25 novembre, una Giornata per dire basta alla violenza alle donne

R. – C’è molta più consapevolezza sulla violenza alle donne ora rispetto a dieci anni fa. Perfino rispetto a due anni fa. Ci sono più denunce. Inoltre, dati i cambiamenti molto  veloci che ci sono nel mondo veniamo a contatto anche con forme di violenza che prima non sapevamo,  che in Europa non conocevamo.  Anche questo dà l’impressione di maggiore diffusione della violenza. Ma fondamentalmente però dobbiamo ammettere che il punto è che nel cresce la violenza, si esasperano i conflitti e quindi aumentano anche le violenze contro le donne, così come quelle contro i bambini. Fanno parte di quella catena di reazioni che la violenza porta con sé tra società e all’interno di ogni società.
Cresce la violenza contro le donne. Se ne è parlato a Strasburgo, in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne istituita dall’Onu. In aumento anche le denunce. L’impegno delle organizzazioni e delle Chiese

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Crescono conflitti e violenze nel mondo e aumenta il numero di femminicidi, stupri, abusi e discriminazioni nei confronti delle donne. E’ il drammatico dato emerso al Forum mondiale sui diritti umani organizzato in questi giorni a Strasburgo dal Consiglio d’Europa, in coincidenza con la Giornata internazionale della violenza contro le donne che ricorre il 25 novembre.

In aumento le denunce, ma anche le forme di violenza

Una donna su tre nel mondo ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Aumenta il coraggio di denunciare ma si moltiplicano anche le violenze, denuncia Feride Acar, presidente della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul).

I casi di femminicidio in Europa

Solo in Italia, sono 3100 le donne uccise dal 2000 a oggi, più di 3 a settimana. E da gennaio a ottobre 2018 sono 70 quelle assassinate dagli uomini. L’Italia, poi, non è neanche tra i Paesi europei con medie più alte. Picchi si registrano in Bulgaria, Romania e Lettonia, ma anche in Finlandia e Francia. Oggi il termine femminicidio è ormai entrato nell’uso comune e secondo i dati dell’Onu la maggior parte dei casi avvengono per mano di partner o ex partner delle vittime, dunque in contesti familiari.

Dati drammatici in India

C’è poi il caso eclatante dell’India dove si registrano sei stupri al giorno e dove dall’inizio dell’anno si contano 5 casi di donne violentate e bruciate vive. E’ ancora forte lo sconcerto per la giovane brutalizzata su un autobus il 16 dicembre del 2012 da un gruppo di giovani, ma del 2018 si racconterà anche il caso della neonata di otto mesi violentata da un cugino di 28 anni a New Delhi a metà gennaio. La violenza contro le donne in India non fa differenza tra zone rurali o cittadine e infatti i progetti dell’organizzazione Church’s Auxiliary for Social Action (CASA) si muovono in tutti i 27 Stati dell’India. Ai nostri microfoni la responsabile Joycia Thorat:

Violenza alle donne: il caso dell’India

R. – Lavoriamo come coordinamento delle chiese indiane e operiamo in tutto il Paese. Attraversiamo i 27 Stati dell’India per raggiungere le situazioni più marginalizzate, anche se le donne non hanno problemi solo nelle zone rurali. Arriviamo dove c’è più bisogno di ristabilire il principio che la donna è degna dello stesso rispetto dell’uomo. Parliamo dell’orrore dei femminicidi e spieghiamo che Dio ha creato l’uomo e la donna con gli stessi diritti alla vita e ad essere rispettati. Agli occhi di Dio uomini e donne sono uguali. Cerchiamo di sensibilizzare l’intera comunità a considerare doveroso rispettarsi gli uni con gli altri, convivere e lavorare insieme. Anche per assicurare alle donne le stesse opportunità di studio, sviluppo, lavoro e poi ruoli nella sfera politica, da dove possono incidere sulla società. Esistono delle quote per le elezioni – il 33 per cento di seggi alle donne – ma ci devono essere donne preparate e supportate, perché possano presentarsi alle elezioni.

Quale il contributo che la Chiesa offre a favore delle donne?

R. – La Chiesa ha molte risorse per portare sviluppo. Il messaggio della Fede e dei testi sacri è un messaggio che promuove amore e rispetto. E’ fondamentale assicurare che sia questo quello che arriva alla gente. In alcuni casi le religioni vengono strumentalizzate. Ma testimoniare la fede vera significa testimoniare che Dio ama uomini e donne ed è contrario a qualunque forma di violenza. Organizzazioni come la nostra cercano proprio di coordinare gli sforzi per diffondere la Bibbia. Lavorare in gruppi religiosi può essere molto importante come fonte di conoscenza e di riflessione e per superare eventuali interpretazioni distorte, perché Dio non discrimina, i testi sacri non discriminano. E tutto questo aiuta anche la Chiesa stessa ad “alzarsi”, a rigenerare energie per sostenere le donne, ad essere solidale con le donne, ad incoraggiarle a prendere posizioni importanti.

L’importanza dei mass-media

Fondamentale per il contrasto alla violenza alle donne, il ruolo dei media: lo ribadisce il vicesegretario del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni:

Violenza alle donne: il ruolo dei media

La Giornata internazionale dal 1999

Il 17 dicembre del 1999 con la risoluzione 54/134, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di celebrare il 25 novembre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricordando la data del 25 novembre 1960 quando i corpi di tre sorelle – Patria, Minerva e Maria Mirabal – furono ritrovati in fondo a un precipizio con segni evidenti di violenze sessuali e torture subite da uomini delle forze dell’ordine dell’allora dittatura nella Repubblica Dominicana.

Il coraggio di resistere ai narcos

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

 Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

        Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

di Fausta Speranza

 

I migranti in carovana si avvicinano agli Usa

La lunghissima fila di esseri umani che ha tagliato in due il Messico puntando verso gli Usa al momento di andare in stampa è giunta Tanapatepec, nello stato di Oaxaca. I migranti in marcia, in fuga da Honduras, Guatemala e San Salvador, hanno in massima parte rifiutato la proposta del premier Pena Nieto, un piano di accoglienza nel Paese chiamato Sei a casa tuache prevedeva regolarizzazione e accesso ai servizi di base, a patto di essere ospitati in Chiapas e Oaxaca. Secondo molti di loro, infatti, le condizioni di quelle zone sarebbero simili ai Paesi di provenienza. Il viaggio della carovana è cominciato il 13 ottobre scorso in Honduras (Paese che primeggia per tasso di omicidi, 56 ogni 100 mila abitanti nel 2016, secondo la World bank), quando 160 persone si sono radunate nella città di San Pedro Sula. Grazie al passaparola sono rapidamente decuplicate, riuscendo ad attraversare il Guatemala. AI momento dellingresso in Messico, sarebbero state 7 mila, secondo l’Onu. Una seconda carovana si è formata in Guatemala nella speranza di ripetere limpresa della prima. Mentre lAmerica, attraverso il presidente Trump e i suoi ambasciatori locali, minaccia il rimpatrio chi proverà ad attraversare il confine. Ma il movimento non si ferma. Prossima destinazione: Città del Messico.

Paolo Cherubini

Messico dei paradossi

Violenza, corruzione e bellezza

“Messico in bilico. Viaggio da vertigine nel Paese dei paradossi”, questo il titolo di un libro pubblicato di recente, che descrive un Paese dalle mille contraddizioni e un popolo che, dal nuovo Presidente, attende riforme sociali e sicurezza

Stefano Leszczynski e Adriana Masotti – Città del Vaticano

Il Messico promette di diventare uno degli scenari geopolitici ed economici più interessanti dei prossimi anni. Sono pronti a scommetterci i principali analisti internazionali, come Lucio Caracciolo – direttore della rivista Limes – e Paolo Magri, direttore dell’ISPI. Entrambi concordano sulle peculiarità di quello che viene definito anche il più meridionale degli Stati nordamericani.

Le speranze dei messicani dopo il voto

Il Messico è un Paese grande sei volte l’Italia, che ospita 130 milioni di abitanti e che condivide ben 3.201 chilometri di confine con gli Stati Uniti, la cui popolazione è rappresentata per circa l’11% da messicani. Il primo dicembre di quest’anno, si insedierà alla presidenza Andres Lopez Obrador, 64 anni leader della sinistra messicana, uscito vincitore alle presidenziali di luglio, succedendo al Presidente Enrique Pena Nieto.

Insicurezza, corruzione e bellezza

Sarà Obrador a doversi confrontare con i paradossi messicani che sprofondano il Paese in un infinito orrore e lo innalzano al contempo verso un’insostenibile bellezza. Di tutto questo si parla nel libro di Fausta Speranza, giornalista alla redazione esteri dell’Osservatore Romano: “Messico in bilico – Viaggio da vertigine nel Paese dei paradossi” pubblicato da Infinito Edizioni, con il patrocinio di Amnesty International, e presentato nella sede della Federazione Nazionale della stampa italiana a Roma. Un libro che, passando dalle dimensioni umane e sociali ai versanti politici e geopolitici, offre un biglietto per un itinerario sulle “montagne russe” messicane.

Violenza e turismo tra povertà e grandi ricchezze

La violenza in Messico è drammaticamente paragonabile solo a uno scenario di guerra, ma il Paese è meta preferita di milioni di turisti. Dagli anni Novanta è in continua crescita economica e si è ridotto il numero dei poveri, ma resta un Paese con zone in cui si registrano indici di sviluppo pari alla Germania e aree paragonabili al Burundi. Lo spagnolo è lingua ufficiale, ma ci sono 62 idiomi amerindi riconosciuti, tra i quali nahuatl e maya, entrambi parlati da circa 1,5 milioni di persone.

I tanti paradossi messicani

Fausta Speranza racconta nel suo libro la difficoltà di muoversi in Messico da cronista per andare in cerca delle persone e delle storie vere che incrociano criminalità e narcotraffico. Quando però le ha trovate, soprattutto tra le donne, l’impatto è stato scioccante. Il quadro generale che emerge è quello di un Paese che sconvolge per la vivezza dei suoi colori, “ma quasi ti assuefà agli intrecci tra smerci di droga, armi ed esseri umani”. Ti conquista con la piacevolezza della cucina, “ma ti colpisce con un pugno allo stomaco per la familiarità con la corruzione”. Da una parte la generosa accoglienza della gente, dall’altra una fortissima omertà. L’incontro con un popolo con una radicata spiritualità e una fede viva, insieme alla diffusa “banalizzazione del valore della vita umana”.

del libro Messico in bilico hanno parlato…

 

-Nella rubrica Americhe di RaiNews,  Fausta Speranza è invitata a parlare di Messico, il 1 Ottobre 2018, a partire dalla pubblicazione del volume “Messico in bilico” e del reportage “Il Messico tra record di violenza e di Bellezza”. In studio, in collegamento con  Giovanna Botteri da New York:

-In occasione del quarto anniversario della tragedia di Ayotzinapa,Fausta Speranza è ospite nella trasmissione di Radio3 Mondo condotta da Roberto Zicchittella, il 26 Settembre 2018:

-In diretta il 23 ottobre intervistata a Vatican News da Stefano Leszczynski:


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numero 44 del 2018

Il coraggio di resistere ai narcos

La caparbia ricerca di giustizia e il rifiuto della violenza da parte delle donne riaccende la speranza, in un Paese che deve fare i conti quotidianamente con sparizioni forzate e lo strapotere della criminalità organizzata.

 Si chiamano halcones, uomini assoldati dai cartelli della droga per spiare, riferire. Non hanno bisogno di armi, ma uccidono: libertà e vite. Lo fanno  fornendo informazioni utili per agguati o funzionali a ricatti. Halcones, cioè falchi, si traduce in un silenzioso, infame sistema di intelligence a servizio dei criminali del narcotraffico. E’ l’ultima frontiera del terrore nel più meridionale paese dell’America del Nord, dove scioccanti record di violenza convivono con l’irresistibile  mix  di natura,  storia, cultura, arte, spiritualità.

I dati sono da capogiro: ottantacinque omicidi e sei persone scomparse ogni giorno. E’ la media del 2018, che si avvia a battere il già terrificante record del 2017 di 31.000 morti. A metà ottobre, infatti, si contano oltre 25.650 vittime: il  21 per cento in più dei dieci primi mesi dell’anno scorso. Una sanguinosa e troppo silenziosa guerra civile, da raccontare augurandosi che il nuovo corso del presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo –    in carica dal 1 dicembre dopo l’elezione a luglio – possa riuscire a invertire la rotta. In ballo non c’è solo il destino di un popolo che affonda le  radici in civiltà che risalgono a 10.000 anni avanti Cristo. Ci sono risvolti geopolitici che investono tutto il continente e tentacoli di narcotraffico che arrivano in Europa. Solo un esempio: rapporti Onu e procuratori locali attestano che in Calabria i narcos messicani hanno sorpassato i colombiani per quantità di cocaina venduta, con una caratteristica: non si accontentano di esportare, ma contendono alla ‘ndrangheta la gestione del territorio.

        Si palesa il dramma di un paese che ha un livello di impunità del 90 per cento, con picchi del 100 per cento a Ciudad Juarez, al nord, al confine con gli Stati Uniti, città emblema dello scambio mortale: dal Messico passano droga e esseri umani in disperata fuga dal Centro America, dagli States arrivano soldi e armi. Un business costato la vita negli ultimi 10 anni a 150.000 persone, di cui è stato ritrovato il cadavere. Per altre 35.000 scomparse resta la memoria. Ma la violenza criminale rischia di non preservare più neanche i luoghi turistici: a Cancún, nella penisola dello Yucatàn tra Golfo del Messico e Caraibi, nota per le spiagge incantevoli, il 28 luglio, trenta uomini armati hanno sparato in un ristorante uccidendo tre agenti e due clienti. Il pensiero va ad Acapulco, sull’Oceano Pacifico:  spiaggia simbolo negli anni Sessanta di jet set mondiale e di bella vita. Oggi, lo stato in cui si trova, Guerrero, è tra i più colpiti  dalla criminalità e dalla corruzione tra le forze dell’ordine. A fine settembre, è stata commissariata la polizia locale, con arresti eccellenti. E c’è un altro dato che abbiamo constatato: ben 140 scuole del territorio sono state chiuse in assenza di un minimo standard di sicurezza. In questo contesto, nei pressi della chiesa cittadina di San Cristóbal, a fine settembre l’arcivescovo di Acapulco, monsignor Leopoldo González González e il nunzio apostolico, monsignor Franco Coppola, hanno inaugurato un murale per ricordare i volti delle vittime della violenza. Tra questi ci sono diversi sacerdoti, che hanno parlato “troppo” di riscatto dal narcotraffico e dalla corruzione. Mentre scriviamo, arriva la notizia della tentata irruzione nella residenza del cardinale emerito Norberto Rivera costata la vita alla sua guardia. E subito dopo un altro colpo: è scomparsa la giovane donna di 23 anni, Paola Ramirez Rizo, che abbiamo visto partecipare all’inaugurazione del murale. In un attimo l’angoscia generale prende il suo nome e il suo volto. Sappiamo che in alcuni casi si tratta di sequestri risolti con un pagamento: è un business gestito da intermediari. Ma ricordiamo anche bene i troppi macabri rituali di ritrovamento raccontati dalla gente che, nonostante il terrore, tra mille difficoltà, è riuscita a parlarci: corpi  di donne o uomini violati, torturati, amputati. Paola non è una giornalista o  un’attivista e non arriva alle cronache, che raccontano di 12 giornalisti uccisi in 12 mesi, o di 133 politici freddati in campagna elettorale. Ma è uno dei tanti volti che abbiamo incontrato in un paese dove possedere un’arma è un diritto costituzionale, con la sola limitazione di rispettare il mercato legale. Ma in assenza di controlli, è diventato diritto di uccidere.

Qualunque legalità viene meno se 43 studenti scompaiono nel nulla, sequestrati, ad Ayutzinapa il 26 settembre 2014, da agenti di polizia, mentre marciavano verso Città del Messico per ricordare l’anniversario della strage del 2 ottobre 1968: 300 studenti, disarmati massacrati dalle forze dell’ordine  nel quartiere storico di  Tlatelolco. Tutti chiedevano al paese di rinnovarsi. E, secondo la Rete nazionale dei diritti dell’infanzia (Redim), tra il 2006 e il 2018 tra i desaparecidos si contano 6600 minori: bambini e adolescenti sacrificati al mercato degli organi. Il 40 per cento si registra nello stato del Messico e nello stato di Puebla. Non sono affatto i più poveri: il primo ha il privilegio della capitale, unica per preziosità dei reperti precolombiani, affascinante edilizia coloniale e  vincente modernità. E lo stato di Puebla è un territorio tra i più ricchi di arte e di storia di tutte le Americhe.

Dal 2006,  anno di inizio della presidenza di Felipe Calderón, l’esercito imperversa nelle strade per combattere il narcotraffico: il presidente Enrique Peña Nieto, subentrato nel 2012, ha confermato la stessa linea. Ci sono stati arresti di spicco, come quello del  noto boss El Chapo, ma il risultato è stata una parcellizzazione dei cartelli della droga e una moltiplicazione dei las zetas, militari al soldo dei narcos.

Obrador ha vinto le elezioni superando i due partiti protagonisti  della scena politica degli ultimi decenni, il Pri e il Pan, e presentandosi con il Movimento per il rinnovamento nazionale, Morena, che ha conquistato una buona maggioranza al Congresso e diversi governatorati locali, tra cui quello della capitale: una leadership forte per un personaggio che è già stato sindaco di Città del Messico. Le premesse ci sarebbero tutte per la svolta promessa. Ha annunciato il ritiro dell’esercito dalle strade e guerra aperta alla corruzione. E poi c’è la provocazione più forte lanciata in campagna elettorale:  l’ipotesi di un accordo con i protagonisti del narcotraffico sulla falsariga dell’intesa di pace raggiunta in Colombia tra governo e guerriglieri delle Farc. Ma ci si chiede chi sarebbero gli interlocutori in uno scenario frammentatissimo.

E’ tutta aperta anche la partita in tema di economia. Obrador ha promesso un freno al “liberismo selvaggio” dei suoi predecessori. La riforma della compagnia petrolifera Pemex, in rosso, sarà solo il primo banco di prova, oltre all’intesa sbandierata a ottobre per il rinnovamento dell’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. Una storia tutta da scrivere, in cui si spera di superare il capitolo sulla carneficina quotidiana. Solo il coraggio di alcuni e in particolare di tante donne, suggerisce speranza, come il caso, proprio a Ciudad Juarez, di una avvocato e di una giudice che chiamano misoteras, agitatrici:  hanno “agitato” tanti equilibri riuscendo a condannare alcuni militari per violenze sessuali. O il caso di sei cittadine che dal 2006 chiedono giustizia per gli stupri subiti da forze dell’ordine in occasione di una manifestazione nello stato del Messico: si sono appellate fino alla Corte interamericana. Fa sperare la loro caparbia ricerca di giustizia, in un paese in cui la vitalità si impone, oltre la morte, tra i colori più accesi.

di Fausta Speranza


 

“Messico in bilico” a RaiNews

Nella rubrica Americhe di RaiNews,  invitata a parlare di Messico,  il 1 Ottobre 2018,  a partire dalla pubblicazione del volume “Messico in bilico” e del reportage “Il Messico tra record di violenza e di Bellezza”. In studio, in collegamento con  Giovanna Botteri da New York.

Tutelare i bambini

Appello della Chiesa e dell’Onu per i piccoli migranti separati dai genitori

 di Fausta Speranza

«I bambini sono quelli che più stanno soffrendo le conseguenze delle migrazioni forzate». È  quanto si legge nel comunicato  diffuso dopo   il colloquio tra Santa Sede e Messico sulle migrazioni svoltosi il 14 giugno in Vaticano. Un  testo che chiede di  rispondere alle sfide prodotte da questi flussi «equilibrando i principi di solidarietà, sussidiarietà e corresponsabilità».

Nel comunicato   viene sottolineata «la necessità di insistere sulla centralità della persona umana in ogni esercizio politico, compreso quello diretto a regolamentare i flussi migratori, riaffermando l’inviolabilità dei diritti umani e della dignità di ogni essere umano che si sposta». Viene ricordato quindi  «l’atteggiamento fondamentale  indicato da Papa Francesco:  uscire incontro dell’altro, per accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo». Inoltre, si ribadisce «l’opportunità di impegnarsi per una governance globale dei flussi migratori», assicurando sostegno al processo che dovrebbe condurre  l’Onu ad adottare  il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare nel corso di questo anno», armonizzandolo con il patto mondiale sui rifugiati.  Il processo di sviluppo di questo Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration  è iniziato nell’aprile 2017 e dovrebbe condurre all’adozione dell’intesa nel corso di una  conferenza intergovernativa  prevista  nel prossimo mese di dicembre.

Nei giorni scorsi è scoppiato il caso dei  bambini migranti separati dai genitori dopo l’ingresso, illegale, negli Stati Uniti dal Messico, un confine dove la tensione resta alta: nella notte si è infatti diffusa la notizia di cinque  migranti  morti in un inseguimento  con una pattuglia di frontiera del Texas. Sulla questione stamane  è intervenuto da Ginevra l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Raad al-Hussein, definendo «inaccettabile e crudele» la separazione. «Pensare che uno stato possa cercare di dissuadere i genitori infliggendo tali abusi sui bambini è inammissibile» ha sottolineato al-Hussein, in apertura della sessione del Consiglio per i diritti umani.

Secondo i dati resi noti dal ministero per la sicurezza interna statunitense, sono circa 2000 i bimbi separati dai genitori in sei settimane, dal 19 aprile al 31 maggio, dopo l’entrata in vigore della politica di tolleranza zero dell’amministrazione Trump per fermare le migliaia di persone che ogni settimana, dopo il passaggio in Messico, varcano la frontiera con gli Stati Uniti.   La posizione di  Trump ha suscitato riserve tra gli stessi repubblicani e indignazione tra i democratici.  Ai quali Trump addossa però  la colpa, accusandoli di una  «orribile e crudele agenda legislativa», mentre  dovrebbero invece «lavorare con i repubblicani alla nuova legge per l’immigrazione, se vogliono risolvere il problema». Di fatto Trump chiede di sostenere uno dei due progetti di legge del Grand Old Party che saranno messi al voto la prossima settimana alla camera e al senato.

Intanto, proprio  delle politiche migratorie e del ruolo dei cristiani, compresi i pastori, in questo particolare momento storico per gli Stati Uniti, si sta discutendo da giovedì scorso in Florida  nella sessione di primavera della conferenza episcopale. Il presidente, cardinale  Daniel DiNardo, ha dichiarato «immorale la decisione di separare i bambini dalle madri» al confine tra Messico e Stati Uniti.

Il porporato, insieme con monsignor Joe Vásquez, presidente della commissione per le migrazioni, ha condannato risolutamente «il continuo uso della separazione familiare al confine tra Stati Uniti e Messico come attuazione della politica di tolleranza zero» stabilita dall’amministrazione Trump. Il cardinale DiNardo ha poi ricordato che le leggi devono «garantire che i bambini non siano separati dai loro genitori e esposti a danni e traumi irreparabili».  L’unità familiare non può essere sacrificata, anche se  «proteggere i  confini è importante». Si devono trovare «altri modi per garantire tale sicurezza», perché «separare i bambini dalle loro madri non è la risposta». I vescovi hanno quindi proposto di inviare una delegazione al confine  per ispezionare le strutture  dove vengono tenuti i bambini.

DiNardo  ha poi  apertamente contestato la decisione della procura generale di annullare la sentenza di un tribunale dell’immigrazione che aveva concesso asilo politico a una donna salvadoregna vittima di violenze domestiche.   «L’asilo è uno strumento che preserva il diritto alla vita» ha dichiarato con preoccupazione, aggiungendo che  la decisione della procura rischia di colpire proprio le donne più vulnerabili, che in questo modo  dovranno tornare e esporsi a pericoli estremi per la loro sopravvivenza e protezione.

Infine i presuli chiedono attenzione per i funzionari dell’immigrazione che hanno espresso la loro «obiezione di coscienza di fronte all’attuazione  di politiche ingiuste».

«L’Osservatore Romano», 19 Giugno 2018

Il G7 e la guerra dei dazi

A conclusione del vertice del G7 in Canada (9 e 10 giugno 2018), il gruppo dei paesi più industrializzati sottoscrive un documento di accordo, Donald Trump lo firma e poi ci ripensa. Stefano Leszsczynki parla con   l’economista Prof. Paolo Guerrieri, in collegamento telefonico, e Fausta Speranza, in studio,  delle prospettive di una guerra commerciale e del ruolo dell’Europa:

Primo passo per la riforma del regolamento di Dublino

Accoglienza solidale in Europa

di Fausta Speranza

Italia e Grecia potrebbero non essere più sole nel far fronte alle domande di asilo di tutti quelli che bussano all’Europa. A Strasburgo questa mattina è stato approvato, in sede di commissione ad hoc dell’europarlamento,  il testo della nuova normativa Ue sui richiedenti asilo, che finora abbiamo conosciuto come il regolamento di Dublino. Fino ad oggi si vincolava il primo paese di ingresso ad disbrigo di tutte le pratiche, ora, in base a questo testo, ogni paese membro in cui arrivano i profughi deve assumersi la responsabilità di gestire le domande, anche se non si tratta del primo territorio europeo calpestato.  Il prossimo passo decisivo, perché la nuova regolamentazione diventi davvero legge europea, è l’approvazione del consiglio dei capi di stato e di governo, che non dovrebbero smentire tante promesse di solidarietà. Ma in ballo non c’è solo il vincolo del primo ingresso, il nuovo testo prevede l’avvio di un sistema automatico e permanente di ricollocamenti.

I tempi sembrano maturi per vedere ormai superata la posizione di quanti hanno remato contro una gestione comunitaria dei particolari flussi migratori che dal 2014 in particolare hanno interessato il vecchio continente.  Il sistema in vigore in questi anni ha fatto sì che solo sei stati membri su 28 hanno fatto fronte a quasi l’80 per cento di tutte le richieste d’asilo presentate nell’Ue. Già lo scorso anno  il parlamento europeo aveva adottato una risoluzione che raccomandava un approccio olistico al fenomeno migratorio, con il superamento del criterio del primo paese d’ingresso e l’avvio di  una vera e propria centralizzazione a livello europeo delle responsabilità sull’asilo. Nel frattempo la commissione europea è riuscita a sbloccare il no di quanti rifiutavano il principio dei ricollocamenti di quote di migranti. Ma la posta in gioco con il nuovo testo è alta proprio perché i paesi membri dovrebbero accettare che diventi un meccanismo costante.

La questione è delicata e complessa anche per altri aspetti. Per esempio, il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) ribadisce la sua raccomandazione centrale: riscrivere il regolamento di Dublino è l’occasione per rivedere anche i criteri guida per le risposte alle domande di asilo. Il presidente del Cir Roberto Zaccaria spiega a L’Osservatore Romano che “vanno ampliati i criteri di requisiti soggettivi dei richiedenti asilo”. In sostanza suggerisce che nel valutare le domande “non vengano considerate solo le parentele strette ma anche affinità di comunità, di paese, senza trascurare lingua e cultura”. L’appello è chiaro: “i criteri vanno ampliati considerando principi di umanità”. Inoltre, non si può dimenticare l’obiettivo finale, che resta quello dell’integrazione. Una volta approvate le domande, deve essere messo in atto un impegno serio, basato – anche in questo caso –  su precisi criteri condivisi più possibile a livello europeo.

Osservatore Romano, 20 Ottobre 2017

I tedeschi chiamati al voto

Con l’incognita delle coalizioni

di Fausta Speranza

Alla vigilia del voto in Germania, non sembra ci siano dubbi sul fatto che il cancelliere Angela Merkel vedrà riconfermato il proprio consenso. I sondaggi indicano chiaramente la prospettiva di un quarto mandato per la leader tedesca. Più complesso, invece,  il rebus delle alleanze e degli equilibri nella prossima diciannovesima legislatura.

Negli ultimi quattro anni il partito di Merkel, l’Unione cristiano-democratica (Cdu), ha governato insieme con gli alleati del Partito socialdemocratico (Spd). Al momento, entrambi sembrano registrare perdite di consensi intorno ai quattro o cinque punti rispetto alle elezioni del 2013, quando la Cdu aveva ottenuto il 41,5 per cento di voti e la Spd il 25,7. Se il dato fosse confermato, per i socialdemocratici sarebbe il più deludente risultato della loro storia, e questo anche perché, dopo aver chiamato Martin Schulz alla guida del partito a gennaio, si era registrata un’iniziale crescita dei consensi al 30 per cento. La prima incognita, dunque, è se la Spd entrerà in una eventuale grande coalizione o se tornerà all’opposizione. Fatta eccezione per i quattro anni dal 2009 al 2013, i socialdemocratici sono sempre stati al governo dal 1998. Hanno guidato il paese con il cancelliere Gerhard Schröder fino al 2005, poi hanno collaborato con Merkel. Di fatto, hanno preso parte alla compagine governativa per 15 degli ultimi 19 anni.

A crescere è invece Alternativa per la Germania (Afd), partito definito di estrema destra ed euroscettico, fondato nel 2013 dall’economista Bernd Lucke. Afd sembra assicurarsi almeno il 12 per cento dei consensi. Si presenterebbe, quindi, come il terzo partito. A seguire, ci sono il Partito democratico libero (Fdp), cui viene attribuito il 9,5 per cento, e la Die Linke,  partito nato dalla fusione tra il Partito della sinistra e il movimento Lavoro e giustizia sociale, che scenderebbe  al 9 per cento. In retrocessione anche i Verdi, che sembra non dovrebbero andare oltre il 7,5.  Le combinazioni immaginabili tra tutte queste formazioni nel quadro di una futura compagine governativa potrebbero essere molte.

Uno dei temi cruciali della campagna elettorale è stato l’immigrazione. La stampa ha scritto più volte che Afd, molto critico nei confronti dell’arrivo di stranieri, ha allargato i propri consensi dall’autunno 2015, quando il cancelliere decise di aprire le porte a un milione di profughi siriani. Tuttavia, secondo le dichiarazioni di voto registrate finora, la leadership di Merkel non ne sarebbe seriamente intaccata.

L’altro capitolo importante è l’economia. Parlando del successo della leader venuta dalla Germania dell’est, si cita subito la stabilità economica. In effetti, quando Merkel ha assunto per la prima volta la guida del  governo nel 2005, la Germania veniva definita “il malato d’Europa”. Il tasso di disoccupazione era sopra l’11 per cento, i conti pubblici non riuscivano più a centrare i parametri del patto di stabilità europeo, tanto che nel 2003 l’allora cancelliere Schröder chiese all’Ue di poter sforare temporaneamente il tetto massimo del deficit, fissato al tre per cento del prodotto interno lordo. Lo aveva fatto con la promessa di attuare le necessarie riforme economiche, che puntualmente sono state  portate a termine.

Da allora, l’economia è stata rilanciata e in tutto il mondo si parla di “miracolo tedesco”. La disoccupazione è ferma sotto il 4 per cento — ai minimi dalla riunificazione del 1990 — e dal 2014 il governo di Berlino è l’unico in Europa a registrare avanzi di bilancio. La maggior parte dei tedeschi vede in Merkel la garanzia per proseguire su questa strada.

Il voto in Germania arriva dopo un lungo ciclo di appuntamenti con le urne in Europa: negli ultimi mesi si è votato in Francia, in Spagna, nei Paesi Bassi, in Austria (dove si tornerà a votare per le legislative a ottobre) e nel Regno Unito. Dopo la sorpresa della Brexit, ovunque si sente la pressione dei cosiddetti populismi, anche se gli elettori in Olanda, a marzo, e in Francia, a giugno, non hanno premiato questo tipo di proposte.

Il resto dei paesi dell’Unione europea guarda con attenzione alle elezioni tedesche. I flussi migratori per un verso e la Brexit per un al tro impongono ripensamenti delle regole europee. In discussione ci sono, ad esempio, la revisione del Trattato di Dublino sui richiedenti asilo e il ruolo dei paesi della cosiddetta Eurozona, e quindi il peso di un eventuale “super ministro” delle finanze europeo. Nulla di tutto questo può muoversi senza il contributo della Germania, che resta  il primo paese per popolazione: oltre 82 milioni di abitanti.

Si tratta di tutti temi che Merkel stessa ha sollevato nei mesi scorsi. Lo ha fatto in particolare in incontri bilaterali con il presidente francese, Emmanuel Macron, che spinge molto per un rilancio del progetto europeo, ma anche nei vertici cui hanno partecipato anche i leader di Italia e di Spagna, nonché  in tutti gli ultimi appuntamenti del consiglio che riunisce i capi di stato e di governo dell’Ue. Ma per impegnarsi davvero Merkel deve aspettare una nuova legittimazione delle urne. L’attesa, dunque, è per capire quali saranno gli equilibri politici interni alla Germania e come il nuovo governo tedesco vorrà e potrà contribuire a rilanciare l’Ue affrontando le necessarie riforme.

L’Osservatore romano, 23 Settembre 2017