L’emergenza Ucraina e le grandi sfide da non dimenticare

Dopo anni di Trattati internazionali per il disarmo, si torna a parlare di aumento delle spese militari in ambito Nato. Al di là del  dibattito parlamentare all’interno di ogni singolo Paese dell’Ue, è importante  fare riflessioni di carattere globale. Il primo pensiero va alle spese mondiali per gli armamenti degli ultimi anni, al progressivo e significativo aumento: è stato registrato dai dati ma forse non dalla percezione generale in Occidente. Una distrazione da non ripetere.

E poi c’è la febbre del pianeta, quel surriscaldamento che già presenta il conto in termini di disastri ambientali e umanitari, da non dimenticare. Su questo piano rischiamo oggi – nessun Paese è escluso – un’altra colpevolissima distrazione.

Come dice Papa Francesco “la vita umana indifesa viene prima di qualunque strategia”. Certamente la priorità assoluta è salvare le persone facendo cessare il conflitto in Ucraina. Ma è importante e doveroso anche non perdere di vista alcuni orizzonti di riflessione importanti per la vita stessa sul pianeta. L’Unione europea, finora compatta come solo nel caso della pandemia avevamo visto, nell’ambito delle strategie di reazione all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – oltre all’impegno straordinario per i profughi – ha stabilito che tutti i Paesi europei dovranno, nei prossimi anni, aumentare le spese militari fino al 2 per cento del Pil, secondo quanto già previsto a livello di Alleanza Atlantica. Per l’Italia si tratta di passare da 25 a 38 miliardi di euro e il dibattito è in corso.

Dobbiamo ricordarci dell’aumento che non abbiamo voluto vedere. E’ come se la percezione generale si fosse fermata a dopo il 2001 quando in Occidente, nonostante l’11 settembre e la guerra in Iraq e altri fatti molto gravi, il trend delle spese militari mondiali era in diminuzione anche se leggera. Ma già negli anni successivi se  diminuivano le spese  dei Paesi occidentali – Stati Uniti in testa  in particolare con la presidenza Obama  –  aumentavano quelle in Asia in generale, e nell’Asia orientale in particolare, come anche nel Medio Oriente. Quello che è successo poi, nel 2014, è che, per la prima volta da molti anni, c’è stata una inversione di tendenza: il complesso delle spese militari mondiali seppure di “qualche” decina di miliardi di dollari ha progressivamente registrato rialzi, anche di quasi un punto percentuale in un anno. Da quel momento i Paesi impegnati a ridurre la spesa non sono stati più in grado di compensare quelli impegnati ad aumentarla. Da allora lo stesso trend si è esasperato fino al 2021 quando nel mondo le spese militari sono aumentate di 50 miliardi di dollari, superando i 2000 miliardi di dollari. E fino al conflitto in Ucraina che porta ad un aumento di spesa in armamenti anche nei Paesi europei. Il discorso è complesso ma in ogni caso va considerato nella sua intera parabola.

“Un obiettivo che consentirà di creare una vera e propria difesa europea”: così, in sede di Consiglio europeo  che si è tenuto il 24 e 25 marzo, il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi ha definito l’aumento della spesa militare. Si spera davvero che possa essere il momento di svolta per il processo che manca alla costruzione europea: la formazione di una difesa comune per una reale politica estera comune. E’ uno degli indispensabili anelli mancanti insieme con la fiscalità. Non si tratta, dunque, solo di raggiungere un’intesa per l’Ucraina. Dobbiamo ricordarci che sono tante e significative le vie da percorrere per scongiurare le sabbie mobili della conflittualità su diversi fronti, sotto diverse latitudini. Serve un’Europa compatta e unita sul fronte della pace che non è fatto solo da trincee vere e proprie. Non dimentichiamo tutta la questione delle cosiddette “guerre per procura”   che in questo momento rappresentano il punto cruciale di tanti conflitti in singoli Paesi o in  aree geografiche. Ci si combatte all’interno ma per interessi esterni di attori che riescono ad avere, proprio all’interno di questi Paesi o di queste aree, un controllo, magari attraverso milizie locali e  cioè senza far riferimento agli eserciti regolari. Si tratta di modalità che  contribuiscono ad accrescere la mancanza di sicurezza a livello internazionale. Anche per questo serve la Difesa europea.

Fa effetto parlarne nel giorno in cui è venuta a mancare Maria Romana De Gasperi che sempre ricordava il forte rammarico del padre nel presagire il fallimento della Comunità Europea di Difesa. Lo statista tra i padri fondatori della casa comune europea morì due giorni prima della bocciatura fondamentale da parte della Francia, ma purtroppo aveva intravisto l’esito.

Ci sono poi altre spese da non dimenticare. Nel 2021 le Nazioni Unite hanno chiesto di triplicare la cifra prevista a livello mondiale per far fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici e per assicurare una transizione ecologica. In ballo c’è il ripristino dell’ecosistema degradato e del suolo compromesso.  Nel 2020 la spesa è stata di 120 miliardi. Tra le promesse emerse nel G20 di Roma e rimbalzate alla Conferenza di Glasgow COP26, tra fine ottobre e inizio novembre scorsi, c’è quella di assicurare una spesa di 350 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Per arrivare a 536 miliardi di dollari l’anno entro il 2050. Sono obiettivi che aspettano una prima verifica alla prossima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico voluta dall’Onu, COP27, fissata a novembre prossimo in Egitto, tra soltanto otto mesi. Ma ci si chiede con quale consesso internazionale ci si arriverà.

Oltre all’urgenza assoluta di far cessare “la selvaggia crudeltà della guerra” in Ucraina – come l’ha definita Papa Francesco nella quarta udienza generale dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio scorso – c’è la “battaglia” sul clima da portare avanti, che l’Unione europea per prima al mondo ha lanciato. Lo ha fatto da anni, in considerazione della gravità delle conseguenze per tutti ma anche nella consapevolezza che è necessario adottare misure efficaci ma anche costruire un consenso globale niente affatto scontato e “inventare” nuove forme di governance per problematiche globali e interconnesse.

Tematiche scottanti come le guerre, le emergenze climatiche, migrazioni, la povertà, la crisi sanitaria sono tremendamente interconnesse. La posta in gioco va ben oltre le doverose misure di contenimento dei rischi e dei danni.  La sfida – ora è più palese che mai –  non consiste solo nel raggiungere accordi per contrastare il surriscaldamento globale, ma nel ritrovare, dopo lo strappo della guerra in Ucraina che segue gli scossoni della globalizzazione e della pandemia, un nuovo equilibrio di collaborazione a livello internazionale. In sostanza, si tratta di recuperare la prospettiva che ha portato in precedenza a concepire le Nazioni Unite. Mettere a punto una Difesa europea può significare mettere insieme le forze su diversi fronti compreso quello di difendere propositi fondamentali e assicurare strumenti giuridici sempre nuovi per poter garantire modalità all’altezza delle sfide più attuali.

I drammatici fatti in Ucraina hanno messo bruscamente in discussione, dopo altri evidenti vacillamenti, il presupposto di un consesso internazionale all’interno del quale far sviluppare confronti e accordi che permettano di superare le logiche di equilibri di potenza. Già si sentiva parlare di fallimento o di riforma dell’Onu, ora in realtà si deve puntare l’attenzione sulla volontà politica dei vari Paesi di far funzionare il meccanismo delle Nazioni Unite, perché bisogna recuperare il presupposto di base: trovare accordi e modalità di collaborazione seppure nel rispetto delle peculiarità di ogni Paese. Serve un’Europa sempre più forte dei suoi valori migliori. L’alternativa è lasciare il campo alle armi.

Provvedere ai bisogni militari, creare un’Europa della Difesa deve significare tenere ben presente tutto l’orizzonte di necessità.

La condanna della guerra che costruisce la pace: la voce di Papa Francesco

“Guerra ripugnante”: Papa Francesco, dopo altri accorati appelli dall’attacco del 24 febbraio, torna a dare un nome al “massacro insensato” che avviene in Ucraina. E’ la voce del Pastore di anime, e tradisce tutta l’intensità della preghiera fatta all’Angelus della terza domenica di Quaresima, ma è anche la voce dell’uomo di Dio che tuona potente come la condanna: “Tutto questo è disumano, anzi è anche sacrilego perché va contro la sacralità della vita umana indifesa”. C’è tanto in comune con i Papi che lo hanno preceduto, ma c’è anche qualcosa di nuovo in quello che resterà anche come uno dei più significativi moniti all’umanità e uno dei più importanti contributi alla pace. A patto che venga ascoltato – e non solo da chi lancia ora sull’Ucraina missili e bombe –  quando sottolinea che “la vita umana indifesa viene prima di qualunque strategia”.

Tanti, nell’ultimo secolo, gli appelli e le condanne da parte di Papi di fronte a guerre e conflitti, ma queste parole di Francesco arrivano come un vento in grado di spazzare via la definizione di “operazione militare” di Putin e quella di “guerra giusta” del Patriarca di Mosca Kirill. C’è qualcosa che accomuna tutti i pronunciamenti e qualcosa, come sempre, che distingue.  Come i suoi predecessori, Papa Francesco non nomina mai l’aggressore, in questo caso palesemente la Russia di Putin. Al di là di tutte le possibili responsabilità immaginabili di ogni parte in causa sul territorio e altrove, è chiaro chi ha fatto la scelta scellerata e anacronistica dei missili e delle bombe su case e ospedali. Ma Papa Francesco – non solo a questo Angelus ma in tutti gli interventi in varie occasioni – non chiama l’aggressore per nome. Il motivo è preciso ed è in perfetta continuazione con l’attività diplomatica della Santa Sede dal secolo scorso: non nominare l’interlocutore per lasciare aperta la porta del dialogo. Suggerisce nella sua formalità un’importante sostanza: la verità della condanna non può significare mettere all’angolo l’altro, perché equivarrebbe a chiudere la porta di un dialogo vero.  Vale per tutti, potenti e politici della terra, e per tutti i conflitti che purtroppo, al di là della concentrazione mediatica sul caso ucraino, continuano a portare lo stesso “massacro insensato” in altre parti del mondo, a partire dallo Yemen ma non solo.

In comune con i predecessori anche il tentativo di smantellare alle radici qualunque giustificazione della violenza e della sopraffazione. Di particolare, però, c’è il contesto che non è rappresentato solo dalle bombe. L’intervento ai primi di marzo del Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, in cui ha parlato di “giusta guerra come lotta contro la promozione di modelli di vita anti cristiani come i gay pride”, resta come un’inquietante pietra miliare, anche se è stato poi accompagnato da un appello alla pace dopo il colloquio il 16 marzo con Papa Francesco.

Anche lo scenario di cui parliamo va chiamato per nome: si chiama fondamentalismo religioso etno-filetico, di carattere totalitario. Si tratta in sostanza dell’incontro tra nazionalismo e religione presa a pretesto come copertura ideologica. Di etno-filetismo si parla dal Concilio di Costantinopoli del 1872 come di “moderna eresia” ma torna come tornano i nazionalismi. In Russia oggi si parla di Russkii mir: significa semplicemente mondo russo, ma rappresenta proprio il fenomeno di identificazione tra chiesa e nazione che affascina tanti estremisti e fondamentalisti tra gli ortodossi. Ma non mancano proseliti anche altrove tra cattolici e protestanti.

Per tutti Francesco ribadisce che non si può fare male in nome di Dio: Da Dio – dice nello stesso Angelus – non può mai venire il male o l’ispirazione del male, perché “non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia”. Piuttosto – aggiunge – “sono i nostri egoismi a lacerare le relazioni; sono le nostre scelte sbagliate e violente a scatenare il male”. Secondo Francesco, la soluzione è chiaramente solo una: “Convertiamoci dal male, rinunciamo a quel peccato che ci seduce, apriamoci alla logica del Vangelo: perché, dove regnano amore e fraternità, il male non ha più potere!”.

Il piano inclinato della tecnoscienza

di Fausta Speranza

Si fa presto a dire transizione ecologica: senza meccanismi di welfare ad hoc e senza una rivoluzione dei sistemi educativi, si rischia di dare la parola solo alla tecnoscienza che già pervade anche troppo la vita dell’uomo contemporaneo. A lanciare l’avvertimento è una personalità di spicco del mondo dell’innovazione tecnologica, Francesco Profumo, già presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Non bastano i buoni propositi di recupero dell’ambiente naturalistico, sottolinea.

    Incontriamo Francesco Profumo a Milano, oggi presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo. E’ stato, oltre che ai vertici del Cnr, anche ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. La sua storia personale esprime l’opposto rispetto a quello che potremmo definire scetticismo o diffidenza nei confronti delle scoperte tecnologiche.

Lo sguardo si illumina quando ci fa un esempio di innovazione: il prototipo messo a punto da giovani per ottenere acqua dall’aria. In sostanza si tratta di raffreddare l’aria disponibile nell’atmosfera convertendo l’acqua dallo stato gassoso, cioè dall’umidità, allo stato liquido, grazie alla condensa. Profumo ci spiega con entusiasmo che il prototipo è in grado di estrarre al giorno 13 litri di acqua, risorsa essenziale per definizione, in zone desertiche.

Il tono si fa grave quando, di fronte alle emergenze ambientali, chiediamo in che direzione stiamo andando. “Non c’è prototipo che tenga se non si recupera una visione olistica”, risponde subito. E poi ci consegna questa consapevolezza: “La tecnologia è solo uno degli strumenti possibili ma da sola non risolve i problemi, forse li accentua”.

“Non ci sono più le condizioni per dire che la sola tecnologia possa interagire con il tema dell’ambiente e della transizione ecologica”, afferma Profumo, sottolineando che non si può non parlare di transizione sociale. Spiega: “I piani da considerare sono tre: quello della transizione ecologica, quello della digitalizzazione, quello della resilienza sociale”.

C’è un “allineamento da fare” – sostiene – tra i sistemi di produttività e i sistemi di relazioni”. A livello teorico le basi ci sarebbero, sembra dire Profumo quando cita il discorso della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al momento del suo insediamento a novembre 2019 che “conteneva precisamente l’indicazione di questi tre piani, da cui non si deve prescindere”. Ricorda la cosiddetta Agenda 2030 dell’Onu che prevede misure cheFrancesco Profumo considerano l’ambiente naturalistico e l’ambiente sociale, per affermare che, tra tanti passi avanti e passi indietro, in particolare l’Obiettivo 17 dell’Agenda rischia di essere il primo disatteso: è l’ultimo della lista, quello che invoca il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

“Si rischia di considerare solo l’urgenza di salvare il pianeta mentre l’essere umano continua a perseguire logiche autodistruttive e pensa di contare solo sui nuovi strumenti dell’era della digitalizzazione”. L’esperto di innovazione tecnologica avverte che “non si può perdere la centralità dell’uomo” e ricorda la chiarezza con cui viene spiegato nell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco: l’ecologia o è integrale nel senso che si occupa di riequilibrare  sistemi naturali e sistemi sociali o non è.

Profumo ne sottolinea l’importanza spiegando che “serve tenere insieme cose diverse, tutto è integrato”.

Viene subito in mente che la famosa transizione verso un nuovo sistema di produzione più ecologico non avrà lo stesso costo per tutti. Ci sono Paesi meno ricchi e sviluppati che rischiano di pagarne il prezzo più alto, ci sono fasce di popolazione in Paesi con economie agiate che potrebbero non reggere l’urto. Ma Profumo annuisce ma chiarisce che non è solo questo il punto: “Ci sono scenari problematici per tutti”.

“Servirà un welfare ad hoc, di accompagnamento, per la transizione ecologica che richiederà tempi molto lunghi”, avverte Profumo. I tradizionali sistemi di welfare sono in crisi. Il punto di vista non è negativo: “L’obiettivo finale è corretto e soprattutto ne verranno grandi opportunità”. Ma “servono forte consapevolezza e tanta ricerca”. Per la messa a punto dei modelli di welfare così come li conosciamo c’è voluto un processo di formazione e evoluzione. “Oggi non reggono più il confronto con i processi del futuro”. Serve quella che Profumo definisce “ibridazione da saperi diversi”, attenzione a indirizzi pro-profit o no-profit, a piani diversi tra Stato, settore secondario, settore terziario.

Se si guarda a singole tematiche come quella delle sorgenti energetiche, si capisce subito la profonda complessità della questione. Ma Profumo invita a riflettere sul fatto che la complessità non sta solo nelle revisioni tecniche da considerare ma in alcuni “rapporti chiave da rivedere, a partire dal rapporto tra domanda e disponibilità”. Ricorda che alcune fonti come quella solare sono segnate dalla variabilità della disponibilità. Dunque, “bisognerà disaccoppiare la domanda e l’offerta”, afferma, spiegando che “serve sempre più ricerca per assicurare bacini intermedi, bacini ‘cuscinetto’ che consentano il disaccoppiamento”. L’esempio è quello delle batterie che consentono di immagazzinare energia per quando ce n’è bisogno. Si capisce che la soluzione non è semplice su larga scala. Rispetto ai ritmi delle centrali termoelettriche “cambia l’equilibrio tra tempi di produzione e utilizzo”.

La proverbialità della rivoluzione copernicana sembra impallidire. Dal colloquio con Profumo usciamo con due parole d’ordine: ricerca e educazione, invocando innovazione e creatività. Non possono essere all’altezza dei tempi neanche i modelli educativi in atto, che sono figli dei modelli industriali in cui si sono sviluppati. Il punto è che finora i tempi di ogni rivoluzione industriale sono stati abbastanza lunghi da permettere che la conoscenza “prodotta” reggesse alle richieste e alle esigenze. Ma, nell’orizzonte che ci schiarisce Profumo, la quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo durerà massimo altri dieci anni per lasciare il passo alla prossima, che dovrà essere figlia delle tre transizioni indicate: ecologica, digitale, sociale, che portano con sé cambiamenti e accelerazioni impensabili fino a poco tempo fa. Per tenere il passo servono nuovi sistemi educativi.

Ci si deve abituare all’idea che “la conoscenza che l’uomo impara invecchi sempre più velocemente”. La priorità dunque sarà “imparare ad imparare accettando che si tornerà a scuola nella vita sei o sette volte in un meccanismo continuo di re-apprendimento”. Ma se “le competenze saranno sempre più temporanee, sarà fondamentale aver coltivato nello zainetto della vita una serie di conoscenze di tipo soft, come creatività, capacità di lavorare in squadra, attitudine al pensiero critico”. In qualche caso, argomenta Profumo, bisognerà anche “tornare a scuola per disimparare e reimparare perché il contenitore della mente non è infinito”. I dettagli della visione sono tutti da disegnare, ma è precisa la riflessione di Profumo: “Sarà una vita molto più interessante ma anche più faticosa”.

La velocità si sposa con l’incertezza, che flirta con “tentazioni autocratiche”. Profumo cita lo scenario di nuove povertà ma anche di nuove “debolezze”. Le crisi economiche e l’automazione hanno bruciato fette di lavoro e di impiego tradizionali; la pandemia ci ha bruscamente gettato nell’emergenza sanitaria globale; la digitalizzazione ha aperto scenari di cyber attacchi. Profumo non ha dubbi: “Sono tutti terreni che possono indurre a invocare interventi dall’alto, produrre scivolamenti verso forme di autoritarismo”. Il punto è che “la moderna tecnologia può ben sposarsi con un crescente controllo, può intercettare e bloccare mobilitazioni dal basso”.

Nessuno si senta escluso: il rischio è planetario e i sistemi democratici non sono di per sé inattaccabili. Tentazioni e derive da scientismo e culto della potenza a diversi livelli sono sotto gli occhi di tutti. Nell’era della tecnoscienza, serve una nuova antropologia all’altezza delle sfide per difendere umanesimo e democrazia.

“C’è la necessità di riscrivere una parte della storia dell’uomo”, dice Profumo, e “la più grave debolezza su tutti i fronti sarebbe la mancanza di consapevolezza che rende impreparati”.

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/cultura1/459-il-piano-inclinato-della-tecnoscienza

Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste

su Democrazia Futura

La lezione di giornalismo a un anno dalla scomparsa. Fausta Speranza, giornalista inviata dei media vaticani esperta di politica internazionale, nel ricordare lo scrittore riminese, parte da una sua sentenza: “La comunicazione deve avere le stesse remore dell’agire”. 

Nella Rassegna di varia Umanità che completa la Terza parte del fascicolo troviamo una rievocazione della lezione di una grande giornalista del servizio pubblico ad un anno dalla morte. Fausta Speranza, giornalista inviata dei media vaticani esperta di politica internazionale, e già collaboratrice dello scrittore riminese, nel suo pezzo “Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste” parte da una sua sentenza: “La comunicazione deve avere le stesse remore dell’agire”. Per la Speranza “Non è solo una bella frase da ricordare, magari rievocando i tempi d’oro dell’inchiesta che fu, ma deve essere il principio con il quale analizzare, da cronisti che antepongono i fatti alle considerazioni, quanto accade oggi, a partire dal proliferare di notizie e dalla sparizione delle inchieste […] Nel caso di Zavoli, si andava oltre la cronaca raccontata correttamente che è già buon giornalismo. Si aggiungeva lo slancio di scavare, andare oltre la descrizione e la ricostruzione di un fatto, per indagare su di esso, ricercarne cause e spiegazioni, e spesso svelare ciò che è nascosto, portando alla luce aspetti e circostanze ignote ai più, o – peggio – che qualcuno vuole occultare”. Per Zavoli – chiarisce – “L’inchiesta deve rimbalzare”. “Ho sempre pensato – aggiunge la Speranza – che significasse che doveva essere come una palla lanciata non per andare a segno su un obiettivo predestinato ma per raggiungere spazi inattesi. Non si può concepire, come purtroppo spesso accade, che si raccolgano prove per una tesi precostituita. Non è questo – pensava Zavoli – il valore dell’inchiesta, che piuttosto deve servire a scavare e a scoprire quello che è ignoto anche a chi decide di andare a fondo e che poi deve fare i conti con la “verità” che gli si palesa. Non è una considerazione scontata. Ci vuole onestà intellettuale e dobbiamo riconoscere che non è merce che si trova facilmente di questi tempi”.

di Fausta Speranza

La comunicazione deve avere le stesse remore dell’agire

Una delle figure chiave del giornalismo italiano, Sergio Zavoli, scomparso il 4 agosto 2020, ne era convinto, e amava ripeterloNon è solo una bella frase da ricordare, magari rievocando i tempi d’oro dell’inchiesta che fu, ma deve essere il principio con il quale analizzare, da cronisti che antepongono i fatti alle considerazioni, quanto accade oggi, a partire dal proliferare di notizie e dalla sparizione delle inchieste. Tra i dati più rilevanti da considerare c’è un fenomeno tanto sottaciuto quanto grave: oggi la disinformazione è più pagata del corretto giornalismo. Sul web è spesso involontariamente finanziata anche dai maggiori inserzionisti pubblicitari perché prevalgono meccanismi di automazione. Significa sacrificare il senso critico di una cittadinanza alla dittatura dell’algoritmo. Da tutto ciò dobbiamo partire per ragionare sul valore dell’inchiesta ai tempi dei social, tra tagli alle redazioni giustificati dalle crisi economiche, dimenticanza delle fonti accertabili camuffata da post verità, superficialità spacciata per velocità.

Del giornalismo appassionato e accuratissimo di Zavoli restano produzioni da manuale, ma forse l’eredità più preziosa sta proprio nella tensione morale, alla quale, come tutti gli umani, non sarà stato sempre perfettamente all’altezza nei suoi 96 anni di vita, ma che senza dubbio lo ha chiaramente contraddistinto non abbandonandolo mai e permeando profondamente i suoi oltre settant’anni di attività da giornalista, politico, scrittore.

Stiamo parlando della tensione a rispettare valori come la verità, la libertà, la giustizia, il senso del bene comune.

Stiamo parlando di giornalismo serio e di qualità, il solo possibile nella convinzione che Alexis De Toqueville ha ben sintetizzato avvertendo che “la democrazia è il potere del popolo informato”. Altrimenti, è potere manipolabile e manipolato.

Nel caso di Zavoli, si andava oltre la cronaca raccontata correttamente che è già buon giornalismo. Si aggiungeva lo slancio di scavare, andare oltre la descrizione e la ricostruzione di un fatto, per indagare su di esso, ricercarne cause e spiegazioni, e spesso svelare ciò che è nascosto, portando alla luce aspetti e circostanze ignote ai più, o – peggio – che qualcuno vuole occultare. Zavoli, che è stato anche presidente Rai e, una volta senatore, è stato nominato presidente della Commissione di Vigilanza Rai, ha firmato reportage che hanno aperto orizzonti di comprensione su temi come il terrorismo, il fascismo, la democrazia, la malattia mentale, la scuola. “La notte della Repubblica” o “Nascita di una dittatura” sono solo i titoli più noti, fino a “Diario di un cronista”.

L’inchiesta deve rimbalzare”  

E’ essenziale in ogni caso il rispetto della verità. Si può argomentare per secoli sui criteri di valutazione: possiamo parlare di verità oggettiva, storica o contingente, eccetera eccetera. Al di là delle possibili elucubrazioni al proposito, c’è qualcosa di profondamente “pragmatico” che Zavoli insegnava a chi ha avuto, come chi scrive, il privilegio di lavorare con lui. Ed è racchiuso in una simpatica espressione che ripeteva con convinzione: “L’inchiesta deve rimbalzare”. Ho sempre pensato che significasse che doveva essere come una palla lanciata non per andare a segno su un obiettivo predestinato ma per raggiungere spazi inattesi. Non si può concepire, come purtroppo spesso accade, che si raccolgano prove per una tesi precostituita. Non è questo – pensava Zavoli – il valore dell’inchiesta, che piuttosto deve servire a scavare e a scoprire quello che è ignoto anche a chi decide di andare a fondo e che poi deve fare i conti con la “verità” che gli si palesa. Non è una considerazione scontata. Ci vuole onestà intellettuale e dobbiamo riconoscere che non è merce che si trova facilmente di questi tempi. Ma dobbiamo anche riconoscere che, al di là della “qualità” dei giornalisti, ci vogliono anche tempo e risorse che purtroppo le testate giornalistiche non sono più disposte a concedere, se non eccezionalmente.

Futuro dell’inchiesta,  post-verità e social network

Ma se pensiamo allo stato di salute attuale e al futuro dell’inchiesta, non possiamo non parlare delle implicazioni della cosiddetta post verità. E’ un termine ormai entrato nel gergo del mondo occidentale e forse ancora di più nell’attitudine mentale. Il primo a chiarirci le idee è stato il filosofo polacco Zygmunt Bauman che ha parlato di “modernità liquida” in cui tutto – compresa la verità – è individualizzato, privatizzato, incerto, flessibile, vulnerabile.

Poi abbiamo riconosciuto il concetto di post verità, che individua in sostanza le tante situazioni in cui deliberatamente, facendo leva sulle emozioni, sulle personali credenze, sui pregiudizi cognitivi della psiche di ognuno, la realtà viene distorta e si stabilisce una sequenza parallela. Si crea una realtà fittizia ma il punto è che è proprio in base a questa “verità” fittizia che molti formano le loro opinioni, attraversano e rileggono le loro esperienze. E’ qualcosa che va ben oltre l’individualismo e il relativismo ed è ben evidente quanto facilmente si sposi con il mondo dei social network. E’ un meccanismo in base al quale quanto percepito è considerato vero perché sorretto anche solo dal desiderio e dai sentimenti o dalle sensazioni cui fa appello. Il problema vero è l’impatto che tutto ciò ha sui comportamenti degli individui e delle masse. E il quesito essenziale è come far sopravvivere la ricerca del vero oltre l’apparenza – l’inchiesta – in un momento storico in cui  sensazioni e  sensazionalismo diventano il sostegno della realtà.

Il bisogno di verità dopo la presa di Kabul…

A ben guardare tutto ciò non significa che sia morto il bisogno dell’uomo di verità o che la verità non abbia più un peso e un valore. Solo guardando all’emergenza Afghanistan, è evidente come i talebani la temano più di ogni altra cosa. Gli attacchi ai media hanno accompagnato di pari passo la conquista di nuovi territori. Dove hanno imposto la sharia, hanno anche subito trasformato le radio locali in organi di propaganda. E tra i primi oppositori giustiziati dagli jihadisti è stato assassinato a Kabul il direttore del Government Information Media Center, Dawa Khan Menapal, figura chiave per la comunicazione del governo, già uno dei portavoce del presidente Ashraf Ghani. Se la prendono con i giornalisti, li braccano, li minacciano, li ammazzano. Le uccisioni di giornalisti, di interpreti, i raid sulle radio locali, fanno parte di un’unica strategia. Non possono permettersi alcuna narrazione che sia diversa dalle loro bugie e dalle loro fake news. Possono imporsi soltanto con la brutalità e mettendo a tacere qualunque altra verità diversa dalla loro.

— e le manifestazioni di guerriglia urbana a casa nostra

Non ci sono soltanto gli scenari estremi. Ci sono anche prospettive molto inquietanti a casa nostraLe recenti manifestazioni di protesta in molti Paesi occidentali sono il segnale di come la pandemia stia contribuendo a destabilizzare la relazione fra i cittadini e lo Stato. Le scene di guerriglia urbana provocate a Roma e in altre città d’Italia a fine agosto dai cosiddetti “no vax” e “no pass” sono state caratterizzate da due preoccupanti elementi: l’uso della violenza e la scelta dei giornalisti e degli scienziati come obiettivo da colpire.

La pandemia ha generato frustrazione, esclusione sociale e molte altre preoccupazioni, alimentando gli atteggiamenti antigovernativi e anti-sistema.

Lo sottoscrive uno studio dell’Istituto di ricerca sulla pace di Oslo pubblicato sulla rivista Psychological Science[1]. Il gruppo di analisti ha intervistato 6 mila adulti abitanti negli Stati Uniti, in Danimarca, Italia e Ungheria ed è emerso un impressionate legame tra il carico psicologico del Covid-19 e sentimenti e comportamenti altamente distruttivi, incluso l’uso della violenza per una causa politica. Non è invece emersa una relazione consistente tra il peso della pandemia e le motivazioni a impegnarsi in forme di attivismo pacifico. Per questo – raccomanda lo studio – quando finirà, i programmi di ripresa dovranno anche riparare le relazioni tra i cittadini e il sistema politico. Senza dimenticare le relazioni tra cittadini e giornalisti, bersaglio in realtà già da prima della pandemia della furia delegittimatrice dei populismi.

Verità fa rima con libertà

Non si può cercare la verità se non si è liberi. Ma anche per il concetto di libertà bisognerebbe intendersi. E’ ovvio che il giornalista deve poter avere un margine di movimento, non può essere ingabbiato da nessuno, nei tanti modi in cui può accadere che lo sia. Ma c’è un altro punto di vista decisivo. Tra i ricordi più vivi delle riunioni di redazione con Zavoli e di alcuni scambi personali, nella memoria di chi scrive c’è un pensiero preciso formulato a seguito di alcune considerazioni del giornalista che amava definirsi cronista. Per un intellettuale, la libertà fondamentale – sembrava suggerire Zavoli – non è solo quella di muoversi in qualunque spazio senza limitazioni o con meno limitazioni possibile, ma è quella di gestire la propria interiorità. Sono bisogni e desideri, ambizioni e aspettative, se non la cupidigia di gloria, di soldi, di potere, a limitare la libertà di movimento. I legacci non sono solo al di fuori, ma dentro di noi. Tante considerazioni e tanti ricordi si potrebbero aggiungere su questo tema. Personalmente ricordo scambi intensissimi di pensieri e di dubbi sulla fede. Non vorrei o saprei raccontarli. Ma c’è un verso dedicato a Dio che, senza restituire tutto lo spessore delle riflessioni di Zavoli e della sua esperienza umana e spirituale di cui nessuno peraltro potrebbe mai davvero dire se non balbettare, mi sembra esprimere il suo anelito di conoscenza, di verità, di libertà perfino nel rapporto con l’ultraterreno, almeno nella dimensione in cui riusciamo a pensarlo.

“Noi parliamo di Dio quasi origliasse

per sapere che cosa ne pensiamo,

 ed è arduo non nominarlo invano

specie da quando, irato,

ha scelto il suo nascondimento[2]

In relazione alla fede, resta il titolo del suo libro, Il socialista di Dio, pubblicato nel 1981 da Mondadori,[3] che ha spiegato che un tempo essere socialisti voleva dire essere atei, mentre Zavoli era di fede cattolica e di animo laico. Ha segnato una sorta di superamento di una barriera, da parte di un uomo che era profondamente figlio della tradizione politica romagnola che affondava le sue radici nella difesa dei deboli ma anche nelle violente lotte anticlericali contro lo Stato Pontificio. Ma in realtà bisogna riconoscere che le definizioni non possono essere efficaci di fronte a personalità che meritano questo appellativo. E infatti, più che di superamento, dovremmo parlare di sintesi che l’uomo, il comunicatore, il poeta, ha poi personalmente espresso, tante sintesi quanti sono stati i momenti e i passaggi più significativi della sua esistenza e delle sue convinzioni religiose e politiche. Per un intellettuale vero non c’è approdo: c’è solo la tensione di un continuo viaggiare verso, cercare, attraversare significati e definizioni.

Se la superficialità è spacciata per velocità

Si è detto per anni: la radio lancia la notizia, la Tv la fa vedere, il quotidiano la spiega. Non si è capito ancora cosa debbano fare il web e i social. Si può obiettare che siamo nell’era del medium totale, ma si deve riconoscere che la rete ha gestito l’informazione prima che il mondo del giornalismo gestisse davvero internet.

Di certo c’è che si è imposto un ritmo di snellezza della notizia, corredata da video e foto che rappresentano un’ipoteca sul sensazionalismo, carente troppo spesso di vere spiegazioni.

E quel che è peggio è che la rete e i social sono diventati fonti per i media tradizionali. L’effetto principale è di stordimento e di assuefazione a un fenomeno: l’offerta in termini numerici si è esponenzialmente moltiplicata, ma troppo spesso viene riproposta la stessa notizia che conserva spessissimo anche lo stesso errore di battitura.

Tutto ciò risponde e riconduce a un pensiero disarticolato e spezzettato che sta agli antipodi rispetto al concetto di approfondimento o di inchiesta. E chi vive la realtà di tante delle redazioni di oggi si rende conto che corrisponde alla velocità con cui si fanno le riorganizzazioni aziendali.

Accade che professionisti siano surclassati da persone meno competenti scelte per dirigere settori cruciali dell’informazione perché se ne sapessero abbastanza si renderebbero conto dello scempio che si compie. L’ignoranza, se si sposa con l’ambizione partorisce obbedienza, tanto apprezzata in tempi di tagli e di sensazionalismo.

Dunque, la superficialità è servita in salsa veloce, condita da ignoranza. La distanza dall’amore per lo studio e il rispetto della competenza che si respirava accanto a Sergio Zavoli, e che peraltro ovviamente conosce altre felici eccezioni, è abissale.

E accade che, mentre i media seri stanno vivendo grosse difficoltà a livello globale, l’industria della disinformazione sta vivendo un momento particolarmente florido.

Programmi strutturati di inserzioni pubblicitarie per 2,6 miliardi di dollari all’anno firmati da top brand del settore sembrerebbero una fetta come un’altra di mercato, se non fosse che il prodotto in questione da promuovere è la disinformazione.

A tanto ammonta, infatti, l’incasso per chi produce fake news, secondo la ricerca  condotta grazie alla combinazione dei dati di NewsGuard e quelli di Comscore. Si tratta rispettivamente dell’organizzazione fatta di giornalisti che monitorano la disinformazione online e dell’azienda che misura pubblico, traffico e metriche pubblicitarie per decine di migliaia di sitiNewsGuard è un’estensione per browser Internet, creata da NewsGuard Technologies. 

In sostanza, si tratta di un programma che contrassegna le notizie con un’icona di colore verde oppure rosso, che permette agli utenti di riconoscere le fake news.

ComScore è una società di ricerca via internet in grado di fornire servizi e dati per il marketing in diversi settori commerciali del web. Sostanzialmente tiene un monitoraggio costante di tutti i flussi che appaiono in internet per studiare il comportamento della “rete”. Sussulti di consapevolezza.

A chi pubblica falsità, dunque, arrivano miliardi di dollari che possiamo stimare per difetto perché si tratta solo di quelli che risultano. Le piattaforme digitali che controllano gran parte del mercato pubblicitario non rendono pubblici tali dati.

Spesso le pubblicità vengono inserite automaticamente tramite algoritmi dalle piattaforme pubblicitarie digitali. Gli strumenti offerti dalle aziende tradizionali di verifica delle inserzioni, create con lo scopo di proteggere i brand dall’inserire annunci su siti inappropriati, sono efficienti nell’uso dell’intelligenza artificiale per individuare e bloccare le pubblicità su siti pornografici, o che promuovono violenza e odio.

Queste aziende sono invece generalmente inefficaci nel riconoscimento della disinformazione, che spesso si presenta esattamente come vera e propria notizia e che non può essere identificata attraverso l’uso della sola intelligenza artificiale.

Quanto valore commerciale produce il mercato delle fake news ben indirizzate

Le falsità più supportate dalla pubblicità riguardano settori estremamente sensibili per il cittadino: salute,  disinformazione elettorale, propaganda. Si tratta semplicemente di notizie false ma catturano l’attenzione proprio perché l’ambito interessa. Un esempio lampante arriva da quello che è accaduto in Germania nell’estate che ha preceduto il voto di ottobre 2021. Mentre il partito dei Verdi ha continuato ad essere il principale obiettivo della campagna di falsità, le alluvioni hanno introdotto nuove narrative di disinformazione elettorale su presunti illeciti compiuti durante i disastri, incluse affermazioni secondo cui le inondazioni sarebbero state interamente orchestrate per ragioni politiche.

Il sito web anonimo N23.tv, considerato inaffidabile da NewsGuard perché viola pesantemente standard giornalistici fondamentali, ha scritto precisamente che “evidenti anomalie  suggeriscono fortemente che l’inondazione di intere località e regioni sia stata voluta e forse anche intenzionalmente forzata”. L’articolo ha raggiunto oltre 60 mila utenti su Facebook, secondo i dati di CrowdTangle, uno strumento di monitoraggio dei social media di proprietà di Facebook. Va ribadito che non sempre c’è consapevolezza da parte dei brand del fatto che la loro pubblicità raggiunge siti di questo tipo.

La cosiddetta pubblicità programmatica passa per un processo automatizzato che non offre informazioni chiare e complete ai brand su dove esattamente compaiano i loro annunci e di conseguenza su quale tipo di informazioni stiano finanziando.

Ma nessuno può girarsi dall’altra parte. Ridurre o eliminare le pubblicità che inavvertitamente supportano i siti di fake news toglierebbe loro una fonte di guadagno determinante. Ben l’1,68 per cento della spesa per la pubblicità programmatica nei 7.500 siti facenti parte del campione è andata a siti che pubblicano disinformazione.

Considerando i 155 miliardi di dollari della spesa mondiale della pubblicità programmatica, si arriva alla stima di spesa pubblicitaria mondiale annua su siti di disinformazione pari ai 2,6 miliardi di dollari sopra citati. Quest’ultima ricerca arriva dopo numerosi altri report sulla sconcertante iniezione di fondi con la quale gli inserzionisti supportano inavvertitamente la disinformazione attraverso la loro pubblicità.  Le notizie sono false ma ben indirizzate.

Grazie all’analisi di NewsGuard e Comscore si comprende bene il motivo per cui così tanti siti che pubblicano bufale siano in grado di generare introiti e mantenere modelli aziendali di successo. I loro articoli tendono a generare interazioni significative online e gli articoli contenenti notizie false sono spesso anche promossi dagli algoritmi dei social media. L’elemento determinante è che sono studiati per massimizzare il livello di interazione e le entrate pubblicitarie e non l’accuratezza dell’informazione e la sicurezza di chi legge. In definitiva, oggi chi pubblica disinformazione può produrre notizie false a un costo molto ridotto, a prescindere dal fatto che si tratti di notizie semplicemente inaccurate oppure dannose, e può competere in termini di engagement e introiti con organizzazioni giornalistiche legittime che spendono milioni in giornalisti, editor,  cosiddetti fact-checker per produrre contenuti accurati e di qualità. Inoltre, ogni dollaro speso in pubblicità che vada a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che vada a media legittimi contribuisca alla “produzione” di vero giornalismo.

L’intelligenza umana come forma di resistenza al “copia e incolla” e agli algoritmi

Serve l’intelligenza umana, ovvero giornalisti formati e competenti che non si affidino al “copia e incolla” e agli algoritmi. Sembrerebbe banale ripeterlo ma invece ci rendiamo conto che non è scontata una considerazione né per giovani laureati né per professionisti: se si trova un articolo sulle pagine di un motore di ricerca o di un social media non è detto che sia scritto da un giornalista legato a regole di deontologia professionale: potrebbe, ad esempio, far parte di una campagna politica. Sarebbe fondamentale capire chi finanzi quel sito – un’azienda privata, un governo straniero – e quale sia il suo orientamento editoriale. Ma difficilmente, nonostante la delicatezza e l’importanza dell’informazione, ci si sofferma o si hanno effettivamente gli strumenti per capire. Non si tratta di valutazioni di tipo ideologico sui contenuti, ma di analisi dei criteri che assicurano affidabilità a un prodotto giornalistico.

Alcuni esempi: si controlla se quel sito citi le fonti da cui attinge per le notizie o se pubblichi smentite in caso di errori. Sembrano dettagli ma, con altre considerazioni, fanno invece la differenza. Così come un’informazione corretta fa sempre la differenza per il cittadino.

Sono considerazioni che non valgono solo per l’ambito della pubblicità. E bene lo ha argomentato Michele Mezza su questa rivista nel suo testo intitolato “Lo spillover del giornalismo”, pubblicato nel fascicolo invernale 2021. Mezza invita a

 “riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, parlando della figura del social timing manager che “non deriva né da esperienze giornalistiche né da logiche editoriali, ma direttamente dalle pratiche di esecuzione degli stilemi algoritmici”, e che “tende a chiedersi solo come postare e non perché postare”.

 E’ chiara, efficace, esaustiva la sua definizione:

La redazione diventa così sempre più un hub, una stazione di smistamento, dove il momento magico è dato dalla coincidenza che si coglie fra attenzione e contenuto[4].

Conclusione

C’è da chiedersi quanto spazio resterà per la corretta informazione. Non per lagnarsi della delusione per le  “magnifiche sorti e progressive” che la tecnologia  riserva, ma per cercare di recuperare la consapevolezza che era degli antichi: nella mitologia greca e romana  Atena/Minerva era dea della guerra e delle arti intellettuali. Inventare divinità non era certo un problema all’epoca: la sovrapposizione era voluta e significativa. Nella ricchezza dell’immaginario dei Classici, i due orizzonti di vita hanno in comune il valore del campo di battaglia. Battaglie profondamente diverse, anzi di concezione opposta, ma battaglie.

L’impegno intellettuale è il contrario dell’arrendevolezza. Ricordiamo Sergio Zavoli per conservare la grinta di fare e farsi domande vere e in autentica libertàE’ bello farlo con alcuni suoi versi, ricchi del suo indimenticabile garbo e della sua indomita intelligenza:

Mi domando

da quale autunno venga

la realtà fuggente che mi attornia

c’è un’aria risentita, scaldata appena dall’inganno…”[5]


[1] Henrikas BartusevičiusAlexander BorFrederik Jørgensen,  “The Psychological Burden of the COVID-19 Pandemic Is Associated With Antisystemic Attitudes and Political Violence”, Psychological Science, Sage Journals, 9 agosto, 2021. Cfr https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/09567976211031847.

[2] “Chi scioglierà l’enigma del ritorno”, poesia tratta dalla raccolta di Sergio Zavoli, Infinito istante. Poesia, Milano, Mondadori, 2012, 121 p. Cfr. https://www.laboratoripoesia.it/linfinito-istante-sergio-zavoli/.

[3] Sergio Zavoli, Il socialista di Dio, Milano Mondadori, 1981, 335 p.

[4] Michele Mezza, “Lo ‘spillover’ del giornalismo. Riprogrammare le intelligenze dell’informazione”, Democrazia futura, I (1), gennaio-marzo 2021, pp. 95-108. Cfr. https://www.key4biz.it/democrazia-futura-lo-spillover-del-giornalismo/350850/.

[5]“Un’invecchiata pace”, poesia tratta dalla raccolta di: Sergio Zavoli, L’infinito istante. Poesia, op. cit.alla nota 2.

Democrazia Futura. Ricordare Sergio Zavoli tra ubriacature social e sete di inchieste

Finisce sotto processo la fine della democrazia in Myanmar  

 

di Fausta Speranza

Il mondo del diritto batte un colpo per il popolo birmano. E’ stata ufficialmente annunciata la costituzione di un team di avvocati internazionali, tra i più stimati, per il monitoraggio del processo in corso nei confronti dei leader politici arrestati.

Informare il mondo di quello che accade a livello procedurale è già un passo in difesa di quella democrazia che il Paese del Sud est asiatico vede sfuggire ogni volta che sembra più a portata di mano.

 Sono i principi del Foro a livello mondiale ma non percepiscono stipendio. Il caso è particolare: si tratta di monitorare, alla Corte Suprema di Naypyidaw,  il processo al Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi e al Presidente della Repubblica U Win Myint. Dopo decenni di lotta non violenta, il loro partito ha ottenuto un clamoroso successo elettorale, ma è stato accusato di brogli dall’esercito e i leader sono stati arrestati. La democrazia è caduta sotto il giogo dell’esercito. E’ scattata qualche sanzione internazionale ma di fatto il mondo della politica è in attesa.

Intanto, è arrivata l’iniziativa dell’International Bar Association e si è costituito il pool di avvocati per cercare di monitorare al meglio lo svolgimento del processo. L’iniziativa è partita da  un avvocato di Londra anglo-birmano a lungo consulente per gli affari giuridici di Aung San Suu Kyi e dalla già parlamentare italiana Albertina Soliani.   E’ stata accolta dall’IBAHRI, l’Istituto per i diritti umani dell’Associazione Internazionale degli Avvocati  (Iba) e il team si è  costituito. Hanno aderito innanzitutto diversi partecipanti del Regno Unito: Mark Ellis, Direttore esecutivo della International Bar Association; Sir Jeffrey Jowell QC, professore emerito di Diritto pubblico dello University College di Londra, ex Direttore del Bingham Centre for the Rule of Law e rappresentante del Regno Unito nella Commissione di Venezia; Baroness Helena Kennedy QC, uno dei più illustri avvocati britannici, direttore dell’IBAHRI, membro della Camera dei Lord.

Dall’India ha assicurato la sua adesione Harish Salve QC,  già Solicitor General del Paese, Blackstone Chambers.

Per l’Italia si è unita Paola Severino,  già ministro della Giustizia   e Professore ordinario di diritto penale nonché vicepresidente dell’Università Luiss Guido Carli.

Compare il Canada con il nome d Larry Taman, Professore di diritto, già vice Procuratore generale dell’Ontario, già Consigliere Internazionale senior dell’UNDP in Myanmar;

Rappresenta la Corea Jung-Hoon Lee,  decano e Professore di relazioni internazionali, alla Yonsei University, già Ambasciatore per i diritti umani della Corea del Nord.

Il sogno della democrazia risale alla rivolta degli studenti nel 1920, come rivendicazione del diritto all’indipendenza dal dominio coloniale inglese che praticamente si sovrappone alla vita del giovane Aung San, artefice dell’indipendenza nel 1947, poco prima di essere assassinato a 32 anni. La rivendicazione rinasce nell’agosto del 1988 nelle stanze della casa di Aung San Suu Kyi a Rangoon, per essere poi acclamata negli stessi giorni nella grande piazza  della pagoda Shwedagon. I giovani studenti sono i protagonisti di un’onda che penetra nelle città e nei villaggi di tutta la ex Birmania, ma la grande manifestazione dell’8/8/1988  costa la vita di almeno tremila persone. In ogni caso, il sogno è entrato nel profondo collettivo e nel 2007 rialza la testa, assumendo il colore dello zafferano: migliaia di monaci per le strade sfilano abbracciando l’iniziativa della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld).

Tremano i palazzi del potere politico di Naypyidaw nel secondo decennio del nuovo secolo: l’immagine millenaria del pavone combattente che punta la stella ha ormai assunto il significato della democrazia. Il resto è storia del Tatmadaw, l’esercito da sempre  avversario della democrazia in Myanmar. Al potere dal 1962 al 2010,  l’esercito svolge un ruolo politico oltre che militare, permea ogni piega dell’amministrazione dello Stato, controlla ogni ambito economico, è in rapporti privilegiati con capitali stranieri. Nel 2008 risponde alle istanze di democrazia con una Costituzione non democratica.

Dal 2011 si avvia una transizione verso la democrazia, pacifica e non violenta. La road map prevedeva di raggiungere l’unità nazionale tra gli Stati etnici – sette i principali – e tra le etnie, 135 quelle riconosciute. Sull’unità si doveva costruire il federalismo, passando per la riconciliazione e la pace. Tappe importanti sono state le elezioni: del 1990, del 2012, del 2015, del 2020. La voce più gentile ma estremamente decisa è sempre quella di Aung San Suu Kyi, la figlia di Aung San. Insignita nel 1991 del Premio Nobel per la Pace, mentre era agli arresti. Parlare di diritti umani, di democrazia in Myanmar ed è tornato ad essere un grave reato. Un puntello costituzionale – i figli di nazionalità straniera – le hanno impedito di diventare presidente ma è diventata Consigliere dello Stato. In questo ruolo ha dovuto rispondere di fronte al mondo delle persecuzioni avvenute nei confronti dell’etnia rohingya al confine con il Bangladesh. Una storia da chiarire.

Il cammino verso la democrazia si è interrotto con il colpo di Stato del 1° febbraio scorso, quando un  nome si è imposto  sul voto popolare: quello del capo delle forze armate Min Aung Hlaing. Quel giorno doveva insediarsi il parlamento eletto con il ballottaggio del 21 gennaio, dopo il primo turno a fine 2020: la Lega di San Suu Kyi aveva stravinto rispetto al  il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, vicino all’esercito, che aveva conquistato solo poche decine di seggi. Ma l’esercito ha arrestato gli esponenti di governo – San Suu Kyi e il presidente – e poi a maggio ha sciolto la Lega.

I cittadini fanno risuonare come possono le pentole e i coperchi, il suono del pot and pan. Dal giorno del golpe, l’eco cerca di arrivare in tutte le piazze del mondo globale, attraverso la rete, i social. Non è facile intervenire per la comunità internazionale. A parte immaginabili immobilismi, c’è il vicino gigante cinese al quale Tatmadaw si raccomanda. E c’è la Russia dove Min Aung Hlaing, sempre coperto di medaglie, è andato dichiaratamente ad acquistare armi, anche se a Mosca il capo del golpe è stato ricevuto con un basso profilo, come capo dell’esercito non come capo di Stato.

Non sappiamo se risponderà.
Aung San Suu Kyi è stata messa al corrente della cosa dai suoi avvocati. Era piuttosto impressionata, ci dicono. E a dirvi la verità anch’io. L’iniziativa, non senza rischi, è importante. Tutela la dignità delle persone, difende il diritto, sotto tutti i cieli, tiene accesa l’attenzione del mondo sul Myanmar e su Aung San Suu Kyi. I militari non possono sempre agire impunemente.
Come vedete, si possono fare cose, assumere iniziative, oltre l’immobilismo della politica internazionale.
Lei, nell’ultimo incontro con i suoi avvocati ha detto al popolo di essere unito, e di proteggersi dal Covid 19.Della pandemia i militari non si occupano di certo. Mi domando se dice qualcosa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di un golpe in piena pandemia.
Circola una foto recente di lei alla finestra di un edificio militare a Naypyidaw, saluta con la mano. Vale quell’immagine a rinfrancare un popolo.
Anche Mosca resta prudente. Noi possiamo resistere alle dittature. Dico noi cittadini, anche come professionisti, come società civile. In nome di un’etica che vuole il rispetto della natura di ogni cosa, direbbe Simone Weil. La dittatura è immorale, travolge il diritto, non rispetta le libere elezioni,
è menzognera, distrugge la vita di un intero popolo, degli anziani e dei giovani. Come non vedere? Come non reagire?

L’altra sera a Casa Cervi il fotografo Stefano Anzola, per iniziativa del Comune di Gattatico, ha proiettato sul muro della Casa foto bellissime di un viaggio in Birmania, anni fa. Un angolo del mappamondo dei fratelli Cervi, che oggi resiste, come loro. E’ la stessa cosa, la stessa scelta.
L’Istituto Cervi sostiene la resistenza del popolo birmano in difesa della democrazia. Il 12 luglio, in collaborazione con il Parlamento Europeo, abbiamo organizzato una videoconferenza tra parlamentari del Myanmar, che sono alla macchia, in luoghi sicuri, e parlamentari dell’Unione Europea. Sarà resa pubblica.

E’ cominciato il mese di luglio. Un mese di anniversari, ha scritto in una bella pagina Aung San Suu Kyi: “Luglio è un mese che non sembra ispirare afflati poetici. Forse è la sua banalità di mese di mezzo, collocato tra la dolcezza di giugno e l’esuberante rigoglio di agosto, a non stimolare l’immaginazione”. “Eppure, l’anonimo luglio, mese di mezzo, è gravido di anniversari importantissimi”. Ricorda quello della presa della Bastiglia, il 14 luglio, quello dell’indipendenza americana, il 4, e della cospirazione contro Hitler, il 20.
Il 19 luglio, in Birmania, veniva assassinato suo Padre, Aung San, a 32 anni. Lei ne aveva due. Quest’anno non parteciperà alla cerimonia al Mausoleo dei Martiri a Yangon. Ci saranno solo i militari. Ma sono certa che il popolo si farà sentire.

da meridianoitalia.tv del 10 luglio 2021

 

Messico a metà tra sconfitte e vittorie

di Fausta Speranza

       Iniziano le operazioni di scrutinio per le elezioni che hanno chiuso una delle più sanguinose campagne elettorali in Messico, ma già gli exit poll hanno decretato il ridimensionamento del partito di Obrador. In attesa dei risultati definitivi, è utile riflettere su vari aspetti al di là del consenso espresso al presidente che tre anni fa aveva ottenuto quasi un plebiscito e che non è rieleggibile.

Nel Paese dell’America Latina a nord dell’Equatore, per il capo dello Stato, dopo il mandato di sei anni, non è prevista una seconda candidatura. Anche per questo non si deve ridurre ad un referendum su Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, il voto di mid-term più ampio di sempre: oltre 93 milioni di messicani sono stati chiamati alle urne domenica 6 giugno e lunedì 7 per il rinnovo del Congresso e di un numero mai così alto di autorità locali. In ballo c’erano 15 governatori dei 32 in ruolo nel Paese e 20.000 incarichi tra sindaci e presidenti di municipalità.

Morena resta il primo partito nel Paese che ha quattro fusi orari, anche se Juntos Hacemos Historia, la coalizione tra Morena, Partido del Trabajo e Verdi, ha ottenuto 279 seggi, contro i 313 che aveva la precedente coalizione. Senz’altro è importante ribadire che sembra non ci sia più una maggioranza qualificata, in grado ad esempio di cambiare la Costituzione. Certamente non si è ripetuto l’en plein che si è visto nel luglio 2018 quando Obrador è stato eletto presidente a furor di popolo e la sua coalizione  aveva conquistato due terzi dei seggi al Congresso.

In ogni caso, il Movimiento Regeneración Nacional, che nel suo acronimo ricorda la “vergin morena” o morenita, come la popolazione messicana, tutta e non solo i credenti, chiama  la Madonna di Guadalupe, se è vero che ha perso due terzi dei rappresentanti nella Città del Messico che controllava quasi interamente, ha comunque conquistato ben 10 dei 15 governatori sul territorio nazionale. Spetterà in prima battuta a Mario Delgado, leader nazionale del Partito Morena, fare i conti con questa sorta di vittoria a metà.

Colpisce il successo dei Verdi che è l’elemento nuovo della coalizione di governo. Nello schieramento che sostiene il presidente, a Morena e al Partito dei lavoratori si sono uniti i Verdi che, secondo gli exit poll, sono la vera rivelazione. E potrebbero esserlo non solo per il Messico: potrebbero indicare una tendenza a promuovere l’impegno ecologista nelle Americhe mentre avanza in Europa. Va detto che hanno sostituito Encuentro Social, il partito degli evangelici che, praticamente dopo l’exploit accanto a Morena nel 2018, si è andato dissolvendo. E anche questo è un elemento da considerare.

L’avanzamento della contro-coalizione segna il ritorno dei partiti tradizionali, fenomeno tutto da studiare. Non si può definire del tutto inedito, ma certamente il raggruppamento dei partiti  che hanno fatto per decenni la storia del Messico moderno e che tre anni fa sembravano spazzati via ha dell’insolito. Dagli Anni Ottanta non si vedevano alleati e comunque lo erano stati per tatticismi di governo. Per questa elezione, si sono compattati nell’intento, in parte riuscito, di frenare la coalizione di governo. Si parla del Pri, del Pan e del Prd. Il Pri, il Partido Revolucionario Institucional,  ha guidato il Paese per settant’anni dopo la rivoluzione che nel 1920 cacciò il generale Porfirio Diaz, chiudendo 35 anni di governo assoluto. Il Pan, il Partido Acción Nacional, che a volte erroneamente la stampa italiana definisce di centro destra, è semplicemente un antagonista storico del Pri. E poi c’è il progressista Prd, il Partido de la Revolución Democrática che è nato da una costola del Pri di dichiarato stampo socialdemocratico.

In attesa dei risultati definiti, c’è un dato certo: il 52 per cento di affluenza, che ha superato il 48 per cento delle precedenti elezioni di mid-term del 2015. Racconta di un popolo che ha raggiunto i seggi dopo che, in pochi mesi, 90 candidati sono stati uccisi. Tra questi, c’era Alma Barragan,  che si presentava per il ruolo di sindaco a Moroléon nello Stato centrale di Guanajuato, freddata come tanti altri alla fine di un comizio. Era legata al Movimento Ciudadano, che, almeno secondo le dichiarazioni di voto, ha poi conquistato, a sorpresa,  il governatorato a Nuevo Léon.

La violenza, che non si è fermata neanche durante le operazioni di voto, non ha fermato l’accesso alle urne. Cinque dipendenti dell’Istituto elettorale sono stati colpiti a morte in Chiapas, alcuni seggi sono stati presi d’assalto a Puebla e nello Stato del Messico. Poco importa stabilire se sia stata o no la campagna elettorale più violenta di sempre, di fatto, dopo la lieve flessione del numero di omicidi negli ultimi tempi, – relativa in un Paese che segna il drammatico record di 100 uccisioni al giorno –  l’accanimento contro i candidati che più si sono esposti contro corruzione e narcotraffico ha avuto il sapore della minaccia. Ma non ha fermato il popolo messicano che ha dato al mondo ancora una volta una lezione di speranza.

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/l-italia-nel-mondo-4/estera/369-messico-a-meta-tra-sconfitte-e-vittorie

Ad Alipress: per parlare di cyber bio security con Massimo Amorosi

Nella rubrica A cuore aperto di Alipress, il 13 Maggio 2021, con Massimo Amorosi, esperto di minacce biologiche che  collabora con il Centro innovazione difesa dello Stato Maggiore della Difesa.

Abbiamo affrontato le nuove prospettive e  i possibili scenari nell’universo biologico. In particolare,  abbiamo parlato delle più urgenti questioni legate al proliferare di laboratori che si occupano di agenti biologici pericolosi;  del fenomeno della “convergenza tecnologica” e della “democratizzazione delle scienze”; dei rischi che promanano da talune partnership internazionali, in una fase di crisi dei tradizionali regimi internazionali di controllo degli armamenti, in primis della Convenzione sulle Armi Biologiche, e di nuovi rapporti di potere.  Il video:

https://youtu.be/QL31b3SKg0o