Non solo Covid: l’Ue discute di misure di inclusione

Si registrano alcuni dati positivi in tema di pandemia in Europa e si cercano misure condivise per le festività perché non portino nuovi picchi di contagi. Ma intanto rischia di passare sotto silenzio il piano di azione della Commissione Ue in tema di migrazioni. “È proprio in un momento in cui non c’è un’emergenza sbarchi che bisogna pianificare politiche a lungo termine”, sottolinea la professoressa Laura Terzera

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La Francia riapre: il presidente Macron ha annunciato lo sblocco del lockdown anche se gradualmente a tappe. Anche in Italia si parla di riduzione dei contagi. C’è la speranza che arrivi presto il vaccino ma non potrà accadere prima delle festività, periodo ad altissimo rischio contagi. Si parla di un numero massimo di persone a tavola, ma soprattutto delle piste da sci. L’Austria vuole tenerle aperte, la Francia si prende 10 giorni per decidere. Il primo ministro italiano Conte ieri ha avviato il dibattito con la presidente von der Leyen anche perché si ipotizzano sostegni europei al settore. In ogni caso, se si va verso misure straordinarie, è fondamentale coordinarsi il più possibile. Assurdo e controproducente che un Paese le tenesse aperte e un altro confinante no. Si dicono d’accordo il cancelliere tedesco Merkel e Macron e a livello informale c’è già una scadenza: un’intesa su misure concertate entro il 2 dicembre.

A Bruxelles si discute anche del piano di azione per l’inclusione

C’è da dire che l’emergenza Covid rischia di assorbire tutte le energie e l’attenzione, anche mediatica, che non dovrebbero mancare su altri fronti: ieri la commissione Ue ha presentato il piano di azione per l’inclusione sociale che dovrebbe essere lanciato per il periodo 2021-2027: si parla  di migranti, di lavoro, di accesso ai servizi sanitari, di alloggi adeguati a prezzi accessibili, ma si legge anche di misure per l’istruzione e la formazione inclusiva dalla prima infanzia all’istruzione superiore, con particolare attenzione alla facilitazione del riconoscimento delle qualifiche e all’apprendimento linguistico, tramite il sostegno dei fondi dell’Ue. E misure per la promozione dell’accesso ai servizi sanitari, anche per la salute mentale, per le persone provenienti da un contesto migratorio. Oltre a prevedere finanziamenti appositi, il piano d’azione intende garantire che le persone siano informate sui loro diritti e riconosce le specifiche difficoltà incontrate dalle donne, specialmente durante la gravidanza e dopo il parto. Il piano d’azione sostiene inoltre lo scambio d’informazioni tra gli Stati membri.

Per soffermarsi sull’importanza di questo tipo di politiche comuni a lungo termine abbiamo intervistato l’esperta di questioni migratorie Laura Terzera, docente presso il Dipartimento di Statistica dell’l’Università degli Studi di Milano-Bicocca:

La professoressa Terzera sottolinea l’importanza di punti cardine per una società come quelli del settore dell’istruzione e della sanità. Commenta il piano di azione della Commissione per i migranti mettendo sostanzialmente in luce diversi punti. Il primo è che l’inclusione passa effettivamente attraverso il risanamento di alcune ingiustizie sociali, che si evidenziano quando parliamo di necessità fondamentali come appunto  i servizi sanitari oltre all’alloggio e un lavoro oltre alla conoscenza della lingua del paese che ospita. Poi Terzera ribadisce che è proprio in momenti come quello attuale, in cui i flussi migratori sono fermi, che bisogna approfittare per avviare politiche che non debbano rispondere all’emergenza ma che possano essere il frutto di un impegno pensato, ponderato perché sia a lungo termine e dunque foriero di risultati veri.

Andare oltre i cliché

Un altro aspetto che Terzera ritiene importante sottolineare riguarda il fatto che si parla in ogni caso di società intera, di scommesse e potenzialità che riguardano tutta la popolazione, ribadendo innanzitutto che la presenza di migranti si avverte a tanti diversi livelli della società mentre nell’opinione pubblica a volte è confinata in alcuni spazi ristretti di riflessione. A questo proposito, Terzera cita gli ultimi dati dell’Ocse che confermano che un quarto dei medici dei Paesi europei e un terzo del personale infermieristico sono stranieri. E poi la docente che si occupa di demografia e migrazioni spiega che tutte le questioni che riguardano la presenza di migranti non sono riconducibili solo a argomentazioni legate all’assistenza sociale! Molti aspetti – ricorda –  hanno a che fare con tante opportunità per chi viene ospitato ma anche per i Paesi ospitanti. In questo senso, secondo Terzera, almeno sulla carta a livello programmatico il piano di azione della Commissione Ue è importantissimo e completo, perché propone politiche di solidarietà ma anche chiama ad una responsabilizzazione, in termini di lingua da imparare o formazione da curare, da parte dei migranti e ha come obiettivo lo sviluppo di tutti.

 

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-11/coronavirus-unione-europea-migranti-inclusione-salute.html

Biden organizza il suo team guardando all’Ue

Via libera alla fase che porterà all’insediamento di Joe Biden. Il 46esimo presidente eletto degli Stati Uniti rende noti alcuni nomi chiave della sua prossima squadra di governo, mentre Usa e Ue si ripromettono rinnovate felici relazioni transatlantiche. Nessun dubbio sul cambio di visione a Washington su temi come ambiente e multilateralismo, ma restano problematiche non facili, come spiega lo studioso Luciano Bozzo

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il presidente statunitense Donald Trump ha accettato lunedì di iniziare il processo formale di transizione per l’insediamento del presidente eletto, Joe Biden, dopo che per settimane si era opposto. La decisione viene presa dall’ente incaricato, il Gsa (General Services Administration), che è autonomo dal governo, ma che in questo caso ha aspettato il via libera di Trump, arrivato dopo la certificazione della vittoria di Biden nello Stato del Michigan.

Passaggio di consegne

A questo punto, dunque, tutto lascia pensare che Joe Biden diventerà presidente degli Stati Uniti il prossimo 20 gennaio. Con l’avvio della transizione, inoltre, Biden e il suo team avranno accesso a fondi, strumenti e protezioni che di solito sono accordati al presidente che si appresta ad assumere l’incarico, e che prevedono tra le altre cose anche gli aggiornamenti quotidiani dell’intelligence.

Si prepara la nuova squadra

Le persone scelte da Biden, che dovranno essere confermate dal Senato, sono: Antony Blinken come segretario di Stato (un ruolo simile a quello di ministro degli Esteri), Alejandro Mayorkas come segretario alla Sicurezza nazionale (un ruolo simile a quello di ministro dell’Interno), Avril Haines come direttrice dell’Intelligence nazionale, Linda Thomas-Greenfield come ambasciatrice alle Nazioni Unite, Jake Sullivan come consigliere sulla Sicurezza nazionale e John Kerry come inviato speciale per il clima.

“Non abbiamo tempo da perdere – ha dichiarato Biden – quando si tratta della nostra sicurezza nazionale e della nostra politica estera. Ho bisogno di un team pronto sin dal primo giorno ad aiutarmi a reclamare il posto dell’America a capo tavola, radunare il mondo per essere all’altezza delle grandissime sfide che abbiamo davanti e far avanzare la sicurezza, la prosperità e i valori”.

Tra le priorità le relazioni con l’Ue

“Un’Unione europea forte è interesse degli Stati Uniti”, ha detto Joe Biden nei colloqui telefonici avuti in queste ore con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Biden ha ribadito “l’impegno ad approfondire e rivitalizzare la relazione Usa-Ue”. Il presidente eletto ha indicato tra le priorita’ della cooperazione la pandemia, la ripresa economica, il clima. In agenda anche Iran, Bielorussia, Ucraina e Balcani occidentali.

Delle prospettive nuove di relazioni transatlantiche abbiamo parlato con Luciano Bozzo, docente di relazioni internazionali all’Università degli Studi di Firenze:

Il professo Bozzo sottolinea come sia evidente un cambio di visione da parte dell’amministrazione Biden su temi come l’ambiente e il multilateralismo rispetto alla visione dell’amministrazione precedente di Trump, che ha creato molte tensioni e distanze con l’Ue. Bozzo però spiega anche che si tratta di questioni complesse in cui non sarà facile neanche per Biden districarsi. Innanzitutto, lo studioso ricorda come all’interno dell’Ue non ci sia sempre compattezza su alcune scelte e come alcuni Paesi siano distanti anche tra di loro. E poi ricorda che Biden è stato eletto da una maggioranza significativa formata anche da cittadini delusi da Trump che hanno voluto cambiare, ma senza che questo significhi che siano convinti sostenitori per esempio di politiche a difesa dell’ambiente. In particolare, sottolinea inoltre Bozzo, c’è la crisi attuale che non è solo sanitaria ma anche economica e occupazionale. Negli Stati Uniti si sente molto e, dunque, bisogna vedere in che misura anche parte dell’elettorato di Biden sia disposto, per esempio, a dare priorità ad una risposta politica ai cambiamenti climatici se questo significhi nell’immediato perdere certezze sul lavoro.

Occorrono creatività e nuove strategie

Ovviamente nel Paese si apre una fase nuova e promettente, spiega in sostanza Bozzo, ma non si può dare nulla per scontato anche perché, aggiunge, vista la gravità delle sfide che la pandemia ha presentato, ci vorrebbe davvero una nuova vision, uno sforzo di creatività da parte di tutti i leader politici che vada oltre la questione delle nuove relazioni Usa-Ue. E’ chiaro, sottolinea, che anche la riscoperta del cosiddetto multilateralismo non può consistere semplicemente in un ritorno a formule del passato, perché anche in questo caso ci sono fattori nuovi, come la concorrenza commerciale con la Cina. Si tratterà dunque per Washington, come per Bruxelles, di tratteggiare qualcosa di nuovo. Il punto è che, spiega ancora Bozzo, anche sul tipo di approccio nei confronti di Pechino non si può dire che tutte le cancellerie europee la pensino alla stesso modo. Inoltre, anche per Biden la sfida non può consistere solo nel cambiare la rotta indicata da Trump, ma deve consistere in una strategia che tenga conto ad esempio del nuovo spazio commerciale a guida cinese nato giorni fa, che comprende Paesi del Sud est asiatico come l’Australia.

Resta il piano delle azioni legali

Trump non ha ancora riconosciuto pubblicamente la sconfitta e da alcune settimane è impegnato in una serie di azioni legali per tentare di ribaltare il risultato elettorale in diversi Stati: finora non ha ottenuto alcun successo, perdendo per esempio in Georgia, dove era già stato ufficializzato il risultato a favore di Biden, e in Pennsylvania. Trump ha sottolineato che continuerà a provare a cambiare l’esito delle elezioni, ma secondo il New York Times, l’autorizzazione all’inizio del processo di transizione  è “un segno forte che l’ultimo tentativo del presidente di ribaltare i risultati delle elezioni sta arrivando alla fine”.

 

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-11/stati-uniti-unione-europea-joe-biden-ambiente-multilateralismo.html

La scommessa dell’alternanza politica in Burkina Faso

Uno dei Paesi chiave dell’area africana del Sahel e tra i più arretrati al mondo è chiamato al voto dopo cinque anni di insicurezza dovuta a numerosi attacchi jihadisti. In Burkina Faso, le elezioni sembrano segnate dalle violenze, dalle difficoltà economiche, ma anche dallo slancio di una nuova coscienza civile come spiega l’africanista Aldo Pigoli

Fausta Speranza – Città del Vaticano

In Burkina Faso, gli aventi diritto sono chiamati alle urne domani, domenica 22 novembre, per eleggere il presidente e i deputati. L’obiettivo comune tra maggioranza e opposizione è il raggiungimento dell’alternanza politica, anche se le condizioni di questo Paese africano povero, senza sbocco sul mare sono molto difficili. Efferate violenze vengono perpetrate soprattutto nelle tre regioni del Nord al confine con il Mali ed il Niger, le più colpite dal fenomeno del terrorismo jihadista. Nella nazione dell’Africa occidentale di quasi 21 milioni di abitanti, si contano almeno 1.600 persone uccise dal 2015 e più di un milione di sfollati.

Più di 400mila persone non potranno votare perché hanno smarrito i documenti di identità o non hanno potuto registrarsi. La Ceni  (Commission Electorale Nationale Indépendante) ha affermato di non poter iscrivere nei registri potenziali elettori in circa 1.500 villaggi a causa dell’insicurezza. Per votare ci si deve spostare in altri distretti. Eppure in base alla mobilitazione registrata in campagna elettorale si prevede un’affluenza più alta di qualunque elezione precedente.

Il voto: momento importante per il Paese

Per capire il fermento sociale in Burkina Faso e i limiti stringenti di uno dei contesti maggiormente minati da instabilità e insicurezza, abbiamo intervistato Aldo Pigoli, docente di Storia delle Civiltà e delle Culture Politiche e di Storia dell’Africa Contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:

“Le elezioni che si tengono in Burkina Faso in questa fase sono un momento importante – spiega Pigoli – perché sono l’occasione per comprendere il livello di sviluppo politico-istituzionale. Si tratta anche di saggiare il livello della democraticità del Paese che sta attraversando diverse criticità, a partire dalla drammatica presenza delle forze jihadiste. Ma ci sono anche le difficoltà per la diffusione del Covid-19 che hanno aggravato la povertà cronica del Paese”.

La speranza nella società civile

A proposito della popolazione, il professor Pigoli afferma che si sta assistendo a uno sviluppo promettente della coscienza civile e dell’associazionismo. Spiega che in questa campagna elettorale si è registrata una maggiore partecipazione mai vista prima. Certamente bisognerà poi vedere la reale affluenza alle urne ma – ribadisce il docente – già l’attenzione e il coinvolgimento prima del voto sono un segno più che positivo.

L’insicurezza persiste

La situazione resta però davvero difficile – spiega Pigoli – perché ad esempio nella provincia dell’Oudalan, all’estremo Nord del Paese, l’insicurezza peggiora di giorno in giorno per via delle incursioni di gruppi armati jihadisti. Tra il Burkina Faso e il Mali si registrano due milioni di sfollati interni. Si tratta di famiglie, in gran parte donne e bambini, che per sfuggire al regime del terrore, imposto dai gruppi armati radicali presenti in quella area, abbandonano i loro villaggi e si rifugiano nelle città di provincia o, comunque, in zone meno isolate. Alcuni nuclei familiari si fanno ospitare da parenti e conoscenti, altre si sistemano all’interno di scuole, ormai quasi tutte chiuse, oppure in edifici pubblici non utilizzati, altre ancora, e sono sempre di più, in campi nati spontaneamente fuori dalle aree urbane. Il punto è che le famiglie di accoglienza sono a loro volta povere e con nuclei numerosi (6-10 persone) e a stento possono sostenere una famiglia altrettanto numerosa a cui dare almeno acqua e cibo. A questa crisi di insicurezza si aggiunge la grave siccità – ricorda Pigoli – causata dall’impatto dei cambiamenti climatici, sempre più grave nell’Africa subsahariana, dove il fenomeno della desertificazione si amplia ogni anno di più. Per la popolazione di queste regioni, che nell’80 per cento dei casi vive grazie all’agricoltura ed all’allevamento, questa situazione aggrava la povertà. E c’è poi l’emergenza data dalla pandemia.

L’infanzia negata

Si calcola che siano state chiuse 2.410 scuole e che siano 318mila i bambini ed i giovani privati dell’istruzione scolastica. I centri sanitari chiusi o in funzionamento minimo sono 273, in un’area che già scarseggia di servizi di base. Sono 1,5 milioni le persone che dipendono dall’aiuto umanitario per l’accesso alle cure mediche ed ai servizi sanitari. In questo scenario, la malnutrizione infantile continua ad essere un’emergenza: i dati emersi da un’inchiesta nutrizionale, condotta tra luglio e agosto del 2020, a Gorom-Gorom hanno indicato che per i bambini sotto i 5 anni c’è una prevalenza della malnutrizione acuta pari al 18 per cento e della malnutrizione acuta severa – una forma più grave di malnutrizione – per il 6 per cento, tre volte superiore alla soglia di allerta fissata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I candidati alla presidenza

Il presidente in carica Roch Kaboré del partito Mpp (Mouvement du peuple pour le progrès) è stato eletto nel 2015 in seguito alla rivoluzione popolare del 2014 contro Blaise Compaoré. Gli altri principali candidati sono: Abdoulaye Soma del partito Msa (Mouvement Soleil d’Avenir) e membro dell’Ona (Opposition non affiliée), Ablassé Ouedraogo del partito Fa (Le Faso Autrement), Ambroise Farama del partito Opa-Bf (Organisation des peuples africains-Burkina Faso), il candidato indipendente Claude Aimé, Tassembedo, Kiemdoro Dô Pascal Sessouma del partito Vb (Vision Burkina), Eddie Komboïgo del partito Cdp (Congrès pour la Démocratie et le Progrès).

da Vatican NEWS del 21 novembre 2020

 

L’Unesco e i beni culturali in Nagorno Karabakh

Iniziativa dell’Organizzazione Onu per l’educazione, la scienza e la cultura a tutela dei beni culturali nella regione del Nagorno-Karabakh. Ad annunciarla è il direttore generale Unesco Audrey Azoulay che, in settimana, ha ricevuto i rappresentanti di Armenia e Azerbaigian dopo che il 9 novembre è stata annunciata la fine delle ostilità del conflitto trentennale

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il direttore generale dell’Unesco, Audrey Azoulay, incontrando in questi giorni i rappresentanti dell’Armenia e dell’Azerbaijan, ha ribadito la dimensione universale del patrimonio culturale, “testimone della storia e specchio delle identità dei popoli”, che la comunità internazionale ha il dovere di tutelare e preservare per le generazioni future. La preoccupazione non è di oggi: negli anni di continue ostilità ci sono state denunce di gravi violazioni a danno di beni culturali nell’area del Nagorno-Karabakh. Non c’è dubbio che la priorità sia sempre l’impatto umanitario nei conflitti e nelle situazioni che si creano al momento degli accordi, che restano molto delicate, ma non si può dimenticare il patrimonio culturale: in sostanza è quanto si legge negli appelli lanciati  dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) e dall’International Council of Museums (Icom), l’istituzione che rappresenta la comunità dei musei nel mondo.

L’importanza della cooperazione

Durante l’incontro con i rappresentanti di Armenia e di Azerbaigian, Azulay ha formalmente proposto un supporto tecnico: l’Unesco fino ad oggi non ha potuto visitare queste zone nonostante i tentativi fatti. Oggi dunque la prima richiesta è quella di svolgere una missione preliminare sul campo al fine di redigere un inventario dei beni culturali più significativi, quale presupposto per un’efficace tutela del patrimonio della regione. Il punto è che non basta il nulla osta di Erevan e di Baku, serve l’accordo di tutte le parti interessate e dunque di quante hanno partecipato alle negoziazioni. Il Cremlino ha sottolineato che avrebbero cooperato attraverso un centro di monitoraggio in Azerbaijan, ma che non è prevista “alcuna discussione sul dispiegamento di forze di pace congiunte” lungo la linea di contatto nel Nagorno-Karabakh dove – ha aggiunto – sono impiegati solo peacekeeper russi.

Il richiamo alle convenzioni internazionali

Le leggi applicabili in caso di conflitti armati ci sono.  Il direttore generale Azoulay ha ricordato le disposizioni della Convenzione del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e dei suoi due protocolli, di cui sono parti sia l’Armenia che l’Azerbaigian. Ha citato la risoluzione 884 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità il 12 novembre 1993. Si basano sulla convinzione  che “il danno a beni culturali appartenenti a qualsiasi persona, di qualsiasi natura, significa danno al patrimonio culturale di tutta l’umanità”. Inoltre, ha richiamato anche la risoluzione 2347 (2017) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nella quale si sottolinea che “la distruzione illegale del patrimonio culturale, il saccheggio e il contrabbando di beni culturali in caso di conflitto armato, anche da parte di gruppi terroristici, e i tentativi di negare le radici storiche e la diversità culturale in questo contesto, può alimentare ed esacerbare i conflitti e impedire la riconciliazione nazionale postbellica, minando così la sicurezza, la stabilità, la governance e lo sviluppo sociale, economico e culturale degli Stati colpiti”.

Tra i siti danneggiati o distrutti

Sono stati seriamente colpiti siti e monumenti che testimoniano l’incredibile eredità storica dell’area del Caucaso. In attesa dell’inventario che si spera l’Unesco possa redigere presto, si possono citare alcuni esempi di vandalismo culturale denunciati dall’una e dall’altra parte, tra rivendicazioni reciproche di responsabilità. Gli armeni hanno riferito che a Nakhijevan nel cimitero medievale di Old Jugha  sono state  demolite decine di chiese medievali, distrutte 5840 croci riccamente decorate e 22mila lapidi storiche. Gli azeri hanno riferito di centinaia di distruzioni, tra musei emonumenti storici e culturali .

da Vatican NEWS del 20 novembre 2020

 

Riapre la frontiera tra Arabia Saudita e Iraq

Dal valico di Arar tornano a passare merci e persone. La chiusura c’era stata nel 1990 quando Riyadh aveva interrotto le sue relazioni diplomatiche con Baghdad, a seguito dell’invasione del Kuwait dell’ex dittatore Saddam Hussein

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Oltre il confine iracheno c’è la città di An Nukhayb, nella provincia a maggioranza sunnita di Anbar. Baghdad vede Arar come una potenziale alternativa ai suoi attraversamenti con il vicino Iran orientale, attraverso il quale l’Iraq dà accesso a gran parte delle sue importazioni.

Il secondo passo potrebbe essere la normalizzazione dell’altro punto di frontiera ad Al-Jumayma, lungo il confine meridionale dell’Iraq con il regno saudita. All’orizzonte si intravede la ripresa di scambi commerciali.

In materia di frontiere, il pensiero torna a quella hi tech che l’Arabia Saudita si è impegnata a costruire nel 2015 per tenere sotto controllo le oltre 600 miglia di confine con l’Iraq, dove imperversavano i miliziani del Califfato.

da Vatican NEWS del 19 novembre 2020

 

 

L’Occidente assiste al più grande patto commerciale del mondo

di Fausta Speranza

       Dogane che aprono e dazi che cadono in un bacino commerciale di due miliardi di persone e tra Paesi, come la Cina e il Giappone, storicamente in forte rivalità. L’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda hanno raggiunto un accordo di libero scambio che potrebbe coprire quasi un terzo del Pil mondiale. Ne resta fuori l’India nazionalista del presidente Modi, mentre gli Stati Uniti devono capire se riscopriranno l’affaccio sul Pacifico. In piena pandemia, l’Asia cerca  di respirare aria nuova di ripresa economica e per l’Europa dovrebbe essere un utile memorandum: è nel vecchio continente il più integrato dei mercati mondiali.

       Si chiama Regional comprehensive economic partnership (Rcep) ed è stato siglato virtualmente domenica 15 novembre. Da solo pesa di più, in termini di attività economica, non solo dell’Unione europea e del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp) – di cui fanno parte Paesi di Asia, Pacifico, Sud America, oltre a Canada e Messico – ma anche dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada (Usmca). I Paesi firmatari sperano di poter rilanciare l’economia dell’area fortemente provata dalla pandemia di Covid-19. Per il momento, è stata più che positiva la risposta dei mercati: Borsa di Tokyo e azionario Asia-Pacifico si sono evidenziati subito in rialzo, soprattutto i titoli del settore auto e tecnologici.

       La Cina, che già rappresenta la seconda economia al mondo, potrebbe migliorare la sua posizione per dettare le regole commerciali della regione. E l’accordo potrebbe aiutare Pechino a ridurre la sua dipendenza dai mercati e dalla tecnologia occidentale, in un momento in cui i rapporti con Washington si sono fatti  particolarmente tesi. Il capo del governo cinese Li Keqiang ha salutato l’accordo come una vittoria contro il protezionismo. “La firma del Rcep non è solo una pietra miliare della cooperazione regionale dell’Asia orientale, ma anche una vittoria del multilateralismo e del libero scambio”, ha affermato Li. Dunque, la Cina con questo accordo rilancia la scommessa di farsi paladina del multilateralismo e della globalizzazione. Il Coronavirus ha rappresentato un colpo anche per Pechino, ma  il Dragone si è già rialzato: mentre l’accordo veniva firmato, la Banca centrale cinese ha immesso denaro contante nel sistema finanziario per un totale di 800 miliardi di yuan. Sono circa 121 miliardi di dollari “iniettat” nel mercato attraverso la linea di credito a medio termine (Mlf) dalla People’s Bank of China. Lo strumento Mlf è stato introdotto nel 2014 per aiutare le banche commerciali e di policy a mantenere la liquidità, consentendo loro di prendere in prestito dalla Banca centrale titoli come garanzia.

       Gli Stati Uniti d’America, che aspettano che giuri il 46esimo presidente, sono fuori dalle dinamiche di intesa nell’area già da tre anni. Il presidente Barack Obama aveva sostenuto la Trans-Pacific Partnership (Tpp), il progetto di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali che fino al 2014 ha visto seduti al tavolo delle negoziazioni dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica e cioè Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam. Ma nel 2017 Donald Trump ha voluto il ritiro di Washington.  Il Tpp si è poi evoluto nel cosiddetto Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp), ma Trump ha continuato a sostenere una linea di intese praticamente bilaterali. Ora che la Casa Bianca sarà guidata dal democratico Joe Biden è possibile che Washington cerchi un impegno di tipo diverso dal predecessore Trump nel sud-est asiatico e in tema di sanzioni commerciali imposte alla Cina.

       E’ rimasta distante dall’accordo di cooperazione l’India del presidente Modi, che ha optato per forme di nazionalismo economico, e non solo. In questi anni il più grande alleato di New Delhi è stato il presidente statunitense Trump con il suo motto America first. La prospettiva però dovrebbe cambiare per Washington. Dopo il voto del 3 novembre si attende il cambio di guida alla Casa Bianca e con l’avvento di Joe Biden, sostenitore della logica del multilateralismo, si riaprono diverse partite. Non si può ipotizzare cosa si muoverà a New Delhi, ma è certo che nell’immediato risentirà del venir meno dell’alleato sul piano internazionale.

       Al di là degli interessi di ogni Paese, l’accordo suona vincente perché prevede che si ritrovino insieme Paesi di regimi politici diversi. Non è affatto scontato ritrovare “complici”  nella cooperazione economica regionale Paesi come la Cina e il Giappone, che tra l’altro storicamente sono protagonisti di dispute e di contese. Non si può dimenticare la questione delle isole Diaoyu/Senkaku, un patrimonio strategico rivendicato da Tokyo e da Pechino. Sono disabitate ma nelle acque circostanti si trovano importanti riserve ittiche e minerarie. E soprattutto sono situate all’interno della rotta marittima in cui transita oltre il 90 per cento del petrolio e del gas naturale diretti verso la Cina ed il Giappone. Come spiegava il filosofo ed economista scozzese Adam Smith, nel suo articolato saggio La ricchezza delle nazioni, là dove ci sono vincoli e scambi commerciali è più difficile che gli Stati arrivino a conflitti. Dunque, sotto questo punto di vista si deve parlare di successo.

       Tokyo e Seul hanno ritenuto di mettere da parte i timori nei confronti di Pechino. Anche l’economia giapponese si mostra vitale dopo i danni provocati dalla pandemia del coronavirus. Secondo i dati pubblicati nelle ultime 24 ore, il Pil è cresciuto nel terzo trimestre al ritmo annualizzato del 21,4 per cento. Su base trimestrale, l’economia giapponese è cresciuta del 5 per cento, meglio del 4,4 per cento atteso dagli analisti. C’è da dire che i flussi commerciali e di investimento all’interno dell’Asia si sono notevolmente ampliati negli ultimi dieci anni, anche in risposta al braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, che hanno imposto dazi per miliardi di dollari sulle reciproche esportazioni. E il punto è che l’accordo Rcep, che prevede l’abbassamento di imposte in molti settori, è abbastanza ampio da adattarsi alle esigenze disparate di Paesi membri diversi come Birmania, Singapore, Vietnam e Australia.

       Non si può certamente parlare di accordo commerciale tenendo presente l’idea del mercato comune europeo. A differenza dell’Ue, e peraltro anche del Cptpp, il Regional comprehensive economic partnership non prevede di stabilire standard unificati in materia di lavoro o di ambiente, né impegna i Paesi ad aprire ad altri servizi. Sancisce piuttosto regole per il commercio che faciliteranno gli investimenti e altre attività nella regione. Dunque, niente a che vedere con l’integrazione economica che ha raggiunto l’Ue, frutto di un processo di anni, che ha preso il via nel 1950 con la Dichiarazione Schuman e poi, concretamente, con la Ceca, la cooperazione in materia di carbone e di acciaio. Poi è stata storia di varie forme di collaborazione economica fino al  mercato comune e, alla fine negli anni Ottanta, ad un mercato unico. E se oggi è d’obbligo salutare come si deve l’accordo che dal Sud Est asiatico abbraccia la Nuova Zelanda, va anche ricordato, però, che al mondo non c’è un altro mercato integrato come è quello europeo, perfino più integrato di quello degli Stati Uniti d’America.  Inoltre, va ricordato che in Europa il meccanismo di scambi fa capo alle istituzioni comunitarie: in primis la Commissione, ma anche l’Europarlamento e il Consiglio, che dettano le linee. Politiche commerciali, economiche, perfino monetarie non sono più nelle mani dei singoli Stati. E c’è poi un altro fattore importante di forza: la Corte europea di giustizia, che ha anche il potere di dirimere le controversie di tipo commerciale, tra Stati oppure tra diversi attori delle dinamiche commerciali. Ovviamente per quanto riguarda i Paesi europei parliamo di un cammino lungo e articolato che dunque non è paragonabile al passo fatto nell’accordo di cooperazione regionale tra i 14 Paesi in questione, nel cui orizzonte non si intravede nulla di tutto questo.

       Visto che a livello mondiale si ridisegnano equilibri commerciali importanti, l’Ue può e deve riscoprire tutte le sue potenzialità. Lo sforzo iniziale per affrontare la crisi sanitaria ed economica è stato notevole, l’Ue ha messo in campo risorse mai ipotizzate prima e lo ha fatto indirizzandole praticamente direttamente ai cittadini. Bruxelles chiede ai singoli Stati riforme importanti che non possono essere disattese, ma ci sono anche sfide decisive da non mancare: in un modo o nell’altro si chiuderà la Brexit – a fine dicembre termina il periodo di transizione con o senza accordo sulle relazioni future – e può essere l’occasione giusta per abbandonare l’unanimità su molte questioni sulle quali serve piuttosto decisionalità. E visto che Londra era la prima ad opporsi al superamento dell’unanimità, il momento è propizio. Inoltre, si riapre con Biden la partita del multilateralismo e dunque è il momento di andare oltre le guerre dei dazi che tante energie hanno distolto da  questioni fondamentali transnazionali come la rincorsa agli armamenti o l’ambiente. Perché non si parli solo di cooperazione   economica.

da meridiano del 18 novembre 2020

Sempre più “Padroni della terra”, a danno di diritti umani e ambiente

Non c’è crisi per chi specula con il land grabbing: è quanto emerge dal rapporto della Federazione degli organismi cristiani di volontariato (Focsiv) dedicato al fenomeno dell’accaparramento senza scrupoli di terre e risorse in Africa. Il diritto internazionale in questi anni si è mosso ma non aiuta l’indebolimento del multilateralismo come sottolinea il curatore del rapporto Andrea Stocchiero

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“I padroni della terra”. Questo il titolo scelto per il terzo rapporto che la Focsiv dedica al land grabbing. 79 milioni di ettari a grandi imprese, società finanziarie e Stati a danno delle comunità di contadini locali è uno dei dati che fotografa il fenomeno in Africa che prosegue senza sosta da tempo e che nell’ultimo anno è aumentato piuttosto che diminuire. In tempi di crisi, ben otto milioni di ettari in più sono andati a chi accaparra e gestisce terre con modalità che pesano in tema di diritti umani, ambiente e migrazioni. L’Africa è il continente più ambito perché custodisce il 60 per cento delle terre non coltivate.

Per capire l’entità, la gravità del fenomeno ma anche i termini del contrasto, abbiamo intervistato Andrea  Stocchiero che ha curato lo studio Focsiv presentato ieri:

Stocchiero chiarisce che si parla di investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale, di biocarburanti, per piantagioni e il taglio di foreste, per l’estrazione mineraria, per progetti industriali e turistici, per l’urbanizzazione. Investimenti che fanno perdere biodiversità e contribuiscono al riscaldamento del pianeta. Si tratta di contratti dal punto di vista legale regolari, per acquisto di terreni o per l’affitto in genere per 90 anni. Ma il fatto che siano legali – sottolinea Stocchiero – non vuol dire che non siano deleteri.  Il punto, secondo Stocchiero, è che le norme in tema di diritti umani o di ambiente da rispettare ci sono, ma la loro applicazione resta su base volontaria e dunque alcuni governi scelgono di non vincolare le imprese mettendo al primo posto interessi personalistici di profitto al bene dei territori, delle comunità del Paese.

Il modello economico in atto – sottolinea Stocchiero –  è quello dell’estrattivismo: imprese, finanza e Stati che cercano di sfruttare al massimo le risorse della terra per fare profitto, inducendo e soddisfacendo il desiderio di consumo del mondo ricco ed emergente. Questo fenomeno produce scarti, rifiuti, umani e materiali, inquinamenti, veleni ed emissioni di gas serra, terre ed acque morte. Si parla di violazioni di diritti umani nel caso di filiere di produzione tipo quella per il cobalto.

Un fenomeno in aumento

Stocchiero spiega anche che il land grabbing non si limita alle più ‘consuete’ vicende di agri-business, ma amplia il discorso all’industria mineraria, allo sviluppo industriale. Chiarisce che dalla visione globale emerge subito un fattore certo: la terra suscita appetiti sempre maggiori. Paragonando i dati dei rapporti 2019 (relativo al 2018) e 2020 (relativo all’anno scorso) sulla base dei numeri della banca dati di Land Matrix, sono stati otto milioni gli ettari di terreno supplementari oggetto di interesse commerciale. Otto milioni che fanno parte dei 79 milioni di ettari al centro di 2.100 contratti di acquisto o affitto della terra – secondo un dato cumulativo degli ultimi dieci anni – da parte di grandi imprese, società finanziarie e Stati, a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali.

Al di là dei vecchi Paesi colonialisti – spiega Stocchiero – oggi la corsa alla terra coinvolge Paesi emergenti come la Cina, ma anche il Brasile o altri Paesi del Sud est asiatico, e sottolinea che se i grandi Paesi investitori, su scala globale, si confermano la Cina, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Canada, la Russia, i Paesi target in Africa sono soprattutto la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il Sudan, il Sud-Sudan, il Mozambico e il Madagascar.

L’impegno delle Nazioni Unite

A livello internazionale, in seno alle Nazioni Unite e in particolare al Comitato dei diritti umani, tutte queste questioni sono state sollevate e si cerca di fare pressione sui governi locali, che cedono per interessi personali, e sulle multinazionali. Le norme ci sono ma – afferma Stocchiero – perché si passi ad un’azione più efficace dovrebbe esserci un’azione concertata che negli ultimi tempi non si è registrata per il fatto che ha prevalso per molti Paesi la scelta di abbandonare l’approccio multilaterale, basti pensare al ritiro degli Stati Uniti dal trattato di Parigi sull’ambiente.

Il legame con le pandemie

Questi fenomeni creano le condizioni per la mutazione e diffusione di virus che possono sfociare in pandemie.  Molte delle cosiddette malattie emergenti – come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria, influenza suina e oggi  il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2 definito in precedenza come COVID-19) non sono eventi e catastrofi casuali, ma la conseguenza dell’impatto degli uomini sugli ecosistemi naturali.

da Vatican NEWS del 17 novembre 2020

 

Patto economico tra Cina e 14 Paesi dell’Asia-Pacifico

L’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda hanno firmato il Regional Comprehensive Economic Partnership. Resta interlocutoria l’India. Pechino acquista potere di influenza nell’area, mentre Washington, dopo aver rinnegato il Tpp di Obama, sembra allontanarsi dal Pacifico. Le dinamiche e gli obiettivi nell’intervista al professor Sergio Fabbrini

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si tratta di un accordo di libero scambio che potrebbe coprire quasi un terzo del Pil mondiale, e che riguarda oltre due miliardi di persone. Si chiama Regional comprehensive economic partnership (Rcep),  ed è stato siglato virtualmente domenica scorsa a margine del vertice annuale dell’Associazione delle 10 nazioni del sud-est asiatico (Asean): oltre ai 10 membri dell’Asean include Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Da solo pesa di più, in termini di attività economica, non solo dell’Unione europea e del Cptpp (di cui fanno parte Paesi di Asia, Pacifico, Sud America, oltre a Canada e Messico), ma anche dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada (Usmca).

I membri firmatari sperano di poter rilanciare l’economia dell’area fortemente provata dalla pandemia di Covid-19. Per il momento, è stata più che positiva la risposta dei mercati: Borsa di Tokyo e azionario Asia-Pacifico si sono evidenziati subito in rialzo, soprattutto nei titoli del settore auto e tecnologici.

Il Pacifico si allontana dagli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono fuori dalle ultime dinamiche di accordo allargato già da tre anni. Ricordiamo che il presidente Obama aveva sostenuto il Partenariato Trans-Pacifico, Trans-Pacific Partnership (Tpp), il progetto di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali alle cui negoziazioni, fino al 2014, hanno preso parte dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam). Ma nel 2017 Donald Trump ha voluto il ritiro di Washington. Il Tpp si è poi evoluto nel cosiddetto Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp), ma Trump ha continuato a sostenere una linea di intese praticamente bilaterali. Ora che la Casa Bianca sarà guidata dal democratico Joe Biden è possibile che Washington cerchi un impegno di tipo diverso dal predecessore Trump nel sud-est asiatico e in tema di sanzioni commerciali imposte alla Cina.

Per capire il peso e le specificità dell’accordo raggiunto, abbiamo intervistato Sergio Fabbrini, studioso di politiche internazionali e di governance, docente presso l’Università Luiss e la University of California a Berkeley:

Vincoli commerciali e minore conflittualità

Fabbrini spiega che l’importanza di questo accordo è nel fatto che si prevede che si ritrovino insieme Paesi di regimi politici diversi, un fattore per nulla scontato. Alcuni di questi sono storicamente protagonisti di dispute e di contese, come la Cina e il Giappone. E dunque l’occasione è importante. Fabbrini ricorda che come spiegava già Adam Smith là dove ci sono vincoli e scambi commerciali è più difficile che gli Stati arrivino a conflitti. Lo studioso però ricorda che si tratta del primo passo di un accordo, cioè è previsto che  la cooperazione economica nel prossimo futuro consista nell’apertura di dogane e nella riduzione di dazi.

La differenza con il concetto europeo di mercato unico

Fabbrini spiega che quanto creatosi inoltre è qualcosa di molto lontano dal concetto che abbiamo in Europa di integrazione economica, di mercato comune. In Europa si è andati molto avanti partendo dal 1957 – ricorda Fabbrini – e da allora è stato sviluppato un processo a tappe: inizialmente forme di collaborazione economica e poi il mercato comune che ha portato, alla fine negli anni Ottanta, a un mercato unico. Fabbrini sottolinea come al mondo non ci sia un altro mercato integrato come è quello europeo, affermando che è perfino più integrato di quello degli Stati Uniti d’America. Un altro elemento di differenziazione fondamentale – mette in luce Fabbrini – è che in Europa abbiamo creato un meccanismo di scambi creando delle istituzioni con ruoli precisi anche in ambito di politiche economico-monetarie e poi abbiamo creato la Corte europea di giustizia che ha anche potere di dirimere le controversie di tipo commerciale, tra Stati o tra diversi attori delle dinamiche commerciali. Ovviamente si tratta per i Paesi europei di un cammino lungo e articolato che dunque non è paragonabile a quello di cui si parla oggi. Fabbrini in sintesi torna a sottolineare l’importanza di accordi di cooperazione regionale  come quello raggiunto dai 14 Paesi, ribadendo però che si tratta di un primo passo e che non si può parlare di mercato integrato né tantomeno di meccanismi in grado di affrontare in modo concertato le dispute che rimarranno questioni tra Stati.

La scelta dell’India

Fabbrini poi commenta la scelta di rimanere distante dall’accordo di cooperazione fatto dall’India, ricordando che il presidente Modi ha optato per forme di nazionalismo economico in linea con le politiche del presidente statunitense Trump, riassunte nel motto “America first”, di cui è diventato grande alleato. La prospettiva ormai consolidata di un cambio di guida alla Casa Bianca, con l’avvento di Joe Biden sostenitore della logica del multilateralismo, apre dunque – sottolinea Fabbrini – a prospettive diverse da parte di Washington e forse anche da parte di New Delhi, che nell’immediato risentirà del venir meno dell’alleato sul piano internazionale.

da Vatican NEWS del 16 novembre 2020

 

Alla Sapienza si parla di Fortezza Libano

Il Paese dei cedri e Fortezza Libano al centro della lecture alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma, l’11 novembre 2020. Un’iniziativa del Professor Paolo Sellari, direttore del Dipartimento di Geopolitica.

Saluto introduttivo di Sellari:

Due ore in cui sono intervenuti, dialogando, il Professor Gianfranco Lizza, nel comitato scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), già docente di Geografia politica ed economica proprio alla Sapienza, e  Fausta Speranza:

Prima parte Lizza:

Seconda parte Lizza:

Parte prima Speranza:

Parte seconda Speranza:

Parte dialogata 1:

Parte dialogata 2:

Parte dialogata 3:

Parte dialogata 4:

L’ambiente al centro del vertice Ue-Balcani

L’agenda verde è in primo piano nei colloqui tra l’Unione europea e i Paesi balcanici: il piano per la cooperazione economica regionale si intreccia con quello delle riforme richieste per l’integrazione europea. Ora Bruxelles aumenta gli aiuti per la pandemia, ma chiede progressi in tema di Green Deal, come conferma il giornalista esperto dell’area Luca Leone

Fausta Speranza – Città del Vaticano

I capi di Stato e di governo dei Balcani Occidentali e quelli dei principali Paesi membri dell’Ue a colloquio: il quadro è quello del cosiddetto Processo di Berlino, fortemente voluto dal cancelliere tedesco Angela Merkel nell’estate del 2014. In questo contesto è maturato l’impegno formale per le riforme preso dai Paesi balcanici al Vertice di Trieste del luglio 2017. C’è un piano economico incentrato al momento su alcune iniziative ‘faro’ (flagship), che vanno dal trasporto e l’energia sostenibile alla transizione ecologica, dall’agenda digitale al rafforzamento del capitale umano e del settore privato. Ci sono da fare passi in avanti concreti e condizione imprescindibile per le sovvenzioni rimane l’avanzamento sulla road map delle riforme nei singoli Paesi. E centrale è il concetto della connettività tra i Paesi in vari settori, secondo quanto indicato proprio al momento dell’avvio del Processo di Berlino.

Verso un’Agenda Verde

Il linea con il Green Deal europeo e l’impegno ambizioso dell’Unione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, la Commissione ha pubblicato ad ottobre una bozza per un’Agenda Verde per i Balcani Occidentali, che dovrebbe essere adottata dai leader della regione durante il vertice che si apre oggi. Per arginare i fenomeni legati al cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente nella sua interezza.

L’aiuto Ue in tempo di pandemia in una prospettiva più ampia

In tempo di pandemia, l’Ue, nel vertice che si è svolto il 6 maggio scorso durante la presidenza semestrale croata del Consiglio, ha assicurato il sostegno di Bruxelles attraverso 9 miliardi di euro in sovvenzioni che arriveranno nei prossimi sette anni. Ma non è mancato l’orizzonte più generale: nella cosiddetta Dichiarazione di Zagabria è stato messo nero su bianco l’impegno  per l’elaborazione di un robusto piano di sviluppo economico per contribuire a rafforzare le economie locali e accrescere la loro competitività e per ottenere una miglior connettività a livello intra-regionale ed europeo.

All’inizio di ottobre, dunque, la Commissione, oltre ai report di monitoraggio annuale, ha elaborato un piano in cui si legge: “I Balcani Occidentali sono una parte integrale dell’Europa e una priorità geostrategica per l’Ue”. E il Commissario europeo per la politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, ha spiegato che “il piano delinea un percorso per un’adeguata integrazione economica regionale per contribuire ad accelerare la convergenza con l’Unione e colmare il divario di sviluppo tra le regioni, accelerando in questo modo anche il processo di integrazione”.

Per capire meglio il contesto della realtà dei Paesi balcanici, abbiamo parlato con Luca Leone, che da anni firma reportage e libri dedicati a quest’area:

Leone ricorda che l’area dei Balcani risulta essere la più inquinata del vecchio continente, spiegando che probabilmente mancano politiche ad hoc. E a proposito di attenzione al rispetto dell’ambiente Leone sottolinea che non sono soltanto le aziende locali ad esserne carenti ma anche aziende multinazionali che agiscono spesso in modo incontrollato. Il giornalista fa esempi di industrie di cemento o di materiali chimici e di mezzi di trasporto desueti. Inoltre, Leone ricorda che, accanto all’agenda verde, la Commissione si è impegnata a presentare a breve ai leader balcanici anche una nuova ‘Agenda innovativa’ che mira ad investire nel miglioramento del capitale umano, oltre che incoraggiare la cosiddetta circolazione dei cervelli (brain circulation) e la transizione verso un’economia sostenibile basata sulla conoscenza.

Sostenere i giovani 

Leone sottolinea l’urgenza di misure in questo senso perché – ricorda – negli ultimi anni non si è fermata l’emorragia di giovani dall’area. Un fenomeno che va considerato – sottolinea il giornalista – ricordando l’esodo di un milione e mezzo di profughi al momento del conflitto che non sono mai rientrati. Al momento – dice – sono sparsi in vari Paesi del mondo. L’emigrazione attuale rappresenta un grossissimo problema perché rispecchia il dramma di un mondo del lavoro che non offre opportunità ma – spiega Leone – con lo sguardo a lungo termine è anche una sconfitta per questi Paesi che dovrebbero puntare a tutte le migliori energie a disposizione per tutte le scommesse da vincere nel prossimo futuro.

Più cooperazione e  lotta ai nazionalismi

Leone poi ricorda la scelta dell’Ue di proporre piani che si muovano in parallelo su diversi fronti: ribadisce che servono dinamiche politiche che sappiano promuovere trasparenza e contrastare ogni forma di nazionalismo per portare avanti le riforme necessarie all’integrazione europea. Leone commenta infine anche un altro intento dichiarato da parte dei leader delle istituzioni Ue: quello di promuovere interconnettività tra i Paesi in questione, ne sono esempio le polizie locali che, con la forza della cooperazione, farebbero grandi passi in avanti nella lotta alle mafie.

da Vatican NEWS del 10 novembre 2020