Sette anni fa in Siria l’eccidio di padre Frans van der Lugt

E’ vivo il ricordo del gesuita olandese, padre Frans van der Lugt, massacrato in Siria il 7 aprile del 2014. Aveva 75 anni e da oltre 50 viveva nel Paese del Vicino Oriente che in quel momento, oltre alla guerra scoppiata nel 2011, soffriva l’efferata violenza dei miliziani del sedicente Stato islamico. Le parole del Papa nei giorni dell’uccisione

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Rapito, picchiato e ucciso davanti alla residenza della Compagnia di Gesù della città siriana di Homs. Padre Frans van der Lugt viveva in Siria dal 1966. Psicoterapeuta di formazione, uomo e religioso del dialogo, aveva avviato il progetto Al Ard (“la terra”), un centro di spiritualità per ragazzi con handicap mentali.

Resta vivo l’impegno del gesuita

Oggi quattro confratelli vivono nella casa in cui padre Frans è stato assassinato il 7 aprile 2014 e dove è sepolto. Strade ed edifici intorno alla comunità sono stati in questi anni seriamente danneggiati, ma i gesuiti hanno organizzato vari incontri e corsi seguiti da decine di giovani e di adulti. E molte persone vanno a pregare sulla  tomba di padre Frans conosciuto e apprezzato da cristiani e da musulmani.

L’appello del Papa

In Siria, il religioso olandese aveva vissuto in un monastero nella città vecchia di Homs, denunciando spesso la mancanza di medicinali, viveri e aiuti per la comunità sotto assedio e chiedendo con urgenza un accordo per intervenire in favore dei civili malati, stremati, affamati. All’udienza generale del 9 aprile 2014, Papa Francesco lo ricordava con queste parole:

“Ad Homs, in Siria, è stato assassinato il Rev.do P. Frans van der Lugt, un mio confratello gesuita olandese di 75 anni, arrivato in Siria circa 50 anni fa, che ha sempre fatto del bene a tutti, con gratuità e amore, e perciò era amato e stimato da cristiani e musulmani. La sua brutale uccisione mi ha riempito di profondo dolore e mi ha fatto pensare ancora a tanta gente che soffre e muore in quel martoriato Paese, la mia amata Siria, già da troppo tempo preda di un sanguinoso conflitto, che continua a mietere morte e distruzione. Penso anche alle numerose persone rapite, cristiani e musulmani, siriani e di altri Paesi, tra le quali ci sono Vescovi e Sacerdoti”.

Dopo il ricordo, l’appello:

“Di cuore vi invito tutti ad unirvi alla mia preghiera per la pace in Siria e nella regione, e lancio un accorato appello ai responsabili siriani e alla comunità internazionale: per favore, tacciano le armi, si metta fine alla violenza! Non più guerra! Non più distruzione! Si rispetti il diritto umanitario, si abbia cura della popolazione bisognosa di assistenza umanitaria e si giunga alla desiderata pace attraverso il dialogo e la riconciliazione. Alla nostra Madre Maria, Regina della pace, chiediamole che ci dia questo dono per la Siria”.

Il dramma di anni di atrocità dell’Is tra Siria e Iraq

Sarebbe lungo l’elenco di persone che sono rimaste vittime della brutalità dei miliziani del sedicente Stato islamico (Is),  negli anni in cui erano risusciti ad ottenere il controllo di un vasto territorio tra la Siria e l’Iraq. Nell’ambito della guerra scoppiata in Siria dieci anni fa, il cosiddetto Califfato si colloca tra il 2014 e il 2018 circa, quando ne è stata decretata la sconfitta. Restano sacche di miliziani, ma i territori sono stati tutti riconquistati.  In quegli anni, mentre in Europa imperversavano anche gli atti di terrorismo rivendicati da uomini affiliati all’Is, la violenza non ha risparmiato nessuno e spesso è stata tragicamente e disumanamente esibita – ci sono stati per esempio 18 militari dell’esercito siriano e stranieri trucidati davanti alle telecamere – ma in particolare i terroristi dell’Is si sono accaniti contro le minoranze.

Persecuzioni contro i cristiani

Nel 2014 un’intera diocesi cristiana nella Piana di Ninive è stata sradicata dai miliziani dell’Is. In una notte di agosto, l’arcivescovo, 34 sacerdoti, 50 suore e più di 45 mila fedeli sono stati costretti a lasciare tutto per rifugiarsi in Kurdistan. In questi anni sono stati migliaia i cristiani fuggiti dalle zone di guerra, particolarmente dalle province di Aleppo, Homs, Daraa e Hassakeh. Nell’impossibilità di ricordare tutte le vittime, citiamo l’arcivescovo greco ortodosso di Aleppo, Boulos Yazigi e quello siro ortodosso, Mar Gregorios Yohanna Ibrahim, che sono stati rapiti nell’aprile 2013 nell’area compresa tra Aleppo e il confine con la Turchia e mai più rintracciati. I due presuli erano partiti con l’intento di andare a trattare la liberazione di due sacerdoti, l’armeno cattolico Michael Kayyal e il greco-ortodosso Maher Mahfouz, rapiti in precedenza da gruppi jihadisti. Nei mesi e negli anni successivi, intorno al caso sono state fatte filtrare a più riprese indiscrezioni e annunci su una loro prossima liberazione, che poi si sono sempre rivelati infondati.

Contro gli yazidi

Sempre su territorio iracheno sotto il controllo dell’Is, il 3 agosto del 2014 cominciavano le prime azioni di massacro della minoranza yazida. Interi villaggi nell’area attorno alla cittadina di Sinjar sono stati distrutti, uomini e donne anziane nella maggior parte dei casi sono state uccise sul posto, mentre bambine e ragazze venivano rapite per essere usate come schiave del sesso nei centri roccaforte dei miliziani.  Si calcola che sono scomparse almeno 500 persone di quella che è una comunità storicamente molto antica, ma non numerosa. Si tratta in tutto di 150 mila yazidi dislocati in due aree dell’Iraq: la prima è proprio quella dei monti del Jebel Sinjar, al confine con la Siria, la seconda comprende i distretti di Badinan o Shaykhān e Dohuk, nel nord-ovest del Paese.

Anche oggi non mancano episodi di violenza

Secondo quanto ha reso noto ieri l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria,  miliziani legati al sedicente Stato islamico hanno rapito in questi giorni 19 persone – otto poliziotti e undici civili – in provincia di Hama. In risposta, l’aviazione russa ha intensificato nelle ultime 72 ore gli attacchi aerei nella Siria centrale e orientale contro postazioni di ribelli. I raid aerei russi si sono concentrati da sabato scorso a ieri nelle regioni di Hama e Dayr az Zor, nell’area della Badiya, la zona stepposa e desertica a ovest dell’Eufrate e dove si concentra la presenza dell’Isis in Siria.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-04/gesuita-siria-uccisione-papa-francesco-dialogo-pace.html

Dal 6 aprile 1994 in Rwanda i cento giorni del dramma

A 27 anni dal genocidio, il Paese nel cuore dell’Africa orientale ha ricostruito il tessuto sociale con atti di perdono particolarissimi. Intanto, si combatte il negazionismo e restano forti le tensioni etniche nei territori vicini, come spiega l’africanista Anna Bono

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La sera del 6 aprile 1994 un razzo proveniente da una delle tante colline di Kigali colpì l’aereo in cui viaggiavano Juvénal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, rispettivamente i presidenti di Ruanda e Burundi, entrambi di etnia hutu. Probabilmente non si saprà mai l’identità del responsabile di tale attacco. Un’ipotesi attribuisce agli estremisti hutu, contrari ai negoziati di pace con le forze ribelli tutsi e ostili agli accordi di power sharing firmati ad Arusha, le responsabilità dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiavano i due capi di Stato. Opposta a questa, la ricostruzione secondo cui il missile terra-aria che colpì l’aereo di Habyarimana fu lanciato dai ribelli tutsi delle forze  FPR, Front Patriotique Rwandais, agli ordini di Paul Kagame. Di certo c’è che l’abbattimento del velivolo è stata la scintilla che ha fatto scoppiare l’ultimo genocidio del ventesimo secolo.

L’accorato appello di Giovanni Paolo II

Al Regina Coeli del 10 aprile 1994, Giovanni Paolo II lanciava un rinnovato accorato appello perché cessasse la spirale di morte e di violenza che insanguinava il Rwanda. Queste le parole del Papa riconosciuto Santo:

“Le tragiche notizie che giungono dal Rwanda suscitano nell’animo di tutti noi una grande sofferenza. Un nuovo indicibile dramma: l’assassinio dei Capi di Stato di Rwanda e Burundi e del seguito; il Capo del Governo Rwandese e la sua famiglia e del seguito; il Capo del Governo Rwandese e la sua famiglia trucidati; sacerdoti, religiosi e religiose uccisi. Ovunque odio, vendette, sangue fraterno versato. In nome di Cristo, vi supplico, deponete le armi, non rendete vano il prezzo della Redenzione, aprite il cuore all’imperativo di pace del Risorto! Rivolgo il mio appello a tutti i responsabili, anche della Comunità Internazionale, perché non desistano dal cercare ogni via che possa porre argine a tanta distruzione e morte.”

100 giorni di violenze inaudite

Almeno 900.000 morti tra tutsi e hutu. Molti di questi sono stati massacrati a colpi di machete, spranghe e coltelli. Dell’etnia tutsi, la più colpita, sopravvissero in 300.000. La mattanza è durata cento giorni. Le milizie paramilitari interahamwe e impuzamugambi, esponenti dell’esercito nazionale, amministratori locali e semplici cittadini di etnia hutu, accompagnati dalla feroce propaganda di Radio Milles Collines che invitava a sterminare quelli che definiva gli “scarafaggi”, hanno ucciso sistematicamente membri delle comunità tutsi e altri delle comunità hutu considerati moderati massacrandoli a colpi di machete e armi da fuoco.

Le “mancanze che hanno deturpato il volto della Chiesa”

Il 20 marzo 2017, incontrando in Vaticano Paul Kagame, Papa Francesco ha  espresso “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Così si legge nel bollettino della Sala Stampa vaticana di quel giorno: “Durante i cordiali colloqui sono state ricordate le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e il Rwanda. Si è apprezzato il notevole cammino di ripresa per la stabilizzazione sociale, politica ed economica del Paese. È stata rilevata la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa locale nell’opera di riconciliazione nazionale e di consolidamento della pace a beneficio dell’intera Nazione. In tale contesto il Papa ha manifestato il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i Tutsi, ha espresso solidarietà alle vittime e a quanti continuano a soffrire le conseguenze di quei tragici avvenimenti e, in linea con il gesto compiuto da San Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000, ha rinnovato l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri, tra i quali sacerdoti, religiosi e religiose che hanno ceduto all’odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica. Il Papa ha altresì auspicato che tale umile riconoscimento delle mancanze commesse in quella circostanza, le quali, purtroppo, hanno deturpato il volto della Chiesa, contribuisca, anche alla luce del recente Anno Santo della Misericordia e del Comunicato pubblicato dall’Episcopato rwandese in occasione della sua chiusura, a ‘purificare la memoria’ e a promuovere con speranza e rinnovata fiducia un futuro di pace, testimoniando che è concretamente possibile vivere e lavorare insieme quando si pone al centro la dignità della persona umana e il bene comune.”

Il ruolo delle forze di pace

All’inizio degli scontri sono stati uccisi anche dieci caschi blu belga. Nonostante i segnali di allarme lanciati dal generale canadese, Roméo Dallaire, a capo della missione UNAMIR (UN Assistance Mission for Rwanda), il mandato delle Nazioni Unite non è stato rafforzato. L’uccisione del contingente di militari belgi e del primo ministro Agathe Uwilingiyimana a opera di miliziani hutu ha rappresentato un evento traumatico per l’organizzazione internazionale, che decise il ridimensionamento del numero di caschi blu presenti nel Paese, da 2.500 a 270. La violenza si è fermata solo a metà luglio quando i soldati dell’attuale presidente, Paul Kagame, sono entrati nella spettrale capitale Kigali.

La lunga presidenza Kagame

Da quel momento Kagame, rieletto per tre mandati, ha guidato il Paese. Nel 2017 per potersi candidare al terzo mandato ha ottenuto un emendamento alla Costituzione e ha poi raccolto – caso unico al mondo – il 99 per cento dei consensi. Kagame continua ad essere accusato di autoritarismo rispetto alla popolazione e di brutalità nei confronti dei suoi oppositori, alcuni dei quali sono stati imprigionati o uccisi. Come ogni anno, il presidente Paul Kagame e sua moglie hanno commemorato tutte le vittime durante una cerimonia a Gisozi.

Il cammino sociale

Il Rwanda ha fatto molti progressi, in particolare legati al ruolo della donna, della salute, dell’insegnamento e dell’economia.  Il sistema sanitario e quello scolastico sono in gran parte gratuiti. Della ricostruzione del tessuto sociale abbiamo parlato con l’africanista Anna Bono:

L’esperta Anna Bono sottolinea che a livello sociale molto è stato fatto per promuovere pace sociale anche con il sussidio di vari organismi internazionali che hanno organizzato perfino incontri a livello personale tra carnefici e familiari delle vittime. E questo è accaduto mentre il Paese ha conosciuto anni di crescita economica. Bono ricorda che anche in Rwanda non mancano le difficoltà per la pandemia e le ripercussioni economiche, ma che in generale è anche il Paese considerato dagli investitori stranieri come lo Stato con il più basso livello di corruzione in Africa.

Il rischio negazionismo

La professoressa Bono sottolinea che le immagini di centinaia di cadaveri abbandonati per la strada, gettati nei corsi d’acqua o bruciati nelle chiese rimangono impresse nella memoria dei sopravvissuti e di chi ha seguito gli sviluppi dello sterminio, anche perché sono state pochissime le famiglie che non hanno avuto vittime o che non sono state coinvolte in fatti di sangue.  Ma spiega che, di fronte alla nascita di correnti di negazionismo, il parlamento ruandese ha emanato leggi che criminalizzano qualunque forma di revisione storica che neghi l’accaduto. Bono sottolinea che il negazionismo potrebbe essere il primo passo per riaccendere tensioni etniche che – avverte – hanno radici antiche sul territorio africano e che il colonialismo in alcuni casi, ad esempio con l’ufficializzazione delle divisioni etniche tra hutu, tutsi, ha accentuato. Bono ricorda che oltre due milioni di profughi di etnia hutu si sono riversati, al momento delle violenze, nella vicina Repubblica Democratica del Congo e restano ancora oggi al centro di tensioni che preoccupano la comunità internazionale.

Gli archivi

Il 26 marzo scorso una commissione di storici voluta dal governo francese ha concluso che la Francia ha avuto pesanti responsabilità, come ha sottolineato anche Vincento Duclert, uno degli autori del rapporto. Non sono mai state riscontrate responsabilità dirette sui massacri ma si parla di sostegno al regime dittatoriale dell’allora presidente Juvénal Habyarimana.  Dunque, il 7 aprile, riconosciuta dall’Onu come Giornata Mondiale della Memoria in onore delle vittime del genocidio in Rwanda, Parigi, per la prima volta quest’anno, ha aperto al grande pubblico importanti archivi relativi alla situazione in Rwanda. Una sorta di memoriale con numerosi documenti, in particolare telegrammi e note confidenziali. Parigi è stata accusata di aver garantito copertura politica al regime di Habyarimana, di aver addestrato e armato l’esercito rwandese e le milizie hutu, di aver dato appoggio al Gouvernement Intérimaire Rwandais (GIR) costituito in seguito alla morte del presidente e considerato pienamente responsabile del genocidio. L’accusa, inoltre, è di aver supportato le Forces Armées Rwandaises di fronte all’avanzata dei ribelli dell’FPR, nonché di aver offerto protezione agli autori materiali dei massacri, attraverso la costituzione di una ‘zona sicura’ al confine con lo Zaire di Mobutu. Si tratta di tutte accuse respinte da Parigi che però hanno compromesso le relazioni tra la Francia e il governo ruandese di Paul Kagame, ex leader dell’FPR. Solo recentemente, Parigi e Kigali hanno intrapreso un processo di riavvicinamento.  E proprio in questi giorni Kagame ha espresso parole di apprezzamento per i passi in avanti voluti dal presidente Macron.

 

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Pasqua di speranza e difficoltà in Libano

Il giorno di Pasqua è stato preceduto, nel Paese dei cedri, da manifestazioni di protesta a Beirut e a Sidone. Il vicario generale del Patriarca, padre Hanna, sottolinea come i giovani, che sentono la vicinanza di Papa Francesco, rappresentino la speranza del Libano. E il rettore del Santuario di Harissa racconta del milione di persone che dall’estero, ogni giorno, seguono on line il rosario serale

Fausta Speranza – Città del Vaticano
Riprendono le proteste popolari contro la corruzione e il malgoverno in Libano. I media di Beirut hanno riferito, nei giorni scorsi, di un sit-in  di fronte alla sede del ministero dell’economia nel centro della capitale e di un altro organizzato a Sidone, a sud di Beirut, di fronte alla sede dell’ospedale pubblico per protestare contro la carenza dei servizi medici di base nel contesto della pandemia.

E’ crisi da oltre un anno

Nel Libano, stretto da più di un anno e mezzo nella morsa della peggiore crisi economica e politica degli ultimi 30 anni, la lira locale ha perso il 90 per cento del suo valore. Non sembra proprio siano all’orizzonte prospettive di vedere formato, in tempi brevi, l’atteso nuovo governo.

I giovani conservano l’incoraggiamento di Papa Francesco

Delle problematiche del Paese e del ruolo dei giovani abbiamo parlato con monsignor Hanna Alwan, vicario del Patriarca dei Maroniti, cardinale Bechara Boutros  Raï:

La preghiera si rinnova

“Tra tante difficoltà la gente prega di più”, ci ha detto padre Khalil Alwan, rettore del santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa:

Padre Alwan ricorda che i libanesi soffrono di una crisi economica e sociale che da tempo non dà tregua alla maggior parte della popolazione e che è stata aggravata dalla pandemia. Poi sottolinea che tante persone e tanti giovani continuano ad unirsi al rosario on line che tutte le sere alle 19.15, ora locale, e alle 18.15 ora italiana, viene recitato e trasmesso sui social. L’esperienza è dura e il momento è davvero drammatico, ma, proprio per questo, si è intensificata la preghiera e in tanti si uniscono, dice il rettore. Si sente di vivere da tempo un periodo intenso di passione e, dunque, si attende davvero la Risurrezione del Signore, perchè – aggiunge – si riaccenda la speranza umana per una rinascita del Paese. Padre Alwan spiega che viene sentito molto l’appuntamento di preghiera serale che da ottobre 2019 è stato condiviso sui social. Sempre più persone si uniscono a questo appuntamento e almeno un milione di fedeli si collegano ogni giorno dall’estero. Molti altri si sono aggiunti per le celebrazioni del Triduo pasquale. La preghiera in Libano è più viva che mai.

 

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La gioia del Risorto nella seconda Messa di Pasqua in pandemia

Con il rito del Resurrexit e l’aspersione è iniziata la Messa della Domenica di Pasqua presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro. Una solenne celebrazione dove la mancanza dell’Omelia ha accentuato i significati di ritualità e gesti. Al termine, il pensiero di Papa Francesco al nuovo arciprete di San Pietro e al cardinale Comastri. E un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito allo svolgimento dei riti del Triduo pasquale

Fausta Speranza – Città del Vaticano

L’annuncio della sconfitta della morte torna pieno e potente nella vita di ognuno e nella celebrazione presieduta da Papa Francesco all’Altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro. Intensa la partecipazione spirituale dei presenti limitati nei numeri perché anche quest’anno, come l’anno scorso, le celebrazioni hanno subito le limitazioni imposte dalla pandemia da Covid-19. A concelebrare sono stati 24 cardinali e quattro vescovi. Hanno potuto prendere parte alla celebrazione circa 150 persone. Il Papa si è fermato sotto i gradini del presbiterio per il Rito del Resurrexit. Due i diaconi ai lati dell’Icona del Salvatore, mentre un altro diacono ha cantato l’Annunzio pasquale mentre Francesco incensava l’Icona. Il cardinale Re e il cardinale Sandri sono andati all’altare per la preghiera eucaristica: si sono collocati ai lati dell’altare e non a fianco del Santo Padre.

La certezza pasquale

Questa è la Domenica in cui la promessa diventa certezza: “Cristo è risorto, è davvero risorto”. Lo riferisce il Vangelo, che in questa festività, che rappresenta il momento più importante dell’anno liturgico, viene proclamato in latino e in greco. Come per altre celebrazioni, le letture in spagnolo e in inglese hanno contribuito ad esprimere il senso dell’universalità della Chiesa.

Le parole del Papa a conclusione

Prima della processione a conclusione della celebrazione, Papa Francesco ha rivolto il suo pensiero di “benvenuto” al cardinale Mauro Gambetti, ricordandolo come fra’ Mauro Gambetti, e un pensiero di ringraziamento al cardinale Comastri che – ha ricordato Francesco – è stato arciprete della Basilica di San Pietro per 16 anni. A febbraio accogliendo le dimissioni del cardinale Comastri per raggiunti limiti di età, Papa Francesco  ha nominato nell’incarico di arciprete della Basilica di San Pietro e di presidente della Fabbrica di San Pietro proprio il cardinale Mauro Gambetti, che è stato custode del Sacro Convento di Assisi e che è anche vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e per le ville pontificie di Castel Gandolfo. Il Papa ha detto:

“Vorrei dare il benvenuto al nuovo arciprete il Cardinale fra Mauro Gambetti, Grazie per la sua disponibilità, fratello! Gli auguro il meglio nel servizio di questa chiesa così importante per tutti i cristiani. E vorrei ringraziare anche il Cardinale Angelo Comastri che dopo 16 anni di arciprete e alla soglia dei 78 anni, lascia l’incarico. Grazie tante Cardinale Comastri, grazie per la sua pastorale, per la sua spiritualità, per le sue prediche, per la sua misericordia. Il Signore retribuisca tutto il suo lavoro.”

E ha poi rivolto il pensiero a chi offre il suo contributo alle celebrazioni:

“E vorrei ringraziare tutti voi che avete lavorato perché le celebrazioni di questa Settimana Santa fossero degne, belle, tutti, tutti! Ringrazio tutti coloro che lavorano qui in San Pietro, il coro, i ministranti, i lettori, i diaconi… Tutti! Grazie tante.”

Al termine della celebrazione, i concelebranti hanno preso parte alla processione con  Papa Francesco.

Ogni domenica, con il Credo, rinnoviamo la professione di fede nella Risurrezione di Cristo. A partire da questo grande mistero tutto si comprende nella Chiesa e ogni celebrazione eucaristica lo rende attuale. Esiste poi un tempo liturgico in cui questa realtà centrale della fede cristiana viene proposta ai fedeli in modo più intenso: è il tempo pasquale. Ogni anno, nel “Santissimo Triduo del Cristo crocifisso, morto e risorto”, come lo chiama sant’Agostino, la Chiesa ripercorre  le tappe conclusive della vita terrena di Gesù: la sua condanna a morte, la salita al Calvario portando la croce, il suo sacrificio per la nostra salvezza, la sua deposizione nel sepolcro. Il “terzo giorno”, poi, la Chiesa rivive la sua Risurrezione: è la Pasqua, passaggio di Gesù dalla morte alla vita, in cui si compiono in pienezza le antiche profezie. Tutta la liturgia del tempo pasquale canta la certezza e la gioia della Risurrezione del Cristo.

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Sempre più barriere e più disuguaglianze nel mondo

Muri per metà della circonferenza della terra: a tanto arriva la somma della lunghezza delle varie barriere erette dall’uomo, nonostante che l’Onu le consideri illegali. Si tratta sempre di più di delimitazioni tra Sud e Nord del mondo e non tra Est e Ovest, dunque legate a disuguaglianze sociali più che a ideologie, come spiega la studiosa Veronica Arpaia

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Negli ultimi quindici anni, numerosi governi, occidentali e non, hanno scelto di erigere muri (presidiati) ai propri confini. Dopo l’illusione di aver superato l’epoca storica delle contrapposizioni con la caduta del muro di Berlino nel 1989, si continuano a moltiplicare le barriere che attualmente segnano la terra per un numero di chilometri che eguaglia oramai la metà della sua circonferenza. Strutture enormi che spesso vengono pensate anche solo per ragioni di paure. Per comprendere qualcosa di più della genesi di questi muri, delle problematiche e delle dinamiche connesse, abbiamo intervistato Veronica Arpaia, studiosa dell’Università Sapienza di Roma che ha firmato il volume, per i tipi della Luni Editrice, intitolato Tempo di muri Un mondo diviso da Berlino a Trump:

Barriere e disegualianze

Dopo il 1989 si è avuta l’illusione che si aprisse un’era senza muri, ricorda Arpaia, illusione naufragata di fronte all’evidenza, in particolare negli ultimi 15 anni, del moltiplicarsi di barriere nel mondo. E Arpaia chiarisce quello che le sembra più significativo: non si tratta più di barriere a difesa di mondi ideologici distanti ma si tratta sempre di più di muri costruiti per difesa contro processi migratori che aumentano di intensità. E dunque purtroppo sono muri che nascono – sottolinea – dalle diseguaglianze. Per questo si deve parlare di muri tra Sud e Nord del mondo piuttosto che tra Est e Ovest. Dal momento che le disuguaglianze si vanno purtroppo accentuando e non attenuando nel mondo, tra diversi Paesi ma anche all’interno degli Stati, si comprende  come anche le barriere aumentino.

L’importanza delle ricostruzioni storiche

Arpaia sottolinea l’importanza di guardare alle varie situazioni nel mondo cercando di ricostruire lo spessore storico e cercando di capire i conflitti o i motivi di tensioni che stanno dietro alle decisioni di erigere barriere. Cita l’esempio del muro tra Stati Uniti e Messico che ha fatto tanto parlare durante la presidenza Trump per alcune scelte nei confronti di migranti, ma che va inquadrato nel processo che ha portato alla sua elaborazione e che risale come progetto al 1996. Arpaia cita altri esempi come quello più recente dell’annuncio dell’intenzione di erigere un muro tra Repubblica Dominicana e Haiti, sottolineando che si tratta di due Paesi non ricchi ma di cui uno, Haiti, è ancora più povero e problematico dal punto di vista sociale. In definitiva, si devono studiare i muri per poter capire e sperare di superare le divisioni da cui nascono.

 

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-03/muro-berlino-trump-stati-uniti-haiti-pandemia.html

8 marzo: più donne istruite ma meno società educate a riconoscerle

Cresce la scolarizzazione al femminile nel mondo, ma le donne restano ai margini della società per tanti aspetti. Non è solo dunque un problema di politiche educative all’altezza dei principi di pari opportunità, ma è una questione più generale di rivoluzione culturale, come sottolinea, nella Giornata internazionale della donna, la Fondatrice della Libera Università dei Diritti Umani, Gioia Di Cristofaro Longo

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La Giornata internazionale dei diritti della donna ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in molte parti del mondo. La celebrazione si tiene negli Stati Uniti d’America a partire dal 1909, in alcuni Paesi europei dal 1911 o dal 1922.

Donne lavoro e pandemia

Nel 2020 la categoria più colpita dalla crisi economica causata dal Covid-19 è stata proprio quella femminile: secondo l’Istituto italiano di statistica su 101.000 posti di lavoro persi nel 2020, 99.000 erano occupati da donne. E’ accaduto perché maggiormente impiegate in settori come i servizi, lavori non protetti o precari. Stando al report “Women’s work, housework and childcare before and during Covid-19” di giugno 2020, un terzo delle lavoratrici si è licenziato per concentrare le proprie energie sulle incombenze famigliari.  Le donne, oltre all’impiego, si occupano del “lavoro non retribuito”: come l’assistenza ai famigliari fragili, la crescita dei figli e i lavori domestici. Secondo uno studio dell’Onu, la media mondiale è di 4.1 ore al giorno di lavori non retribuiti per la donna, 1.7 in media per gli uomini. E guardando all’Europa, secondo i dati dell’Ocse di gennaio 2020, le italiane, in media, trascorrono 5.1 ore al giorno per lavori domestici o di assistenza, mentre gli uomini 2,1 ore. Si tratta per le donne del dato più alto in Ue:segue l’Ungheria con 4.5 ore al giorno; la Polonia con 4,4; la Spagna con 4.3; la Germania con 3.8, la Francia con 3.9, come in Finlandia. In Svezia la media è di 3,4 ore al giorno.

L’ingiustizia del divario salariale

Un ulteriore ostacolo al lavoro femminile è il gender pay gap: le europee guadagnano il 14,1 per cento in meno rispetto ai colleghi di scrivania, quindi a parità di lavoro svolto. Oltre a una differenza di stipendio, che le impoverisce, alle donne sono precluse le stanze dei bottoni, cioè ruoli, al di là di assegnazioni di incarichi, che permettano reali decisioni. Al mondo si distinguono gli Stati del Nord Europa: in Finlandia si contano il 30 per cento di donne Chief Executive Officer, in Svezia il 36 per cento, in Norvegia il 41 e in Islanda il 44 per cento. Nel 2003 la Norvegia è stato il primo Paese al mondo ad aver fissato una quota di genere per i Consigli di amministrazione (Cda): per legge, entro il 2008 le aziende pubbliche dovevano avere almeno il 40 per cento di donne.

Scolarizzazione al femminile

Lo scenario mondiale della scolarizzazione negli ultimi decenni presenta una novità fondamentale, non ristretta ai soli Paesi ad economia avanzata: dopo che, fino alla fine del XIX secolo, le donne erano state per lo più escluse dagli istituti di educazione superiore ed accademica, dalla seconda metà del XX secolo si osserva una crescita costante dei tassi di partecipazione femminile alla formazione. Ed è importante rilevare che accade non solo a livello dell’educazione di base ma anche nei percorsi di istruzione secondaria e universitaria, di specializzazione. Nel Rapporto UNESCO del 2000 si legge che tra il periodo 1950-1977, la percentuale di donne tra gli iscritti all’istruzione terziaria –     difficile da conquistare da parte di categorie svantaggiate – passa in Europa dal 40 al 53; in Nord America dal 32 al 55; in Africa dal 21 al 38; in Asia/Oceania dal 17 al 40; in America Latina dal 24 al 48. Questo quadro corregge in modo sostanziale la disparità che caratterizzava la prima parte del XX secolo, quando più della metà delle nazioni registrava tassi di analfabetismo superiori al cinquanta per cento e, tra gli analfabeti, una presenza di donne sistematicamente maggiore di quella maschile. Si tratta di passi in avanti fatti in adesione al principio della “eguaglianza d’opportunità e di trattamento” sancito dalla Convenzione UNESCO contro la discriminazione nell’educazione del 1960.

Restano gap preoccupanti

Se in termini globali la questione della parità tra uomini e donne di fronte all’istruzione sembra in via di superamento, gli ultimi rapporti sulla condizione delle donne nel mondo indicano che esse subiscono ancora in molte aree una persistente disuguaglianza, generata dall’intreccio tra genere, descolarizzazione e marginalità sociale, come si legge nei rapporti delle Nazioni Unite che sottolineano che tutto ciò influisce negativamente non solo sullo sviluppo delle persone ma anche sullo sviluppo economico e sociale di quelle nazioni.

Istruzione, formazione, educazione sono dunque termini di un dibattito che deve investire tutta la società e che diventa più importante ancora in una fase di crisi sanitaria, economica, sociale. Ne abbiamo parlato con la professoressa di Antropologia culturale Gioia di Cristofaro Longo, che ha fondato e presiede la Libera Università dei Diritti Umani:

La professoressa Longo parla di gap nella società da colmare con un processo di educazione al nuovo ruolo della donna che non si è ancora compiuto. Da una parte le donne studiano molto di più e sviluppano competenze, dall’altra c’è una fetta di mondo maschile che non accetta tutto ciò. Siamo nell’ambito del dramma quando l’uomo rifiuta la nuova identità femminile e il dirito di scegliere delle donne arrivando ai femminicidi. Ma non c’è solo l’aspetto più esasperato di questa difficile accettazione dei nuovi ruoli femminili. La professoressa Longo sottolinea anche che nell’ambito universitario, seppure moltissime donne per esempio in un Paese come l’Italia arrivano a livelli alti di formazione e di ricerca, al momento per quanto riguarda i professori ordinari la presenza femminile non arriva al trenta per cento. L’antropologa afferma che serve ancora una rivoluzione culturale per riconoscere le donne che hanno grandi competenze ma che vengono sempre viste come coloro che possono mettere a disposizione della società queste competenze lasciando che sia un uomo sempre e comunque, anche se di livello inferiore in termini di conoscenze, in ruoli apicali. Longo ricorda alcune specificità femminili sottolineando come sia bello e importante non perdere queste specificità. Cita ad esempio l’attitudine  della donna alla cura. Si tratta di una potenzialità da riconoscere e valorizzare ma non lasciando – come troppo spesso accade – che questo significa che la donna sia pensata a servizio di un uomo, in funzione dell’uomo. E c’è poi un altro aspetto importante: quello delle indubbie capacità relazioni delle donna, se si parla di caratteristiche di genere che indubbiamente poi hanno delle eccezioni. Da antropologa, Longo sottolinea che in particolare la maternità “costringe” la donna ad una relazionalità in primis con i figli e con gli altri componenti della famiglia che richiede un esercizio prezioso.

Ponti di fratellanza

L’antropologa ricorda come il Pontificato di Papa Francesco insegni a gettare ponti, l’antropologa sottolinea il coraggio di Francesco che si riassume citando il Documento di Abu Dhabi o il viaggio in Iraq. Sottolinea l’importanza del suo messaggio di dialogo e di fratellanza per ogni società e spiega quanto ci sia da fare all’interno della società perché le donne possano contribuire con la loro capacità di dialogo. Troppo spesso, la decisione alla fine di un processo che ha visto una tela di dialogo intessuta da una donna spetta a un uomo.  E l’antropologa spiega che c’è una sorta di educazione da fare ancora sulle donne perché imparino a protestate quando qualcuno scippa il lavoro da loro fatto e perché non scambino per contributo di pace il non protestare. E’ bello – sottolinea- che le donne siano proiettate al bene ma devono parlare e protestare altrimenti le cose non cambieranno mai. In definitiva, Longo sottolinea che se in termini di formazione le donne hanno fatto passi in avanti, c’è ancora tanto da fare in termini di educazione degli uomini, della società e delle donne stesse.

A proposito del gap nel campo della scienza e della tecnologia, Longo afferma che senz’altro è importante che ci siano più donne a studiare queste materie ma spiega anche che c’è bisogno delle donne e della sensibilità e del senso critico delle donne se pensiamo che l’invadenza della tecnologia nelle nostre vite ci chiama a una profonda riflessione. Le donne dunque – sottolinea – possono essere preziose nel necessario processo di “umanizzazione della tecnologia”.

Gli agghiaccianti dati sulle violenze e l’aumento nei lockdown

A livello mondiale, la maggior parte delle vittime di omicidio è di sesso maschile, ma è particolamente triste scoprire che le donne hanno più probabilità di morire per mano di qualcuno che conoscono. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, infatti, il 58 per cento degli eccidi di donne è stato commesso dal partner, da un ex partner o da un familiare. Nel mondo, si verificano 140 femminicidi ogni giorno. In Asia avviene il maggior numero totale di omicidi di donne, con 20.000 casi registrati ogni anno ma priam della pandemia, che sembra purtroppo dover aggiornare al rialo i numeri.

Ci sono poi le violenze sessuali:  a livello globale circa 15 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno subìto violenza sessuale. Nella maggioranza dei Paesi le adolescenti hanno più probabilità di essere stuprate dal partner o da un ex partner.

All’inizio di aprile, più di metà della popolazione mondiale affrontava il lockdown, e donne con partner violenti come Monica si sono ritrovate intrappolate in casa con i loro carnefici e tagliate fuori dal sostegno di amici e familiari. Nei mesi successivi all’inizio dello scoppio dell’epidemia UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, ha avvertito della presenza di una pandemia ombra, mentre ogni tipo di violenza contro le donne e le ragazze si intensificava, soprattutto la violenza domestica.

Le donne rifugiate e sfollate erano maggiormente a rischio di violenza di genere (GBV) anche prima del COVID-19. La pandemia ha aumentato la loro vulnerabilità. La Colombia in particolare ha denunciato il fenomeno delle violenze subite dalle donne venezuelane rifugiatesi nel vicino Paese: il ministero della Salute della Colombia ha riferito un aumento di quasi il 40 per cento degli incidenti di violenza di genere che hanno colpito la popolazione venezuelana tra gennaio e settembre del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il dramma dei femminicidi in Italia

In Italia sono 7 i femminicidi dall’inizio del 2021, più di uno a settimana. Un dato che si unisce a quello del 2020 su cui pesano i lunghi mesi del lockdown. Secondo i dati dell’Istat nei primi 6 mesi 2020 i femminicidi sono stati il 45 per cento del totale degli omicidi, contro il 35 per cento dei primi sei mesi del 2019. Questa percentuale è salita al 50 per cento durante i mesi di marzo e aprile. Sono diminuiti gli omicidi e, in percentuale, sono aumentati gli omicidi.  La maggior parte dei delitti e delle violenze, il 90 per cento, è avvenuto all’interno delle mura domestiche per mano di partner e conviventi. Fra i partner, nel 70 per cento dei casi l’assassino è il marito, mentre tra gli ex prevalgono gli ex conviventi e gli ex fidanzati. Nel rapporto del Servizio analisi criminale della Polizia italiana si trova conferma di questi dati: le vittime di sesso femminile sono passate da 111 del 2019 a 112 del 2020, le donne uccise in ambito familiare sono salite da 94 del 2019 a 98 dell’anno scorso.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-03/giornata-internazionale-donna-formazione-scolarizzazione.html

Il Papa nella Messa ad Erbil: la Chiesa in Iraq è viva

Rifuggire dalla tentazione della vendetta con la forza del perdono che viene da Gesù. Così Francesco all’omelia della celebrazione presieduta allo Stadio Franso Hariri di Erbil, in cui loda l’impegno della Chiesa irachena accanto ai bisognosi, tra “ferite visibili e invisibili”. Come Gesù ha cacciato i mercanti dal tempio, così siamo chiamati a “ripulire il cuore” da tentazioni e logiche umane, a “sporcarci le mani” per i fratelli, a farci “artigiani di un nuovo ordine sociale”, in cui non c’è spazio per esibizioni di forza o per doppiezze dell’ipocrisia

Fausta Speranza – Città del Vaticano

La potenza e la sapienza di Dio si rivelano “con la misericordia e il perdono”: lo sottolinea il Papa, nel terzo giorno in Iraq  celebrando la Messa, alla presenza delle autorità e delle rappresentanze religiose, nello Stadio Franso Hariri di Erbil, dove entra – unica volta durante questo viaggio –  a bordo della papamobile, dunque con la possibilità di salutare le persone presenti pur nei limiti delle normative anti Covid-19. Nello stadio, dalla capienza di 28mila posti, per la pandemia ne sono stati autorizzati circa 10mila. Ordinata, ma calorosa e gioiosa l’accoglienza riservata a Francesco tra canti dalla spiccata musicalità mediorientale. Tanti i copricapo femminili, anche nel coro predisposto per la celebrazione, tipici della tradizione locale.  Sul grande palco bianco al centro dello Stadio, a fianco dell’altare, una presenza speciale: la statua della Vergine di Karemlesh che, colpita dalla furia del sedicente Stato islamico, è rimasta senza mani, un segno di giorni drammatici vissuti durante il presunto califfato, ma anche un simbolo della fede di chi si rimette in ogni caso delle mani del Signore. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

La testimonianza della Chiesa irachena

Francesco nell’omelia ricorda, ancora una volta, quanti in Iraq portano “le ferite della guerra e della violenza, ferite visibili e invisibili” e sottolinea la testimonianza viva dei cristiani:

La Chiesa in Iraq, con la grazia di Dio, ha fatto e sta facendo molto per proclamare questa meravigliosa sapienza della croce diffondendo la misericordia e il perdono di Cristo, specialmente verso i più bisognosi. Anche in mezzo a grande povertà e difficoltà, molti di voi hanno generosamente offerto aiuto concreto e solidarietà ai poveri e ai sofferenti. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a venire in pellegrinaggio tra di voi a ringraziarvi e confermarvi nella fede e nella testimonianza. Oggi, posso vedere e toccare con mano che la Chiesa in Iraq è viva, che Cristo vive e opera in questo suo popolo santo e fedele.

Dio salva dal bisogno di vendetta e dalle doppiezze dell’ipocrisia

E il Papa ricorda che “Dio ci libera da un modo di intendere la fede, la famiglia, la comunità che divide, che contrappone, che esclude” e poi sottolinea:

“Ci rafforza, perché sappiamo resistere alla tentazione di cercare vendetta, che fa sprofondare in una spirale di ritorsioni senza fine.”

In riferimento al Vangelo del giorno, che narra la cacciata di Gesù dal tempio di Gerusalemme dei cambiavalute ( Gv2, 13-25) , Francesco sottolinea che “come Gesù non tollerò che la casa del Padre suo diventasse un mercato, così desidera che il nostro cuore non sia un luogo di subbuglio, disordine e confusione”. Il cuore – ribadisce – va pulito, va ordinato, va purificato “dalle falsità che lo sporcano, dalle doppiezze dell’ipocrisia”.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-03/papa-francesco-iraq-erbil-messa-stadio-perdono-misericordia-dio.html