Alla Sapienza si parla di Fortezza Libano

Il Paese dei cedri e Fortezza Libano al centro della lecture alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma, l’11 novembre 2020. Un’iniziativa del Professor Paolo Sellari, direttore del Dipartimento di Geopolitica.

Saluto introduttivo di Sellari:

Due ore in cui sono intervenuti, dialogando, il Professor Gianfranco Lizza, nel comitato scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), già docente di Geografia politica ed economica proprio alla Sapienza, e  Fausta Speranza:

Prima parte Lizza:

Seconda parte Lizza:

Parte prima Speranza:

Parte seconda Speranza:

Parte dialogata 1:

Parte dialogata 2:

Parte dialogata 3:

Parte dialogata 4:

Nella rubrica #40Secondid’Autore

Tempo di un #caffè? Addolciamolo con #40secondidautore, la mia #rubrica in #collaborazione con @infinitoedizioni. Oggi torniamo ad incontrare @speranzafausta.
🔸D: Fausta è?
🔸R: “Una donna piena di debolezze che a volte scopre una forza straordinaria”.
🔸D: Perché #fortezzalibano?
🔸R: “Perché mi sono innamorata di un Paese che resiste all’odio identitario e alla banalità”.
🔸D: Se io volessi leggerti?
🔸R: “Ti tufferesti nell’angolo di mondo che conserva Bylos la più antica città abitata in continuità della storia e che resta teatro delle più cruciali dinamiche geopolitiche attuali”.
🔸D: #leggopensosono quando…
🔸R: “Mi incuriosisco per un orizzonte nuovo di comprensione del reale e quando mi stacco da terra sul tappeto volante della letteratura”.
A presto con “40″ D’AUTORE”
@leggopensosono

 

 

 

La valutazione del Professor Gianfranco Lizza su Eurocomunicazione

Il nuovo libro di Fausta Speranza uscito proprio in questo periodo così cruciale per la terra del Levante

Leggendo il libro di Fausta Speranza “Fortezza Libano” ho avuto la netta sensazione di tornare a respirare l’aria di quel piccolo ma virtualmente grande e complesso Paese in cui anni fa mi recai con i miei studenti nella missione italiana Unifil II a sud del Litani. Pagina dopo pagina Fausta Speranza conduce il lettore per mano attraverso un territorio che continua a profumare di gelsomino ma che non è più all’ombra dei grandi cedri ridotti a sporadiche concentrazioni di esemplari quasi a ricordare la calma frescura di un tempo che fu. Veramente un bel libroricco di citazionispunti preziosiinteressanti riflessioni su un mondo, perché il Libano è un mondo, che aiutano a capire realtà complesse, problemi insolubili, almeno fintanto che il Libano non tornerà ad essere dei libanesi.

Ad Oriente del Mediterraneo, il Paese dei cedri è come un balcone di un grande condominio, il Medio Oriente, dove si affollano non solo i condòmini ma anche genti di altri stabili anche molto distanti tra loro. Da quella postazione tutti parlano, tutti gridano, tutti spiegano le loro ragioni, sgomitano per farsi vedere e sentire. Pare che sia, infatti, una postazione ideale, una piccola piazza dalla quale ciascuno può parlareincitareconvincere e al tempo stesso, e questa è la parte più interessante, scontrarsio trovare forme di accordi su poteri e interessi geopolitici distanti migliaia di chilometri.

Bellissima terra, ricca di storia e di cultura, una volta era la Svizzera d’Orienteoggi una terra martoriata ma generosissima dando ospitalità a un milione e mezzo di profughi tra palestinesi e siriani.

Fausta Speranza con questo libro offre al lettore il modo migliore per capire il Libano, in un percorso ricco di riferimenti storici e accadimenti odierni tra confessioni religioseidentitàcittadinanza, alla ricerca di un equilibrio che non sia più precario ma che, a mio avviso, si realizzerà soltanto quando quel balcone sarà solo dei libanesi.

Gianfranco Lizza

Eurocomunicazione del 14 settembre 2020

A Radio anch’io

2 Settembre 2020

Ospite di Giorgio Zanchini a Radio anch’io,  RadioRai 1,  per parlare delle prospettive per il Libano, a conclusione della visita del presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e a una settimana dalla annunciata visita del presidente del Consiglio dei ministri italiano, Giuseppe Conte. Zanchini cita il saggio appena pubblicato sul tema e cioè Fortezza Libano:

La trasmissione completa del 2 Settembre 2020:

 

L’Aise rilancia la recensione di Gianni Lattanzio

LA TRAGEDIA DI BEIRUT DEVE RISVEGLIARE IL MONDO – DI GIANNI LATTANZIO

ZURIGO\ aise\ 
“Le devastanti esplosioni che hanno colpito Beirut il 4 agosto rappresentano una catastrofe per il Libano, ma anche uno schiaffo per la comunità internazionale: non si può continuare a dimenticare il Paese che è stato la Svizzera del Medio Oriente e che nel default finanziario rivela inquietanti mutamenti negli equilibri di potere regionali”. Questa la premessa del pezzo di Gianni Lattanzio pubblicato ieri su “Il Corriere dell’Italianità”, già “Corriere degli italiani”, storica testata di lingua italiana in Svizzera.
“Il Paese è in preda ad una gravissima crisi economica, frutto di politiche miopi e di corruzione al suo interno, ma anche di mutate congiunture internazionali in un contesto mediorientale che non è mai stato così militarizzato dai tempi dei conflitti mondiali. Si tratta di un territorio chiave,specchio delle contraddizioni arabe, riflesso della penetrazione europea nel Vicino Oriente e soprattutto cartina tornasole di contrasti che investono Oriente e Occidente. E tutto questo emerge nel libro Fortezza Libano, scritto dalla giornalista Fausta Speranza, pubblicato per i tipi di Infinito Edizioni.
Su un territorio così geopoliticamente strategico l’Italia è in prima linea. Per la seconda volta è il comando italiano a guidare la missione di pace dell’Onu in questo lembo del Levante. La prima volta, nel 1982, ha coinciso con la prima missione di peacekeeping dell’Italia all’estero, che avveniva in un territorio dilaniato dalla guerra civile. La Brigata Sassari ai primi di agosto ha assunto il comando del contingente italiano e del settore ovest di Unifil, l’interforze delle Nazioni Unite posizionato nel Libano del sud per garantire il rispetto della risoluzione 1701 emanata l’11 agosto 2006 da parte del Consiglio di Sicurezza. Ma c’è anche una sede a Beirut e infatti due militari italiani sono rimasti feriti nelle esplosioni. Di fatto, mille militari italiani saranno dislocati per sei mesi in Medio Oriente e monitoreranno, sotto l’ombrello dell’Onu, lo stop alle ostilità tra Israele e Libano, aiuteranno il governo libanese a garantire la sicurezza dei suoi confini, assisteranno la popolazione civile e sosterranno le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area. A comandare l’operazione, denominata Leonte, è il generale Andrea Di Stasio, comandante della Brigata Sassari, a capo di 3.800 caschi blu di 16 nazionalità.
La missione dell’Onu non è mai stata interrotta anche se la guerra civile, scoppiata nel 1974, si è conclusa con gli accordi del 1989. Si tratta di un territorio delicatissimo in particolare nella zona meridionale confinante con Israele carica di tensioni. Ma negli ultimi dieci anni il conflitto in Siria ha messo a dura prova anche il nord, confinante con quella zona di territorio siriano dove ha spopolato il sedicente Stato islamico. Anche questa guerra ha contribuito a impoverire il Libano per il quale la Siria era il primo partner commerciale dell’area. In ogni caso, il carovita, che ha alimentato mesi di proteste da ottobre scorso, non basta a giustificare il tracollo finanziario che ha portato, a marzo scorso, il governo a dichiarare il default. Ci sono altre dinamiche, in quest’area del Vicino Oriente, a partire dal passo indietro dell’Arabia Saudita che mal sopporta che il partito sciita Hezbollah, legato all’Iran, stia al governo. Tutto questo e molto altro delle ingerenze straniere viene raccontato nel libro di Speranza, inviata dell’Osservatore Romano con diversi premi internazionali alle spalle per i suoi reportage da diverse parti del mondo.
C’è anche una significativa provocazione di carattere politico: Speranza intravede nel Libano un terreno fertile per quel processo verso l’acquisizione del concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale auspicato di recente anche da alcune voci autorevoli dell’Islam. In Occidente è qualcosa di scontato, ma non lo è altrove dove non è codificato, ricorda l’autrice. Si tratta del riconoscimento formale e costituzionale di uguali diritti e doveri per cittadini di uno Stato nazione, al di là della confessione religiosa. Nell’Islam si è imposta per secoli una concezione non territoriale del diritto, piuttosto personale e dipendente dalla fede professata in cui non c’è stato spazio per l’idea di essere cittadini di pari diritti seppure di religioni diverse. Il termine Umma, che da sempre indentifica la comunità, ha un senso transnazionale e universale, infatti, e non territoriale. Il concetto di nazione, che in arabo non esisteva fino all’Ottocento, è stato sempre interpretato in termini etnici o religiosi. Ma di recente – come ben spiega il libro di Speranza – si è aperto il dibattito sulla necessità di acquisire il concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale, per vivere insieme, da cittadini uguali, senza subordinazioni o primati, etnici o religiosi. Speranza ricostruisce nel volume le tappe recentissime di questo processo, che portano fino al Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dall’Imam di Al Azhar il 4 febbraio 2019, che parla di valori e di pace, ma – come giustamente mette in luce la giornalista – anche proprio della necessità del concetto di cittadinanza. In sostanza, non più precari e esplosivi equilibri tra maggioranze e minoranze più o meno rispettate o tollerate, ma la svolta di avere cittadini portatori di diritti e di doveri.
E Speranza chiede, dunque, maggiore attenzione da parte della comunità internazionale per il precario equilibrio in Libano, fondato sulla particolarissima governance religiosa tra cristiani e musulmani, nonché tra sunniti e sciiti. Riconosce i limiti di questo sistema definito confessionalismo, ma giustamente chiede che non ci si arrenda al fallimento di un sistema che rappresenta in nuce proprio un primo baluardo del diritto di cittadinanza in terra mediorientale. Il libro di Speranza avverte sull’urgenza di far sì che in Libano si vada avanti rispetto a quel sistema e non indietro, come purtroppo si rischia fortemente nella grave instabilità economico sociale che si vive attualmente.
Il Paese dei cedri viene raccontato anche nel suo spessore culturale, che va dagli influssi di fenici, bizantini, arabi fino alla modernità, con tantissimi riferimenti letterari e con una lettera inedita di Guttuso al suo amico pittore libanese Fedhan Omar. Nel volume c’è anche la ricostruzione della continuità archeologica che dal Libano porta in Siria, una traccia che l’autrice indica come un ideale percorso di pace da riscoprire.
In definitiva, il volume Fortezza Libano che già dal titolo suggerisce la straordinaria resistenza di questo piccolo lembo del Levante a venti di odio identitario in una delle aree più calde del mondo, offre una testimonianza stimolante di come nella cultura e nell’arte ci sia sempre uno spazio di incontro e di dialogo e che non ci si debba arrendere al cosiddetto scontro di civiltà. Ed è proprio anche questo “l’ombrello” sotto il quale è importante pensare che stiano operando i nostri militari accanto alla popolazione civile”. (aise) 

AISE agenzia di stampa estera

 

Sul Corriere dell’Italianità di Zurigo l’urgenza espressa da Fortezza Libano

La tragedia di Beirut deve risvegliare il mondo

Il Paese dei cedri è raccontato nelle sue urgenze e nelle sue potenzialità nel volume Fortezza Libano

di Gianni Lattanzio

Le devastanti esplosioni che hanno colpito Beirut il 4 agosto rappresentano una catastrofe per il Libano, ma anche uno schiaffo per la comunità internazionale: non si può continuare a dimenticare il Paese che è stato la Svizzera del Medio Oriente e che nel default finanziario rivela inquietanti mutamenti negli equilibri di potere regionali.

Il Paese è in preda ad una gravissima crisi economica, frutto di politiche miopi e di corruzione al suo interno, ma anche di mutate congiunture internazionali in un contesto mediorientale che non è mai stato così militarizzato dai tempi dei conflitti mondiali. Si tratta di un territorio chiave,specchio delle contraddizioni arabe, riflesso della penetrazione europea nel Vicino Oriente e soprattutto cartina tornasole di contrasti che investono Oriente e Occidente. E tutto questo emerge nel libro Fortezza Libano, scritto dalla giornalista Fausta Speranza, pubblicato per i tipi di Infinito Edizioni. 

Su un territorio così geopoliticamente strategico l’Italia è in prima linea. Per la seconda volta è il comando italiano a guidare la missione di pace dell’Onu in questo lembo del Levante. La prima volta, nel 1982, ha coinciso con la prima missione di peacekeeping dell’Italia all’estero, che avveniva in un territorio dilaniato dalla guerra civile. La Brigata Sassari ai primi di agosto ha assunto il comando del contingente italiano e del settore ovest di Unifil, l’interforze delle Nazioni Unite posizionato nel Libano del sud per garantire il rispetto della risoluzione 1701 emanata l’11 agosto 2006 da parte del Consiglio di Sicurezza. Ma c’è anche una sede a Beirut e infatti due militari italiani sono rimasti feriti nelle esplosioni. Di fatto, mille militari italiani saranno dislocati per sei mesi in Medio Oriente e monitoreranno, sotto l’ombrello dell’Onu, lo stop alle ostilità tra Israele e Libano, aiuteranno il governo libanese a garantire la sicurezza dei suoi confini, assisteranno la popolazione civile e sosterranno le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area. A comandare l’operazione, denominata Leonte, è il generale Andrea Di Stasio, comandante della Brigata Sassari, a capo di 3.800 caschi blu di 16 nazionalità. 

La missione dell’Onu non è mai stata interrotta anche se la guerra civile, scoppiata nel 1974, si è conclusa con gli accordi del 1989. Si tratta di un territorio delicatissimo in particolare nella zona meridionale confinante con Israele carica di tensioni. Ma negli ultimi dieci anni il conflitto in Siria ha messo a dura prova anche il nord, confinante con quella zona di territorio siriano dove ha spopolato il sedicente Stato islamico. Anche questa guerra ha contribuito a impoverire il Libano per il quale la Siria era il primo partner commerciale dell’area. In ogni caso, il carovita, che ha alimentato mesi di proteste da ottobre scorso, non basta a giustificare il tracollo finanziario che ha portato, a marzo scorso, il governo a dichiarare il default. Ci sono altre dinamiche, in quest’area del Vicino Oriente, a partire dal passo indietro dell’Arabia Saudita che mal sopporta che il partito sciita Hezbollah, legato all’Iran, stia al governo. Tutto questo e molto altro delle ingerenze straniere viene raccontato nel libro di Speranza, inviata dell’Osservatore Romano con diversi premi internazionali alle spalle per i suoi reportage da diverse parti del mondo. 

C’è anche una significativa provocazione di carattere politico: Speranza intravede nel Libano un terreno fertile per quel processo verso l’acquisizione del concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale auspicato di recente anche da alcune voci autorevoli  dell’Islam. In Occidente è qualcosa di scontato, ma non lo è altrove dove non è codificato, ricorda l’autrice. Si tratta del riconoscimento formale e costituzionale di uguali diritti e doveri per cittadini di uno Stato nazione, al di là della confessione religiosa. Nell’Islam si è imposta per secoli una concezione non territoriale del diritto, piuttosto personale e dipendente dalla fede professata in cui non c’è stato spazio per l’idea di essere cittadini di pari diritti seppure di religioni diverse. Il termine Umma, che da sempre indentifica la comunità, ha un senso transnazionale e universale, infatti, e non territoriale. Il concetto di nazione, che in arabo non esisteva fino all’Ottocento, è stato sempre interpretato in termini etnici o religiosi. Ma di recente – come ben spiega il libro di Speranza – si è aperto il dibattito sulla necessità di acquisire il concetto di cittadinanza nel mondo mediorientale, per vivere insieme, da cittadini uguali, senza subordinazioni o primati, etnici o religiosi. Speranza ricostruisce nel volume le tappe recentissime di questo processo, che portano fino al Documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dall’Imam di Al Azhar il 4 febbraio 2019, che parla di valori e di pace, ma – come giustamente mette in luce la giornalista – anche proprio della necessità del concetto di cittadinanza. In sostanza, non più precari e esplosivi equilibri tra maggioranze e minoranze più o meno rispettate o tollerate, ma la svolta di avere cittadini portatori di diritti e di doveri. 

E Speranza chiede, dunque, maggiore attenzione da parte della comunità internazionale per il precario equilibrio in Libano, fondato sulla particolarissima governance religiosa tra cristiani e musulmani, nonché tra sunniti e sciiti. Riconosce i limiti di questo sistema definito confessionalismo, ma giustamente chiede che non ci si arrenda al fallimento di un sistema che rappresenta in nuce proprio un primo baluardo del diritto di cittadinanza in terra mediorientale. Il libro di Speranza avverte sull’urgenza di far sì che in Libano si vada avanti rispetto a quel sistema e non indietro, come purtroppo si rischia fortemente nella grave instabilità economico sociale che si vive attualmente. 

Il Paese dei cedri viene raccontato anche nel suo spessore culturale, che va dagli influssi di fenici, bizantini, arabi fino alla modernità, con tantissimi riferimenti letterari e con una lettera inedita di Guttuso al suo amico pittore libanese Fedhan Omar. Nel volume c’è anche la ricostruzione della continuità archeologica che dal Libano porta in Siria, una traccia che l’autrice indica come un ideale percorso di pace da riscoprire. 

In definitiva, il volume Fortezza Libano, che già dal titolo suggerisce la straordinaria resistenza di questo piccolo lembo del Levante a venti di odio identitario in una delle aree più calde del mondo, offre una testimonianza stimolante di come nella cultura e nell’arte ci sia sempre uno spazio di incontro e di dialogo e che non ci si debba arrendere al cosiddetto scontro di civiltà. Ed è proprio anche questo “l’ombrello” sotto il quale è importante pensare che stiano operando i nostri militari accanto alla popolazione civile. 

dal Corriere dell’ Italianità

 

Di fronte alla tragedia a Beirut

la prima analisi per il sito di Infinito Edizioni:

05/08/2020. Le devastanti esplosioni in Libano, avvertite anche a Cipro, rappresentano una tragedia per il Paese e per il Medio Oriente mai così militarizzato dai conflitti mondiali, ma anche una sberla per la comunità internazionale: non si può continuare a ….

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Esplosione a Beirut, l’analisi di Fausta Speranza

 

Su L’Osservatore romano

Libano, fortezza del dialogo

La recensione di Elisa Pinna su L’Osservatore romano

Una nuova immagine del Paese dei cedri nel libro della giornalista Fausta Speranza

Nell’antica lingua siriaca, era il “cuore di Dio”. Da millenni snodo di incontri, di commerci, di scambi culturali tra civiltà diverse, oggi il Libano per molti aspetti è anche il cuore del Medio oriente. Nel biblico Paese dei cedri, una striscia di terra tra il mare e catene imponenti di montagne, stretta tra Israele e Siria, si rispecchiano infatti le tensioni, i drammi, le speranze, le occasioni mancate e la storia recente di un’intera regione che va dal Mediterraneo al Golfo Persico. Il libro Fortezza Libano, scritto da Fausta Speranza, giornalista inviata dei media vaticani, e pubblicato a luglio per i tipi di Infinito Edizioni, traccia con passione e ricchezza di dati politici, religiosi, culturali, storici — aggiornati fino all’attualità della bancarotta finanziaria e delle proteste di piazza — il quadro di un Paese dilaniato tra «tensioni interne e ingerenze esterne», come recita il sottotitolo di copertina. Il Libano è una democrazia araba, in una regione di sceicchi, teocrati, rais. Già questo lo rende un Paese pressoché unico nel panorama locale, ma anche uno spazio aperto dove le potenze regionali e globali — come osserva l’autrice — si prendono reciprocamente le misure e fanno le prove per regolamenti di conti futuri. È inoltre una Nazione in cui la matassa sociale è aggrovigliatissima, basti pensare che vi abitano 18 confessioni religiose: «Non c’è — scrive Fausta Speranza — un solo Occidente o una sola chiesa occidentale e non c’è soltanto un Oriente arabo o un solo mondo musulmano, né un solo modo di praticare l’Islam. Né una sola Chiesa orientale. Il Libano è un riflesso della formidabile diversità del mondo ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi dolori». A complicare ancora di più le cose, vi è stato l’arrivo negli ultimi dieci anni di oltre un milione di rifugiati dalla Siria, che si sono aggiunti ai 300-400 mila palestinesi dei campi profughi del 1948, ed hanno sconvolto le dinamiche e i rapporti sociali in un Paese di quattro milioni e mezzo di cittadini libanesi. Per fare un paragone, sarebbe come se l’Italia avesse accolto — osserva Fausta Speranza — 20 milioni di rifugiati. A regolare i rapporti tra le diverse componenti vi è, dal 1943, un Patto nazionale che attribuisce ai cristiani la presidenza della Repubblica, ai musulmani sunniti l’incarico di primo ministro e, ai musulmani sciiti, la presidenza del Parlamento. Fino agli anni Settanta, il Libano era sinonimo di un Paese ricco, moderno, laico, modello di società plurireligiosa. In molti lo consideravano una Svizzera del Medio oriente, con il lungomare di Beirut affollato di bar, ristoranti, locali all’ultima moda. Lo scenario è mutato quando il Paese è stato risucchiato — spiega l’autrice — nell’orbita dei conflitti tra Israele, l’Olp di Yasser Arafat, la Siria, l’Arabia Saudita, l’Iran della post-rivoluzione khomeinista. Due invasioni israeliane: la prima nel 1982 (contro i palestinesi e i loro sostenitori libanesi), la seconda nel 2006 (contro gli sciiti di Hezbollah filoiraniani); nel mezzo, una guerra civile durata dal 1975 al 1990 innescata e pilotata soprattutto dalle vicine potenze regionali. Dal 2011 poi, il conflitto siriano è tracimato attraverso i porosi confini libanesi, non solo per la massa dei rifugiati in fuga ma anche — da un lato — per le incursioni dei miliziani del sedicente stato islamico (Is) nel Paese dei cedri e — dall’altro — per l’intervento diretto a fianco del presidente siriano Assad e dell’Iran da parte delle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Spesso il Libano è percepito come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. In realtà, Fausta Speranza ne parla come di una fortezza che ha retto di fronte ad una sequenza ininterrotta di guerre, distruzioni, pressioni, attentati. «È sorprendente — scrive — come il Paese abbia tenuto testa all’egemonia siriana sui Paesi limitrofi, abbia resistito, psicologicamente oltre che militarmente al suo vicino Israele, liberando territori occupati, e poi come abbia respinto l’orrore del sedicente Stato islamico nel nord-est». In Libano inoltre, la convivenza di popolo tra cristiani e musulmani, nonostante i conflitti delle milizie e le tensioni istituzionali, non è mai venuta meno, come dimostra l’affluenza incessante di pellegrini non solo cattolici ma anche musulmani al santuario mariano di Nostra Signora del Libano ad Harissa. Il libro conduce il lettore in un viaggio pieno di riferimenti culturali, religiosi, storici, archeologici, persino culinari, oltre che ovviamente politici e sociali, mostrando anche gli aspetti meno conosciuti di quel piccolo-grande laboratorio a cielo aperto che il Libano rappresenta nel Medio oriente. Ad esempio ci svela il primo Giardino dei Giusti in terra libanese, uno spazio aperto per la preghiera individuale e la discussione collettiva in mezzo alla natura, creato nel villaggio di Kfarnabrakh nel 2019 dall’associazione Annas Linnas, guidata dal padre grecomelchita-basiliense Abdo Raad. Sull’esempio del museo ebraico dello Yad Vashem, anche qui vi è un’area che ricorda “i giusti dell’umanità”, nella quale è reso omaggio a donne e uomini di tutte le fedi che hanno scelto il bene, in situazioni molto diverse: dall’epoca della “pulizia etnica” degli armeni nell’Anatolia della prima guerra mondiale all’olocausto ebraico, dai massacri interetnici in Rwanda alle mamme di Plaza de Mayo in Argentina. L’autrice affronta anche l’ultima fase che si è aperta con le proteste scoppiate nel 2019: cristiani delle diverse denominazioni e musulmani sciiti e sunniti si sono ritrovati insieme in piazza contro il carovita e la corruzione, chiedendo il conto al governo per aver fatto sprofondare il Paese in una spirale di povertà, disoccupazione. Il premier Saad Hariri, erede di una famiglia di primi ministri sunniti tradizionalmente legati all’Arabia Saudita, è stato costretto alla dimissioni. Nel nuovo governo, presieduto — come previsto dal Patto nazionale — da un nuovo premier sunnita, Hassan Diab, sono entrati rappresentanti di Hezbollah. La pandemia di covid-19 ha poi rimescolato e complicato tutto. L’esecutivo ha dichiarato la bancarotta e sta rinegoziando il proprio debito con il Fondo monetario internazionale. La rivolta non si è fermata: ha caratteristiche nuove, a protestare ci sono soprattutto i giovani libanesi che — come si legge anche nell’introduzione del libro firmata da Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano esperto dei Paesi del Mediterraneo — vogliono «prendere in mano il loro futuro».

su L’Osservatore romano 23 luglio 2020:

https://media.vaticannews.va/media/osservatoreromano/pdf/quo/2020/07/QUO_2020_166_2307.pdf

 

Sull’Avvenire, il Libano «laboratorio politico» di fratellanza

Avvenire 22 Luglio 2020

IL LIBRO

Il Libano un «laboratorio politico» di fratellanza

Il Libano, un Paese che resiste, e per questo la sua maggiore virtù è la resistenza. Le manifestazioni contro la corruzione e il carovita, esplose nell’autunno del 2019, «sono state una interessantissima espressione popolare, trasversale rispetto a qualunque confessionalismo o settarismo». E per questo “Fortezza Libano. Tra tensioni interne e ingerenze straniere” di Fausta Speranza (Infinito edizioni, euro 14) è una ricognizione storica e culturale del Libano, nella ricerca di una nuova possibilità di sviluppo.
«La maggiore virtù del suo popolo – scrive nella introduzione Pasquale Ferrara – è la resilienza ed è per questo che esso ha diritto a una nuova opportunità di sviluppo umano, di cittadinanza partecipativa, di inclusione sociale, soprattutto per i suoi giovani, scesi in piazza per prendere in mano il loro futuro». Una chance che, secondo Fausta Speranza, ora va cercata nel Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da papa Francesco e dal grande imam di alAzhar, al-Tayyeb: «Uno strumento nuovo e straordinario perché non è solo l’espressione di propositi di convivenza e di pace», afferma l’inviata de L’ Osservatore Romano. Nel Libano, «Cuore di Dio» in siriaco, da sempre esposto alle tensioni culturali e geopolitiche dell’intero Medio Oriente, in modo concreto questo documento apre «al concetto di cittadinanza, in linea con l’affermarsi di una comune identità nazionale che superi la logica di minoranze alla ricerca di protettori politici». Il Libano, laboratorio politico della fratellanza. ( L.Ger.) RIPRODUZIONE RISERVATA.