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-Nella rubrica Americhe di RaiNews,  Fausta Speranza è invitata a parlare di Messico, il 1 Ottobre 2018, a partire dalla pubblicazione del volume “Messico in bilico” e del reportage “Il Messico tra record di violenza e di Bellezza”. In studio, in collegamento con  Giovanna Botteri da New York:

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numero 44 del 2018

Il coraggio di resistere ai narcos

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

di Fausta Speranza


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 Letteratura

Messico in bilico: il viaggio di Fausta Speranza nel Paese dei paradossi

Il libro della giornalista e scrittrice Fausta Speranza, “Messico in bilico”, racconta ogni sfaccettatura del Messico, il paese dei paradossi per eccellenza di Gabriele Nicolò               05/12/2018

Per tutti, Deshbé. E’ l’espressione in lingua mezteca che si usa al momento del brindisi ma che si distingue da qualunque altro cin cin: contiene, infatti, non solo un augurio di bene, ma anche un ringraziamento alla vita. Resta ad allargare il cuore, come sanno fare un sorriso o un bel pensiero, quando, giunti alla fine, si chiude “Messico in bilico”.

Fausta Speranza, Messico in bilico, Modena, Infinito Edizioni, pagine 251, euro 15

Viaggio da vertigine nel Paese dei paradossi, il libro della giornalista e scrittrice Fausta Speranza, (Modena, Infinito Edizioni, pagine 251, euro 15). Un libro che di questo importante paese delle Americhe riesce a raccontare ogni sfaccettatura e che ha ricevuto la Menzione speciale Giornalismo d’inchiesta al premio Giustolisi 2018. Con l’approccio di un’inchiesta giornalistica, affronta tutte le difficilissime sfide sociali tra violenze da narcotraffico e commerci illegali di armi e sfruttamento di migranti, ma restituisce anche, con approccio poetico, tanto della ricchezza culturale unica di questo paese. Unica per il fecondo incontro tra civiltà precolombiane, di cui quella mezteca è solo un esempio, e le migliori espressioni culturali che hanno accompagnato secoli di dominazione spagnola. Una ricchezza straordinaria anche per la capacità di conservare specificità artistiche in un’epoca di modellante globalizzazione. Nella lettura, dopo essere affondati nella storia con tradizioni di 11.000 anni avanti Cristo, ci si misura con dati sulla violenza da choc, ma poi si vola sulle ali dell’arte.

Il termine Deshbè rappresenta una “sintesi evocativa della ricchezza dell’anima messicana”, scrive l’autrice – vincitrice di diversi premi giornalistici – che dall’inizio alla fine condisce il racconto di poesie e di richiami letterari, facendo dell’arte il filo rosso di una appassionata ricerca di senso tra un’umanità dolente ma non piegata. Le tante contraddizioni restano insolute, in un paese impegnativo anche solo nella collocazione geografica: è il più meridionale dei Paesi dell’America del Nord, ma è America Latina e conserva resti e testimonianze della MesoAmerica. L’autrice offre i dati storici ed economici del paese, riportando le testimonianze vive di persone incontrate nel paese, assicurando il supporto e il piacere dello straordinario spessore letterario e artistico della cultura messicana, raccontando la straordinarietà e le contraddizioni di un paese che affonda nella storia e abbraccia la modernità.

Zocalo a San Cristobal de la Casas. Copyright: Fausta Speranza

La media di 80 omicidi al giorno, documentata e arricchita tragicamente da racconti di testimoni, convive nel volume con la media di 35 milioni di turisti in Messico ogni anno. I 31.000 morti ammazzati registrati nel 2017 – con giornalisti e sacerdoti in prima fila nella lotta contro il narcotraffico – sono un drammatico record già superato nell’anno in corso e, insieme con altri numeri su scomparsi e impunità, corruzione e omertà, stordiscono il lettore. Ma emergono anche dati strabilianti sulla solidarietà che in Messico, nonostante tutto, non muore. Non mancano racconti e storie di speranza. Lo scenario sociopolitico che si presenta alla nuova presidenza di Andrés Manuel López Obrador, eletto a luglio 2018 e in carica dal 1 dicembre, viene presentato nella verità della gravità della situazione ma anche nell’entusiasmo di un voto che ha segnato un cambiamento nello scenario dei partiti che negli ultimi novant’anni hanno guidato il paese.

Sono da record anche i dati sui siti patrimonio mondiale dell’Unesco, attraversando i quali l’autrice racconta tradizioni e ricostruisce leggende e miti letterari. In ogni caso, letteratura o pittura o scultura risultano essere la zattera di salvataggio per non restare soppiantati da tanta brutale mortificazione del valore della vita umana.

Nella sua prefazione al volume, il direttore della rivista di geopolitica Limes, Lucio Caracciolo, scrive: “Questo libro ha il merito, tra gli altri, di farci uscire dai cliché e di osservare il Messico per quel che è. Permettendoci di scoprire il suo grande valore geopolitico e culturale […]. Con questo lavoro appassionato e documentato entriamo sotto pelle di questo intrigante e multiforme paese”. Il testo, infatti, ricostruisce la geopolitica dei traffici – droga, esseri umani, armi – tra America Centrale, Messico, Stati Uniti arrivando anche in Africa, in Cina e soprattutto in Europa.

Teatro di Puebla, il più antico delle Americhe. Copyright: Fausta Speranza

Dell’attualissima questione della carovana di migranti che dall’Honduras si è mossa ad ottobre e di cui circa 4.000, avendo attraversato tutto il Messico, stazionano al momento alla frontiera con gli Stati Uniti, il libro parla ricostruendo origine e entità del fenomeno. Si racconta infatti delle 400.000 persone che ogni anno affrontano questo difficile e pericoloso percorso che fuggire dalla violenza in Guatemala, Honduras, San Salvador che fa impallidire i dati messicani. La novità che ha provocato la ribalta delle cronache è che hanno deciso di muoversi insieme in migliaia, sostanzialmente per difendersi dalle insidie sul territorio.

La preziosità del libro su questo tema è rappresentata dalla ricostruzione storica di come si sia arrivati alla drammatica situazione attuale della frontiera tra civiltà statunitense e civiltà latinoamericana, che si fa, prima a fine ‘800, terra privilegiata per il contrabbando e, poi, mercato di droga e di armi, passaggio usato dalla criminalità organizzata per lo sfruttamento di esseri umani.

All’analisi giornalistica, si aggiunge sempre la narrazione evocativa e della tragica frontiera si legge: “Rappresenta al meglio prepotenza e debolezza, intransigenza e porosità, rifiuto e connivenza”. E c’è la descrizione dei magnifici murales fotografati, che – osserva l’autrice – “come tutto in Messico diventano occasione per liberare vitalità e colori”.

Monti nello Stato di Oaxaca. Teatro di Puebla, il più antico delle Americhe

Nella sua introduzione, il direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, Paolo Magri, sottolinea: “Il grande pregio di questo libro è quello di tratteggiare tutte le più importanti sfide che il Messico si trova di fronte… con una profondità non comune in tema di storia, tradizioni, religione, drammatico vissuto legato al narcotraffico… abbonda di dati e storie di vita comune che forniscono un particolare valore aggiunto”. E poi aggiunge: l’autrice rende “possibile addentrarsi nel cuore profondo del Messico” e “restituire l’eco della vitalità che vi si respira”. E’ proprio così. Si avverte tra le pagine la vivacità dei colori e dei sapori.

La Catrina. Copyright: Fausta Speranza

Nel libro, si legge tra l’altro: “Il Messico ti abitua al potere evocativo della parola e dell’immagine. Ti trascina sul terreno dell’empatia più estrema per drammi e tragedie e ti abbandona tra le braccia dell’arte e dell’ironia, dopo averti stregato di bellezza. Natura e storia, arte e violenza, vita e morte: tutto ha i colori accesi: anche gli scheletri”. Si introduce così il racconto della Catrina, “una statuetta di donna, o meglio uno scheletro elegantemente vestito e abbigliato, che suscita tristezza e simpatia, mistero e irriverenza”. La Catrina è frutto dell’idea del disegnatore Josè Posada, poi lanciata dal pittore Diego Rivera e ormai emblema dell’ironia che “in Messico sembra confondere e riscattare qualunque paradosso e dualità”. Nel libro viene raccontata la bella e significativa festa degli scheletri e come il paese renda gioiosamente omaggio alle persone care scomparse nel mese di novembre, con festival e celebrazioni. Ma tra le celebrazioni non si può dimenticare la festa nazionale per la Madonna di Gaudalupe fissata il 12 dicembre, di cui il libro offre l’interessante ricostruzione storica, tornando ai giorni tra il 9 e il 12 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac, a nord di Città del Messico, dove era situata una statua della dea pagana Grande madre, e dove Maria sarebbe apparsa più volte a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, un indigeno azteco convertito al cristianesimo.

Abitazione tradizionale in Chiapas. Copyright: Fausta Speranza

Il libro, dunque, sembra riuscire a fare quello che Fausta Speranza attribuisce alla pittrice messicana Frida Khalo, di cui si raccontano i luoghi di vita e di arte, quando la descrive come un’artista che “impersona e dipinge la passione e la vita come si sentono palpitare in Messico”. E aggiunge: “Frida Khalo ti lancia e ti riprende e ti regala il brivido del dubbio più bello: dove sta la vita e dove sta l’arte, dove il vissuto e dove la rappresentazione del vissuto? Dove la gioia e dove il dolore? Dove il volo delle passioni e dove lo schianto delle delusioni?”.

Verso la conclusione Fausta Speranza chiede “scusa a storici, analisti, scrittori per l’azzardato ibridismo” di un testo che attraversa tutti questi loro ambiti. Ma lo fa con il vezzo di citare un pensiero dell’intellettuale messicano Alfonso Reyes che recita: “Nel campo della cultura ogni ibridismo si trasforma in fecondità, per quanto nell’immediato perturbi le consuetudini stabilite. È legge dello spirito. Di più: è il destino della vita”.

Città del Messico. Copyright: Fausta Speranza

Forse è il destino di un viaggio che diventa un’immersione se fatto, come fa questo libro, andando in profondità, nello spessore di un paese, che non può essere restituito da soli dati o da qualche fotografia.

In ogni caso, resta l’appassionata convinzione dell’autrice: “Senza l’arte, la vita non avrebbe la stessa magia… Il Messico è uno dei Paesi che, in particolare, ti fa sentire d’essere al centro di uno degli enigmi che sussistono nell’esistenza umana e nulla come l’amore e l’arte ti danno l’illusione di risolverlo”.

Un libro che alla sua conclusione ci ha convinto sulla promessa fatta all’inizio: ancora una volta con le parole di un letterato messicano, questa volta una donna, Angeles Mastretta:

Viaggiare, sognare, innamorarsi

Tre inviti per la stessa cosa

Tre modi per andare in luoghi che non sempre riusciamo a comprendere

Con le cronache di questo volume compiamo viaggi: attraverso territori e attraverso spazi dell’anima. Attraverso le sollecitazioni letterarie che tornano in alcune pagine ci si svelano i sogni degli artisti. Grazie all’impatto con la speranza e la fede del popolo messicano, riscopriamo l’innamoramento per la vita.

Senato

Menzione speciale al Premio “Giustizia e Verità” 2018 intitolato al giornalista di inchiesta Franco Giustolisi, con il patrocinio del Senato. Cerimonia di consegna il 14 gennaio 2018 a Palazzo Madama