Nuovi imprenditori agricoli

L’Ifad rilancia l’impegno per le zone rurali puntando su tecnologia e innovazione

di Fausta Speranza

Portare avanzata tecnologia e spirito imprenditoriale nelle aree più rurali: è la sfida che lancia quest’anno l’Ifad, con l’obiettivo di sempre di combattere povertà e fame nel mondo e in particolare nei paesi in via di sviluppo. Al consiglio dei governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, che si terrà il 14 e il 15 febbraio a Roma, si parlerà dunque di “agrimprenditori”. Ma in realtà la vera novità è che per la prima volta sarà presente il Papa.  Francesco, infatti, giovedì mattina parlerà a capi di stato, ministri, leader mondiali alla cerimonia di apertura della più importante riunione annuale dell’Ifad.

 In inglese suona “agripreneurs”, da agriculture entrepreneurs e sarà questo precisamente il termine con il quale si discuterà, nel consesso internazionale, del ruolo che gli investimenti in tecnologia, innovazione e sviluppo delle piccole imprese possono svolgere, per affrontare alcune delle sfide più persistenti al mondo in materia di povertà e fame nelle aree più remote.

 Da quarant’anni l’Ifad, che è un’istituzione finanziaria internazionale e un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, punta alle popolazioni rurali per consentire loro di ridurre la povertà, aumentare la sicurezza alimentare, migliorare i livelli nutrizionali e rafforzare la resilienza. Dal 1978 sono stati investiti 20,4 miliardi di dollari in donazioni e prestiti a tassi agevolati per finanziare progetti di cui hanno beneficiato circa 480 milioni di persone. Molto è stato fatto ma molto resta da fare: rispetto al 1990, 216 milioni di persone in meno soffrono la fame. Ma in ogni caso oggi si contano ancora 795 milioni di persone  nel mondo che non hanno abbastanza da mangiare.

 Nell’ambito dell’impegno a cercare di disegnare un futuro sicuro dal punto di vista alimentare, nel 2011 è nato il Forum internazionale dei Popoli indigeni. Si tratta di una piattaforma di dialogo permanente tra i rappresentanti dei popoli indigeni, l’Ifad e i governi internazionali. L’obiettivo è ascoltare voci che vivono sul territorio i risvolti concreti di questioni importanti, come  le ripercussioni dei cambiamenti climatici. Non si può lasciare che su queste problematiche  si esprimano solo i leader mondiali. È innegabile la  stretta relazione con l’ambiente che hanno i popoli indigeni:  sono i custodi della maggior parte della biodiversità del pianeta.

 Il Forum anticipa il consiglio dei governatori e infatti si apre oggi, presso l’Ifad. Quest’anno si concentra sulla promozione dell’utilizzo delle conoscenze e delle innovazioni e, dunque, concretamente, si discute di come aiutare, finanziariamente e non solo, le istituzioni e le organizzazioni indigene a puntare su giovani e donne delle loro comunità. Ci voglio investimenti ad hoc per assicurare conoscenze  tecniche e tecnologiche e ci vogliono finanziamenti anche per mettere a punto il lavoro di mappatura e difesa delle loro terre, dei loro territori, delle loro risorse.

 Ma non si tratta solo di insegnare: stando ai documenti relativi ai Forum precedenti, si capisce che c’è molto da imparare. Si scopre che le comunità indigene del Bangladesh, che hanno dovuto affrontare in tempi recenti particolari inondazioni dovute all’innalzamento del mare, hanno sviluppato capacità di coltivare varietà di canne resistenti al sale, frutta e alberi resistenti alla siccità. In Tunisia, dove il problema sono le scarse scorte di acqua per l’irrigazione, le popolazioni Amazigh usano il sitema degli jessour, una capillare organizzazione agricolo-territoriale basata su particolari dighe destinate a trattenere sia l’acqua piovana sia i detriti di sbriciolamento delle aride montagne circostanti, permettendo la coltivazione di olivi, alberi da frutto e cereali. Ci sono, poi, scelte lungimiranti in tema di foreste.

I Miskito del Nicaragua mantengono rigorosamente tre distinzioni: i campi coltivati, quelli dedicati al pascolo e il territorio della foresta. Sembra una scelta banale, ma  in realtà è un esempio di strategia lungimirante. E sull’isola di Borneo, i Daiacchi usano una terra fatta a mosaico con zone rurali e foresta. In questo caso, sembra emergere più evidente il valore della creatività, che può segnare il filo rosso ideale tra tradizioni antiche e innovazioni tecnologiche.

L’Osservatore romano, 12 Febbraio 2019

È accaduto, può accadere di nuovo

Insieme ai ragazzi del Treno della memoria durante la visita nel campo di Auschwitz

dal nostro inviato Fausta Speranza

Ad Auschwitz non si trovano risposte, piuttosto nascono sempre nuove domande. È questo il sentire dei ragazzi del Treno della memoria che abbiamo accompagnato nella lunga visita al campo di concentramento voluto dai nazisti nell’Alta Slesia, in Polonia. La domanda più sofferta è come si sia potuti arrivare a così tanta disumanità teorizzata e orchestrata in dettagli angosciosi. Ma l’interrogativo più inquietante è se qualcosa di simile possa ripetersi. Sofia sintetizza: «Oggi si sentono troppi slogan estremisti, campagne di odio mediatico, giustificazioni a naufragi di esseri umani nel Mare nostrum: è qualcosa di simile a criminalizzare un uomo solo per la sua nascita».

Unica via possibile è studiare il contesto, l’humus che ha dato vita all’odio razziale contro gli ebrei, che in Germania negli anni Trenta del secolo scorso rappresentavano lo 0,8 per cento della popolazione. Continuare a studiare cosa abbia incanalato frustrazioni, scontento sociale e valutare quante industrie abbiano guadagnato nell’affare dei forni crematori o del gas letale può regalare il giusto sguardo interlocutorio sul presente.

Certamente vedere quei sassolini dentro una teca che sono ciò che resta di una produzione massiccia di Zyklon B, l’agente fumigante con cui si pensava di mettere a punto la “soluzione finale”, non lascia indifferenti. E sapere che non si moriva all’istante nelle camere predisposte è solo uno dei pugni allo stomaco che si riceve in questo campo di desolante dolore e di morte. E non si sveniva: se avevi la fortuna di essere vicino al bocchettone del gas morivi in pochi istanti ma tutti gli altri avevano anche 15 minuti di atroci sofferenze prima di trovare la morte. I giovani non smettono di ripetere che le atrocità compiute su uomini e donne inermi sono note, ma certamente trovarsi sullo scenario di Auschwitz è «un’esperienza unica».

L’incredulità ti accompagna nell’area di lavori forzati definita Auschwitz I e nell’area di Monovitz, prima e ultima a essere state ultimate. E l’incredulità resta, mista a insopportabile sgomento, quando cammini tra le rovine dell’area di Birkenau, voluta e usata espressamente per lo sterminio degli ebrei. Nei commenti dei ragazzi torna lo stupore per dettagli che si fissano come pungoli nella mente. Alcuni non riescono a dimenticare che prima dell’ingresso nelle camere a gas c’era una piccola vaschetta per sciacquare i piedi. «Perché?» si chiede Antonio. Come si poteva, costruendo quell’orrore, pensare di conservare una misura igienica che appartiene — sottolinea Antonio — al mondo dello svago nelle piscine. E ancora: nel Blocco ii adibito a carcere e a luogo di tortura c’era il riscaldamento perché è quanto prevedeva la legge del Terzo Reich per i luoghi di detenzione. Nel gelo dell’inverno nelle capanne di Auschwitz, quelle tre stanzette per condannati, 90 centimetri per 90, erano riscaldate. Giulia è sconvolta. Nulla l’ha sconvolta come «quel dettaglio terrificante». Si chiede: «Come si poteva parlare di rispetto della legge?». Forse la consapevolezza più doverosa che sta maturando in Giulia è in questa metafora: l’orrore è stato voluto pretendendo di stare nella legge.

La storia dell’uomo è costellata di violenze, soprusi, perfino stermini. Ma il campo di Auschwitz non lascia scampo all’angoscia perché risale a solo 80 anni fa e soprattutto perché tutto è stato concepito, nonché tollerato dal popolo tedesco, in una logica di pianificazione, di strategia: in una combinazione diabolica e unica di ideologia, burocrazia, tecnologia. Ad Auschwitz tutto è stato scientifico. Non si riesce a dimenticare la teca che conserva le due tonnellate di capelli di donna ritrovati nel campo all’arrivo delle truppe russe a fine gennaio 1945 solo perché non avevano fatto in tempo a partire: tutto era perfettamente efficace, infatti, nella catena industriale che li riciclava in tessuti, come riciclava o smaltiva altro. Scientifico anche l’invito delle guardie ai condannati a memorizzare il numero del gancio cui lasciare i vestiti prima della “doccia” per far prima a ritrovarli: serviva a tranquillizzare le persone per non avere caos. Le giovani madri, che sarebbero state abili al lavoro, spesso venivano mandate a gas con i loro neonati perché — è scritto nelle registrazioni che parlano sempre solo di processi sterilizzazione — avrebbero creato troppo baccano e disordine nell’operazione di distacco dai figli. I giovani che abbiamo seguito da vicino, 50 tra i 1500 in visita tra gennaio e marzo, hanno speso tutta l’intera giornata per attraversare con attenzione e rispetto tutte le aree dove hanno trovato dolore e morte migliaia di dissidenti politici polacchi, prigionieri russi, rom e sinti, omosessuali, milioni di ebrei. Nel consueto momento di commemorazione, particolare a 15 anni dalla nascita del Treno della memoria, scelgono le parole più semplici di Primo Levi: «È accaduto pertanto può accadere di nuovo. Questo il nocciolo di quanto abbiamo da dire».

L’Osservatore Romano, 2 febbraio 2019

Antidoto al negazionismo

Insieme ai giovani e ai volontari del Treno della Memoria diretto ad Auschwitz
dal nostro inviato Fausta Speranza

A 15 anni dal primo Treno della Memoria, voluto per portare i giovani a toccare con mano ciò che resta di Auschwitz, al gruppo in visita quest’anno si sono uniti ex studenti, protagonisti di quella prima particolare esperienza di visita scolastica al campo di sterminio passato alla storia come “il più infame” di tutti. Questi giovani uomini e donne oggi sono volontari dell’Associazione Treno della Memoria, perché — ci ha detto Fabrizio, diventato ingegnere — «quel viaggio mi ha cambiato la prospettiva di vita». «Ho imparato a sentire la comunità e a sentirmi in comunità», ci dice Fabrizio spiegando che «nella solitudine dello sgomento per la negazione dell’umano che ti si palesa ad Auschwitz, allora senti di stringerti a tutti coloro che come te rifiutano tutto ciò, agli uomini che rigettano logiche di odio tra esseri umani».

L’iniziativa del Treno della Memoria è nata l’anno prima della risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’Onu che dedicava il 27 gennaio, giorno in cui le truppe russe entrarono ad Auschwitz, a ricordare l’orrore della Shoah. Ma su tutti prevale un anniversario: 80 anni fa la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin davano il via all’invasione della Polonia. Il 1939 non è solo simbolo della follia di due stati (regimi) che volevano spartirsi il territorio polacco annichilendo lingua e cultura locale, ma resta l’anno di inizio del dramma della seconda guerra mondiale che non ha risparmiato nessuno in Europa. Quest’anno il dovere della memoria è più significativo che mai.

Ma «l’urgenza di ricordare non sta solo negli anniversari, piuttosto nel clima che respiriamo». A parlare è Golda Tencer, responsabile dell’associazione polacca Fiamma della Memoria, che promuove progetti e iniziative per ricordare la Shoah, partendo dall’accensione di una candela in ogni abitazione il 27 gennaio. Golda, che è una nota artista ed è presidente della comunità ebraica di Varsavia, ammonisce: «Oggi è diventato difficile far parlare cittadini di diversi paesi europei tra loro quando si discute di politica e lo è anche tra polacchi: non è una buona premessa per evitare che l’odio si rinfiammi».

Non sono un segreto i dati sulla recrudescenza dell’antisemitismo in Europa. Secondo la ricerca commissionata dal parlamento europeo e pubblicata in questi giorni, la popolazione ebraica nell’Ue è in declino, scesa da circa 1,12 milioni nel 2009 a 1,08 milioni nel 2017. Anche la comunità ebraica francese, la più numerosa nell’Ue, è diminuita, passando da circa 500.000 membri nel 2002 a non più di 450.000 L’emigrazione, principalmente verso Israele, è il principale fattore alla base della tendenza, che si è intensificata negli ultimi anni, secondo la ricerca, sotto forma di «negazione e banalizzazione della Shoah, glorificazione del passato nazista, sentimento antisemita dovuto alle leggi sulla restituzione delle proprietà e odio a causa delle politiche israeliane. Include violenza verbale e fisica; minacce; insulti di ebrei che vanno a sinagoghe; molestie contro i rabbini; ripetuti attacchi agli ebrei con simboli della loro religione; incitamento all’odio; bullismo antisemita nelle scuole; e danni alla proprietà, compreso l’incendio doloso». Tanto che il Consiglio europeo, nel dicembre 2018, ha adottato una dichiarazione sulla lotta contro l’antisemitismo e un approccio di sicurezza comune per proteggere meglio le comunità e le istituzioni ebraiche in Europa. E i capi di stato e di governo Ue sono tornati a invitare «gli stati membri a garantire che siano puniti l’istigazione pubblica alla violenza o all’odio per motivi di razza, religione, discendenza o origine etnica o nazionale». E preoccupa la sottovalutazione da parte di alcune forze politiche che ostentano disinteresse, se non fastidio per il ricordo della Shoah.

Auschwitz dista 45 chilometri dalla bella cittadina di Cracovia, uscita non distrutta dal conflitto come altre città, meta turistica da sempre e in particolare nella situazione di ritrovato benessere che vive oggi la Polonia. Nei ritmi di vita che si ritrovano praticamente in tutte le cittadine del mondo è difficile trovare persone disposte a soffermarsi per parlare di quello che è accaduto nel vicino campo di concentramento, che è rimasto alla storia ma che rappresenta solo uno dei 1500 voluti dalla diabolica strategia nazista e costruiti sotto il controllo delle ss.

Chi si ferma, come un distinto signore di 60 anni ma anche una giovane signora di 35, condivide «il rischio che cambi qualcosa nella percezione collettiva quando scompariranno anche gli ultimi testimoni, i sopravvissuti».

Alla vigilia della visita al campo del gruppo di circa 300 ragazzi che seguiamo — in media ogni anno 3000 studenti italiani delle scuole superiori e del primo anno dell’Università vengono ad Auschwitz — Paolo Paticchio, presidente dell’Associazione Treno della Memoria, ci spiega che «portare i ragazzi di queste generazioni così inclini a selfie e a video ritoccati rende evidente l’impatto di Auschwitz perché i ragazzi capiscono che non è un set e non è una ricostruzione, è storia vissuta». È il primo antidoto al negazionismo, che purtroppo sembra dilagare come un virus sui social. È il momento delle fake news e dei messaggi emozionali e sembra passare in secondo ordine il rispetto della verità e il coraggio della ricostruzione. Ma Paticchio assicura: «Non è così quando i ragazzi si ritrovano ad Auschwitz: qui, al di là di qualunque convinzione avessero prima di partire, capiscono la verità».

Purtroppo è innegabile che le dinamiche umane di disprezzo e di odio siano ripetibili. Deve essere ripetuto anche il messaggio della memoria vigile. Golda Tencer sostiene che quest’anno la Fiamma dovrebbe essere tenuta accesa in ogni casa e in ogni scuola tutto l’anno.

L’Osservatore Romano, 1 febbraio 2019

Il vagone della disperazione

A colloquio con Luca Bondi dell’associazione «Semi di pace»

di Fausta Speranza

Non una sola giornata per la memoria, ma un laboratorio sempre aperto per ricordare e capire: è la scelta fatta dall’associazione Semi di pace, che ha voluto un memoriale permanente della Shoah, che richiama migliaia di ragazzi in ogni periodo dell’anno. Si trova alla Cittadella, la sede della onlus nei pressi di Tarquinia, nel Lazio, che porta avanti progetti di carattere sociale e culturale, creando a vari livelli inclusione. La visita non è paragonabile all’esperienza drammatica di recarsi nel campo di concentramento di Auschwitz, ma è comunque un salto dentro un vagone autentico tra quelli protagonisti della deportazione degli ebrei da Roma. Proprio perché è un’esperienza più circoscritta è possibile proporla ai giovanissimi delle scuole medie.

Il vagone merci (foto di Nina Maurizi)

L’ingresso nel vagone, dove uomini, donne, bambini, hanno conosciuto la disperazione, la fame, in alcuni casi la morte, e sempre l’umiliazione di non sentirsi più esseri umani, rappresenta un momento fortissimo, accompagnato da letture e da testimonianze di sopravvissuti o studiosi, e anche di rappresentanti di altre fedi religiose o confessioni cristiane. Permette, dunque, di lasciare semi di comprensione dell’orrore della Shoah anche a ragazzi meno maturi per l’impatto agghiacciante di Auschwitz o Birkenau.
È quanto spiega all’«Osservatore Romano» Luca Bondi, presidente dell’associazione Semi di pace. Docente da anni, Bondi esprime bene l’obiettivo: «Non lasciare che si perda la memoria, ma soprattutto far conoscere il contesto in cui è maturato l’orrore della Shoah». Bondi avverte che «non basta ricordare per evitare che accada di nuovo». Ci vuole la «comprensione storica della situazione sociopolitica che ha permesso l’istituzionalizzazione dell’odio».
Il memoriale è permanente anche per questo: perché giovani e professori abbiano un riferimento non per una cerimonia di commemorazione, che pure ha significato e valore, ma per lo studio, attento e rinnovato. E Bondi è chiarissimo: «Tutto ciò era significativo quando cinque anni fa è stato pensato il progetto, realizzato poi due anni e mezzo fa. Ma con il passare del tempo diventa sempre più tristemente urgente: «Constatiamo rigurgiti crescenti di razzismo e intolleranza, campagne di odio». Con il linguaggio semplice di chi è abituato a far passare concetti difficili ai ragazzi, Bondi ci dice: «I giovani, che sono sempre più bombardati sul web da fake news che relativizzano se non negano la Shoah, devono capire le coordinate che ottanta anni fa hanno reso possibile concepire lo sterminio degli ebrei e devono far propri gli strumenti critici per capire le coordinate del loro tempo». Conoscere e rileggere la storia deve aiutare a farsi «sentinelle, antenne che intercettano e respingono logiche di morte».
La soddisfazione più grande che ci confessa Bondi è quando, a seguito della visita al vagone, gli insegnanti raccontano poi della voglia dei ragazzi di continuare ad approfondire, di saperne di più. «Dal silenzio che si crea dentro il vagone sempre — ci assicura Bondi — si passa alle domande». Se in termini di età e di gestione delle proprie emozioni, si parla di giovanissimi acerbi, in termini di riflessioni lasciate dopo la visita, stupisce la capacità di restituire con parole semplici sensazioni e moti dell’anima con l’impronta dell’incredulità, dello stupore, dello sdegno. Qualcuno, nel librone che raccoglie centinaia di riflessioni, ha scritto: «Mi sembrava di sentire le voci di quelle persone che mi hanno spiegato facevano viaggiare più lentamente rispetto alle possibilità del treno: è terrificante pensare che doveva esserci una selezione naturale e che i sopravvissuti dovevano arrivare distrutti fisicamente e moralmente». Una ragazza ha ammesso: «Mi hanno spiegato i fatti e li ho capiti, ma non riesco a capire come possano degli uomini arrivare a tanto». Gli anni di questi giovani sono pochi, ma questa ammissione non è cosa da poco.

L’Osservatore Romano, 25 gennaio 2019

La parabola della moneta unica europea

A vent’anni dall’entrata in vigore l’Euro non è più il simbolo della crisi

di Fausta Speranza

       A vent’anni dalla nascita dell’Euro un bilancio serio non può che essere sdoppiato tra il primo, felice, decennio e il secondo, stravolto dalla crisi e segnato da scontento e rancori sociali. Ma, a pochi mesi dalle elezioni europee che dovrebbero, secondo i pronostici,  segnare il trionfo dei populismi e dei sovranisti nostalgici della moneta nazionale, la sorpresa è che proprio i leader di questi movimenti – diversi ma accomunati dall’euroscetticismo —   hanno cambiato idea sull’Euro. Nessuno mette più in dubbio la moneta unica. Moneta alla quale si sono dirette critiche e colpevolizzazioni di tutti i disastri finanziari, divenuta in molti casi utile capro espiatorio per spostare alcune responsabilità. Resta fondamentale mettere a fuoco cosa abbia significato davvero l’Euro nei due decenni e dove fossero oggettive lacune e vulnus. E può essere importante capire se la data ormai imminente della Brexit abbia cambiato qualcosa nella percezione di tutti.

       Crescita, stabilità, convergenza. Sono i termini che si ritrovano in tutti gli annali che raccontano – cifre alla mano – l’economia europea da quel gennaio 1999, in cui entrava in vigore la valuta comune, fino all’arrivo della crisi in Europa nel 2008-2009, riverbero di quella scoppiata nel 2007 negli Stati Uniti. Una gravissima crisi, peggiore nei suoi effetti di quella degli anni Trenta dello scorso secolo. Prima che scoppiasse, in Europa c’era una situazione più che favorevole: dalla Germania alla Grecia gli stessi tassi di interesse. Mai avvenuto prima. Questo fattore, insieme con la stabilità dettata dalla moneta unica sui mercati mondiali, assicurava crescita. La cosiddetta Eurozona si allargava in base a una roadmap ideale che avrebbe previsto alla fine tutti nel club, ma solo dopo aver dimostrato di passare l’esame necessario. Si è arrivati all’adozione dell’Euro da parte di 19 paesi su 28. Gli ultimi in ordine di tempo, Lettonia e Lituania, lo hanno fatto rispettivamente a gennaio 2014 e a gennaio 2015, in tempi non più d’oro.

       Nel 2006 perfino nel Regno Unito, affezionato a ragione alla sua fortissima sterlina, si parlava di un possibile ingresso nell’Eurozona. Non ha mai fatto questo passo la Gran Bretagna e non lo ha fatto, ad esempio, la Polonia, prenotata per il 2011 e poi per il 2013. Nella prima data, si stentava a arginare lo tsunami economico e, nella seconda, stava arrivando l’ondata recessiva a far naufragare i primi segnali di ripresa del 2012. Secondo gli ultimi pronunciamenti, Varsavia ha rimandato la questione al 2019-2020.

       Il punto è che l’Euro non ha retto come avrebbe potuto alla crisi. E non solo perché l’urto è stato dirompente, ma piuttosto per una sua fragilità strutturale. L’adozione della moneta unica non è stata accompagnata da politiche di gestione comuni. Quando si è trattato di intervenire, gli strumenti non erano condivisi. Sembra una banalità prevedibile e infatti era stata prevista da tutti gli economisti, ma i leader europei non ne hanno tenuto conto. È storica la risposta, tra tutti, di Helmut Kohl, cancelliere tedesco  dal primo ottobre 1982 al 27 ottobre 1998. Il suo è stato il mandato passato alla storia per l’unificazione della Germania — che ha rappresentato un momento politico altissimo ma anche uno scossone economico — ed è stato il mandato in cui sono state prese le decisioni fondamentali   per l’Euro. A quanti chiedevano efficaci politiche monetarie comuni, Kohl rispose che già aveva chiesto ai tedeschi di rinunciare al marco: altro che suonasse come condivisione di rischi economici non si poteva chiedere. Un po’ tutti i politici erano convinti che si potesse fare un passo per volta.

       Il resto è cronaca. La reazione immediata alla crisi messa in atto negli Stati Uniti, che avevano un sistema bancario unificato, non è stata possibile negli stessi veloci ed efficaci termini in Europa. In Ue ogni singolo paese ha fronteggiato a livello nazionale l’emergenza,  prima che ci si attivasse per creare l’Unione bancaria che mancava. Poi sono state prese anche altre decisioni importanti, come l’istituzione del meccanismo comune di stabilizzazione, definito dalla sigla Esm, che prevede fondi e strumenti precisi. Ma nel frattempo i cittadini hanno pagato i conti della crisi, con gli interessi per la mancata comune gestione, che avrebbe significato anche maggiori controlli.

       Quando si parla di Regno Unito, non si può dimenticare che, se è vero che non ha mai adottato l’Euro, ha scelto però ben presto di entrare a far parte di quel gruppo di paesi che sotto la sigla Sepa, Single euro payments area, si assicura pagamenti al dettaglio in euro effettuati con strumenti diversi dal contante (bonifici, addebiti diretti e carte di pagamento), a favore di beneficiari situati in qualsiasi paese della Sepa, con la stessa facilità e sicurezza su cui si può contare nel proprio contesto nazionale. Per chi vive la City, non è un dettaglio pensare di uscire dalla Sepa. È tra le innumerevoli ripercussioni negative della Brexit. Londra, infatti, non è nell’Eurozona ma sta nel mercato unico europeo e nell’unione doganale. Gli affari c’entrano. Fatti i conti, il parlamento di Westminster ha frenato seriamente  la marcia del governo verso l’uscita dall’Ue.

       Non sembra un caso che, proprio quando si palesano i costi della Brexit, i leader più euroscettici abbiano frenato la loro corsa contro l’Euro. Nelle ultime settimane hanno dichiarato di aver cambiato idea Marine Le Pen, a capo del Rassemblement National,  che voleva Parigi fuori dall’Ue e dalla moneta unica;  Matteo Salvini, attuale ministro dell’interno italiano da sempre esponente della Lega, partito euro-critico; Heinz-Christian Strache, attuale vicecancelliere austriaco e presidente del Partito della libertà che si autodefinisce di destra neo-nazionalista; l’olandese Geert Wilders che ha fondato il Partito per la libertà altrettanto nazionalista.

       Dopo tutte le parabole di questi venti anni, dunque, l’euro sembra fuori discussione. Ma dovrebbe essere scontato anche il  condiviso impegno ad andare oltre la moneta unica e oltre i salvataggi delle banche, con provvedimenti concreti ed efficaci per la crescita e l’occupazione, per i cittadini.

       Questo compleanno dell’Euro deve servire a ricordare che c’è ancora molto da fare. Al momento, il nodo sono gli investimenti,  urgenti per la crescita. Ne servono più di quanti siano scattati finora. Su questo sono tutti d’accordo: economisti, leader, cittadini. Ma investimenti europei significano anche margini di rischio comune e l’assunzione di questo rischio non è ancora una volta scontata. Non aiuta la situazione di paesi con un livello di debito pubblico preoccupante. Non aiuterebbe un’Unione europea indebolita da un voto euroscettico a maggio.

L’Osservatore romano, 22 gennaio 2019

Caos Brexit

di Fausta Speranza
 Tanto è stato netto, numericamente forte e deciso il pronunciamento dei deputati britannici nel respingere l’accordo May sulla Brexit, tanto è difficile soppesare le posizioni nello scenario che si apre. Non si intravedono decisioni certe all’interno del partito Tory. Non c’è armonia tra la base dei laburisti, che chiede un secondo voto popolare, e il leader Jeremy Corbyn, che continua a dirsi contrario. Di certo c’è che il parlamento ha, di fatto, sottratto al governo la gestione della Brexit e che può sempre ricordarsi che il referendum tenutosi il 23 giugno 2016 era tecnicamente solo consultivo. Se, però, sembra sempre più possibile una vera e propria marcia indietro del Regno Unito rispetto all’uscita dall’Ue, non sembra probabile che Westminster decida senza ricorrere a un ulteriore pronunciamento popolare. E non bisogna dimenticarsi nemmeno che in punta di diritto comunitario, la Gran Bretagna, a questo punto della vicenda,  può recedere   dalla Brexit senza il consenso di Bruxelles, ma non può da sola decidere di darsi più tempo per un nuovo accordo. E, a quel punto, stando così le cose,  scatterebbe il drammatico no deal.
 La bocciatura del piano che il premier Theresa May aveva concordato con i 27 membri Ue a novembre scorso, anche se pesante, lascia la possibilità alla leader Tory di ripresentare una bozza di accordo entro lunedì mattina. Da parte sua, infatti, ha escluso le dimissioni. Resta però da verificare cosa ne sarà della mozione di sfiducia prevista in serata. In ogni caso, se tra i conservatori, nella discussione dei giorni scorsi, ci si è scaldati molto intorno alla questione backstop relativa al confine nordirlandese, a ben guardare in questi due anni e mezzo è emersa una spaccatura ben più significativa tra due diverse anime: quella dei cosiddetti brexiteers, da sempre euroscettici e favorevoli al ripudio dell’Unione, e quella di quanti avrebbero voluto e vorrebbero conservare l’equilibrio che Londra aveva raggiunto: essere parte del mercato unico europeo e doganale, fuori dall’euro ma dentro la Sepa, Single euro payments area, come altri otto paesi Ue che non hanno aderito all’eurozona. Tutto questo pesa in termini economici per Londra e molti conservatori lo sanno bene e non hanno votato Leave. In fondo, David Cameron quando nel 2016 ha voluto il referendum lo ha fatto come strategia politica per compattare le due anime. Ma, come non è riuscito allora a Cameron, non è riuscito oggi a May.
In casa laburista lo scollamento non è da meno. E anche qui la memoria va alla campagna elettorale per il referendum, che ha visto il partito Labour diviso e spaccato sull’impegno da assicurare per il Remain con le forti critiche a Corbyn per la sua debolissima esposizione. Oggi torna una divisione tra Corbyn e la base. Il leader cerca la sfiducia all’esecutivo May, insegue le elezioni anticipate e si schiera  apertamente tra i contrari a un nuovo pronunciamento popolare,  mentre la base è tutta a favore di un secondo voto, che sarebbe giustificato — secondo i sostenitori — dalle molte manifestazioni a favore e dalla sopraggiunta consapevolezza che in campagna elettorale non si è fatta adeguata informazione sulle conseguenze.  Inoltre, Corbyn sembra in minoranza anche rispetto ai deputati:   sostiene che potrebbe, una volta al governo, rinegoziare un nuovo accordo, mentre il voto della camera dei deputati, così netto e trasversale, sembra dire in realtà che la stragrande maggioranza dei deputati non ipotizza e non cerca un accordo migliore. Piuttosto, semplicemente cerca di tornare indietro:  di restare in Europa. E il motivo è che qualunque accordo palesa incognite inquietanti sul Pil britannico.
 Di fronte all’opinione pubblica, difficilmente Westminster potrà liquidare il referendum come una consultazione archiviata, molto probabilmente vorrà legittimare un cambio di rotta con un altro voto popolare. In ogni caso, dovrà ricordarsi che, in base al pronunciamento  — il 10 dicembre scorso — della Corte di giustizia Ue, Londra può unilateralmente cancellare l’attivazione dell’articolo 50 del trattato sull’Unione fino alla conclusione dell’accordo di separazione, ma quello che non può fare è confermare la Brexit rinviando la data di entrata in vigore, fissata al 29 marzo 2019. Se Brexit ci sarà, sarà in quella data.  A meno di una decisione  in tal senso condivisa da tutti gli stati membri,  che al momento non è lontanamente immaginabile.
 In definitiva, in assenza di colpi di scena, si scivola verso un’uscita senza accordo: il famigerato no deal. Se non ci sarà una qualche alternativa in grado di ricucire tutte le suddette divisioni, la via è quella. Ma su questo aspetto spunta un’opinione condivisa: sarebbe un disastro. Da confindustria alla City, dai conservatori ai laburisti, dagli agricoltori del Galles all’agenzia di rating Standard & Poor’s, tutti concordano sul rischio di una perdita immediata dell’8 per cento del Pil.
Si capisce meglio perché il resto dei membri Ue abbiano dimostrato sulla Brexit una compattezza  mai registrata: è ormai evidente che il ripudio dell’Unione non fa male a Bruxelles, e a nessuna altra capitale, ma a Londra. Senza considerare lo spettro della minaccia della Scozia di lasciare il Regno Unito per restare nell’Ue.
L’Osservatore romano, 17 Gennaio 2019

Cittadinanza e sfide globali

I rischi per alcuni diritti fondamentali di fronte a migrazioni e terrorismo

di Fausta Speranza

       La sfida della cittadinanza si fa globale. Mentre si parla sempre più spesso di sovranismi, la questione della nazionalità impone uno sguardo e un’analisi che valicano le frontiere. Accade perché le situazioni particolari rimbalzano a livello mediatico con eco mondiale e accade perché la questione delle migrazioni, con i risvolti in termini di condizioni di rifugiati, profughi o apolidi,  interpella tutti. Ma accade anche perché il terrorismo in qualche modo  rischia di “dettare legge” pure a questo proposito.

       La cronaca nel 2018  ha attirato l’attenzione delle Nazioni Unite sulla fascia di terra tra Myanmar e Bangladesh dove si è consumato un esodo di massa. Migliaia di musulmani, senza il riconoscimento di diritti di cittadinanza, hanno cercato asilo in Bangladesh. Le autorità di Naypyidaw hanno parlato di facinorosi allontanati dalla popolazione perché protagonisti di disordini e di reati, ma i media hanno fotografato una storia di persecuzioni.

       E, in questi giorni, in India ha fatto discutere e ha suscitato proteste la decisione di garantire la cittadinanza a qualunque migrante indù che fugga da paesi a maggioranza musulmana, come i vicini Pakistan e Afghanistan. In particolare, il  disegno di legge, approvato l’8 gennaio dalla camera bassa del parlamento, permette a membri di quelle comunità perseguitati, entrati in India prima del 31 dicembre 2014, di essere naturalizzati dopo sei anni di residenza invece dei dodici previsti. Il disegno normativo che emenda il Citizenship  Bill,  la precedente legge del 1955, prevede anche di concedere la cittadinanza solo a chi era nello stato di Assam prima del 1971: la perderebbero, dunque, quattro milioni di profughi musulmani  arrivati successivamente.  L’opposizione parla di violazione del principio di equità.

       Tutti e due i casi, emblematici di molti altri, mettono in luce il gap tra il previsto diritto di cittadinanza per tutti coloro che vivono su un territorio e casi di discriminazione per etnia, religione.

       In teoria, in tutto il mondo la cittadinanza si attribuisce in base a uno di questi due criteri fondamentali: lo ius sanguinis, che prevede il riconoscimento per la nascita da genitori di quella nazionalità, o in seguito al vincolo del matrimonio. E lo ius soli, il diritto acquisito per  essere nato su un territorio indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, anche se, nella maggioranza dei casi, si parla di ius soli “corretto” perché, per evitare viaggi ad hoc, si prevede la permanenza o residenza dei genitori su quel territorio per un certo periodo. Bisogna anche citare la prevista naturalizzazione: il riconoscimento di cittadinanza per particolari onorevoli motivi o, per esempio, in alcuni stati, per la partecipazione alla leva militare. Ma questa procedura va al di là dei suddetti veri e propri fondamenti giuridici che ispirano praticamente le legislazioni  di tutto il mondo. Ma questi principi, in Asia e non solo, come abbiamo visto, vengono a scontrarsi con situazioni particolari e discriminatorie di vario genere.

       Il punto è che l’occidente, che indubbiamente ha una tradizione di rispetto dei diritti umani e di tutela dalle discriminazioni diversa, di fronte alla globalizzazione e ai flussi migratori, dovrebbe farsi sempre più baluardo dei diritti dell’uomo. E non vacillare. I rischi, invece, ci sono e per tutti.

       Le sollecitazioni vengono su due fronti. Il primo è quello delle migrazioni. Non è da poco il fatto che nel Global compact  for safe, orderly and regular migration, il patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare  voluto dalle Nazioni Unite — ma messo in dubbio da diversi governi — si legga che il quarto obiettivo indicato è di «assicurare ogni impegno  affinché tutti i migranti abbiano prova di identità legale e adeguata documentazione». Nel capitolo relativo, il numero 20, si chiarisce bene «il diritto di ogni migrante a una identità legale» e si ribadisce «la necessità che ogni paese faccia il possibile per ritrovare, conservare, mettere a disposizione certificati civili o qualsiasi registrazione utile a livello identitario». Si chiede anche «forte collaborazione tra stati», perché non sempre, ad esempio, c’è universale riconoscimento di alcuni documenti di viaggio, stesse modalità di archiviazione dei dati o uguale disponibilità a comunicarli. Estremamente concreto è l’invito a «registrare sempre e comunque la nascita di bambini in tappe anche molto difficoltose di viaggi». Pensiamo alle imbarcazioni nel Mediterraneo o ai viaggi dall’Honduras o dal Salvador verso gli Stati Uniti attraverso il Messico. In ogni caso, nel Global compact  si denunciano «i rischi crescenti di vulnerabilità per mancanza di cittadinanza nelle migrazioni» e si chiedono con fermezza «più efficaci misure per ridurre l’apolidia». Peraltro, anche nel global compact dell’Onu dedicato in particolare ai rifugiati tornano le stesse raccomandazioni, al capitolo 3.

       A ben guardare c’è un’altra situazione — che può essere solo in minima parte legata alle migrazioni — che fa parlare di cittadinanza: è la sfida del terrorismo. Negli ultimi anni in Europa si è registrato un dibattito nuovo intorno a leggi che autorizzino la revoca della cittadinanza per implicazioni con reti terroristiche. È nuovo come il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, cittadini europei che si sono uniti al sedicente stato islamico, in particolare sul fronte siriano.  Di un possibile provvedimento per la revoca della cittadinanza si è discusso molto in Francia, ma non si è arrivati a  cambiare la normativa. In Italia, invece, nel  decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113, dedicato alla sicurezza, si prevede la revoca della cittadinanza a chi non è italiano per nascita, ma abbia ottenuto la nazionalità dopo la maggiore età,  ed è stato definitivamente condannato per delitti commessi con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale. Si tratta di casi che si verificheranno raramente. Tuttavia, l’effetto sul sistema può essere significativo: si  frammenta il concetto di cittadinanza, praticamente introducendone una di “serie b” rispetto a quella che appartiene a chi è italiano dalla nascita. Banalmente, per lo stesso reato, sono previste conseguenze diverse, per esempio, per una persona adottata. Al di là della possibile discussa violazione del principio d’eguaglianza, in questo contesto interessa evidenziare che la disciplina potrebbe generare apolidia, in contrasto con la convenzione internazionale che  vieta agli stati di creare nuovi apolidi.

       Tutto questo colpisce particolarmente se si pensa a tutti gli sforzi che restano da fare perché effettivamente nel mondo i cittadini siano trattati con equità, mentre si rischia che  vacilli qualche punto fermo fin qui acquisito in tema di cittadinanza. Colpisce in particolare a inizio di questo 2019, che ci riporta al drammatico anniversario dell’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, all’oscuro periodo della seconda guerra mondiale e all’impegno della comunità internazionale per risolvere il dramma delle persone apolidi, nato proprio in conseguenza di quel conflitto. Dopo il 1945, infatti, il mondo si è trovato dinanzi a un’impennata nei numeri di persone senza nazionalità per la fine di alcuni stati e la nascita di nuovi, per le conseguenze in termini di esodi e di sfollati, e si è posto il problema dell’apolidia. Ora, il mondo si trova davanti ai nuovi «crescenti rischi».

L’Osservatore Romano, 13 Gennaio 2019

Negoziati di pace e accordi commerciali di guerra

di Fausta Speranza

 Per uno dei conflitti più trascurati dai media, quello che prosegue da oltre quattro anni in Yemen, il 2019 si è aperto all’insegna della speranza per i possibili sviluppi della situazione dopo i primi colloqui tra le parti svoltisi a dicembre. Ma anche di una tragica conferma, il continuo afflusso di armi verso tutta la regione mediorientale, dove si trovano sette delle prime dieci nazioni al mondo per investimenti nel settore degli armamenti, e, in particolare, all’Arabia Saudita, paese che guida l’offensiva della coalizione internazionale in Yemen.
In Svezia, all’inizio dell’ultimo mese del 2018, le forze ribelli houthi e il governo yemenita hanno siglato un accordo che prevede il cessate il fuoco nella regione di Hodeidah, porto strategico, e il dispiegamento di forze neutrali supervisionate dall’Onu. Un primo importante passo da consolidare con il ritiro delle truppe di entrambi gli schieramenti a breve e lo scambio di prigionieri di guerra. Ma il percorso si presenta molto accidentato. E la meta di negoziati per una transizione politica è ancora lontana. Intanto, il bilancio del conflitto scoppiato nel 2014 con l’occupazione della capitale Sana’a, da parte di milizie huthi sostenute da forze vicine all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e il successivo tentativo di golpe contro il governo di transizione del presidente Abed-Rabbo Mansour Hadi ha assunto i contorni di una gravissima crisi in termini umanitari. Un ufficiale dell’Onu stimava in 10.000 i civili uccisi dall’ inizio del 2017 e alcuni studi indicano che tale numero potrebbe essere salito fino a più di cinquantamila. Oltre 85.000 bambini sotto i cinque anni morti per denutrizione. Circa tre milioni di persone in fuga e 22 dei 28 milioni di abitanti in estremo bisogno di assistenza umanitaria, tra carestia e colera.
L’Unione europea, in prima fila accanto alle Nazioni Unite nel sostenere i colloqui di pace, ha contemporaneamente assicurato aiuti per 324 milioni di euro. Ma l’Europarlamento ha lanciato un monito agli stati membri: non si può con una mano elargire sostegno e con l’altra far arrivare armi.

 E il 4 ottobre scorso, a Strasburgo, è stata votata la risoluzione che richiede ai paesi Ue di «astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto». Va detto che la presa di posizione è arrivata dopo il caso di Jamal Khashoggi, il giornalista e scrittore saudita scomparso il 2 ottobre all’interno del consolato saudita a Istanbul. In ogni caso, uno stop all’esportazione di armi è stato deciso da Germania, Olanda, Danimarca, Finlandia.
Non è venuto da Francia e Italia, che pure compaiono nella lista dei principali esportatori di armi all’Arabia Saudita: rispettivamente con contributi per il 3,6 per cento e per il 1,5 per cento. E anche se in Italia la legge 185/90 vieta l’esportazione di armi verso paesi in conflitto.

Questi paesi vengono dopo gli Stati Uniti e il Regno Unito, secondo i dati dello Stockholm international peace research institute (Sipri). Il rapporto dell’istituto internazionale indipendente che verifica le vendite e gli acquisti di armi nel mondo non riporta dati riguardanti la Russia.

E nel sottolineare la difficoltà di reperire documentazione sull’Arabia Saudita assicura che, secondo le informazioni disponibili, il Regno saudita, in quanto a denaro investito in armi, si trova oggi al primo posto nella regione mediorientale e al terzo nel mondo. Negli ultimi dieci anni, il Sipri registra una crescita di spesa in armi da parte di Riad del 74 per cento, con il raggiungimento del record di spesa militare pro-capite superiore a qualsiasi altra nazione al mondo.

Il 2019 si apre con tutti questi dati e una possibile variante: il ruolo degli Stati Uniti. Khashoggi abitava nello stato della Virginia da diversi anni ed era opinionista del «Washington Post».

L’intelligence statunitense e diverse ricostruzioni giornalistiche hanno indicato come mandante dell’omicidio del dissidente Khashoggi il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

E il 13 dicembre scorso il senato ha votato una mozione che chiede di bloccare l’appoggio statunitense all’intervento saudita in Yemen, e ha approvato una risoluzione che considera il principe bin Salman «personalmente responsabile» dell’uccisione di Khashoggi. Il voto potrebbe restare simbolico dopo una possibile bocciatura da parte della camera dei rappresentanti o dopo un eventuale veto presidenziale, che potrebbe essere superato solo dai due terzi dei voti in entrambe le camere. In ogni caso, per il momento appare come un chiaro messaggio di presa di distanza da una guerra che sembrava dimenticata e scontata.

Resta il paradigma di una nazione, lo Yemen, diventata terreno di conflitto ma anche piazza di mercato per le armi. La maggior parte dei conflitti hanno una causa chiaramente identificabile, che può essere oscurata dalla prosecuzione del conflitto stesso, dall’entrata in scena di nuovi attori, ma anche dall’insorgere di un’economia di guerra.