Omaggio speciale quest’anno nella Giornata internazionale dell’Infermiere

di  Fausta Speranza

Se ogni anno, il 12 maggio, la Giornata mondiale dedicata agli infermieri ci aiuta a ricordare la preziosità del lavoro in corsia accanto agli ammalati, l’occasione si fa speciale dopo i mesi in cui li abbiamo visti impegnati nella lotta al Coronavirus in prima linea e senza riserve. Ma non può essere solo un omaggio: deve essere anche un memorandum su quanto c’è da fare per combattere le violenze contro i sanitari. All’Aula di Montecitorio è all’esame il  relativo Disegno di legge.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 che tanti lutti ha portato in Italia e nel mondo, nella nostra penisola si è portata via decine di infermieri. Non avremmo voluto che avvenisse in questo modo, ma la pandemia ha messo in luce il grande capitale umano che i professionisti del settore sanitario rappresentano mettendo in campo ogni giorno abnegazione, fatica, coraggio.

Nell’immaginario di tutti resta la foto scattata da una dottoressa  all’infermiera crollata per la stanchezza su una scrivania dopo ore di estenuante lavoro nell’ospedale di Cremona. La foto ha fatto il giro del mondo dal post in cui la dottoressa scriveva “grazie per quello che fai”. Ed è stato un ringraziamento particolarissimo oltre che originale quello dello street artist Banksy: nella sua opera, intitolata Game Changer e donata all’ospedale di Southampton in Inghilterra, raffigura un bambino che lascia nella cesta dei giochi Batman e l’Uomo Ragno, preferendo la bambola di un nuovo supereroe: un’infermiera con mascherina, camice della Croce Rossa e mantello, con il braccio alzato, novella Superwoman.

Ma non ci si può limitare a considerarli eroi moderni a parole, senza che ci sia un impegno più serio contro un fenomeno che riguarda tutto il personale sanitario in particolare dei Pronto soccorso: ripetuti episodi di aggressioni da parte di familiari di pazienti. E’ accaduto in Italia e purtroppo anche nei giorni in cui scoppiava l’emergenza per il “nemico invisibile”: ricordiamo il pronto soccorso devastato a Napoli nella notte del 1 marzo scorso.

Oltre il 30 per cento degli infermieri nel corso della propria carriera subisce violenze fisiche o attacchi verbali. E’ quanto ha denunciato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il 28 aprile scorso in occasione della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute. Molti altri sono normalmente minacciati o esposti allo stigma sociale a causa del loro lavoro. Il pensiero va a ambulanze, Pronto soccorso, rianimazioni, case di risposo, residenze sanitarie,  guardie mediche o  ambulatori dei medici di famiglia che oggi vediamo come scenari della pratica eroica del personale sanitario e che non devono essere raccontati nelle prime pagine dei giornali o nei titoli di apertura dei telegiornali come  scene del crimine  o  luoghi della violenza e della furia devastante.

Neanche la pandemia ha fermato il fenomeno delle aggressioni verbali e fisiche: l’Oms, nei giorni scorsi, ha sottolineato che medici, infermieri, personale di sicurezza e tutti coloro impegnati nei test, nel rintracciamento dei contatti o nell’adozione delle misure di allontanamento fisico per fermare il Covid-19 subiscono minacce e aggressioni. Per questo ha sollecitato tutti i governi, i datori di lavoro e le organizzazioni dei lavoratori ad adottare ferme misure di tolleranza zero nei confronti della violenza contro gli operatori sanitari sul posto di lavoro e ad intensificare le azioni di sostegno sociale e rispetto verso gli operatori sanitari e le loro famiglie. Sembrerebbe quasi impossibile immaginare che infermieri e medici, omaggiati dai cittadini dai balconi delle metropoli di ogni continente, possano essere minacciati, aggrediti verbalmente, assaliti fisicamente, feriti, in alcuni casi uccisi mentre prestano servizio.

Al Parlamento italiano l’impegno va oltre l’omaggio. L’Aula di Montecitorio ha iniziato ieri pomeriggio, 11 maggio, l’esame del Disegno di legge che aggrava le pene a carico di chi commette violenze contro i medici e il personale sanitario, portandole nei casi di lesioni gravi dai 4 ai 10 anni, e nel caso di lesioni gravissime da 8 a 16 anni. Si punisce anche con sanzioni amministrative da 500 a 5.000 euro chi tenga condotte violente, ingiuriose, offensive, ovvero moleste a carico del personale sanitario. Il testo è stato approvato dal Senato, ma durante l’esame in Commissione, nei mesi scorsi, sono state introdotte delle modifiche che, se confermate dall’Aula, comporteranno una terza lettura a Palazzo Madama. Inoltre, bisogna dire che nella bozza del cosiddetto Decreto Rilancio – in attesa di essere promulgato per far ripartire l’economia e il Paese dopo la fase dettata dal Decreto “Cura Italia” – sono previste misure concrete a favore della sanità e, dunque, anche del settore infermieristico. 

La Giornata internazionale è stata voluta dall’Onu a partire dal 1965 con riferimento a Florence Nightingale, l’infermiera, nata il 12 maggio 1820, ritenuta la fondatrice delle Scienze infermieristiche moderne.  E va detto che, visto l’anniversario dei 200 anni dalla sua nascita, l’Oms ha stabilito l’anno scorso che il 2020 sarebbe stato dichiarato l’Anno dell’infermiera e dell’ostetrica.

Il volto nuovo dell’Europa oltre la crisi

Lo stato di salute della libertà di stampa

Fausta Speranza

I governi stanno affrontando sfide senza precedenti, ma questa situazione non deve essere utilizzata per mettere a tacere o ostacolare i giornalisti”. L’appello viene dal Consiglio d’Europa, l’organismo a 47 Paesi deputato alla difesa dei diritti umani. Quest’anno leva la sua voce ancora più alta – in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa il 3 maggio – per mettere in guardia sui rischi per la libera informazione legati alla pandemia, o, meglio, legati alle misure fuori dall’ordinario messe in campo.
Il rischio è che diversi livelli della crisi segnino il futuro del giornalismo. Innanzitutto, si deve fare i conti con la crisi democratica e geopolitica, in considerazione dell’affermarsi di politiche repressive e della maggiore aggressività dei regimi autoritari. Poi c’è il piano tecnologico dove si rischia di avere sempre minori garanzie. Senza dimenticare la crisi economica, che peggiora la qualità del giornalismo. Basti pensare ad un fenomeno in crescita sotto la definizione di chilling effect, cioè la piaga delle azioni di diffamazione senza alcun fondamento: hanno il solo effetto di minacciare la stampa e impedire l’esercizio della libertà di espressione, provando a ridurre al silenzio i giornalisti visto il costo oneroso del solo avvio di una causa di difesa.

Se la pandemia contagia le relazioni internazionali

Intervista di Fausta Speranza a Giuseppe Morabito

Mentre il Covid-19 mette in crisi almeno 210 Paesi e lascia intravedere una prospettiva di perdita del 3 per cento del Pil mondiale, l’Italia, primo tra gli Stati europei a vivere l’emergenza, cerca faticosamente di traghettarsi nella fase 2. Si devono ancora gestire le urgenze sanitarie, ma si deve anche pensare alle imminenti necessità dell’economia, dei lavoratori, delle imprese, cercando di evitare instabilità sociale. E sulla scena mondiale bisogna tenere la rotta. Il coronavirus, infatti, può avere ripercussioni non solo sulle economie, ma anche sulle relazioni internazionali. C’è la questione degli aiuti assicurati dagli Stati Uniti o da altri Paesi all’Italia e ad altri territori, ma ci sono anche gli equilibri geopolitici legati al prezzo del greggio. Per ragionare su questi aspetti, Fausta Speranza ha intervistato il generale Giuseppe Morabito, membro del Consiglio direttivo della Nato Defense College Foundation.


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A mio parere la pandemia da Covid-19 non deve essere utile solo alla propaganda dei regimi autoritari ma deve rivelarsi un asso nella manica dei Paesi democratici. Innanzitutto, una premessa è d’obbligo: gli Stati Uniti sono un alleato storico dell’Italia. Sono stati i principali artefici della “Guerra di Liberazione” e basta andare non lontano da Roma, al Cimitero Americano di Anzio, per ricordarlo. Il piano Marshall per salvare il Paese dalla deriva comunista è opera di Washington. Siamo entrati nella Nato dalla porta principale grazie al loro appoggio e quindi viviamo in pace da più di 70 anni anche e soprattutto grazie agli Usa. Oggi nei giorni di comune crisi per la pandemia, gli Stati Uniti hanno confermato il supporto per l’Italia colpita dal Covid-19 e la Casa Bianca ha annunciato l’avvio dell’operazione di solidarietà. “La Repubblica Italiana – ha dichiarato Trump – uno degli alleati più stretti e di vecchia data, è stata devastata dalla pandemia del virus di Wuhan, che ha già reclamato più di 18.000 vite, portato la maggior parte del sistema sanitario a un passo dal collasso, e minaccia di spingere l’economia italiana verso una profonda recessione”. “Sebbene la prima e più importante responsabilità del governo degli Stati Uniti sia nei riguardi del popolo americano – continua il documento – andremo in aiuto dell’Italia per sconfiggere l’epidemia di Covid-19 e mitigare l’impatto della crisi, mostrando allo stesso tempo la leadership degli Usa davanti alle campagne di disinformazione cinese e russe, riducendo il rischio di una nuova infezione dall’Europa verso gli Stati Uniti”. Le campagne solidali di Pechino e Mosca in Italia culla della democrazia sono state accompagnate da una non indifferente ventata di propaganda. Nelle ultime due settimane si erano moltiplicate le manifestazioni di vicinanza di Washington all’Italia soprattutto indirizzate al Nord del Paese. La fase operativa ha determinato una mobilitazione della macchina di aiuti che è semplicemente impareggiabile. Da quando il 13 marzo scorso un aereo cinese carico di forniture mediche ed esperti è arrivato in Italia seguito dal team di esperti militari russi, il numero dei morti in Italia e in Spagna ha superato ormai abbondantemente quelli dichiarati dalla Cina. La campagna propagandistica ha previsto anche uno spot in cui l’uomo più ricco della Cina, Jack Ma, distribuisce due milioni di maschere in diversi Paesi europei, tra i quali Spagna, Italia, Belgio e Francia. Pechino, inoltre, ha anche contrastato Taiwan che sta rafforzando la propria immagine a livello internazionale mostrandosi quale esempio virtuoso nella gestione dell’emergenza sanitaria, nonostante la narrazione cinese volta a screditare il governo di Taipei e il suo successo riscontrato nel contenere la diffusione del virus. In particolare una campagna ostruzionistica sta contrastando anche l’arrivo degli aiuti di Taipei a Roma.
Il Cremlino sta gestendo l’aiuto umanitario all’Italia attraverso la sua struttura militare. Sono stati mandati degli aerei cargo, diversi medici dei reparti specializzati dell’esercito, unità mobili per il contenimento delle minacce batteriologiche, mezzi per la sanificazione del suolo e poi un numero imprecisato di militari specializzati. Un’ottima attività di propaganda.
E’ logico aspettarsi aiuti e sarebbe sciocco non accettarli da chi ti ha danneggiato ritardando le campagne d’informazione dell’organizzazione Mondiale della Sanità (la Cina Popolare), comprensibile accettare supporto da chi ci sta danneggiando in Libia sostenendo il ribelle Al Serraj e mettendo a rischio, ad esempio, il futuro energetico nazionale (la Russia). Sarebbe comunque criminale e stupido non mettere in prima linea e in luce la grande dimostrazione di amicizia dell’alleato democratico di sempre.
La pandemia da Covid 19 rappresenta un terremoto per i sistemi sanitari dei vari Paesi coinvolti e uno tsunami per l’economia. Ovviamente tutto questo ha un peso sugli equilibri geopolitici. Nelle scorse settimane, l’attenzione a livello di relazioni internazionali è stata catturata dalla questione petrolio. Il prezzo del greggio ha avuto significative oscillazioni, dopo anni in cui ci ha abituato a ridimensionarne il valore sul mercato. Abbiamo assistito al braccio di ferro tra Arabia Saudita e Russia, ma la partita non si limita a questi giocatori: tra i protagonisti ci sono gli Stati Uniti e poi ci sono tanti altri Paesi coinvolti…

La scorsa settimana l’Arabia Saudita e la Russia hanno concordato un taglio alla produzione di petrolio, l’Ue ha annunciato misure economiche di emergenza per combattere l’impatto del coronavirus ed è iniziato il cessate-il-fuoco per i combattimenti che il governo saudita conduce nello Yemen. L’Arabia Saudita e la Russia hanno concordato di ridurre la produzione di petrolio di 10 milioni di barili al giorno a seguito di una riunione dei Paesi produttori di petrolio dell’Opec Plus e l’accordo prevede una riduzione di 5 milioni di barili al giorno tra l’Arabia Saudita e la Russia, mentre gli altri 5 milioni di tagli vengono effettuati dagli altri paesi dell’Opec. I tagli verranno gradualmente eliminati a scalare con termine nell’aprile 2022. Gli occhi si sono poi rivolti alla riunione dei ministri dell’energia del G-20, in cui, tra gli altri, gli Stati Uniti e il Canada sono stati chiamati a partecipare alla riduzione della produzione di ulteriori 5 milioni di barili al giorno. In particolare, l’intervento degli Stati Uniti, nel ruolo di mediatore nel mercato petrolifero, ha consentito di portare a casa un accordo difficilissimo fra i produttori dell’Opec ed i membri “esterni”. Il Messico ha cercato di far saltare l’accordo Opec Plus, non accettando di tagliare la quota di pertinenza di 300-400.000 barili. Ma un colloquio fra il presidente statunitense, Donald Trump, ed il presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, alla fine, ha consentito di portare a casa un compromesso: il Messico taglierà la propria produzione di 100.000 barili ed un taglio di ulteriori 250.000 barili sarà a carico degli Usa, che pure si sono impegnati a ridurre l’output per la porzione di loro competenza, in aggiunta alla riduzione accettata dall’Arabia Saudita e dalla Russia.

In sostanza, qual è stato il pronunciamento del G20 al quale si è arrivati con l’accordo tra Mosca e Riad?

Al G20 dei ministri dell’Energia, dunque, è stato sancito l’accordo che sembra aver soddisfatto tutti “per sostenere la ripresa economica globale e salvaguardare i mercati dell’energia”. Tutti i componenti si impegnano a “lavorare insieme per sviluppare risposte collaborative, che garantiranno la stabilità del mercato in tutte le fonti energetiche, tenendo conto della situazione di ciascun Paese”. “Ci impegniamo a prendere tutte le misure necessarie – assicura lo statement – per garantire l’equilibrio degli interessi tra produttori e consumatori, la sicurezza dei sistemi energetici ed il flusso ininterrotto di energia. Nel fare ciò, siamo particolarmente consapevoli della necessità di garantire che la salute e altri settori che guidano la lotta contro il Covid-19 dispongano delle forniture energetiche di cui hanno bisogno”.

In che modo la Russia ha gestito il suo confronto sui prezzi con l’Arabia Saudita? Quali sono le prospettive dei due grandi Paesi produttori?

La Russia non bene, a mio parere. La contrapposizione di circa un mese con l’Arabia Saudita mostra quanto la Russia abbia esagerato nel forzare la mano in Medio Oriente e un possibile esito di questo contrasto potrebbe configurarsi con la fine dell’ipotesi che Mosca svolga un ruolo significativo nello stabilire un nuovo ordine regionale in un prossimo futuro. La premessa è che, in questo periodo, la Russia ha una situazione finanziaria migliore dell’Arabia Saudita, in particolare con un tasso di cambio flessibile – poiché il rublo si deprezza, il valore delle sue esportazioni aumenta. Senza l’accordo raggiunto avrebbe perso anche miliardi di dollari di entrate con il calo dei prezzi del petrolio, il governo ha un deficit fiscale molto più basso dell’Arabia Saudita e ha più di 500 miliardi di dollari di riserve estere. La monarchia saudita è la guida dell’area spirituale ed economica del mondo arabo e del Medio Oriente e, anche se ha raggiunto un accordo in extremis, non dimenticherà facilmente lo “sgarbo” subito.

Che dire della questione petrolio vista dall’interno dell’Arabia Saudita?

L’Arabia Saudita ha ancora riserve di valuta estera di 500 miliardi di dollari, ma tale “tesoretto” si è ridotto dai 740 miliardi nel 2013. Molti anni di prezzi bassi del petrolio hanno costretto il regno a prendere in prestito denaro e ridurre i sussidi energetici per i suoi cittadini. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ora conta sulle sue riserve per aiutare a diversificare l’economia saudita per il futuro e pare sia stato costretto dagli eventi a rivedere la posizione nella guerra in Yemen. Ricordo che in Yemen si combatte una guerra tra il governo del presidente Hadi sostenuto dall’Arabia Saudita, e riconosciuto dalla comunità internazionale, e i ribelli houthi, finanziati e armati dall’Iran. Faticosamente ora è in atto un cessate-il-fuoco ma, non è ancora chiaro se gli houthi accetteranno l’arresto delle ostilità. L’Arabia Saudita, ad oggi, ha ragione a dare la priorità a una soluzione politica che includa una soluzione bilaterale di termini con gli Houthi. L’alternativa potrebbe essere un “fatto compiuto” attraverso una serie di vittorie militari degli houthi che avanzano sempre di più, a sfavore delle già deboli forze governative di Hadi.

E la prospettiva dall’interno per la Russia?

La Russia ha una capacità di lavorazione limitata e le sue raffinerie hanno strutture di stoccaggio insufficienti. Si affida a lunghi oleodotti per portare il suo petrolio agli acquirenti europei e asiatici. La domanda europea è crollata e i serbatoi di stoccaggio della Russia si stanno rapidamente riempiendo e la Cina sta ancora acquistando petrolio, a prezzi stracciati, ma la sua capacita di stoccaggio sarà completa tra un mese circa, lasciando il greggio russo bloccato. Con migliaia di pozzi di petrolio e gas dell’era sovietica nella Siberia occidentale, la Russia si troverebbe di fronte alla prospettiva di chiudere e poi far ripartire i pozzi, una soluzione costosa e tale processo potrebbe limitare permanentemente la quantità di petrolio da distribuire sulla rete internazionale in futuro. Tutto è in divenire e i prossimi giorni saranno importanti.

In definitiva quale prospettiva intravedere su scala mondiale?

Con così tanti consumatori mondiali di petrolio chiusi in casa a causa delle rigide misure del coronavirus, anche un taglio di 15 milioni di barili nella produzione giornaliera sarebbe probabilmente insufficiente a compensare il calo della domanda. I consumi sono diminuiti così rapidamente che potrebbero passare mesi prima che tornino al livello di 100 milioni di barili al giorno raggiunto nel 2019.

Ricordiamo cosa ha significato nel recente passato il crollo del prezzo del petrolio per un Paese come il Venezuela e dunque per gli equilibri in America Latina?

La guerra dei prezzi tra i produttori mondiali di petrolio ha ridotto le entrate del Venezuela per le sue maggiori esportazioni e ha esacerbato la crisi finanziaria del Paese. La guerra dei prezzi acuisce la crisi economica della nazione sudamericana mentre affronta la pandemia da coronavirus. Più del 90 per cento delle entrate delle esportazioni venezuelane proviene dal petrolio. Il Paese rischia, quest’anno, di avere un budget petrolifero di 8 miliardi di dollari, che è solo un terzo dei 25 miliardi realizzati nel 2019. Tre settimane fa, il presidente Nicolàs Maduro ha definito il crollo del mercato petrolifero un “colpo brutale” che ha fatto scendere il prezzo al di sotto del costo di produzione. La scorsa settimana la produzione del Venezuela è scesa sotto i 700.000 barili al giorno. Il settore petrolifero ha affrontato anni di investimenti insufficienti e le sanzioni degli Stati Uniti hanno limitato l’accesso della compagnia petrolifera statale ai finanziamenti internazionali e gli hanno impedito di commercializzare il greggio negli Stati Uniti. La compagnia petrolifera russa Rosneft, che aveva commercializzato la maggior parte del petrolio venezuelano nel mercato asiatico, la scorsa settimana ha annunciato che le sue attività nel Paese sarebbero state rilevate da un’altra compagnia russa. Questi cambiamenti e un calo della domanda mondiale di petrolio a causa della pandemia hanno messo in crisi il Venezuela in un momento in cui avrebbe bisogno di vendere ancora un maggior numero di barili di greggio. L’anno scorso Maduro ha ridotto i controlli sull’economia che hanno permesso alle aziende e ai privati di operare con maggiore libertà. Il Fondo monetario internazionale, a marzo, ha respinto una richiesta di 5 miliardi di dollari e funzionari del governo hanno contattato le banche cinesi in cerca di sostegno. Nel 2019, il Venezuela ha importato circa 550 milioni di dollari in cibo e ora deve rinegoziare il debito con Cina e Russia. Maduro dovrà anche ridurre le importazioni di beni essenziali dopo che, a differenza di altri governi della regione, ha evitato di esentare dal pagamento delle tasse le società e le imprese chiuse durante la quarantena da Covid 19 e ha anche razionato la benzina, provvedimento che ostacola la distribuzione del cibo al suo stesso popolo. E’ probabile che il “virus di Wuhan” sarà letale per tutto il Venezuela e soprattutto per il suo governo comunista.
Anche in Africa le ripercussioni su Paesi come Nigeria e Senegal si sono fatte sentire pesantemente…
La Nigeria è pronta ad affrontare una grave perdita di entrate. Gli analisti prevedono che il Ghana avrà metà delle entrate previste. In Camerun si prevede un calo del tre percento nella crescita economica. Questi sono solo esempi di come i Paesi africani produttori petroliferi sono stati e saranno tra i più duramente colpiti dalla pandemia di COVID-19 e dal calo del prezzo del petrolio. In particolare, Senegal, Nigeria e Angola continuano ad affrontare ogni giorno nuove sfide a seguito della crisi economica. In un’intervista a inizio marzo a VaticanNews avevo “predetto” una gravissima crisi sanitaria in Africa e ora a questa si aggiunge quella economica.
Il Senegal, da quando è stato scoperto petrolio e gas nel 2014, è emerso come uno dei principali attori dell’industria petrolifera e del gas. Di conseguenza, il Paese ha goduto di grandi investimenti stranieri e l’ingresso d’importanti partner internazionali. Tuttavia, la turbolenza del mercato globale ha avuto un duro effetto a catena sul promettente futuro petrolifero del Senegal. In particolare, il primo sviluppo petrolifero del Paese, il progetto offshore Sangomar da 4,2 miliardi di dollari ha subito un’enorme flessione poiché non si riesce a vedere finalizzati gli accordi sul debito. Comunque sia, il Senegal è senza dubbio uno dei produttori di petrolio e gas più promettenti dell’Africa. Guidato dal Presidente Macky Sall, il Paese è pronto per una nuova crescita e per investimenti nonostante ciò che sta accadendo nel mercato globale. Vi sono concrete speranze di vedere buoni risultati dallo sfruttamento del giacimento petrolifero Sangomar e del primo gas dal progetto GNL Greater Tortue.
Per la Nigeria ci sono altri rischi?

La riduzione del prezzo del petrolio creerà enormi problemi per la Nigeria che è il più grande produttore di petrolio dell’Africa. Mele Kyari, amministratore delegato della Nigerian National Petroleum Corporation, ha dichiarato che a un prezzo del greggio di 22 dollari al barile, i produttori di petrolio ad alto costo come la Nigeria dovrebbero considerarsi fuori dal mercato. Gli esperti hanno previsto che il coronavirus avrebbe causato al Paese le maggiori perdite nel continente con 15,4 miliardi di dollari, pari a circa il 4 per cento del PIL nazionale, una valutazione equa considerando che il Paese ha oltre 58 miliardi di dollari in progetti petroliferi e rischia di subire ritardi o cancellazioni. La sua produzione petrolifera contribuisce generosamente alla sua economia. In particolare, l’agenzia del petrolio del Paese ha ordinato alle compagnie petrolifere e a quelle del gas di ridurre la propria forza lavoro offshore e passare alle rotazioni del personale di 28 giorni al fine di evitare la diffusione del coronavirus. Il governo del Paese è convinto che, anche se è difficile vedere la luce in fondo al tunnel, con l’impegno di aziende e resilienza del governo, la Nigeria possa certamente resistere nel medio tempo alla tempesta causata dal Covid-19. Se non ci saranno opportune misure di tutela dei confini, la crisi in Nigeria porterà a maggiore immigrazione clandestina di nigeriani verso l’Italia e, conseguentemente, un “rinforzo” delle compagini di mafiosi nigeriani che già numerosi creano problemi nelle nostre città concorrendo al mercato della droga e alla criminalità in genere. La mafia nigeriana con la sua violenza e crudeltà è un grave pericolo.

on line il 16 Aprile 2020  su MeridianoItalia.tv

L’Ue tra i moniti della Corte di giustizia e le sentenze della storia

 

Fausta Speranza

Nel pieno dell’emergenza da pandemia in Europa, arriva la sentenza della Corte Ue che inchioda tre Paesi dell’est europeo alle loro responsabilità in tema di mancati ricollocamenti di richiedenti asilo. Un pronunciamento importante a difesa delle regole condivise che non deve passare inosservato. E’ anche una “sentenza” per gli annali della storia sul ruolo svolto in prima linea dall’Italia e dalla Grecia in difesa dei valori di umanità

Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca sono a tutti gli effetti inadempienti di fronte al diritto europeo in tema di migranti. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue accogliendo, in questi giorni, i ricorsi presentati dalla Commissione europea contro i tre Stati membri che, prima, nel 2015, hanno votato la misura delle quote che doveva sostenere i Paesi più esposti agli straordinari flussi provenienti dalla rotta balcanica, e, poi, non hanno mai aperto le frontiere alle poche decine di migranti assegnati a ciascun Paese. L’annosa querelle è emblematica della scelta di questi Paesi di arroccarsi – in altri casi anche con la Slovacchia – su posizioni fortemente polemiche nei confronti delle scelte di unità che l’Europa è chiamata a fare. E’ il cosiddetto fronte di Visegràd, dal nome della cittadina ungherese nella provincia di Pest che ha ospitato il primo vertice di “ribellione” dell’Est europeo. Un fronte che non va dimenticato parlando sempre di braccio di ferro tra Nord e Sud d’Europa.
Già nel 2017 la Corte aveva respinto l’istanza di Budapest, Varsavia e Praga, che chiedevano di essere esentati dalla decisione delle quote, assunta il 22 settembre 2015 dal Consiglio europeo al completo, dunque, anche con i loro rispettivi capi di Stato e di governo. In quel momento era fondamentale dare respiro alla Grecia e all’Italia che, oltre all’ondata straordinaria di flussi migratori nell’autunno del 2015 continuavano ad essere terreni di approdo di migliaia e migliaia di richiedenti protezione internazionale. Un milione di siriani tra questi venne accolto in Germania. Si decise di ricollocare altri 120.000 in altri Stati membri su base obbligatoria.  Ma non tutti hanno fatto la loro parte.
Finora il mancato adempimento è stato giustificato con una propaganda vecchio stile: in Paesi che hanno avuto il comunismo, i politici usano ripetere che non è possibile imporre dall’alto le decisioni e per “alto” intendono Bruxelles, anche se a quel vertice hanno seduto e hanno votato tutti i leader Ue. Ma se l’opinione pubblica dei Paesi incriminati è più o meno soddisfatta da queste spiegazioni, non si capisce perché l’opinione pubblica degli altri Paesi membri – quelli che non sono stati alleggeriti, ma anche quelli che hanno invece ottemperato ai loro obblighi – non supportino la battaglia per il rispetto degli impegni presi. La posta in gioco non è di poco conto: c’è la giusta considerazione per le regole condivise. Il punto è che, a questo proposito, sembra che nessun Paese possa scagliare la prima pietra, che si tratti di sforamento di budget, di quote, di mancati controlli alle dogane di materiali da altri Paesi terzi, di politiche fiscali ai margini del consentito, etc etc.
Questa sentenza chiude un iter che, nel rispetto dei meccanismi democratici di 27 Paesi, non può che prendere tempo. Il punto è che arriva dopo cinque anni in un’Europa diversa e, soprattutto, in questo momento in preda al ripiegamento all’interno delle singole frontiere imposto dall’emergenza della pandemia. E a queste sfasature l’Europa non è nuova.
Così rischia di cadere nel vuoto la sentenza della Corte che – vale la pena sottolineare – da un lato, ha riscontrato l’esistenza di un inadempimento da parte dei tre Stati membri di una decisione obbligatoria, dall’altro, ha constatato che la Polonia e la Repubblica ceca erano venute meno anche agli obblighi derivanti da una decisione anteriore (14 settembre 2015) che il Consiglio Ue aveva adottato per il ricollocamento, questa volta su base volontaria, di 40.000 richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia. E va detto che la Polonia aveva promesso di accogliere 100 persone e la Repubblica Ceca 50, dunque non numeri tali da imbarazzare nessun Paese. Ma neanche questo impegno era stato portato a termine.
Per quanto riguarda l’Ungheria, dove nei giorni scorsi, appellandosi all’emergenza del coronavirus, il primo ministro Viktor Orbán ha assunto i pieni poteri esautorando il parlamento, la memoria va a quelle settimane di pressione alle frontiere sulla cosiddetta rotta balcanica. Attraversando frontiera per frontiera – tra Serbia, Ungheria, Croazia, Austria – ricordiamo le migliaia di persone ammassate, molte in fuga dalla follia della guerra e del sedicente stato islamico tra Siria e Iraq. Ricordiamo distintamente che erano in maggioranza famiglie, ma dalla televisione ungherese in tutti i servizi sull’argomento si vedevano tutti uomini, solo uomini soli. Quel messaggio studiato per creare diffidenza resta una costante di tutta questa vicenda in evoluzione.
Ma va detto anche che, sempre in questi giorni, si registrano decisioni di segno diverso: otto Stati membri hanno dato il via alle procedure per accogliere entro la settimana di Pasqua 1600 minori non accompagnati dalle isole greche. Anche questa è Europa, anche se non fa notizia.
Andando oltre la cronaca, c’è la consapevolezza che negli annali di storia, quando si parlerà dei tragici viaggi della disperazione che hanno attraversato il Mediterraneo, le pagine più belle per l’Unione europea le avranno scritte proprio l’Italia e la Grecia, quando tra enormi difficoltà hanno difeso senza se e senza ma vite umane. Per il vecchio continente, paladino dei diritti umani, sarà la sentenza più importante.

 2 Aprile 2020  su MeridianoItalia.tv

Salute e solidarietà nel Dna dell’Europa

Fausta Speranza

Difesa della salute pubblica e solidarietà come priorità: si gioca su questi termini la scommessa dell’Ue di fronte alla pandemia da coronavirus. Da più parti si sente parlare di un’Europa “debole” e “egoista”. Si parla di una barca alla deriva e si moltiplicano le voci di chi vorrebbe scendere da quella imbarcazione. A ben guardare, difficilmente si trovano altrove le stesse basi giuridiche chiaramente espresse proprio a favore dei cittadini, che costituiscono le fondamenta della costruzione europea. E infatti è stato chiaro, nei giorni scorsi, il pronunciamento fattivo e concreto dell’Europarlamento e della Commissione stessa, che sono rispettivamente l’espressione diretta del voto dei cittadini e l’esecutivo comunitario. La battuta d’arresto c’è stata, venerdì 27 marzo, per la sospensione voluta dal Consiglio europeo, consesso dei capi di Stato e di governo, dove non di rado si arenano gli slanci in avanti per il prevalere di egoismi nazionali. Ma allora il problema non è nella barca, ma in chi la guida. Conviene dare uno sguardo al cantiere originario e alle regole che dovrebbero segnare la navigazione. Si scoprono le intenzioni chiarissime dei padri fondatori, ma non solo. Si scopre che in quel cantiere qualcuno ha continuato a lavorare e che nel Trattato di Lisbona si trovano àncore di tutto rispetto: a difesa proprio della salute di tutti i cittadini dell’Ue e del principio sacrosanto della solidarietà. Piuttosto che invocare l’abbandono della nave, bisognerebbe richiamare i capitani al rispetto delle normative.

C’era profonda idealità e grande concretezza su vari piani, ma anche una consapevolezza fondamentale: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Non poteva che essere un working in progress di anni e anni. Dunque, invece di ipotizzare di buttare a mare la barca, bisogna avere più chiara la rotta e incalzare i capitani di bordo perché si vada avanti e non indietro, perché si superino gli egoismi nazionali piuttosto che lasciare loro campo libero senza freni. Certamente nessuna avventura di questo tipo si fa andando a rimorchio, senza progettualità o decisionalità. Resta valida, infatti, anche un’altra convinzione di Schuman: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Mandare la costruzione europea alla deriva, con tutti i suoi principi, non è un’idea creativa. Piuttosto apre a un naufragio assistito.

  29 Marzo 2020   MeridianoItalia.tv

L’Italia e la “terza guerra mondiale” a pezzi

Fausta Speranza 

Le sfide  della globalizzazione diventano più urgenti di fronte agli interrogativi suscitati dalla pandemia da coronavirus. Emerge l’esigenza di forme di governance globale all’altezza della complessità delle relazioni tra gli Stati e dei bisogni dei cittadini. In particolare cresce la domanda all’Europa di una risposta comune ed efficace, che scongiuri la disaffezione. Sullo sfondo restano i conflitti e le disuguaglianze che caratterizzano questo tempo in tutto il mondo e i possibili sviluppi di intese. Per l’Italia, primo Paese democratico ad affrontare lo tsunami del contagio diventato modello per altri, si profilano nuovi margini di impegno e l’orizzonte della presidenza di turno del G20 nel 2021. Il contributo particolare che l’Italia può dare è su più fronti, a partire dallo spessore umanistico che ha guidato il vecchio continente nei percorsi più illuminati della Storia.


L’interdipendenza da anni ci chiede di pensare un vero progetto comune, da tempo si parla di una globalizzazione che non può restare senza forme di governance globale. L’infezione da Covid 19 ci ha inchiodati alle urgenze. Non ci sono solo i sistemi sanitari, la viabilità mondiale ad essere messi in discussione dalla pandemia, ma un mondo che tende a ridistribuire la potenza politica e la ricchezza concentrandola in capo ai giganti emergenti. Mentre registravamo il moltiplicarsi di conflitti e l’inasprirsi della forbice delle disuguaglianze sociali in praticamente tutte le aree geografiche, è arrivato lo spettro di una debacle dell’economia ma, soprattutto, si profila il rischio di mettere in discussione l’ordine liberale su cui ci siamo basati per decenni.

L’Italia, primo Paese democratico ad affrontare lo tsunami del contagio, è diventata modello per altri Paesi che pensavano di gestirlo diversamente. Sembra l’occasione simbolicamente propizia per riscoprire le potenzialità della penisola a sud d’Europa e a nord del Mediterraneo. E la presidenza di turno del G20 nel 2021 può rappresentare l’orizzonte di un impegno che deve e può avere come faro lo straordinario spessore umanistico che ha salvato il vecchio continente dai periodi più bui.

Come dice papa Francesco, nel mondo è guerra mondiale a pezzi. Non si può negare visto l’attuale numero di focolai di violenze. Stanno in guerra per la sopravvivenza anche gli 820 milioni di persone che ogni giorno soffrono la fame, mentre il divario tra ricchi e poveri è aumentato al punto che l’un per cento della popolazione globale possiede una ricchezza pari a quella del restante 99 per cento. E hanno un nemico da sconfiggere anche i 40 milioni di vittime dell’ignobile tratta di esseri umani. Il fenomeno è trasversale perché, in una fase storica segnata dalle multinazionali, anche gli affari criminali viaggiano su scala globale. E la globalizzazione delle organizzazioni illecite non conosce crisi o recessioni: hanno accesso ai fondi che provengono dalle attività criminose che non si fermano e non rallentano durante i periodi di crisi.

Sarebbe bello pensare che siano motivo di speranza le mobilitazioni di piazza cui abbiamo assistito dal Nord Africa al Medio Oriente, da Hong Kong all’America Latina. Vogliamo credere che siano il segno di processi evolutivi, ma per il momento sono innanzitutto la manifestazione delle diverse profonde lacerazioni sociali che imbrigliano i Paesi.

Da una parte, la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita in larga parte del globo, dall’altra, ha provocato tensioni e disuguaglianze pronunciate nei Paesi a economia matura e ha finito di strozzare alcune piccole economie locali. Risulta insufficiente l’azione delle istituzioni economico-finanziarie multilaterali e questa consapevolezza ha generato una diffusa disaffezione delle popolazioni verso queste stesse istituzioni, Unione Europea inclusa. Il punto è che mentre aumentano le esigenze di governance globale vengono messi in discussione i mezzi che permettono di soddisfarle. Ma in discussione devono essere la soluzione multilaterale o, piuttosto, le insufficienze delle istituzioni che incarnano l’ordinamento internazionale? La chiarezza nel porsi questo interrogativo è doverosa. Si palesa la sfida delle sfide: quella di respingere la tentazione di tornare alla concorrenza fra gli Stati, come un secolo fa.

Il multilateralismo ha consolidato le prerogative dei cittadini, che, espresse e riconosciute in precedenza dalle sovranità individuali degli Stati, si sono successivamente trasfuse nella protezione offerta a livello internazionale. Basti pensare alla Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo. Ma di questi tempi non possiamo dare per accantonato definitivamente il criterio della forza. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, ci si interroga sulla bontà di ambiti e sistemi in cui la applicazione del requisito “uno Stato un voto” può portare alla spiacevole sensazione di soggiacere a decisioni prese da altri. Prendono forza anche altrove posizioni a carattere revisionista, rispetto a quelle all’origine della creazione dell’architettura degli organismi internazionali. Sostituire alle politiche di cooperazione quelle di competizione certamente non aiuterebbe. E’ urgente difendere pace e giustizia al centro dei doveri degli Stati nei rapporti internazionali. E’ quello che emerge dalla Costituzione italiana in particolare dagli art. 10 e 11 che indirizzano e guidano l’azione della Repubblica. Può essere la prima indicazione di rotta per la presidenza italiana del G20.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 i leader mondiali hanno cercato soluzioni multilaterali anche in tema di economia e hanno tenuto il primo vertice dei leader del G20 a Washington, andando oltre il ristretto orizzonte dei 7 (o 8 con la Russia) Paesi più industrializzati. Insieme, i membri del G20 rappresentano circa il 90 per cento del Pil mondiale, l’80 per cento del commercio globale e i due terzi della popolazione, nonché circa il 60 per cento dei terreni coltivabili e l’80 per cento circa del commercio di prodotti agricoli. Avevamo pensato di circoscrivere così il dibattito al margine da dare o meno al multilateralismo, mentre si discuteva di una possibile riforma delle Nazioni Unite che rispettasse meglio gli equilibri attuali tra Paesi. Il coronavirus, invece, con la sua spiazzante capacità di intrusione in quasi ogni angolo di mondo e di scuotimento di ogni sistema Paese, ha centrifugato i dibattiti. Resta una prospettiva sopra qualunque altra: mettere al riparo dalle spinte nazionalistiche i pilastri della democrazia e i presupposti del bene comune: significa lotta alla povertà e alle ingiustizie sociali, difesa di valori come la solidarietà. Pensavamo di averlo fatto con la costruzione europea, ma è ancora troppo fragile in tema di politica estera e di politica economica. Due aree chiamate direttamente in causa dalla pandemia del Covid 19. La sensazione è davvero di essere a un bivio: o rafforziamo le architravi istituzionali o ci sarà spazio solo per nazionalismi e potenze regionali. I cittadini europei, passata l’emergenza e i flash mob di incoraggiamento, potrebbero scoprirsi più disorientati, più arrabbiati di prima. Si può fare tanto su tematiche specifiche come quella urgente della questione fiscale. L’Ocse lavora per la creazione di un nuovo sistema internazionale adeguato al ventunesimo secolo, che corregga almeno due grossi vulnus. Il primo è che gli utili dei colossi tecnologici – siano statunitensi, europei o cinesi – non sono tassati in modo adeguato. Il secondo è che l’attuale sistema consente il dumping fiscale e distorce la concorrenza.

Vale la pena ricordare l’intelligente provocazione che George Orwell mette in bocca a uno dei suoi personaggi di 1984: “La scelta per l’umanità è tra libertà e felicità e per la stragrande maggioranza la felicità è meglio”. Se il prezzo della crisi che inesorabilmente si pagherà a seguito del Coronavirus dovesse essere riversato sui cittadini – come è stato per i danni della finanza creativa a partire dal 2008 – potremmo assistere a un’onda di nazionalsocialismi populisti, razzisti, totalitari più lunga e invasiva del previsto. Potremmo scoprire che, nonostante i numeri sull’alfabetizzazione, ampie fette della popolazione non hanno consapevolezza che non può esserci felicità senza libertà. Abbiamo già avuto un’idea di cosa comporti manipolare fette di popolazione con le fake news. Non significa solo una rovinosa resistenza nei confronti dei vaccini. Significa far passare i limiti delle democrazie come più gravi di ogni limitazione dei regimi dittatoriali o semi dittatoriali che assicurano il soldo. Va scomodato Toqueville, che insegna: “La democrazia è il potere del popolo informato”. Se è solo potere di popolo è populismo. Servono buon giornalismo e Sapere. Ma innanzitutto ci vogliono buone politiche da raccontare. Il punto è che, se viene meno la capacità da parte delle democrazie occidentali e in particolare dell’Europa di difendere i propri cittadini rischia di venir meno non solo la fiducia nell’Europa unita, ma anche in quello che rappresenta: un baluardo a difesa dello Stato di diritto. Per l’Italia c’è un terreno particolarmente fertile. Le politiche di sviluppo comprendono anche missioni negli ambiti della ricerca archeologica, antropologica, etnologica, che si estendono cronologicamente dalla preistoria all’epoca medioevale e geograficamente dal Vicino Oriente all’Africa, dall’Estremo Oriente all’America Latina. Non si tratta solo di attività scientifica di studio, ma di un prezioso strumento di formazione nel settore del patrimonio culturale in cui l’Italia si colloca a un livello di eccellenza internazionalmente riconosciuto. Come avremo bisogno di regole comuni per affrontare la crisi delle aziende – quello del settore aereo è solo un esempio – così avremo bisogno di regole comuni per difendere lo spazio culturale, che rappresenta il più privilegiato luogo di incontro, di promozione del dialogo, antitesi dei conflitti. E l’Italia deve sapersi giocare la carta della sua cultura così centrale nella vicenda del mondo Occidentale. Un patrimonio unico di umanesimo da rimettere in campo.

Alcuni scenari particolari:

Europa all’appello

Per i Paesi occidentali che ci siamo abituati a ritenere leader in tema di pace e di sviluppo dobbiamo considerare sfide cruciali.

       L’Europa ha aperto l’anno con la certezza della Brexit ma anche con tutti gli interrogativi sulla sua attuazione. Dal 1 febbraio è iniziato il periodo di transizione fissato fino alla fine del 2020. Fino al 31 dicembre di quest’anno non doveva cambiare nulla, ma il coronavirus non era previsto. Le incertezze hanno lasciato il posto a assoluti punti interrogativi. Diciamo che ci sono in ballo diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro tra l’Europa e il Regno Unito. Finora il premier Boris Johnson ha detto che non ci sarà assolutamente nessun rinvio e che quindi o si chiude un accordo commerciale con l’Unione Europea entro dicembre oppure il Regno Unito sarà fuori senza accordo. Ma nel frattempo è arrivato il coronavirus e rinviare le scadenze potrebbe essere una priorità per tutti. Finora non si è mai vista l’Ue tanto unita come nel fronteggiare il Regno Unito. Sarebbe fallimentare cambiare registro.

       Intanto, l’Europa si è chiusa al mondo. E si spera sia un segno di compattezza e non la somma di tante chiusure. La decisione di serrare per un mese le frontiere esterne con le dovute eccezioni è  stata accompagnata da propositi di solidarietà: corsie preferenziali per il passaggio dei materiali medici, difesa della libera circolazione delle merci sul territorio, primi aiuti. E’ evidente che siamo davanti a una decisione senza precedenti in risposta alle serrate in ordine sparso tra i Paesi dell’area Schengen cui si è assistito man mano che il virus faceva la sua comparsa nei Paesi membri.

         Di fronte al Covid 19 l’Italia ha scelto, senza se e senza ma, la salute della popolazione e gli altri governi, dopo aver accarezzato l’idea della cosiddetta “immunità di gregge” per non fermare l’economia, hanno seguito lo stesso esempio. E, a quel punto, l’Europarlamento e la Commissione si sono sbilanciati a promettere che l’Ue sarà unita, mettendo in campo risorse considerevoli per fronteggiare il contraccolpo finanziario e soprattutto autorizzando deroghe al patto di stabilità. Si è tornato a parlare di bond comunitari, invocati come coronavirusbond dal presidente del consiglio dei ministri italiano Giuseppe Conte. Per anni nostri economisti, come il professor Alberto Quadrio Curzio, hanno invocato eurobond. E deve essere immediatamente chiaro che stare dalla parte dei cittadini in questa emergenza attuale deve significare combattere l’infezione ma anche prepararsi a gestire il dopo tsunami in termini di conseguenze economiche per cittadini, famiglie, imprese. Dopo anni di espressioni retoriche sull’ultima chiamata all’Ue, si avverte esattamente la sensazione che si sia arrivati all’ultimo appello.

Gli Stati Uniti al voto

         Negli Stati Uniti la rielezione di Trump nel voto presidenziale di novembre prossimo sembrava scontata fino all’arrivo del coronavirus, fattore in grado di rimettere in discussione le certezze della sua politica sotto lo slogan America first e il suo carisma. Trump ha prima relegato la questione a un virus cinese non arginato in un Paese come la Cina che “ha nascosto i pericoli” o “in un Paese piccolo come l’Italia”. Ha poi dovuto ammettere l’emergenza nazionale nel giro di pochi giorni prendendo atto del contagio in tutti e 50 gli Stati dell’Unione. Inizialmente ha annunciato lo stop ai voli nei Paesi europei ad eccezione del Regno Unito, dove il premier Johnson difendeva la scelta di non fermare nessuna attività, ma nell’arco di 24 ore ha tagliato fuori dalle rotte aeree anche la Gran Bretagna.  Nelle stesse ore, il fronte democratico, con le primarie, si è compattato intorno alla figura di Joe Biden. Potrebbe ora trovare terreno più fertile nella battaglia contro l’approccio iperliberista difeso da Trump anche in tema di sanità nazionale.

Il gigante cinese

         La Cina in pochi anni ha sviluppato una forte e moderna economia, che le ha fatto raggiungere nel 2014 il traguardo di prima economia mondiale per PIL a parità di potere d’acquisto. Non è più solo la “fabbrica” del mondo, ma ha anche una certa propensione al consumo, ed è diventata leader dell’high-tech, dell’alta velocità, dell’elettronica, dell’energia rinnovabile. Le scelte geopolitiche del governo di Pechino stanno rivelando la volontà di guidare il mondo. Ora, dopo diversi mesi sotto l’assedio del coronavirus fa i conti con i rientri di connazionali infettati all’estero e soprattutto con le conseguenze dello tsunami dei contagi.  Nell’immaginario resta la figura del dottor Li Wenliang che per primo ha segnalato in un gruppo privato di WeChat, l’app di messaggistica cinese, la possibile esistenza di un nuovo virus dello stesso genere della micidiale Sars. E’ stato interrogato dalla polizia locale con l’accusa di aver diffuso falsi allarmi e costretto a firmare una dichiarazione in cui ammetteva le sue responsabilità. È stato riabilitato solo dopo che il governo centrale ha diffuso la notizia ufficiale dell’epidemia. Alla sua morte per Covid 19, un gruppo di intellettuali ha immaginato una giornata per la libertà di espressione proprio nel giorno della sua scomparsa. Sui social effettivamente è esplosa la rabbia dei cittadini sui ritardi, ma il governo centrale ha risposto incriminando le autorità locali. Resta quell’hashtag condiviso milioni di volte prima di essere censurato: “Noi vogliamo la libertà di parola” (我们要言论自由 wŏmen yào yánlùnzìyóu).    In Cina si sta formando, lentamente, una società civile che cerca di erodere la centralizzazione politica. Ma l’emergenza da coronavirus in realtà, al di là della figura del dottor Li, rischia di limitare l’evoluzione di tale mobilitazione, in particolare con la quarantena forzata di milioni di cittadini e il controllo serrato su internet come sui movimenti delle persone.

         Non si può dimenticare Hong Kong, dove a quasi un anno dal loro inizio, le proteste non sono sparite a fine anno soltanto dalle home page dei siti internazionali, ma anche dalle strade della regione autonoma cinese nella quale per mesi centinaia di migliaia di manifestanti hanno chiesto più democrazia e maggiore indipendenza dalla Cina. Oltre 7.000 arresti, migliaia di feriti e almeno due morti direttamente legati alle proteste. La svolta c’è stata dopo il trionfo alle elezioni locali dei partiti   che sostenevano i movimenti delle proteste, con un tracollo di quelli legati all’establishment di Hong Kong e al partito comunista cinese.

L’incognita Russia

         Per la Russia è stato giallo coronavirus: per diverse settimane non si aveva notizia di casi nonostante i forti scambi con l’Europa e la Cina. Poi il 18 febbraio è arrivata la prima vittima. Il momento è cruciale per il presidente Putin: alla guida del Paese da vent’anni alternando il ruolo di primo ministro e di presidente, si prepara a succedere a se stesso con una riforma costituzionale che cancella il limite dei due mandati e consente al presidente in carica di ricandidarsi nel 2024. Dopo l’approvazione in parlamento e il placet della Corte Costituzionale che ha dichiarato le riforme “compatibili con la legge”, l’ultimo passo da fare è il referendum. La data individuata è quella del 22 aprile, ma non è detto che – a causa dell’emergenza coronavirus – non sarà rinviata.

  Sulla via della Seta polare

       Lo scorso 2 dicembre, in videoconferenza rispettivamente da Sochi e Pechino, il presidente Putin e il presidente Xi Jinping hanno assistito all’inaugurazione del gasdotto Forza della Siberia e simbolicamente rilanciato le relazioni commerciali e politiche tra i loro due Paesi. Il prezzo del gas rimane un segreto commerciale, ma fonti confermano che il valore complessivo del contratto (valido per i prossimi 30 anni) si aggira sui 400 miliardi di dollari. Sebbene in passato le relazioni tra i due Paesi siano spesso state animate da sentimenti contrastanti, ora viene rilanciato “il partenariato strategico russo-cinese nel settore energetico a un livello completamente nuovo”, per usare le parole dello stesso presidente russo.

         Oltre a gasdotti ed esercitazioni militari congiunte, Russia e Cina puntano anche a rafforzare i loro legami commerciali. L’anno scorso il volume degli scambi commerciali sino-russi ha raggiunto per la prima volta la cifra di 100 miliardi di dollari, e si punta al raddoppio entro il 2024. C’è la Via della Seta Polare. La regione artica è ricca di risorse e ha un grande valore politico e commerciale. Idealmente connette Asia, Europa e Nord America, cioè le regioni dove si concentra il 90 per cento del commercio internazionale. I cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacci, in particolare nei mesi estivi, potrebbero aprire un nuovo ventaglio di opportunità che sia Russia e Cina sono ansiose di esplorare.

         Mosca e Pechino hanno infatti subito entrambe delle “sanzioni” da Washington, sia di tipo politico che economico. Entrambi i Paesi contestano l’egemonia statunitense e cercano di trovare nuove alternative all’attuale ordine mondiale, seppur ovviamente con mezzi e modalità diverse. Vedremo se il 2020 rafforzerà o meno l’intesa tra Mosca e Pechino e cosa potrà il coronavirus. In questa e in altre convergenze.

 Nel bollente contesto del Vicino e Medio Oriente

         Il conflitto israelo-palestinese si è riacutizzato mentre non si fermano le violenze a Gaza e in Cisgiordania. C’è nuova tensione dopo la scelta del presidente Usa Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, nel 2019, e poi, a inizio del 2020, di proporre un piano di pace che prevederebbe, tra l’altro, il riconoscimento da parte palestinese di “Gerusalemme capitale indivisa di Israele”.

          Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran è stato segnato il 3 gennaio del 2020 dall’uccisione voluta da Trump del generale di Teheran Qasem Soleimani, capo della Niru-ye Qods, l’unità delle Guardie della Rivoluzione responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla repubblica islamica.  Al di là dell’immediata rappresaglia iraniana l’8 gennaio contro basi statunitensi in Iraq, si sono aperte nuove falde di conflittualità e si sono rafforzate alcune distanze su quello internazionale, a partire dalla difficile posizione dell’Ue nei confronti della politica estera statunitense e dall’accentuata lontananza tra l’amministrazione a Washington e la presidenza di Vladimir Putin a Mosca, da sempre alleato dell’Iran.

         Peraltro in Iran, mentre cresce l’epidemia di coronavirus e aumentano le sue vittime, a causa della mancanza di personale medico e della loro stanchezza per il grande numero di pazienti, riemerge il rischio di una rivolta popolare.

       Tralasciando l’escalation di tensione tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano, bisogna guardare alla crisi siriana. Il conflitto è entrato nel suo drammatico decimo anno di carneficina. Nel nord ovest si continua a combattere mentre in tutto il Paese scarseggia cibo e oltre la metà delle strutture sanitarie risulta distrutta. Gli ospedali, infatti, sono stati e sono presi di mira dai bombardamenti. E’ solo una delle prove dell’assenza ormai totale di qualunque rispetto del diritto internazionale in materia di belligeranza. La crisi in Siria, scoppiata il 15 marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo, è diventata “guerra civile”, segnata dal dilagare tra Siria e Iraq del cosiddetto califfato del sedicente Stato islamico (Is) sconfitto solo nel 2017. Sono intervenuti sul campo Russia, Stati Uniti, Turchia, oltre ad altri attori regionali, come l’impegno delle forze curde contro l’Is e la partecipazione dell’Iran – insieme con Mosca e Ankara – ai colloqui di pace ad Astana, in Kazakhstan, in parallelo a quelli dell’Onu a Ginevra. A inizio 2020 sono saltate alcune alleanze contro i ribelli: l’esercito siriano e quello turco si scontrano. Damasco accusa Ankara di ingerenza sul suo territorio e Ankara accusa Damasco di non rispettare la zona di de-escalation stabilita in precedenza nell’ambito dei colloqui tra Siria, Russia, Turchia, Iran. Di fatto, nella fase finale del conflitto si è aperta la questione della spartizione di potere sul territorio siriano tra quanti hanno appoggiato il presidente al-Asad. In gioco c’è il controllo di porti e pozzi petroliferi. A questo punto è evidente che si ragiona solo in termini di capacità di azione di potenze regionali con buona pace del diritto internazionale. E l’Occidente non dovrebbe girarsi dall’altra parte.

         L’aggravarsi della situazione umanitaria nello Yemen è un altro motivo di seria preoccupazione. Dopo l’accordo di Hodeidah tra l’esercito appoggiato dalla coalizione a guida saudita e i ribelli non è finito il dramma delle forniture e degli approvvigionamenti essenziali per una popolazione stremata.

         L’Iraq, dopo gli indicibili crimini inflitti dal sedicente Stato islamico alla popolazione – in particolare ai membri di minoranze religiose ed etniche – offre qualche speranza nel procedere verso la via della riconciliazione e della ricostruzione, ma la fase è estremamente delicata tra forti proteste e scontri. E il Paese è diventato terreno di confronto, tra l’altro, tra Washington e Teheran, che vorrebbe vedere ritirarsi tutte le forze statunitensi dal territorio iracheno. Anche in questo caso si palesa con sempre maggiore inquietudine la questione dello sfruttamento delle risorse energetiche.

         C’è poi la tensione nello Stretto di Hormuz, un limitato tratto di mare che divide il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman che è stato al centro delle cronache a metà 2019. Da non dimenticare: anche qui, tra attacchi alle petroliere e abbattimenti di droni, si gioca la competizione tra Iran e Stati Uniti. Sullo sfondo rimane l’irrisolta contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran.

         Spostando lo sguardo all’Afghanistan troviamo un Paese che gioca la sua partita più importante: per la pace con i talebani. Si sono seduti al tavolo delle negoziazioni con gli Stati Uniti ma non si può sapere cosa succederà se le forze Usa si ritireranno. A diverso titolo sono tanti gli altri attori statali coinvolti: Pakistan, Russia, Cina ed Iran sono tra i principali e tutti con interessi contrastanti. E  il cosiddetto Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e Siria, ma da sempre ha scelto l’Afghanistan come una delle sue principali basi operative.

L’Africa tra conflitti e carestie

       Al conflitto in Libia fa da sfondo la crisi nella martoriata zona del Sahel che si protrae da anni tra vecchio terrorismo, disgregazione militare, traffico di esseri umani. La sensazione è che ci sia un filo stretto tra questi fattori e che l’uno giochi a sostegno dell’altro. Di fatto, Nigeria, Niger, Burkina Faso sono solo alcuni dei 16 Paesi dell’area colpiti da guerre, instabilità, carestie, in un’area vastissima che parte dalle coste mediterranee libiche e si spinge fin giù alla cosiddetta “linea del sale”, per commerciare esseri umani o i loro organi. E la pace vacilla anche oltre questo orizzonte se si pensa che nel pacifico Camerun sono scoppiate violenze in seguito alle rivendicazioni delle regioni anglofone, mentre proseguono le scorribande di Boko Haram. La speranza va alla vicina Algeria dove abbiamo assistito per mesi a proteste sempre e solo di stampo pacifico, dove però, dopo la caduta di Bouteflika, le manifestazioni non si sono fermate perché sono state forti le forze in difesa del sistema autoritario anche senza la presenza del presidente al potere da 20 anni.

L’America Latina in rivolta contro le disuguaglianze  

       Un punto fermo in America Latina è il dramma del traffico degli stupefacenti e delle armi. E poi c’è una certezza: anche qui i trafficanti di esseri umani, che “masticano” di geopolitica, si adattano alle situazioni, rimodellano i percorsi, ma non perdono il business. C’è stata l’emergenza delle carovane di migliaia di persone in fuga dagli Stati dell’America centrale verso il Messico e verso gli Stati Uniti. Poi, la crisi politica e la crisi umanitaria in Venezuela – ormai il 90 per cento della popolazione si trova in condizioni di povertà o comunque di insicurezza alimentare – ha mobilitato milioni di persone sulla Ruta andina, la rotta verso Perù, Cile, Argentina. Si sono intrecciati fattori come la caduta del prezzo del petrolio e la resa dei conti per politiche che hanno affamato il grosso della popolazione. In tutto questo frangente, sono esplose proteste e rivendicazioni in un Paese dopo l’altro. E’ un grido ripetuto contro la corruzione e le ingiustizie sociali. E questo accade anche in un Paese come il Cile che consideravamo un’oasi di crescita economica, la Svizzera dell’America Latina. In realtà, rischiavamo di dimenticare un record: è fra i 14 Paesi con maggiore disuguaglianza al mondo. E anche qui, come in Bolivia, Ecuador, Repubblica Dominicana, etcetera, è scoppiato il malcontento. Anche in Colombia, a tre anni dalla firma finale dell’accordo di pace tra governo e il gruppo guerrigliero delle Farc – sottoscritto dopo 53 anni di conflitto – restano tensioni di carattere politico sociale e forti rivendicazioni contro le politiche economiche del presidente Ivan Duque.

         In tutto questo l’America Latina è forse il continente dove si possono trovare le donne più “potenti” e, allo stesso tempo, più maltrattate, ma una speranza viene proprio dall’universo femminile. Sono state diverse le presidenti elette in vari Paesi – un numero molto più alto rispetto all’Europa – e allo stesso tempo prosegue l’escalation di violenze sessuali e soprusi. Negli ultimi anni l’Argentina e il Cile hanno dato vita a movimenti contro la violenza sulle donne, con interessanti flash mob e prese di posizione. Stessa cosa anche in Messico, dove si consuma la più silenziosa guerra civile al mondo con 95 omicidi al giorno e un tasso di impunità in alcune zone del 90 per cento.  Anche in Messico, Paese nel Nord America ma di cultura latina, le iniziative nella giornata internazionale della donna 2020 hanno registrato una partecipazione di massa mai vista.

23 Marzo 2020  MeridianoItalia.tv

Guerriglia urbana in Messico

il commento di Fausta Speranza
18/10/2019

Culiacán, il capoluogo dello stato messicano del Sinaloa, è stata al centro di una vera e propria guerriglia urbana tra polizia ed esercito da un lato e il potente cartello della droga locale dall’altro. Gli episodi violenza, con decine di automobili date alle fiamme, cittadini costretti a rifugiarsi nei bar, è stata scatenata dall’arresto di Ovidio Guzmán López, figlio del narcotrafficante Joaquín Guzmán Loera, più noto come “El Chapo”, e considerato attualmente una delle persone a capo del cartello. Dopo più di dieci ore di scontri si apprende che il figlio di “El Chapo” sia tornato in libertà. Abbiamo chiesto alla giornalista Fausta Speranza, che ha pubblicato per noi un reportage sul Messico dal titolo MESSICO IN BILICO un breve commento che riportiamo qui sotto.

“Si tratta di un episodio che mette in luce soprattutto due elementi: la quantità e il livello di armi a disposizione della criminalità: da dispositivi di precisione a mitragliatrici. E questo deve ricordare che dovremmo chiedere “muri” di diverso tipo non solo contro i migranti ma contro i trafficanti di armi (da Usa a Messico) che sostengono e assicurano il mercato delle droghe.

Il secondo aspetto è quello dell’implicazione, in questo episodio, di forze dell’esercito e della polizia che oltretutto in Messico sono sdoppiate tra quelle federali e quelle dello stato locale. Il presidente Obrador da tempo prospetta la formazione di un’unica Guardia nazionale contro i narcos per “ottimizzare” ed evitare sovrapposizioni e maglie in cui si annida e rafforza la corruzione. Ma ci sono resistenze varie, mentre la popolazione ormai non ha più nessuna fiducia nei confronti nei confronti di nessuna divisa. Tutto questo rafforza le posizioni di chi come il figlio di “El Chapo” sta riorganizzando il crimine in Messico.”

Fausta Speranza

dal Treno della memoria 2019

  

“Troppo spesso la gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero che invece rifugge”. Sono parole di Søren Kierkegaard di due secoli fa. Il filosofo danese non ha conosciuto le derive logorroiche che accompagnano oggi i social, ma ha fotografato l’attitudine umana che viene prima di qualunque assoggettamento alla tecnologia. L’attitudine a dare e a darsi risposte facendo a meno degli interrogativi, o partendo sempre dalle stesse domande.  Risposte possibilmente a voce alta, per imporle e imporsi, per provare a considerarsi importanti, o forse semplicemente per sentirsi vivi o darsi coraggio. Comunque, risposte, troppo spesso lapidarie,  come sono oggi le notizie postate e condivise: senza fonti, vere per assioma, perché non ci si chiede se siano false. Ma c’è almeno un posto al mondo dove tutto questo non funziona, dove, chiunque scelga di andare, viene trafitto dagli interrogativi: ad Auschwitz non si trovano risposte.

In quel che resta del campo di sterminio in terra polacca simbolo della follia nazista, si resta inchiodati dalla domanda più angosciosa: come si sia arrivati a così tanta disumanità teorizzata e orchestrata. E l’interrogativo più doveroso riguarda il futuro: se possa ripetersi. Primo Levi, sopravvissuto a Birkenau perché utile chimico e divenuto scrittore di fama mondiale con i suoi racconti, ha chiarito: “E’ accaduto, può accadere di nuovo”.

Partecipare a gennaio 2019 a un “Treno della memoria” della  relativa bellissima associazione del Salento ha significato scoprire quanta meravigliosa voglia di libertà di pensiero – prima ancora del legittimo desiderio di libertà di parola – l’iniziativa riesca a seminare tra i giovani che aderiscono. Gli studenti, preparatissimi, non hanno girato lo sguardo di fronte a nessuna sollecitazione e, soprattutto, al dibattito a conclusione del viaggio ad Auschwitz e a Cracovia, hanno permesso al pensiero di spaziare dal passato all’oggi, con un’assunzione di responsabilità fortissima. La domanda che ha riecheggiato di più, nella sala magna dell’Università che li ha ospitati, è stata: cosa posso fare io. L’orizzonte si è allargato alle sfide attuali che chiamano a muoversi sul crinale dei crinali: tra umanità e disumanità. Il ragionamento è tornato spesso all’immagine dei migranti che gettano nel Mediterraneo le loro vite nel disperato tentativo di salvarle dalle violenze che imperversano nei loro paesi africani o mediorientali. O si è ragionato sul muro che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propone come risposta alle altrettanto disperate fughe dalla violentissima America Centrale verso il Nord America. La riflessione è arrivata anche alle ingiustizie sociali che trattengono in “ghetti” di fatto centinaia di milioni di persone nel mondo, destinate appena a sopravvivere mentre l’un per cento della popolazione mondiale detiene il 99 per cento delle risorse. Sollecitazioni doverose e pesanti, per le quali non è facile contribuire a cambiare le cose. Ma da quella sala universitaria è emersa chiarissima la responsabilità fondamentale: quella della consapevolezza. Sapere e capire, almeno per non contribuire con scelte quotidiane o politiche a logiche di disumanità, che prendono sempre nuove vesti ma non spariscono dal vissuto dell’uomo. Chiedersi sempre – come ha gridato al mondo Levi – “se questo è un uomo”.

       Unica via possibile per comprendere Auschwitz è studiare il contesto, l’humus che ha dato vita all’odio razziale contro gli ebrei, che in Germania negli anni Trenta del secolo scorso rappresentavano lo 0,8 per cento della popolazione. Non ci si può esimere dal continuare a studiare chi e come abbia incanalato frustrazioni, scontento sociale e valutare quante industrie abbiano guadagnato nell’affare dei forni crematori o del gas letale. Ma i libri non bastano. Lo ricorda lo storico di relazioni internazionali, Daniele De Luca, che non si stanca anno dopo anno di tornare al lager più infame. Insegna ai suoi studenti che si studia il passato per avere il giusto sguardo interlocutorio sul presente e che in qualsiasi fatto storico serve cercare di “starci dentro” il più possibile: leggere di Auschwitz non è uguale a visitarlo. Sentire, sebbene coperti adeguatamente, il freddo gelido del vento di questa zona d’Europa non è uguale a rileggere le testimonianze di sopravvissuti, anche se è impossibile mettersi nei loro poveri panni. In ogni caso – De Luca è perentorio – la visita si fa d’inverno, “perché qualcosa delle terrificanti sensazioni dei prigionieri arrivi sulla pelle”.

Il primo passo è il silenzio: quel silenzio ricco di ascolto vissuto dai ragazzi tra i viali del campo, in cui si è introdotti dalla scritta più beffarda della storia: “Il lavoro nobilita l’uomo”. Un arco di ferro e parole dove ad essere più dure sono le parole, false e irrisorie. L’area inizialmente doveva servire a far tacere i dissidenti polacchi che resistevano all’annessione forzata da parte della Germania, accompagnata dall’intenzione di annichilire cultura e lingua polacche, cancellando ogni segno di civiltà locale. Poi è diventato contesto esemplare, anche se non unico, del drammatico progetto di sterminio degli ebrei.

 Certamente vedere quei sassolini dentro una teca che sono ciò che resta di una produzione massiccia di Zyklon B, l’agente fumigante con cui si pensava di mettere a punto la “soluzione finale”, non lascia indifferenti. L’incredulità ti accompagna nell’area di lavori forzati definita Auschwitz I e nell’area di Monovitz, prima e ultima a essere state ultimate. E l’incredulità resta, mista a angoscia, quando cammini tra le rovine dell’area di Birkenau, voluta e usata espressamente per lo sterminio degli ebrei. E’ stata quella più distrutta dai nazisti in fuga, ma grazie ai racconti, ad  alcune fotografie rubate e a foglietti di appunti sotterrati da disperati che non potevano pensare che la memoria si perdesse, la realtà dei fatti rivive davanti agli occhi e nei ragazzi è stato evidente lo stupore per dettagli che si fissano come pungoli nella mente. In tre sale nel  Blocco II, adibito a carcere e a luogo di tortura, c’era il riscaldamento perché è quanto prevedeva la legge del Terzo Reich per i luoghi di detenzione. Nel gelo dell’inverno nelle capanne di Auschwitz, quelle tre stanzette per condannati, 90 centimetri per 90, erano riscaldate. Giulia si è mostrata sconvolta: «Come si poteva parlare di rispetto della legge?». Forse la consapevolezza più doverosa che sta maturando in questa ragazza è proprio questa: l’orrore è stato voluto pretendendo di stare nella legge. E solo 80 anni fa.

L’orrore è stato concepito, nonché tollerato dal popolo tedesco, in una logica di pianificazione, di strategia: in una combinazione diabolica e unica di ideologia, burocrazia, tecnologia. Ad Auschwitz tutto è stato scientifico. Non si riesce a dimenticare la teca che conserva le due tonnellate di capelli di donna ritrovati nel campo all’arrivo delle truppe russe a fine gennaio 1945, solo perché non avevano fatto in tempo a partire: tutto era perfettamente efficace, infatti, nella catena industriale che li riciclava in tessuti, come riciclava o smaltiva altro. I giovani che abbiamo seguito da vicino, 50 tra i 1500 in visita tra gennaio e marzo, hanno attraversato con attenzione e rispetto tutte le aree, dove hanno trovato dolore e morte migliaia di dissidenti politici polacchi, prigionieri russi, rom e sinti, omosessuali, milioni di ebrei. Hanno scelto di citare a voce alta alcuni nomi di vittime in un consueto momento di commemorazione, che è diventato particolare quest’anno a 15 anni dalla nascita del Treno della memoria.

Nei loro commenti i ragazzi non hanno smesso di ripetere che le atrocità compiute su uomini e donne inermi sono note, ma certamente trovarsi sullo scenario di Auschwitz è “un’esperienza unica”. Lo è stata anche per la giornalista che scrive. Lo è stata anche proprio perché trascorsa tra giovani ricchi di interiorità che restituiscono la speranza che alcuni dati riescono a far vacillare. Primo fra tutti quello relativo ai cosiddetti neet, giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano, non studiano, non seguono corsi di formazione, appunto “Not in Education, Employment or Training”. L’Italia ha il drammatico primato in Europa per numero di neet. Viaggiare tra centinaia di studenti preparati e motivati restituisce fiducia nel futuro. Resta l’inquietante consapevolezza di non avere politici che parlino di questi dati, che affrontino le voragini sociali che rappresentano. Voragini che inghiottono, se non le vite stesse, il senso di quelle vite.

Nel ricordo restano impresse le parole di Fabrizio, che dopo aver partecipato al primo Treno della memoria è tornato ogni anno da volontario dell’associazione. Diventato ingegnere, ci ha spiegato che quel viaggio gli ha “cambiato la prospettiva di vita”: “Ho imparato a sentire la comunità: nello sgomento per ogni negazione dell’umano che ti si palesa a Auschwitz ho sentito il bisogno di avvicinarmi a tutti coloro che come me rifiutano tutto ciò, con altre persone che rigettano qualunque logica di odio tra esseri umani”. Sono parole che ci sembrano “dure” come le parole di quella scritta: “Arbeit macht frei“. Ma non è l’imposizione del male a dare loro rigidità, piuttosto è l’opposto: è la fermezza di chi al male non si rassegna.

In questo, nella caparbia volontà di costruire bene, che argini il male, non si è soli, mai. Lo si è ancora meno se non si dimentica chi ha vissuto prima di noi. L’Europa, nella vulgata comune, sembra essere diventata fonte di problemi, il capro espiatorio per assolvere   politici nazionali incompetenti. Certamente non mancano le scelte inopportune o sbagliate o insufficienti da parte delle istituzioni europee, ma non si può dimenticare che non rappresentano altro che l’insieme dei capi di stato e di governo che il nostro tempo ha partorito. Si possono e si devono mettere in discussione le leadership, ma pensare, in nome di astratti sovranismi,  di distruggere il progetto comune europeo – basato sui principi di pace e di solidarietà – è insensato e terribilmente miope. Non si capisce perché  sfide epocali come flussi migratori o scossoni dell’economia    dovrebbero essere gestite meglio sgretolando la costruzione europea, lasciando tante piccole barchette nel mare della globalizzazione. I paesi membri dell’Ue condividono una cultura dello stato di diritto e di sistemi democratici che le grandi potenze che si affacciano prepotentemente sullo scenario mondiale – Russia e Cina – non sanno cosa siano. Frammentare le forze europee è suicida.

Piuttosto, l’Europa recupera sana vitalità se ritrova il respiro della dimensione di pensiero e di spirito  che era di quanti hanno saputo sognare e progettare un’integrazione di popoli e, dopo la tragedia dei due conflitti mondiali, sono stati capaci di rilanciare sugli individualismi, sulla banalità della litigiosità, sul clamore e il baratro dei proclami vuoti.

Oggi è urgente riflettere su alcune preoccupanti deviazioni dell’attuale discorso politico e mediatico: la semplificazione, la banalizzazione, l’estremizzazione. Imperversano sui social, insieme   con espressioni di razzismo, incitazioni all’odio e alla violenza. Deviazioni che sono possibili perché non c’è memoria di quanto sia costato l’abisso dei totalitarismi. Non c’è memoria dello slancio etico che ha portato, proprio in reazione al nazismo e al fascismo, al sogno di unità che ha accomunato poeti e romanzieri, come Salvador De Madariaga o Thomas Eliot, e intellettuali attivisti come Luigi Sturzo, Altiero Spinelli, Paul-Henry Spaak, prima ancora degli statisti che hanno sottoscritto i trattati europei, Schuman, Adenauer, De Gasperi. Negli scritti illuminanti e piacevolissimi di tutti questi giganti della storia ci sono risposte alle domande di Auschwitz.

Non si può buttare via la memoria della Shoah né l’antidoto al   razzismo. Non si deve lasciare spazio né al negazionismo né alle forze distruttrici che attentano ai sistemi democratici che abbiamo costruito a baluardo. Nella visionarietà di questi pensatori, si ritrova la responsabilità di riscoprire la dignità dell’uomo persona, e non solo cittadino o soggetto economico. Una battaglia da fare uniti come vecchio continente, culla del pensiero filosofico-cristiano che ha regalato al mondo il concetto di dignità di persona, di diritti, di stato di diritto. I limiti tangibili dell’Ue non possono offuscare la mente tanto da non capire che la democrazia non è scontata ed è il vero bersaglio di tante fake news. E’ inevitabile che il dibattito si sviluppi ormai sui social network, dove però si amplifica il rischio di parlare troppo e di valutare troppo poco.

De Madariaga, che definiva l’Europa “cristiana nella volontà e socratica nella mente”, la vedeva “destinata a cercare, attraverso le sue numerose vicissitudini, quella libertà di indagine senza la quale la mente non può lavorare più di quanto i polmoni possono respirare senza l’aria”. Perché non si torni a pensare qualcosa di simile a Auschwitz, non servono gli slogan, ma serve ritrovare il cielo, spazio simbolico di queste idealità, di spiritualità religiosa o laica, per il recupero urgente di un orizzonte di bene comune.