Il coraggio di resistere ai narcos

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

 Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

        Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

di Fausta Speranza

 

I migranti in carovana si avvicinano agli Usa

La lunghissima fila di esseri umani che ha tagliato in due il Messico puntando verso gli Usa al momento di andare in stampa è giunta Tanapatepec, nello stato di Oaxaca. I migranti in marcia, in fuga da Honduras, Guatemala e San Salvador, hanno in massima parte rifiutato la proposta del premier Pena Nieto, un piano di accoglienza nel Paese chiamato Sei a casa tuache prevedeva regolarizzazione e accesso ai servizi di base, a patto di essere ospitati in Chiapas e Oaxaca. Secondo molti di loro, infatti, le condizioni di quelle zone sarebbero simili ai Paesi di provenienza. Il viaggio della carovana è cominciato il 13 ottobre scorso in Honduras (Paese che primeggia per tasso di omicidi, 56 ogni 100 mila abitanti nel 2016, secondo la World bank), quando 160 persone si sono radunate nella città di San Pedro Sula. Grazie al passaparola sono rapidamente decuplicate, riuscendo ad attraversare il Guatemala. AI momento dellingresso in Messico, sarebbero state 7 mila, secondo l’Onu. Una seconda carovana si è formata in Guatemala nella speranza di ripetere limpresa della prima. Mentre lAmerica, attraverso il presidente Trump e i suoi ambasciatori locali, minaccia il rimpatrio chi proverà ad attraversare il confine. Ma il movimento non si ferma. Prossima destinazione: Città del Messico.

Paolo Cherubini

Non più solo PIL ma PNS

Non più solo PIL ma PNS, Prodotto Nazionale Sapere: è la proposta dell’India all’Onu di Fausta Speranza, pubblicato su www.fabioghioni.net il 19 dicembre 2011

Dall’Homo Sapiens all’Homo Cognoscens: è possibile una “evoluzione biologica del pensiero” nella teoria dell’economista Umberto Sulpasso

Per capire il grado di “ricchezza” di un Paese non basta la rilevazione del Pil: è la convinzione dell’India che si appresta a presentare formale richiesta all’Onu di introdurre anche l’indicazione del Prodotto Nazionale Sapere. Il nuovo Indice di rilevazione, che in inglese suona Gross National Knowledge Product, dovrà dare la misura di quanto uno Stato sia in grado di produrre Sapere, di accumularlo, di farlo circolare. Non si tratta di eliminare il Pil ma di aggiungere un parametro che può fare la differenza. Ne è convinto l’economista Umberto Sulpasso, docente in diverse Università statunitensi, che ha contribuito a pensare l’iniziativa e che è concretamente impegnato a elaborare il possibile calcolo del Pns, perchè non sia solo un’idea. Per fare un solo esempio, si vogliono indicare dei fattori che possano essere Moltiplicatori del Sapere, con i quali avrebbero a che fare politiche fiscali e finanziarie.
Il termine Sapere evoca orizzonti di umanità, con l’immagine di Ulisse che tenta di varcare le Colonne d’Ercole della conoscenza, in ogni epoca. Ma in più c’è il concetto di Sapere condiviso che da sempre è un motivo di avanzamento delle società. Inoltre ci sembra un’idea geniale valutare il benessere di un popolo dal grado di conoscenze, perchè conoscenza significa anche libertà. Nulla come l’ignoranza crea catene all’uomo e lo espone a falsità. Nulla come un pensiero banale lo limita. Pensiamo alle nostre società ricche imbrigliate da un pensiero dominante, segnate dall’ansia di possedere oggetti glorificati come portatori di felicità, di venerare l’apparenza, condizionate negli ultimi anni da tanta banalità e stupidità televisiva.
In India ci sono studiosi e uomini delle istituzioni che stanno lavorando a tutto ciò. In attesa della presentazione all’Onu dell’articolata e precisa proposta, il prof. Sulpasso teorizza il tutto in un particolarissimo libro intitolato Darvinomics, edito da Il Saggiatore. Spazia da teorie economiche a citazioni letterarie, dalla fantascienza al jazz, attraverso anche colloqui impossibili con personaggi del passato. Il lettore è accompagnato e a volte sballottato anche da interpretazioni personalissime da approfondire, ma senz’altro arricchito. E’ l’arricchimento brutale e essenziale di chi sceglie la lucidità.
La prima consapevolezza è quella delle reali dimensioni della crisi economica che attraversa l’Occidente: Sulpasso afferma che è una crisi che può far implodere il nostro mondo di fronte alle economie crescenti di Cina e Russia che hanno rispettivamente la demografia e l’energia dalla loro parte. Teorie e meccanismi economici applicati finora hanno prodotto le attuali società in cui cresce il divario tra ricchi e poveri, cresce la disoccupazione e aumentano i costi dell’istruzione. La Gran Bretagna è l’esempio più lampante anche perchè lì ci sono state forti proteste dei giovani per l’aumento delle tasse scolastiche ma non è affatto l’unico paese. Dei tagli al Sapere si parla meno ma è forse l’elemento che più taglia le gambe al futuro, insieme al dramma della disoccupazione. Ed è proprio l’Occidente, che dovrebbe vantare l’arma del know how di fronte alle ricchezze di Cina e Russia, a tagliare l’istruzione. Pur senza amare le dietrologie da Grande fratello, non si può non concordare con Sulpasso quando dice che tutto questo fa pendant con la promozione di un’ignoranza diffusa che crei consenso, senza se e senza ma. L’Occidente non è solo questo insieme di negatività, per fortuna, ma per capire da dove viene la crisi è dalle debolezze che si deve partire. Perciò seguiamo Sulpasso nell’analisi che peraltro non è nuova. E’ rivoluzionaria invece la proposta di riscatto.
Per un Occidente un po’ addormentato, Sulpasso immagina nuove formule economiche che vadano oltre quella che definisce la Fossil Economy, cioè l’economia che andava bene prima dei profondi cambiamenti della globalizzazione. E chiama la nuova economia da inventare Darwinomics. Il concetto è spietato: se la disoccupazione continua a crescere, la fame porterà a conflitti sociali e guerre, e dunque il primo significato è che ne va della sopravvivenza della specie. Il secondo significato è che Darwin insegna che nei processi di selezione della specie non è il più forte a sopravvivere ma è quello che riesce meglio a modificarsi per adattarsi al nuovo ambiente. L’appello è chiaro: attento Occidente a non rimanere uguale a te stesso, solo più vecchio e più ignorante.
L’ignoranza è l’alternativa drammatica alla consapevolezza e alla capacità di produrre idee. Ci sembra questo il punto centrale. E qui ci piace pensare che si aprono  anche orizzonti di speranza. Nello scenario di una TV diventata quasi monopolio di un Sapere niente affatto indirizzato a creare coscienze vigili, si sono affacciate nuove forme di informazione e di comunicazione: Internet, con i suoi spazi dilatati, e i social network, promotori di condivisione per definizione. Spuntati un po’ in sordina, stanno palesando tutte le loro potenzialità, a partire dalla “primavera araba”. Ma non possono essere lasciati a loro stessi, per tanti motivi. L’uomo deve essere sempre attore protagonista di ogni tecnologia e non esserne in balia acriticamente. Personalmente ci piace ricordare l’espressione di Erich Auerbach: “solo l’uomo, ma in tutti i casi, in qualsiasi situazione terrena, è eroe drammatico e deve esserlo necessariamente”. Insomma, all’uomo spetta pensare e guidare la rivoluzione del Sapere che può salvarlo dalla nuova Grande recessione, che non è più solo uno spettro.
Va detto che Sulpasso azzarda un vero e proprio passaggio biologico da Homo Sapiens a Homo Cognoscens, cioè “da antropo che sa a quello che usa correttamente il proprio Sapere”. Dunque si parla dell’affascinantissima prospettiva di una evoluzione biologica del pensiero. Un ulteriore stimolo alla riflessione. Un ulteriore stimolo a promuovere pensieri creativi che entrino in conflitto con i pensieri dominanti, come è giusto che sia per avere dinamiche di crescita del pensiero e del Sapere dell’umanità! In definitiva, un appello a focalizzarsi sulle risorse intellettuali del pianeta per far fare all’uomo un passo in avanti.