittime innocenti”.

La sconfitta ufficiale dell’Is

Nel dicembre del 2017 è stata proclamata la sconfitta dell’Is, dopo la caduta di Abu Kamal, roccaforte lungo il confine tra Iraq e Siria. Per la popolazione, dopo 17 anni di bombardamenti, esplosioni, atroci violenze, ora è il momento della speranza, ma restano tensione e paura in una fase segnata purtroppo anche dalle difficoltà della pandemia, come racconta l’arcivescovo caldeo di Mosul, monsignor Najeeb Michaeel:

L’arcivescovo Najeeb Michaeel spiega che Daesh, così come viene chiamato in arabo il sedicente Stato Islamico, sopravvive. Lo strapotere è stato combattuto in Iraq, ma rimangono frange di miliziani. Sottolinea che la predicazione della violenza, che dal Medio Oriente è arrivata in Europa, continua. “L’ideologia esiste tuttora”. Continua l’impegno della popolazione per ricostruire una vera pace. A proposito del Premio Sacharov, afferma che l’essere stato tra i finalisti è stata “una gioia”, perché è stato un riconoscimento non solo per la sua persona, ma per tutti i cristiani che hanno operato insieme con l’arcivescovo a Mosul e in generale per tutti i cristiani che hanno rifiutato la violenza e in special modo l’atroce violenza dell’Is. L’arcivescovo ricorda di aver cercato di difendere vite umane e di aver pensato all’eredità del popolo iracheno e della città di Mosul: “I libri che contengono cultura e valori sono stati messi fuori pericolo”.

“L’odio non è la soluzione, la guerra non è la soluzione”, ribadisce l’arcivescovo che aggiunge: “I cristiani hanno subito persecuzione e sterminio a Mosul e a volte alcuni musulmani che oggi ci chiedono perdono per quello che non hanno commesso loro, ma gli uomini dell’Is: avevano troppa paura per opporsi alle persecuzioni: uccidevano e rapivano figlie e mogli”. Monsignor Najeeb Michaeel sottolinea che quelli dell’Is si dicevano musulmani, ma nessuna religione chiede di macchiarsi di violenze. Le religioni non autorizzano la violenza, ma vengono strumentalizzate.  Racconta che tanti cristiani sono fuggiti da Mosul e dalla valle di Ninive e “ancora non tornano, perché non si sentono ancora sicuri: hanno paura”.

Per quanto riguarda il Covid-19, l’arcivescovo sottolinea che è molto diffuso nella sua zona e che nella valle di Ninive in particolare ci sono molti morti. Racconta che i religiosi rispettano le regole di isolamento, assicurano la Messa in collegamento on line per poter arrivare a tutti e poi spiega che escono solo per portare la comunione in alcune case, alcuni villaggi.

La tragedia dei minori

Oltre alla tragedia delle ragazze yazhide usate come schiave del sesso dai miliziani dell’Is, le Nazioni Unite hanno documentato che, tra il 2016 e il 2019, circa 300 minori sono stati reclutati come bambini soldato, 199 di questi sono stati usati come combattenti. Almeno 14 bambini sono stati utilizzati per compiere attacchi suicidi con ordigni esplosivi rudimentali (Ied). L’Is era responsabile della metà delle reclute minorenni, ma una percentuale significativa è stata reclutata anche dalle meno note Forze di mobilitazione popolare. Oggi si stima che circa 800 mila bambini iracheni siano rimasti senza uno o entrambi i genitori: questi bambini rischiano di essere vittime dimenticate della guerra, esposti a rischi considerevoli come il lavoro minorile e la tratta.

Il dramma dei residuati bellici

Sebbene la sconfitta militare dell’Is abbia stabilizzato la situazione della sicurezza, permane il rischio, in particolare per i bambini, sotto forma di residuati bellici esplosivi. In inglese si parla di Explosive remnants of war e, dunque, si identifica il fenomeno con la sigla Erw.  Gli ordigni inesplosi si trovano nei campi, nelle case. Le Nazioni Unite hanno scoperto che, durante il 2018 e fino alla metà del 2019, quasi la metà delle vittime infantili (47 %) sono state dovute a Erw nei territori precedentemente detenuti dall’Is. Un altro 40 per cento è dovuto all’uso di ordigni esplosivi improvvisati, Improvised explosive device (Ied). Quando a Mosul sono iniziate le attività di eliminazione dei pericoli di esplosione, il Servizio di azione contro le mine delle Nazioni Unite (Unmas), ha parlato di “entità mai vista prima”. Provocano gravi lesioni, disabilità e morte, ma inibiscono anche l’accesso dei bambini all’istruzione e ad altri servizi.

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Tecnologie e salute: la sfida del Green Deal

Cambiamenti climatici, degrado ambientale, coronavirus: sono tutte questioni che riportano alla strategia che l’Ue ha lanciato come “Green Deal”. Il professor Francesco Profumo ricorda che le tecnologie “pulite” ci sono, che dal Recovery Fund arriveranno fondi considerevoli, ma sottolinea che serve una nuova mentalità olistica, che comprenda crescita economica, uso delle risorse, salute

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Rendere sostenibile l’economia. La via è promuovere l’uso efficiente delle risorse grazie a un’economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento. Tutto questo compare nel cosiddetto Green Deal, il piano di azione dell’Ue pronto da tempo che la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, nel suo discorso programmatico a settembre scorso ha citato tra i punti centrali.

Ne abbiamo parlato con l’accademico Francesco Profumo, già presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, membro dell’Accademia delle scienze di Torino e dell’Accademia europea:

Il professor Profumo ricorda che già prima dell’emergenza Covid-19 la cosiddetta “transizione verde” era una priorità dell’Ue.  Sottolinea – in particolare con un impegno da assumere nel periodo tra il 2021 e il 2027 e con obiettivi fissati entro il 2030 o il 2050. E il punto è che la questione del coronavirus deve rafforzare la convinzione della necessità di agire con urgenza.  Profumo sottolinea che nel discorso di settembre scorso la presidente della Commissione europea ha perfino raddoppiato l’impegno: va considerato, infatti, che Von der Leyen ha vincolato ben il 37 per cento dei 750 miliardi di euro del Recovery Fund per la questione ambientale, così come, invece, si è deciso che il 20 per cento dei fondi siano per compensare i gap digitali. Profumo esprime l’auspicio che presto questi fondi siano effettivamente sbloccati, per poi chiarire che si tratta di portare avanti una nuova strategia per la crescita che trasformi l’Unione in un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva. Tre gli obiettivi da soddisfare entro il 2050: che non siano più generate emissioni nette di gas a effetto serra; che la crescita economica sia dissociata dall’uso delle risorse; che nessuna persona e nessun luogo sia trascurato. Tutto questo compare nel piano programmatico della Commissione europea accanto alle altre questioni più urgenti.

La vera sfida è trasformare le problematiche climatiche e le sfide ambientali in opportunità in tutti i settori politici rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti. L’Ue su questo è leader nel mondo perché – ricorda Profumo – gli Stati Uniti negli ultimi tempi hanno fatto passi indietro mentre gli altri grandi Paesi del mondo, come la Cina, hanno difficoltà a farlo o non hanno sviluppato finora la stessa sensibilità. Tutto ciò – sottolinea Profumo – in Europa è possibile perché un buon uso delle risorse e la crescita economica non sono in contraddizione, così come promuovere la tecnologia non significa andare contro le esigenze dell’ambiente. Piuttosto – ribadisce –  esistono tecnologie all’avanguardia che sono esattamente al servizio dell’ambiente per esempio nel settore dei trasporti o altro.

L’impegno concreto, infatti, deve muoversi su diversi piani: investire in tecnologie rispettose dell’ambiente; sostenere l’industria nell’innovazione; introdurre forme di trasporto privato e pubblico più pulite, più economiche e più sane; decarbonizzare il settore energetico; garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici.  Bisogna comprendere che la transizione verde è un’opportunità grande per l’Europa e per il mondo ma – chiarisce Profumo – per farlo bisogna liberarsi dall’idea che i fondi del Recovery Fund che arriveranno ai Paesi membri dell’Ue possano servire a “tornare al passato”: bisogna comprendere invece che si tratta di inventare qualcosa di nuovo. Le tecnologie appunto ci sono, “quello che serve è una mentalità di tipo olistico che concepisca la sostenibilità come crescita economica e come strumento di benessere per gli esseri umani”.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/unione-europea-green-deal-ambiente-salute-coronavirus.html

Si riapre la partita Usa-Russia sul trattato New Start

Stati Uniti e Russia sono vicini ad un’intesa che congelerebbe le testate nucleari di ciascuna parte ed estenderebbe il New Start per un periodo necessario a negoziare un nuovo accordo. Si tratterebbe di una nuova fase dopo che Washington si è ritirata ad agosto dai precedenti impegni. L’esperto di relazioni internazionali Luciano Bozzo analizza prospettive e contesto di una problematica che resta gestita a livello di super potenze

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“La Russia propone di prorogare il trattato New Start per un anno e, allo stesso tempo, è pronta, insieme con gli Stati Uniti, ad assumere l’obbligo politico di congelare un certo numero di testate nucleari possedute dalle due parti per questo periodo”. E’ quanto scritto in un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca pubblicato online. La Russia quindi chiede che il congelamento delle testate non comporti alcun requisito aggiuntivo da parte degli Usa. “Se questo approccio va bene a Washington, allora il tempo guadagnato grazie all’estensione del New Start può essere utilizzato per condurre negoziati bilaterali globali sul futuro controllo strategico degli armamenti missilistici nucleari con l’obbligo di considerare tutti i fattori che influenzano la stabilità strategica”, continua il ministero.  “Siamo molto molto vicini ad un accordo”, ha detto una fonte dell’amministrazione di Donald Trump, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Washington ha chiarito che se Mosca è pronta a congelare le testate, c’è tempo poi per negoziati che possano portare ad un nuovo accordo.

Le pressioni degli Usa su Mosca per un rapido accordo

Delle prospettive e dei punti in discussione abbiamo parlato con Luciano Bozzo, docente di relazioni internazionali all’Università degli Studi di Firenze:

Il professor Bozzo spiega che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dall’accordo New Start, che aveva rinnovato il primo storico patto sul nucleare alla fine della guerra fredda, chiedendo che in una nuova intesa sia coinvolta anche la Cina. Anche Pechino infatti è impegnata a formarsi un arsenale nucleare avendo raggiunto un notevole tasso di crescita economica e avendo assunto un ruolo di peso nel consesso internazionale. Mosca però non sembra propensa ad allargare l’intesa a tre. Dunque questo è uno dei punti in discussione. Bozzo ricorda che altri Stati sono impegnati nel nucleare a vario titolo, ma che non vengono considerati in relazione a un accordo del genere, visto il diverso peso delle strutture di cui dispongono e visto il diverso peso nello scacchiere internazionale. Per quanto riguarda la posizione degli Stati Uniti, lo studioso sottolinea un’evidenza: l’amministrazione Trump sta facendo pressione su Mosca per concludere l’accordo prima del voto del 3 novembre, per presentarsi con un successo diplomatico ottenuto negli ultimi giorni della campagna elettorale. Il professor Bozzo inoltre ripercorre le tappe che hanno portato alla fase attuale e fa una riflessione in tema di multilateralismo. E’ ancora un’illusione – spiega – pensare che gli armamenti nucleari possano rientrare sotto il controllo di una sorta di governance globale. Si tratta infatti di questioni strettamente di sicurezza e le grandi potenze non intendono perdere nessun margine di controllo.

Il primo impegno comune dopo la guerra fredda

Intense trattative avvennero tra Usa e Urss a partire dal 1979. Portarono al vertice che si svolse a Ginevra nel novembre 1985 e poi all’incontro, l’8 dicembre 1987, tra il presidente Ronald Reagan e il segretario generale del Partito comunista Michail Gorbacëv, in cui siglarono l’Intermediate range nuclear forces treaty. Il trattato segnò un punto di svolta nel processo negoziale legato al controllo degli armamenti tra le due superpotenze. Per la prima volta, infatti, i sistemi d’arma,  oggetto del negoziato, non venivano ridotti o ritirati, ma effettivamente eliminati. In secondo luogo l’Urss accettò una serie di regole e clausole che non aveva mai precedentemente accettato, in primis un rigido sistema di ispezioni internazionali sul proprio territorio.  Sulla base delle formulazioni della Dichiarazione congiunta approvata il 10 dicembre 1987, in seguito all’incontro al vertice di Washington, le parti proseguirono i colloqui al fine di mettere a punto un accordo a parte relativo al Trattato ABM. In tale ambito Gorbačëv e Reagan si incontrarono a Mosca nei giorni tra il 20 maggio e il 2 giugno 1988. Nel 1991 le superpotenze adottarono un trattato per la proibizione di questi armamenti – che ora chiamiamo Start 1 – e ne vennero smaltiti quasi 2.700.  L’accordo è stato poi rinnovato nel 2009 e si è cominciato a parlare di New Start.

Il ritiro degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti, negli anni successivi, hanno accusato più volte la Russia di violare l’accordo, fino all’accusa formale da parte dell’allora presidente Barack Obama nel 2014. Il New York Times ha parlato nel febbraio 2017 di due battaglioni russi con il nuovo missile a medio raggio SSC-8 equipaggiati con quattro lanciatori mobili, ognuno in grado di lanciare circa una dozzina di testate nucleari. Poi a novembre 2017 il segretario della Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, ha denunciato formalmente ai colleghi della Nato tale violazione del trattato. Nell’autunno del 2018 il presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro dal trattato, accusando la Russia di non rispettare l’accordo. L’amministrazione statunitense sostiene che il trattato svantaggi il Paese anche nei confronti della Cina, che non è parte dell’accordo e non ha restrizioni nella produzione di missili nucleari a media gittata. A gennaio del 2019, alla riunione del consiglio Nato-Russia c’è stato un reciproco scambio di accuse fra Washington e Mosca, rispettivamente per il sistema Shield europeo e per lo sviluppo del Novator 9M729. Gli Stati Uniti hanno minacciato la loro uscita dall’accordo per alcuni mesi fino ad annunciare formalmente il ritiro il 2 agosto 2019.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/russia-stati-uniti-nucleare-accordo-cina.html

Le prospettive del negoziato in Libia

Papa Francesco ha riportato l’attenzione sulla Libia con il suo appello, all’Angelus, per i colloqui di pace e il suo pensiero ai pescatori dei pescherecci sequestrati dal 1 settembre. Il momento sembra favorevole per un’intesa tra le parti nel Paese nordafricano diviso di fatto sul terreno, come spiega lo studioso di relazioni internazionali Massimo De Leonardis

Fausta Speranza – Città del Vaticano

In Libia si dialoga e il Papa ha avuto parole di incoraggiamento dopo la preghiera mariana di domenica 18 ottobre. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita in Italia due settimane fa ha espresso ottimismo per i miglioramenti raggiunti sul campo tra gli attori della scena libica, confermando che gli Stati Uniti sostengono l’iniziativa del cancelliere Angela Merkel per i colloqui del Comitato militare congiunto libico (5 + 5), uno dei binari principali del cosiddetto processo di Berlino. Delle prospettive di accordo sotto l’ombrello delle Nazioni Unite abbiamo parlato con Massimo De Leonardis, docente di relazioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore:

Il professor De Leonardis spiega che l’obiettivo al momento sarebbe confermare il cessate il fuoco per avviarsi verso elezioni per un governo di vera unità nazionale. Dall’uccisione di Gheddafi, il 20 ottobre del 2011, sono andate contrapponendosi due parti: l’autorità è stata affidata al governo di accordo nazionale, voluto dall’Onu con l’intesa di Skhirat e sostenuto, almeno sulla carta, dalla comunità internazionale, sotto il comando dell’ex ingegnere civile Fayez al-Serraj, con sede a Tripoli. A Bengasi fa base il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ma poi c’è un complesso intreccio di alleanze e attori, fra tribù, milizie e interessi stranieri. Ogni tentativo di unire il Paese con la diplomazia finora è franato. Ma a questo punto è chiaro che nessuna delle due parti ha la forza militare per prevalere e dunque dovrebbero essere pronte a negoziare. A poco sono servite la Conferenza di Palermo del novembre scorso e il successivo summit di Dubai del 27 febbraio, dove i due principali contendenti si erano promessi di lavorare per elezioni nazionali che potessero dare al Paese una guida legittima. Ora – sottolinea De Leonardis – sembrano esserci le condizioni per un dialogo interno, ma si spera anche che ci sia l’opportuno contesto internazionale per favorire una reale intesa. A proposito della questione sequestri, De Leonardis ricorda che dal 1° settembre, i pescherecci “Antartide” e “Medinea” sono sotto il controllo delle forze che fanno capo al generale Haftar, insieme con i 18 membri degli equipaggi bloccati a 35 miglia dalle coste di Bengasi. L’iniziativa è giustificata ufficialmente dal fatto che il Paese considera parte del suo territorio anche uno spazio marino oltre le 70 miglia nautiche dalle coste. De Leonardis ricorda però che potrebbe anche essere una misura presa per fare pressione sull’Italia.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-10/africa-libia-pace-elezioni-governo-berlino.html

Nuove restrizioni senza lockdown contro il Covid-19

Continuano ad aumentare i casi di contagio e il numero di vittime negli Stati Uniti, mentre l’Oms esprime preoccupazione per il crescente numero di ospedalizzazioni in Europa. Rinnovate restrizioni si registrano in vari Paesi ma nessuno ipotizza un lockdown generalizzato. In Italia firmato il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Con noi l’esperto di politiche della sicurezza Marco Lombardi

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Negli Stati Uniti si registrano oltre 7.800.000 casi confermati di coronavirus e oltre 214.000 decessi. E’ quanto rileva il conteggio della Johns Hopkins University, che registra quasi 42.000 nuovi casi in 24 ore. New York non è più lo Stato con il maggior numero di contagi, ma rimane il più colpito in termini di morti con 33.301 vittime: nella sola New York city ne sono morte quasi 24.000. Seguono Texas (16.983 morti), California (16.585), New Jersey (16.175) e Florida (15.412). Altri Stati si attestano intorno ai 10.000 casi.  Guardando all’Europa, l’Organizzazione mondiale della sanità si dice preoccupata per l’aumento delle ospedalizzazioni in Francia e in Regno Unito. L’Ue vara criteri condivisi per definire le aree a rischio: saranno classificate secondo colori in base alla gravità dell’epidemia. A Parigi si studia un coprifuoco serale sul modello di Berlino e Francoforte, mentre il premier britannico Johnson si appresta a introdurre un lockdown differenziato per aree. La Repubblica Ceca chiude bar e ristoranti, stretta in Croazia. Intanto, la sperimentazione del vaccino anti-Covid al quale lavora la Johnson&Johnson è stata sospesa dopo che uno dei partecipanti allo studio si è ammalato, senza che gli esperti siano finora riusciti a trovare le cause.

In Italia nuovo Decreto

In Italia è stato firmato nella notte il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, in accordo con le regioni. In sostanza, tra le novità, ci sono innanzitutto quelle sul piano sanitario: la quarantena passa da 14 a 10 giorni, con un solo tampone di controllo in uscita, e si dà la possibilità di fare i tamponi anche ai medici di base e ai pediatri, anche nell’ottica di una riduzione delle file ai drive in. Per quanto riguarda i comportamenti da tenere, c’è il bando a feste private al chiuso o all’aperto con più di sei familiari o amici non conviventi. Ristoranti e bar potranno chiudere alle 24, ma dalle 21 sarà vietato consumare in piedi. Vietate le gite scolastiche e gli sport amatoriali di contatto come il calcetto. Mascherine obbligatorie ovunque non si sia soli, con le eccezioni già in vigore, e consigliate anche in casa se si ricevono persone non conviventi. Ai matrimoni e alle cerimonie funebri possono partecipare al massimo 30 persone. Secondo i dati a disposizione delle autorità, il 75 per cento dei contagi attualmente avviene in ambito familiare o strettamente personale. Previsto anche il potenziamento del ricorso allo smart working per i dipendenti pubblici con l’introduzione di una soglia del 70 per cento negli uffici. Il decreto firmato questa notte sarà in vigore per i prossimi trenta giorni e sostituisce il Decreto in scadenza il 15 ottobre.

Per una riflessione sulle misure allo studio o al varo nelle varie aree del mondo e sull’evolversi della percezione nei confronti di tutto ciò che riguarda il coronavirus, abbiamo intervistato l’esperto di politiche della sicurezza Marco Lombardi, direttore del centro di ricerca ITSTIME e professore ordinario di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore:

Il professor Lombardi, considerando gli Stati Uniti, ricorda come l’approccio iniziale sia stato di “una certa presa di distanza” dal problema, così come è avvenuto in tutti i Paesi angloamericani. E poi sottolinea che il fatto che lo stesso presidente Trump sia stato contagiato ha messo in luce quanto il Covid-19 sia entrato a far parte delle tematiche della campagna elettorale. Al suo rientro al lavoro dopo il ricovero,  Trump ha sottolineato di essere più sicuro che mai, di voler proseguire sulla linea di ridottissime misure restrittive e ha parlato proprio di scelte da considerare nell’esprimere il voto per le presidenziali del 3 novembre. Lombardi commenta poi l’impegno a livello di istituzioni europee di sottoscrivere criteri condivisi per definire le aree a rischio affermando che si tratta di una mossa fondamentale. Aggiunge che si dovrebbe lavorare anche per misure da condividere in tema di restrizioni, dunque per le varie forme di lockdown o di chiusure parziali. Per quanto riguarda la percezione del rischio e il ruolo dei mass media, il professor Lombardi sottolinea sostanzialmente la necessità di informare senza allarmismi, ma contribuendo ad assicurare la giusta consapevolezza in tema di pandemia e cioè che con il coronavirus dovremo convivere ancora e che in ogni caso ci saranno in futuro altre pandemie. Bisogna contribuire tutti, a livello di istituzioni o di cittadini, ad assicurare responsabilmente una situazione di contenimento. La parola chiave è consapevolezza, di fronte alla realtà che con il virus bisognerà ancora convivere ma anche con la speranza che si potrà guarire.

 

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Il Nobel dell’economia a due studiosi di aste

Agli statunitensi Paul R. Milgrom e Robert B. Wilson va il massimo riconoscimento in tema di economia nel 2020. Al centro dei loro studi c’è la teoria delle “aste” e ad essere premiato è il loro impegno a migliorare meccanismi di assegnazione che vanno dal settore delle telecomunicazioni a quello delle esplorazioni petrolifere. L’economista Luigino Bruni: “Si tratta di meccanismi che interessano da vicino grandi compagnie, ma un settore lontano dalla vita delle persone”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Gli studiosi statunitensi Paul R. Milgrom, 72 anni, e Robert B. Wilson, 83 anni, entrambi docenti all’Università di Stanford vincono l’edizione 2020 del cosiddetto Nobel per l’economia. Nella motivazione si legge che si sono distinti “per i miglioramenti della teoria delle aste e l’invenzione di nuovi format per aste”. Il loro lavoro innovativo è stato utilizzato, in particolare, nell’assegnazione delle frequenze di tlc e hanno risolto diversi problemi, per esempio nell’assegnazione dei campi di esplorazione petroliferi. Per capire significati e implicazioni degli studi premiati quest’anno abbiamo intervistato l’economista Luigino Bruni:

Il professor Bruni spiega che si tratta di studi che migliorano i meccanismi di assegnazione in aste complesse, che hanno a che fare ad esempio con compagnie che gesticono grandi risorse. E’ questione di gestione dei dati in relazione a esigenze precise di equilibri tra prezzi e intuizioni del mercato,sottolinea Bruni, ricordando l’importanza che sta ssumendo la cosiddetta “teoria dei giochi” dove gli esperti, come in una sorta di partita a scacchi, si muovono intuendo le mosse che farà la controparte. Si tratta di meccanismi che interessano da vicino grandi compagnie e tutti colori che partecipano alle aste, ma Bruni sottolinea come si tratti di un ambito economico lontano dalla vita delle persone.

Un ambito ristretto rispetto alla maggior parte della popolazione

Non si tratta solo di gap tra economia teorica e economia reale, ma anche di problematiche che non incidono e che non interessano la maggior parte delle persone che in particolare di questi tempi vorrebbero ragionare di conti che non tornano e di lavoro. Bruni ricorda che in tutte le cose si dovrebbe considerare quello che i greci antichi chiamavano Kairos (καιρός), traducibile con tempo cairologico, in sostanza “momento giusto o opportuno”. Bruni ricorda anche che l’anno scorso il premio è andato a tre studiosi che si erano distinti per gli studi in tema di lotta alla povertà globale. Premiare i metodi teorici non significa promuovere soluzioni concrete, afferma ma comporta un dibattito significativo. Lo conferma Bruni ricordando che dopo il premio 2019 ad esempio in vari convegni si è avuta più che nel passato l’attenzione di invitare alcuni economisti che di povertà parlano spesso. Un segno che il Premio può creare consenso intorno a certi temi. Non è quello che accade quest’anno – afferma Bruni – perché l’ambito premiato è troppo ristretto appunto per interessare ampi spazi della popolazione. A proposito poi del fatto che tornano ad essere premiati due statunitensi, Bruni spiega che il Nord America resta un territorio ricco di risorse economiche e speculative, ma che forse qualcosa sta cambiando perché altri sistemi di altri Paesi hanno accresciuto in questi anni il livello di competenza.

Un Premio che si affianca ai Nobel

L’importante riconoscimento precisamente non è un Nobel come gli altri, ma un premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene assegnato dal 1969. Non era previsto dal testamento di Alfred Nobel, ma viene gestito dalla Fondazione Nobel e consegnato assieme agli altri premi. La cerimonia di consegna del premio viene svolta in dicembre.

I vincitori dell’edizione 2019

L’anno scorso il riconoscimento è andato congiuntamente agli economisti Abhijit BanerjeeEsther Duflo Michael Kremer per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale. Banerjee e Duflo, marito e moglie, insegnano al Massachusetts Institute of Technology mentre Kramer è docente ad Harvard. Duflo è la seconda donna a vincere il riconoscimento in questa categoria.
Nell’annunciare i vincitori dell’edizione 2019, il Comitato per i Nobel aveva sottolineato come i risultati delle ricerche dei tre vincitori “hanno migliorato enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”, “hanno introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”. Tra le proposte, “suddividere questo problema in questioni più piccole e più gestibili, come ad esempio gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini”.

Tra le curiosità, nel 1975 il Premio a un sovietico e uno statunitense

Leonid Kantorovič e Tjalling Charles Koopmans sono stati i vincitori insieme nel 1975 «per i contributi alla teoria dell’allocazione ottimale delle risorse». Kantorovič è stato l’unico sovietico a ricevere il riconoscimento. Lo ha avuto insieme con lo studioso olandese Koopmans, che dopo essersi trasferito a lavorare negli Stati Uniti ne aveva ottenuto la cittadinanza.

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Il rischio “transitocrazia” nei Balcani

Sicurezza e democrazia per sconfiggere traffici di esseri umani, corruzione, riciclaggio. E’ la scommessa dei Paesi della penisola balcanica che da tempo si muovono verso l’integrazione europea. Intanto, si moltiplicano gli investimenti da parte di altri attori internazionali che non parlano di diritti umani. E’ quanto emerso al convegno di studi su “La prospettiva balcanica” organizzato a Roma dal Nato Defence College. Con noi diversi esperti dell’area e dell’Osce

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“Da un regime repressivo a un regime depressivo: è il passaggio che rischiano di vivere i Paesi dei Balcani nella percezione della popolazione. Lo spiega Remzo Lani, Direttore esecutivo dell’Istituto per i Media di Tirana. Ricorda che negli ultimi anni l’opinione pubblica in Albania e in altri Paesi limitrofi non ha avuto dubbi nell’identificare il passato e il futuro:

Alle spalle il comunismo da superare, all’orizzonte l’integrazione nell’Ue. Ma il processo – che Lani riconosce non poteva che essere lungo – rischia di essere una  lenta fase in cui “le trasformazioni sono tantissime per la generazione adulta, ma non abbastanza per i giovani”, che infatti continuano a emigrare in modo massiccio.

Il processo di allargamento è sottoposto a “stop and go” ciclici. La crisi economica del 2008 e poi quella del 2012 non hanno certamente aiutato e ora la pandemia complica ulteriormente le cose, come sottolinea Maciej Popowski, della Direzione per l’allargamento della Commissione europea:

Il rischio – denuncia Lani – è quello che prevalga la sfiducia in quella che i media definiscono “la transitocrazia”:

Andrea Orizio, capo missione dell’Osce in Serbia, sottolinea l’importanza di un impegno concreto di assistenza:

L’avvicinamento all’Europa

Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Albania sono impegnati nei negoziati per l’adesione al’Ue. La Bosnia ed Erzegovina  ha presentato la sua richiesta di adesione all’Unione Europea il 15 febbraio 2016, dopo essere stata ufficialmente riconosciuta dalla Commissione europea come stato “potenzialmente candidato”. Il Kosovo  è riconosciuto solo da 22 dei 27 membri dell’Unione come stato indipendente, tuttavia, è ufficialmente considerato un “potenziale candidato” all’adesione. Intanto, negli ultimi anni il 70 per cento del volume commerciale dei Paesi balcanici si è svolto con l’Ue, che ha investito nella regione oltre 10 miliardi di euro e ha agito come principale partner e garante esterno di sviluppo.

Gli standard da ottemperare in tema di diritti

Da costruire, per la piena appartenenza dei Balcani Occidentali all’universo Ue, è l’adesione ai valori comuni liberaldemocratici enumerati nell’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea (rispetto per la dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, rispetto della legge e per i diritti umani). I valori comuni rappresentano un “core business” dell’allargamento e la loro assimilazione, così come quella dei cosiddetti criteri di Copenaghen, è necessaria ai Balcani per uscire dal limbo storico-politico. Lo ricorda Orizio, sottolineando l’importanza di cooperare su tutti questi piani e in particolare su quello della lotta ai trafficanti di esseri umani:

Nell’area l’adesione a questi valori è recente: ha iniziato a svilupparsi negli ultimi 30 anni, dopo la fine del comunismo.

Alta attenzione durante le crisi

Storicamente l’attenzione dell’Europa e dell’Alleanza atlantica verso i Balcani è stata alta soprattutto durante le ricorrenti crisi nell’area. I conflitti o l’emergenza della cosiddetta rotta balcanica nel 2015, quando i Paesi dell’area erano diventati corridoio di passaggio dei rifugiati dall’Asia. Senza uno sbocco esterno questi Paesi non possono affrontare tali fenomeni senza rischiare la loro tenuta sociale. Ogni  crisi migratoria rafforza nell’area il razzismo e le forze estreme, che covano sotto la cenere. E a risvegliarle purtroppo – assicura Lani – ci pensa l’inquietante macchina di produzione di fake news molto attiva nell’area: da fuori dell’Europa arriva un certo tipo di disinformazione, che fomenta l’odio nei confronti di modelli democratici dipinti come fallimentari e colonialisti e – sottolinea Lani –  arriva  spazzatura informativa anche da quelli che definisce “gruppi radicali in Occidente”, che rifiutano qualunque dialogo con altre facce del mondo. Si tratta di un’area che l’Occidente definisce euroatlantica e che viene “rivendicata” come affine per motivi storici dalla Russia e per motivi culturali e religiosi dalla Turchia, come  Ahmet Evin, preside fondatore della facoltà di Arte e Scienze sociali all’Università Sabanci di Instanbul:

Inoltre, l’area dei Balcani rappresenta una linea di passaggio ideale della cosiddetta nuova via della seta cinese.

Commerci e investimenti

Valbona Zeneli, del George C. Marshall European Center for Security Studies, sottolinea come la pandemia da coronavirus sia stata una sorta di “autostrada” per arrivi da Paesi extraeuropei: la crisi sanitaria con la sua urgenza ha scardinato alcuni parametri. Ma ha anche ricordato che la presenza di investimenti cinesi non è fenomeno recente: negli ultimi dieci anni si è andata affermando e, a differenza di Bruxelles, Pechino non discute di processi democratici o di questioni ambientali. In Serbia  alcune fabbriche risollevate dai suoi investimenti espongono anche la bandiera cinese. Così anche in Bosnia, dove Pechino sta finanziando l’espansione delle centrali a carbone, in particolare la centrale di Tuzla, per la quale la Commissione europea ha più volte richiesto valutazioni sull’impatto ambientale e trasparenza nelle procedure di appalto pubblico. Zeneli non ha dubbi: la stabilità, in primis quella economica, è questione di sicurezza. Ricorda il potenziale negativo della “combinazione di povertà, carenza del diritto, corruzione”:

Zeneli sottolinea che l’area dei Paesi dei Balcani è terra appetibile per investimenti, sottolineando però che, vista dal punto di vista dei Paesi dell’area, la loro posizione sul piano dei commerci globali è debole arrivando solo allo 0,23 per cento:

Cresce l’export cinese e il peso nel campo delle infrastrutture. Alcuni elementi da citare: l’autostrada in Montenegro per collegare il porto di Bar a Belgrado: un sogno antico, un progetto nato già quando la piccola Nazione era Yugoslavia, ma costoso per via del passaggio attraverso le montagne. Sono intervenuti finanziamenti cinesi. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), il governo montenegrino si è indebitato con Pechino per circa 1,3 miliardi di euro, cifra che ha fatto aumentare il debito del Paese dal 63 per cento del pil a quasi l’80 per cento in sette anni. Secondo il Fmi, se l’autostrada non fosse stata costruita, il suo rapporto debito/pil sarebbe sceso al 59 per cento entro il 2019, anziché aumentare creando una situazione di disavanzo superiore agli standard dell’Ue, proprio mentre il Montenegro è in fila per diventare un Paese membro.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-09/balcani-unione-europea-traffici-esseri-umani-diritti.html