Gli svizzeri chiamati a votare sulle armi

Il referendum del 19 maggio

di Fausta Speranza

Il popolo più pacifico del mondo, gli svizzeri, sono chiamati a votare domani, domenica 19 maggio, per un referendum che riguarda le armi. Non è una proposta di bando, piuttosto la consultazione mira a rimettere in discussione l’avvenuta ratifica da parte del parlamento svizzero della direttiva europea che limita l’uso di quelle automatiche. Nel paese, che non fa parte dell’Ue ma mantiene con i 28 strettissimi legami tra cui lo spazio Schengen, circolano con regolare autorizzazione due milioni di fucili, pistole e vere e proprie armi da guerra, su una popolazione di appena ottomilioni di abitanti contando anche donne, anziani e bambini. Resta il paese con meno episodi di violenza, ma alcuni risvolti di quanto accade in Svizzera in tema di armi rendono il referendum di rilievo anche per il resto d’E u ro p a . La direttiva europea, che restringe le norme sul possesso di armi automatiche, è stata proposta dalla Commissione Ue il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo la seconda strage terroristica di Parigi. L’E u ro p a r l a m e n t o l’ha approvata il 14 marzo 2017 ed è stata adottata lo scorso settembre dall’Assemblea federale, il parlamento svizzero formato dal Consiglio nazionale e dal Consiglio degli Stati. La maggioranza ha accolto le nuove disposizioni, giudicando la partecipazione elvetica allo spazio Schengen «troppo importante a livello di sicurezza, per metterla in pericolo rigettando la direttiva». Un “no” alle urne potrebbe condurre, infatti, a una esclusione della Svizzera dall’area di libera circolazione in Europa. Durante i passaggi  tra i due rami dell’Assemblea, la Svizzera ha concordato eccezioni al testo europeo, per esempio per quanto riguarda l’arma personale che ogni soldato ha il diritto di portare a casa: una volta prosciolti dall’obbligo di prestare servizio militare, i cittadini potranno ancora tenere l’arma dell’esercito con il relativo caricatore da venti cartucce e continuare a utilizzarla per il tiro sportivo. L’arma in dotazione all’esercito elvetico di cui si parla è conosciuta come SIG SG 550 o Fass 90 o StGw 90: in ogni caso, si tratta di un fucile d’assalto del calibro di 5,56 millimetri. E anche per cacciatori e appassionati di tiro non cambierà nulla. Inoltre, i Cantoni avranno tempo tre anni affinché gli attuali detentori di armi semiautomatiche si facciano confermare il legittimo possesso presso gli uffici preposti. Tale conferma non sarà però necessaria se l’arma non risulta già iscritta in un registro o non è stata ceduta in proprietà direttamente dall’esercito al termine degli obblighi militari. E anche i collezionisti e i musei potranno acquisire armi, a condizione di aver adottato tutte le misure necessarie per custodirle in sicurezza e di tenere un elenco dei dispositivi che necessitano di un’autorizzazione eccezionale. Nonostante queste rassicurazioni, il Partito Unione democratica di centro (Udc) ha appoggiato la campagna per l’abrogazione, sostenendo che le nuove restrizioni nel possesso di armi metterebbero in pericolo la tradizione elvetica del tiro. Anche la registrazione a posteriori è invisa al comitato referendario. Secondo Luca Filippini, presidente della federazione sportiva svizzera di tiro nonché del Comitato contrario alla modifica della legge approvata dal Parlamento, «le nuove direttive europee al riguardo, che la Svizzera è obbligata a riprendere poiché associata allo spazio Schengen, non apporteranno alcun miglioramento a livello di sicurezza». Filippini, che è segretario generale e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni, sostiene che le nuove disposizioni europee ledono i diritti e le libertà dei cittadini svizzeri. «Se con il diritto attuale un cittadino incensurato ha il diritto di acquistare un’arma semi-automatica, le nuove disposizioni vietano tutti questi fucili e pistole dotate di grandi caricatori», ha dichiarato nei giorni scorsi. Circa la sicurezza, e in particolare il dilemma del terrorismo, Filippini è convinto che i recenti attentati abbiano dimostrato che le armi utilizzate sono «illegali, acquistate magari sul mercato nero», senza contare che «i terroristi hanno fatto anche uso di camion e automobili per portare a termine i loro propositi criminali». Di opinione opposta è il Partito dei Verdi liberali Ticino, che ha deciso di appoggiare la revisione della legge sulle armi spiegando che migliora la sicurezza e permette di continuare a beneficiare dell’accordo di Schengen che facilita la cooperazione tra la Svizzera e l’estero per la lotta alla criminalità. Sottolineano che la nuova legge rende possibile stabilire con più precisione la provenienza delle armi in circolazione, combattere il traffico d’armi e rafforzare la collaborazione tra le autorità e le forze dell’ordine svizzere con quelle estere. Dai primi anni Novanta, da quando è concreto lo scambio di informazioni, sono state arrestate  4000 persone. Dopo la strage di Zurigo nel 2001 — 14 persone colpite a morte nel parlamento cantonale — il dibattito sulla vendita delle armi semi-automatiche che sparano a raffica si è fatto più intenso. Lo stesso tipo di armi usate in quel 27 settembre, che ha sconvolto il Paese,  è stato rinvenuto a casa del giovane che, a dicembre scorso, pianificava una strage alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona. Fortunatamente, cinque mesi fa le forze dell’ordine sono intervenute in tempo fermando il giovane. L’attività delle polizie negli ultimi anni ha evidenziato anche altro: la Svizzera, insieme con la Serbia, è finita più volte al centro delle indagini dell’Europol come possibile crocevia del traffico illecito di armi che poi finiscono nelle mani del terrorismo. L’ultimo caso di vendita illegale si è verificato un mese fa nel parcheggio di un supermercato a Cantù, dove le forze dell’ordine hanno fermato quattro persone, di cui due italiani della Brianza, che contrattavano il prezzo del mitragliatore conservato nel bagagliaio della macchina. È un caso emblematico per capire che la posta in gioco nel referendum di domenica non riguarda solo il piccolo paese nel cuore dell’Europa che nell’immaginario di tutti richiama laghi, paesini e picchi alpini, oltre a orologi di precisione e tante banche.

L’Osservatore Romano, 18 maggio 2019

I cristiani e l’E u r o p a

Valori e luoghi d’Europa

di  Fausta Speranza

«Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?».

È l’interrogativo sollevato da Papa Francesco prima dell’incoraggiamento a ritrovare «uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente». L’occasione era il Premio Carlo Magno, conferitogli il 6 maggio 2016, ma queste parole, a poche settimane dal voto europeo, rappresentano un monito importante per ricordare le potenzialità della famiglia di popoli del vecchio continente.

 Il filosofo Dario Antiseri ha raccolto queste e altre sollecitazioni più che mai attuali nel suo saggio intitolato L’Europa di Papa Francesco. I cristiani nell’Europa di oggi (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2019, pagine 54, euro 8). E, sempre in vista delle elezioni che si svolgeranno tra il 23 e il 26 maggio nei 28 paesi Ue, il giornalista e sociologo Pietro Pisarra ha raccolto in un volume le suggestioni dei luoghi che meglio rappresentano la ricchezza “umanistica”. Il libro si intitola Europa una mappa interiore, (Roma, Editrice Ave 2019, pagine 212, euro 18). In ogni caso, si tratta di preziosissima memoria collettiva. All’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo — ricorda Antiseri nella premessa del suo breve ma incisivo libro — «senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili». Il filosofo, dunque, invoca una «trasfusione di memoria», per ricordare che scienza e filosofia spiegano in modi diversi la realtà umana: la prima fornisce le ragioni scientifiche, l’altra dona voce ai problemi etici e religiosi della vita di ogni uomo. La «filosofia non salva», ricorda Antiseri citando Norberto Bobbio, ma pone grandi domande per fornire risposte a interrogativi che riguardano la «richiesta di senso per la nostra vita, la storia degli uomini, l’universo intero». Il libro si articola in tre parti: la prima è dedicata alla necessità che l’Europa riscopra il suo volto più autentico, attingendo alla sua storia. La seconda parte è una riflessione sistematica sulla prima enciclica di Papa Francesco Lumen fidei. Il terzo capitolo è una densa riflessione sul contributo della scuola economica francescana allo sviluppo della società moderna. Un aspetto strategico per comprendere la possibile prossima positiva parabola dell’Europa, se resta fedele innanzitutto ai valori della pace, del dialogo, della solidarietà sui quali è nata.

 Il cuore del volume è l’apologetica cristiana del filosofo e teologo Blaise Pascal che l’autore riprende per spiegare come la fede non sia l’esito di una dimostrazione scientifica ma — come ricorda Papa Francesco nella Lumen fidei — «un dono gratuito di Dio che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi, per vedere il luminoso cammino dell’incontro tra Dio e gli uomini, la storia della salvezza». Si parla dell’Europa che Francesco ha definito «terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati», «madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli», che dopo i due conflitti mondiali «hanno saputo testimoniare all’umanità che un nuovo inizio era possibile». Papa Francesco ha ricordato che le ceneri delle macerie «non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro» e furono gettate «le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi». A  Dario Antiseri il merito di rilanciare il monito di Thomas Eliot: «Se è nel giusto Shelley a dire che noi tutti siamo greci, perché è stata la Grecia a passare all’Europa l’idea di razionalità come discussione critica, ha altrettanto ragione Benedetto Croce a sostenere che non possiamo non dirci cristiani» e — aggiunge Antiseri — «non possiamo non dirci europei». Ma lo sbocco dei popoli europei non deve essere il suicidio, avverte il filosofo. Suicidio che tanto servirebbe ad altre potenze internazionali, che infatti alimentano tante delle fake news circolanti. Anche qui sono illuminanti le parole di Papa Francesco: «Oggi abbiamo davanti agli occhi l’immagine di un’Europa ferita, per le tante prove del passato, ma anche per le crisi del presente, che non sembra più capace di fronteggiare con la vitalità ed energia di un tempo». Il riferimento è a quando l’Europa unita è stata sognata proprio come baluardo di pace e di civiltà, a metà del secolo scorso. Ne è nata una «famiglia di popoli diventata nel frattempo più ampia». Purtroppo però — ha avvertito Francesco — di recente «sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri». La considerazione è amara ma innegabile: «Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti». Eppure anche davanti a un’Europa «nonna, stanca e invecchiata, decaduta, che si va trincerando», il Papa si è detto «convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima» del continente. Da qui l’invito a «non accontentarsi  di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove» per poter «affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa». In un momento di scossoni, attacchi e sfide alla costruzione europea, le considerazioni di Papa Francesco offrono una bussola. In ogni caso, nel dibattito restano incompiutezze e inadeguatezze della costruzione europea, ma il discorso può farsi consapevole e all’altezza delle urgenze dei popoli e può soprattutto rifarsi al concetto di bene comune. Questa dovrebbe essere la priorità, per politici che siano locali, nazionali, o sovranazionali. Antiseri, argomentando da filosofo, ci riporta a Benedetto Croce: «Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto [e] la ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità». «Oggi è facile attaccare l’Europa dei mille regolamenti», scrive Pisarra avvertendo che «non si possono dimenticare le opportunità, i progressi, i vantaggi derivati dalla caduta dei muri e delle frontiere». Il viaggio ideale proposto dal libro di Pisarra va da Patmos a Salamanca, da Praga a Parigi, e poi Lisbona, Berlino, Londra, Copenhagen, il Cammino di Santiago, alla riscoperta della letteratura e della spiritualità di capitali che hanno fatto la storia.

Senza il cristianesimo i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano incomprensibili

E le tappe ripercorse restituiscono flash della verità dell’Europa fatta, come scrive Pisarra, di «cristianesimo più illuminismo, universalismo cristiano e idea di tolleranza, diritti umani e razionalità scientifica». Un patrimonio che deve essere in grado di segnare il dibattito «spesso falsato da fake news e retorica nazionalista».Il pensiero va alla cosiddetta Linea Sacra, la linea ideale che da centinaia e centinaia di anni, in sintonia con il tramonto del sole nel giorno del solstizio di estate, per oltre duemila chilometri taglia l’Europa collegando sette monasteri. Rimanda all’invito dell’arcangelo Michele ai fedeli di perseverare sulla via retta e di difendere l’Europa stessa dal male. I siti sono sette: Skellig Michael (Irlanda), St Michael’s Mount (Gran Bretagna), Mont Saint Michel (Francia), la Sacra di San Michele (Piemonte, Italia), San Michele (Puglia,Italia), Monastero di San Michele (Grecia). I tre più importanti — ovvero Mont Saint Michel in Normandia, la Sacra di San Michele in Val di Susa e il Santuario di Monte Sant’Angelo nel Gargano — si trovano tutti alla stessa distanza fra di loro. L’unico a trovarsi fuori dall’Europa, ma facendo parte del proseguimento della Linea Sacra è il Monastero di Monte Carmelo, che si trova in Israele, luogo della nascita del Cristianesimo. Furono i monaci a salvare il patrimonio classico dai barbari e a far sorgere lo straordinario Occidente, con tutta la sua ricchezza di conoscenze, di scoperte, di bellezze, di lavoro, di civiltà. Dal seme delle abbazie è nata l’Europa cristiana e dall’Europa cristiana il sogno di una famiglia di popoli in pace.

L’Osservatore Romano, 18 maggio 2019

Stupro e violenza sulle donne armi globali

A colloquio con il premio Nobel per la pace Denis Mukwege

dal nostro inviato Fausta Speranza

BRUXELLES, 15. «La risoluzione dell’Onu contro gli stupri come arma da guerra è un punto di partenza, ma ora bisogna moltiplicare l’attenzione e impegnarsi davvero perché cambi la mentalità patriarcale che dà vita e sostiene tante logiche di violenza contro le donne». Con queste parole Denis Mukwege, premio Nobel per il suo impegno di medico a favore delle vittime in Congo, esprime soddisfazione per il pronunciamento delle Nazioni Unite, formalizzato tre settimane fa, che riconosce l’uso dello stupro come drammatica e sistematica strategia di guerra, ma sottolinea anche che può essere solo «un punto di partenza». Lo incontriamo a Bruxelles,dove è impegnato a sostenere la campagna #School4All, voluta dall’Ue per raggiungere i 75 milioni di minori senza istruzione nel mondo. La prima riflessione che sottolinea è che «senza istruzione non c’è protezione» .Mukwege da 19 anni opera nell’ospedale Panzi a Bukavu, in quella che definisce «una situazione formale né di guerra né di pace, ma di autentica impunità», in cui lo «stupro è usato come l’arma più economica di guerra». A dicembre 2014 è stato insignito del premio Sacharov del parlamento europeo perché — ci ricorda oggi — «in un mondo di inversione di valori, rifiutare la violenza significa essere dissidente». Nel 2018 ha ricevuto il Nobel per la pace insieme con Nadia Murad, una delle yazide ridotte a schiave del sesso dagli uomini del sedicente stato islamico (Is) in Iraq.  Ricordandolo, afferma con forza: «A violare le donne sono anche tutti gli uomini che di fronte a tutto ciò tacciono». Il ginecologo cura il fisico di queste giovanissime, anche bambine piccolissime, violate e segnate brutalmente nei corpi in modo che si sappia da quale clan criminale sono state colpite, in un equilibrio disumano di predominazione. Ma cura anche i diritti sistematicamente altrettanto violati di queste donne, denunciando da anni con grandissimo coraggio quello che succede nel difficile paese africano della regione dei Grandi Laghi, dove il commercio di oro, diamanti, rame, coltan, cobalto muove interessi e armi. E, a dispetto di qualunque guerra dei dazi, è davvero globale. Mukwege ci dice: nessun paese si senta escluso. Il suo straordinario impegno è ormai noto e la comunità internazionale gli assicura la protezione che lo ha salvato da diversi attentati. «Cercano di colpirmi — ci spiega — non perché curo i corpi, ma perché rivendico lo statuto di vittime per le donne violentate e per i loro bambini». Mukwage raccomanda di riferire che, oltre allo strazio letto nei corpi, c’è la disperazione delle don-ne che vengono stuprate e alle quali poi viene imposta la presenza ogni giorno degli uomini che le hanno «violate nell’intimità e nell’anima». C’è lo sgomento di «donne alle quali viene imposto di obbedire agli uomini che hanno violato le loro figlie». E c’è l’angoscia, e spesso il rifiuto, per i figli avuti da barbare violenze. «Tutta questa trama di fragilità psicologiche va ricucita», ci spiega, sottolineando che «bisogna tutelare i figli frutto di stupri» perché sono anche loro «vittime della violenza inaudita che troppo spesso li fa odiare dalle proprie madri e dalla comunità. La prima cosa è salvarli», ci confida: la tentazione di aborti affidati a mani peraltro incompetenti è forte per giovanissime disperate che vedono i propri figli come seconda violenza: un impedimento al ritorno a una vita normale». Mukwege grida al mondo questo orrore di «una violenza che spezza il legame più bello e più forte: quello di una madre con il proprio figlio».E accade non solo in Congo. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, il 23 aprile scorso,quando al Consiglio di sicurezza la risoluzione 1820 è stata approvata — con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina) — ha dichiarato: «Nonostante numerosi sforzi, la violenza sessuale continua ad essere una caratteristica orribile dei conflitti in tutto il mondo, usata deliberatamente come arma di guerra». «Dobbiamo riconoscere che lo stupro in guerra riporta a questioni più ampie come la discriminazione sessuale», ha proseguito, sottolineando che c’è «un’impunità diffusa» e la«maggior parte di questi crimini non viene denunciata, investigata o perseguita». Dopo la risoluzione, Mukwege chiede un’azione coraggiosa e responsabile, nel suo paese e altrove, contro quella che definisce «una società che a livello mondiale autorizza la predominanza degli uomini sulle donne». Il ginecologo spiega che «la violenza che in contesti di conflitto diventa bruta disumanità su ragazzine, normalmente si esprime in tanti modi a cominciare dalla maggiore esclusione dell’universo femminile dai percorsi formativi e dalle stanze del potere. Le decisioni in tema di politica, di economia, di capacità di scatenare conflitti — ci dice Mukwege — sono in mano agli uomini, ovunque nel mondo: sono loro a stuprare le donne, così come fanno violenza a sane dinamiche di convivenza e di pace».

L’Osservatore Romano, 15 maggio 2019

Solo quattro euro

A tanto ammonta per ogni europeo il costo annuale dell’aiuto alla scuola nelle situazioni d’emerg e n z a

dal nostro inviato Fausta Speranza

BRUXELLES, 14. Settantacinque milioni di minori nel mondo non hanno accesso all’istruzione e nel caso di bambine si registra la drammatica percentuale di esclusione di due volte e mezza rispetto ai coetanei dell’altro sesso. Nel mondo crescono le situazioni di crisi legate a conflitti o a disastri naturali e cresce anche “l’emergenza scuola”, mentre l’istruzione  rappresenta uno dei fondamentali diritti umani e il primo veicolo di speranza per il futuro. Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan, Sud Sudan: questi paesi da soli nel mondo hanno un numero di bambini che non hanno accesso allo studio, superiore ai 66 milioni di bambini scolarizzati nei 28 paesi dell’Ue. Ma sono almeno 55 i paesi in cui l’istruzione non è assicurata. Questi dati, insieme con la consapevolezza di quale danno possa apportare la mancata acquisizione degli strumenti per avere accesso al sapere, la conseguente assenza di consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri e dei mezzi per farli valere, hanno convinto le istituzioni europee a porre “l’emergenza educativa” tra le priorità di spesa nell’ambito dell’aiuto umanitario targato Ue. Se nel 2015 la spesa dedicata a raggiungere minori in difficoltà — ad esempio profughi per guerre o carestie — rappresentava l’1 per cento del budget, nel 2019 ha raggiunto il 10 per cento. E l’appello che lancia oggi da Bruxelles il commissario europeo Christos Stylianides — nell’ambito dell’evento intitolato #School4All, istruzione per tutti — è chiaro: qualunque sia il risultato del voto europeo della prossima settimana per il rinnovo delle istituzioni Ue, questa percentuale non deve cambiare perché la «posta in gioco è troppo importante». L’Ue è il primo tra i donatori umanitari al mondo. Tra il 2015 e il 2018, a fronte delle necessità sottolineate, ha potuto assicurare un percorso di istruzione, seppure in campi per rifugiati o sfollati, “solo” a 6,5 milioni di bambini in 55 contesti di crisi. Purtroppo si moltiplicano le tragedie per conflitti vecchi e nuovi e per i disastri naturali come alluvioni, carestie, uragani, anche in conseguenza dei cambiamenti climatici dovuti a uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta da parte dell’uomo.                                In considerazione di tutto ciò, Stylianides, commissario Ue uscente per l’aiuto umanitario, sottolinea che i 290 milioni di euro che la Commissione europea ha speso nel 2018 per supportare l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, l’Unicef, nel portare strumenti e insegnanti dove c’era solo violenza e solitudine per i minori, non possono essere messi in discussione nei bilanci futuri. «Non è solo questione di solidarietà, che comunque rappresenta uno dei valori fondanti della costruzione europea — ribadisce Stylianides — ma si tratta di assicurare prevenzione per tutte le situazioni di sfruttamento da parte delle organizzazioni criminali e di conflittualità che vengono inesorabilmente favorite da generazioni di persone che non hanno avuto l’opportunità di beneficiare di  un’istruzione». Si parla di situazioni di ignoranza che favoriscono il commercio di esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di organi, i processi di cosiddetta “radicalizzazione” e di adesione a gruppi terroristici, evidenti in svariate aree del mondo. «Nessuno può pensare di voltare lo sguardo da un’altra parte: nessun genitore, certo del percorso scolastico del proprio figlio in uno dei paesi Ue, può pensare che tutto ciò non lo riguardi», afferma Stylianides, spiegando: «Tutto l’aiuto finanziario assicurato dall’Ue l’anno scorso è costato a ogni cittadino europeo quattro euro: è la forza dello stare insieme tra gli oltre mezzo milione di cittadini dei 28 paesi membri Ue». In contesti di messaggi disgreganti e di spinte al cosiddetto sovranismo, è un dato che può far riflettere.

L’Osservatore Romano, 14 maggio 2019

Dalle urne in Spagna molta incertezza

Psoe primo partito ma maggioranza difficile

di Fausta Speranza

Il Partido Socialista Obrero Español (Psoe) ha vinto le elezioni sfiorando il 29 per cento dei consensi e canta vittoria anche Vox, il partito di estrema destra che per la prima volta entra nel parlamento nazionale, con il 10,3. Solo tre anni fa aveva lo 0,3. In netta perdita il Partido Popular (Pp), che si ferma al 16,7. Buona l’affermazione del partito Esquerra  republicana (Erc), che guadagna 15 scranni. Per quanto riguarda l’affluenza è cresciuta del 9 per cento, in Catalogna del 17 percento. Il paese, però, si ritrova senza una maggioranza chiara per formare il prossimo governo. E il partito Erc potrebbe essere l’ago della bilancia nel rebus delle alleanze che si prospetta. Da parte sua, il leader socialista Pedro Sánchez ha affermato: «Abbiamo mandato un messaggio all’Europa e al resto del mondo: si può vincere l’autoritarismo e l’involuzione», e ha promesso poi un «governo pro europa».  Il Psoe torna a essere il primo partito (come era stato per 36 anni dal dopo Franco), ottenendo 123 seggi al Congreso de los deputados, che con il Senado forma le Cortes generales, il parlamento spagnolo. Per i popolari la sconfitta è storica: 65 seggi in parlamento rispetto ai 137 nel 2016. Il leader trentottenne Pablo Casado, nominato a luglio scorso, ha dovuto ammettere nella notte che «il risultato è molto negativo» e sottolineare la frammentazione della destra.  A proposito di altri elementi chiave a destra, a  Ciudadanos vengono riconosciuti 57 seggi, ben 25 in più rispetto a tre anni fa. E sono 24 quelli conquistati da Vox, che porta l’estrema destra nel parlamento nazionale dopo essere entrato per la prima volta a dicembre scorso in quello regionale dell’Andalusia. Per quanto riguarda la sinistra, l’alleanza Unidas Pomedos (Up) tra Podemos, Izquierda unida, Equo e altre formazioni si è contesa nella notte fino all’ultimo il terzo posto proprio con Ciudadanos, entrambe intorno al 15 per cento. Ma il dato più significativo sono i 42 seggi del partito Podemos, guidato da Pablo Iglesias. Sono quelli infatti che sicuramente si uniranno ai 123 dei socialisti. Il punto è che il Psoe e Podemos non raggiungono — per undici seggi — la soglia dei 176 sufficienti ad assicurare una maggioranza tra i 350 deputati, mentre avranno invece maggioranza assoluta al Senado, roccaforte in passato del Pp. Resta l’incognita di chi possa appoggiare Sánchez al governo. La folla dei sostenitori da Calle Ferraz a Madrid ha mandato un chiarissimo messaggio: «Con Rivera no!». Significa: nessuna intesa con la destra del Partido de la Ciudadanía —di cui Albert Rivera è leader dalla nascita nel 2006 — che a febbraio ha respinto la legge di bilancio facendo cadere il governo socialista di minoranza. Lo stesso Sánchez  ha ribadito la distanza ma ha anche affermato: «Non faremo come fanno altri, che mettono cordoni sanitari al partito». Il primo pensiero per un possibile appoggio va agli “indipendentisti”. Il partito Erc, legato al leader Oriol Junqueras, ha superato Junts per Catalunya, (JxCat), coalizione che fa riferimento all’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, che si è fermato a 7 seggi. Entrambi i leader sono sottoprocesso dopo la proclamazione dell’indipendenza della regione nel 2017. Resta l’evidenza della frammentazione politica. Dall’avvento alle Cortes di Podemos e Ciudadanos nel 2015, “forze anti-casta”,  si sono succeduti due governi di minoranza— uno popolare e uno socialista — e in quattro anni si è tornati tre volte alle urne. Ora il Psoe ha ottenuto una vittoria insperata ma la sfida di governare non sarà semplice.

L’Osservatore Romano, 29 aprile 2019

La Spagna vota l’Ue s’interroga

Le elezioni politiche a ridosso di quelle europee

di Fausta Speranza

Spagnoli alle urne a conclusione di una campagna elettorale quasi improvvisata dopo l’annuncio, a metà febbraio, di elezioni anticipate. Con il voto di domenica 28 si devono rinnovare le due Cortes Generales, che dovranno poi votare la fiducia a un nuovo esecutivo. Si tratta di un punto di snodo in una crisi di governo tutta interna al paese, ma l’appuntamento elettorale di Madrid assume particolare significato perché precede di quattro settimane le elezioni europee, fotografando una tendenza alla frammentazione delle forze politiche.

Il governo uscente è guidato da Pedro Sánchez, leader del Partito Socialista (Psoe), principale partito di centrosinistra in Spagna che per 36 anni ha avuto la leadership del paese ma che tra il 2015 e il 2016 ha subito sei sconfitte elettorali. Sánchez è diventato primo ministro nel giugno 2018, dopo la sfiducia votata dal Parlamento nei confronti di Mariano Rajoy, leader del Partito Popolare (Pp), formazione che aveva vinto le ultime elezioni generali nel 2016. Per la Costituzione spagnola vale il sistema della cosiddetta “sfiducia costruttiva”, per cui un governo cade solo se il parlamento vota contestualmente la fiducia a un altro esecutivo. In sostanza, negli ultimi tre anni lo stesso Parlamento ha legittimato due governi molto diversi, uno di destra e uno di sinistra. La decisione di elezioni anticipate è stata presa dopo che i deputati hanno bocciato la legge di bilancio per il 2019 presentata dall’esecutivo socialista, mettendo in evidenza l’assenza di una maggioranza in grado di continuare a governare. Sánchez aveva varato un esecutivo con una fragilissima maggioranza: il mancato sostegno degli indipendentisti catalani è stato sufficiente a ritornare alle urne. Per quanto riguarda i socialisti nell’ottobre 2016 l’orizzonte si presentava fosco come mai era stato e sembrava arrivata alla fine la carriera politica di Sánchez, che tutti si aspettavano si dimettesse da segretario generale del partito. Ma Sánchez in quel momento ha deciso comunque di non andarsene e l’anno successivo si è presentato come candidato segretario al congresso del Psoe, vincendo. E, dopo il periodo segnato dalle difficoltà per la vicenda degli indipendentisti in Catalogna, nel momento di crisi che aveva colpito il governo di Rajoy (Pp), il 2 giugno scorso, ha ottenuto la fiducia in Parlamento, seppure risicata, per formare il nuovo governo. Oggi nei sondaggi, il Psoe è il partito posizionato meglio. A dispetto della caduta del governo, sembra aver recuperato voti a sinistra e una parte di consensi potrebbe arrivare dal centro, dopo lo spostamento a destra di Ciudadanos e la promessa del suo leader, Alberto Rivera, di non fare alleanze proprio con il Psoe. Possibili alleati in una coalizione di governo sono Podemos di Pablo Iglesias e Izquierda Unida di Alberto Garzón. Ma se il Psoe come partito si difende bene, i sondaggi danno per favorita la coalizione del nuovo centro destra, composto dai popolari, dai liberali di Ciudadanos e dal partito di estrema destra Vox. Quest’ultimo si è presentato sulla scena politica a inizio 2014 e fino al 2017 ha registrato consensi che sfioravano l’1 per cento ma alle regionali in Andalusia, a dicembre scorso, ha fatto il suo exploit ottenendo il 10,97 per cento di voti e 12 seggi nel parlamento regionale. Il terremoto politico in Spagna è iniziato con le amministrative del 25 maggio 2015, quando il partito di Pablo Iglesias, Ciudadanos, ha messo fine al bipartitismo tradizionale che ha segnato la storia democratica dopo la caduta del franchismo. È stato il frutto delle denunce contro la corruzione dei partiti tradizionali e delle proteste contro le politiche di austerità. Gli elettori hanno voltato le spalle al Pp di Rajoy in particolare per il caso Gürtel, uno scandalo di corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale che ha investito i vertici dei popolari. Ma anche i socialisti sono stati visti come esponenti della casta ritenuta responsabile della profonda crisi economica e sociale del paese. Di fatto, a due giorni dal voto, il leader del Pp, Pablo Casado, ha aperto per la prima volta esplicitamente alla destra di Vox e alla possibilità che questa entri in un ipotetico governo guidato dal Pp. Ha dichiarato che «Vox o Ciudadanos, che ottengano 10 seggi o 40, avranno l’influenza che vorranno avere per entrare nel governo o per decidere l’investitura o la legislatura». Un messaggio chiaro, accompagnato però anche da un appello al «voto utile» e compatto, nella speranza di contrastare così il possibile blocco delle sinistre. Si capisce che anche il Pp ha bisogno come mai di alleanze. Incombe proprio l’esempio dell’Andalusia dove a febbraio si è insediato un governo di centro destra che vive dell’appoggio di Vox. La regione meridionale ricca di arte e di storia ha segnato la prima volta di un esecutivo senza i socialisti nella storia del dopo Franco. Una svolta che è stata definita storica per la Spagna, ma che significa qualcosa non solo per il paese: Vox rappresenta, infatti, uno dei tanti partiti “sovranisti” che stanno segnando il dibattito per il voto europeo. Dal voto, dunque, ci si aspetta la nascita di quello che i commentatori politici hanno definito il “pentapartitismo imperfetto”. Una definizione nuova per un equilibrio nuovo, che però in realtà si basa su un presupposto ormai consolidato negli ultimi quattro anni: la politica spagnola non gira più attorno alla sola rivalità tra i due partiti tradizionali, il Psoe e il Pp. Tra tutti i candidati in lizza c’è una caratteristica che ritorna: i nuovi leader sono tutti giovani. L’elezione nove mesi fa di Pablo Casado (38 anni) quale presidente del Pp — fino ad allora guidato dal sessantaquattrenne Rajoy — ha confermato la fine di un ciclo, un cambio generazionale. Il più  “anziano” è Pedro Sánchez del Psoe, 47 anni. Hanno 40 anni Pablo Iglesias di Unidos Podemos e Alberto Rivera,che è a capo di Ciudadanos dalla sua fondazione. È loro coetaneo Santiago Abascal di Vox, ex deputato del Parlamento locale dei Paesi Baschi, che ne ha 43. Per sapere chi avrà più peso bisogna aspettare l’esito delle urne, ma intanto il “sistema pentapartitico” chiarisce che per governare serviranno alleanze, fare da soli non sarà possibile per nessuno. Resta il fatto che le elezioni di domenica 28 sono le terze in meno di quattro anni, in un paese che fino a non molto tempo fa veniva considerato come uno dei più politicamente stabili in Europa. Anche questo fa pensare alla stessa Ue, che a partire dal 23 maggio affronta il voto per il rinnovo delle sue istituzioni più incerto della sua storia e che rischia di perdere molto della sua stabilità.

L’Osservatore Romano, 28 aprile 2019

Lyra e la generazione tradita

Torna l’incubo dei troubles

di Fausta Speranza

Eravamo i ragazzi dell’accordo del Venerdì santo, destinati a non conoscere gli orrori della guerra e a raccogliere i frutti della pace, solo che i frutti non ci raggiungono mai». Così scriveva Lyra McKee, la giornalista colpita a morte giovedì notte, secondo la polizia, da un gruppo (la New Ira) che quegli accordi firmati il 10 aprile di 21 anni fa non li ha mai riconosciuti. Di atto terroristico hanno parlato ufficialmente gli inquirenti, non soltanto per le modalità aggressive nei confronti delle forze dell’ordine, ma perché gli agenti erano giunti a Creggan, zona residenziale di Londonderry, alla ricerca di armi che il gruppo risulta avesse intenzione di usare durante il fine settimana.  È scoppiata una battaglia che Lyra aveva subito definito su Twitter «completa pazzia», prima che un uomo dal viso coperto sparasse in direzione degli agenti e la colpisse alla testa. Ieri, in un altro Venerdì santo, tutto ciò ha riaperto le ferite di fatti tragici che hanno segnato — a partire dalla data chiave del Bloody Sunday, il 30 gennaio 1972 — 26 anni di sangue, tra attentati e repressione costati la vita a oltre 3000 persone e passati alla storia nelle cronache britanniche come “t ro u b l e s ”. Nei confronti di quei “guai”, di recente il governo di Londra ha preso posizione autorizzando processi per alcuni casi di uso eccessivo della violenza tra le forze britanniche. Quando non solo a Lyra McKee sembrava ormai «violenza insensata» qualsiasi azione atta a riaprire le ostilità, Belfast, e non solo, fa i conti con un nuovo braccio armato. Non si può però parlare di completa sorpresa. A parte vari episodi di tensioni mai sopite, nell’ultimo anno diversi disordini notturni hanno infatti riacceso la preoccupazione, fino al 21 gennaio scorso, quando a Londonderry (per i nazionalisti Derry) è esploso un camioncino: la bomba era stata collocata in centro, nei pressi del tribunale, un episodio più grave rispetto a quelli degli ultimi vent’anni. Di choc, preoccupazione, dolore, hanno parlato il presidente irlandese Michael D. Higgins, il Ta o i s e a c h Leo Varadkar, capo del governo della repubblica irlandese, il premier britannico Theresa May così come i leader dei principali partiti nordirlandesi, i colleghi della reporter conosciuta per le sue inchieste documentate sull’Irlanda del Nord. L’Irlanda del Nord è una provincia particolare della Gran Bretagna: i suoi abitanti possono ottenere la cittadinanza britannica, quella irlandese, o tutte e due. E il confine fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda è in pratica inesistente. Le “intese del Venerdì santo”, come sono conosciute, hanno garantito la pace in base a questo status quo e al presupposto che tutti erano parte dell’Unione Europea. Ora la prospettiva della Brexit ha aperto la via ai più vari scenari. E ha suggerito la diffusa sensazione che di fatto si imponga una sorta di scelta: o di qua o di là. Va detto che al referendum del 2016, la maggioranza degli elettori dell’Irlanda del Nord, a differenza degli inglesi, si era espressa per rimanere nella Ue. I due principali partiti politici sono lo Sinn Féin e il partito dei Democratici Unionisti (Dup). Questi due schieramenti dal 1998 in poi hanno formato l’esecutivo e l’Assemblea, ma da due anni queste istituzioni faticano a funzionare. Una situazione che si è appesantita con il processo della Brexit. All’avvio dei negoziati, il partito nordirlandese Dup ha appoggiato il governo britannico a Westminster. Lo Sinn Féin ha deciso di boicottare il parlamento di Londra, sostenendo che in tema di Brexit «gli interessi irlandesi non sono stati presi in considerazione dai politici di Londra». «La Brexit è un terremoto che riporta in primo piano la questione della divisione dell’Irlanda», ha affermato più volte Mary Lou McDonald, l’erede di Gerry Adams alla testa del Sinn Féin. Michelle O’ Neill, che del Sinn Féin è leader a Belfast e che ieri è andata subito a far visita a Londonderry, non ha dubbi: «Se non ci sarà un accordo soddisfacente, occorre un referendum per la riunificazione dell’Irlanda, entro il 2019». Ma il rischio che si riaprano le vecchie ferite non la scoraggia: «La pace l’abbiamo conquistata con fatica e siamo contro ogni ritorno alla violenza. In questi venti anni abbiamo fatto funzionare la pace, non ci rinunciamo».

L’Osservatore Romano, 21 aprile 2019

L’ora del mancato accordo

Il parlamento ha respinto per la terza volta il piano May e il Regno Unito ha tempo solo fino al 12 aprile per evitare una Brexit “no deal

di Fausta Speranza

«Un momento storico senza un ritorno indietro possibile»: con queste parole, il 10 novembre 2017, il premier britannico Theresa May indicava la data e l’ora precisa in cui il Regno Unito avrebbe detto addio all’Unione europea: alle 23 (ora di Greenwich) del 29 marzo 2019, a due anni esatti di distanza dall’avvio del processo. Ma il 29 marzo 2019 non viene consegnato alla storia come data della Brexit. Piuttosto, resta negli annali come il giorno della terza sconfitta del premier May in parlamento. Un verdetto che apre uno scenario di crisi per il Regno Unito. Il governo britannico dovrà comunicare a Bruxelles come intende procedere entro il 12 aprile, termine fissato al momento per la Brexit, che a meno di novità scatterà no deal, senza un accordo sulle relazioni future. Con uno scarto di 58 voti, la camera dei comuni ha respinto ieri pomeriggio il piano concordato tra il governo Tory e Bruxelles a novembre scorso, già bocciato a gennaio, emendato ma poi respinto di nuovo a febbraio. Ieri è stato sottoposto al voto dei comuni solo nella sua parte originale scorporata dalla dichiarazione sulle intenzioni per il futuro. «È l’ultima opportunità per garantire la Brexit», aveva dichiarato poco prima Theresa May: il risultato è stato 344 voti contrari contro 286. Una bocciatura, anche se bisogna ricordare che nel caso della prima votazione lo scarto era stato ben più clamoroso: 230 voti. Di fatto, il pronunciamento di Westminster di ieri apre all’incubo no deal. Le alternative possibili sembrano essere rappresentate da un ulteriore rinvio della Brexit o da elezioni anticipate, viste da molti come l’unico modo per superare l’impasse. Theresa May rifiuta di fare un passo indietro, anzi da Downing Street arrivano voci di un tentativo del premier di ottenere un quarto voto in parlamento: l’accordo potrebbe essere riproposto la settimana prossima a Westminster in un ballottaggio con il piano B alternativo d’iniziativa parlamentare che dovesse emergere dalla nuova sessione di «voti indicativi» dell’aula di lunedì. Mentre i Comuni tenevano la riunione straordinaria per votare, ieri di fronte al parlamento, si sono riunite migliaia di manifestanti per chiedere «Brexit, adesso». Ma, se si considera la piazza, bisogna anche ricordare la manifestazione di un milione di persone — sabato 23 marzo nel centro di Londra — che chiedevano un nuovo referendum. Hanno partecipato anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, e il leader dei Liberal Democratici, Vince Cable. Finora, però, conservatori e laburisti, tra cui lo stesso leader Jeremy Corbyn, hanno escluso, in un modo o nell’altro, la possibilità di un secondo referendum. A questo punto — soprattutto nella prospettiva di un rinvio a lungo termine e di nuove elezioni — tutto sembra tornare possibile, circa un anno e mezzo dopo l’annuncio della data per la Brexit, quando Theresa May spiegava che «l’indicazione precisa dell’ora» doveva indicare a tutti «le intenzioni precise» del Regno Unito.

L’Osservatore Romano, 31 Marzo 2019