Ospite a Radio 3 Mondo per parlare di Messico

a Radio 3 Mondo

11 febbraio 2023

Fausta Speranza ospite della trasmissione condotta da Marina Lalovic

Il summit dei “tres amigos”

I leader di Canada, Messico e Stati Uniti a Città del Messico. Vertice a tre tra il Primo ministro canadese Justin Trudeau, il Presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador e il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, dopo che lunedì i temi della migrazione, del cambiamento climatico, del commercio e del settore manifatturiero sono stati al centro dei colloqui tra Stati Uniti e Messico. Nel fine settimana Joe Biden ha camminato lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, in Texas, per vedere da vicino uno dei problemi più importanti della sua presidenza. Ne parliamo con Fausta Speranza, giornalista dell’Osservatore Romano e autrice del libro “Messico in bilico, viaggio da vertigine nel paese dei paradossi” (ed. Infinito, 2018) e con Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale e storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques/SciencesPo a Parigi e autore di “Era Obama” (Feltrinelli) e “Libertà e Impero” (Laterza).

Si può riascoltare la trasmissione:

https://www.raiplaysound.it/audio/2023/01/Radio3-Mondo-del-11012023-d1ab2a3e-0f21-4158-9e01-263c0623d402.html

Si scioglie la tensione nel nord del Kosovo

Rimosse le barricate dopo l’incontro tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e i rappresentanti dei serbi locali nel nord del Kosovo. Tra momenti più problematici e momenti di distensione resta l’area più delicata nel difficile processo di stabilizzazione nei Balcani. A quasi 30 anni dalla conclusione del conflitto, i giovani guardano al futuro e cercano la pace, sottolinea il generale Giuseppe Morabito, Generale della NATO Defence College Foundation

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Nel nord del Kosovo è iniziata ieri la rimozione delle barricate e dei blocchi stradali eretti tre settimane fa dalla locale popolazione serba per protesta contro l’arresto ritenuto ingiustificato di alcuni serbi e contro l’invio al nord a maggioranza serba di ingenti forze di polizia da parte della dirigenza di Pristina. La prima barricata ad essere stata rimossa è stata quella  al posto di Merdare, il valico di frontiera più importante fra Kosovo e Serbia. Il presidente serbo Vučić,  al termine dell’incontro  giovedì  con i serbi del Kosovo, che ha portato all’intesa e alla distensione, ha chiarito che sarebbero servite 24-48 ore perché la situazione si potesse normalizzare, con l’eliminazione dei numerosi blocchi e barricate in varie zone del nord del Kosovo. Dietro alle proteste per gli arresti c’era la questione delle targhe kosovare richieste a tutti i residenti, anche serbi, come spiega Giuseppe Morabito, generale dell’esercito in riserva e membro del Direttorato della Nato Defence College Foundation:

La questione delle targhe di per sé non è così grave – afferma Morabito – ma il punto è che in una situazione di latente tensione qualunque cosa può fungere da scintilla. A sbloccare la situazione di paralisi nei trasporti e nelle comunicazioni, in un’atmosfera di alta tensione – spiega il generale – è stato un incontro che Vučić ha avuto nella serata di giovedì con i rappresentanti dei serbi del Kosovo. L’incontro si è tenuto a Raska, località del sud della Serbia a pochi chilometri dalla frontiera con il Kosovo, con Vučić che è intervenuto in prima persona per evitare una escalation della tensione con conseguenze imprevedibili. La primo ministro serba Ana Brnabić aveva parlato nei giorni precedenti di situazione sull’orlo di un nuovo conflitto armato nei Balcani. Sempre nella serata di giovedì era stato rilasciato Dejan Pantic, il primo serbo ad essere arrestato il 10 dicembre scorso, posto sotto sorveglianza domiciliare e che potrà difendersi a piede libero. Morabito ricorda che l’intesa si basa sulle garanzie date da Unione europea e Stati Uniti su alcuni punti fondamentali e di grande rilevanza per la popolazione serba del Kosovo. Come ha detto stamane alla tv privata serba Pink Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo, Ue e Usa garantiscono tra l’altro che non ci saranno altri arresti di serbi, compresi quelli coinvolti nelle proteste con blocchi stradali e barricate. Non vi potrà essere alcuna lista di serbi da arrestare, anche se i serbi non credono fino in fondo che ciò non avverrà e non sono certi che le garanzie internazionali verranno rispettate. Il generale Morabito ricorda che in Kosovo c’è il contingente Nato mentre la fase di pacificazione in Bosnia Erzegovina è stata affidata alla cura dell’Unione europea. Il Kosovo – spiega il generale – è l’area più problematica dei Balcani e succede in continuazione che ci siano momenti di confronto acceso e poi di distensione. In questo momento, vista la drammatica contingenza della guerra in Ucraina, Morabito concorda con quanto sostengono diversi analisti e cioè che a scatenare le proteste, a soffiare sul fuoco,  possa essere stata la pressione estera di chi è interessato a tenere occupata la Nato sul fronte Balcani.

Il desiderio di pace dei giovani

Morabito, che insegna Studi strategici in un’Università privata di Pristina, spiega che in Kosovo i giovani sono moltissimi, soprattutto sono per la maggior parte nati dopo la conclusione del conflitto nei Balcani. Hanno tutti – assicura – il desiderio forte di vivere in pace, di costruirsi un futuro. Tanti – dice – guardano all’estero per approfondire gli studi oppure per avere maggiori opportunità di lavoro. Non hanno vissuto anagraficamente la guerra – afferma – e non vogliono che la storia torni indietro.

L’incoraggiamento dell’Ue

“La diplomazia ha prevalso nella riduzione delle tensioni nel nord del Kosovo”, ha affermato l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, sottolineando che la violenza non può mai essere una soluzione e ribadendo che “ora c’è bisogno di progressi urgenti nel dialogo”.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/kosovo-serba-guerra-pace-nato.html

Voli commerciali e visita ufficiale di Stato, si consolida la pace nel Tigray

La stampa etiope parla di storico dialogo riferendo della visita della delegazione di Addis Abeba a Mekele, capoluogo del Tigray, appena conclusa. L’annunciata ripresa dei voli apre all’imminente ripristino delle attività commerciali, confermando che prosegue il processo di attuazione dell’accordo di pace raggiunto a novembre, dopo due anni di conflitto tra il Fronte popolare di liberazione del Tigray e le forze federali

Fausta Speranza – Città del Vaticano

L’Ethiopian Airlines ha confermato la ripresa imminente dei voli commerciali verso Mekele, la capitale del Tigray, Stato settentrionale da due anni al centro di un conflitto con le truppe federali di Addis Abeba. Questi voli consentiranno alle famiglie di riunirsi, faciliteranno il ripristino delle attività commerciali, stimoleranno il flusso turistico e porteranno molte più opportunità che serviranno alla popolazione.

Nel Tigray la delegazione di Addis Abeba

La notizia della ripresa dei voli è arrivata all’indomani della visita nella regione di una delegazione etiope guidata dal presidente del parlamento Tagesse Chaffo, la prima di questo tipo dalla firma di un accordo di pace lo scorso 2 novembre. La stampa ha parlato di “storico dialogo” sul processo di disarmo e sul ritiro delle forze armate eritree alleate del governo etiope. La delegazione di Addis Abeba è arrivata lunedì scorso a Macallè (capitale del Tigray) e ha incontrato i vertici del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), il partito politico e movimento armato che dal novembre 2020 al novembre 2022 ha combattuto contro Addis Abeba per la secessione della regione settentrionale etiopica del Tigray. I dettagli di ciò che è stato discusso lunedì in merito al ritiro delle forze eritree non sono stati rivelati da nessuna delle parti, ma i leader del Tigray hanno affermato che le discussioni sono state “cordiali e storiche”. “Sono state tenute discussioni fruttuose ed è stata raggiunta un’intesa importante”, ha dichiarato Getachew Reda, consigliere del presidente del Tigray, che ha anche firmato l’accordo di pace con il governo etiope a nome del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). “Il via libera al tanto atteso ripristino dei servizi (banche, collegamenti aerei, servizi eccetera) e il fatto che nessuno dei membri della delegazione governativa si sia preso la briga di assoldare guardie di protezione è una testimonianza della loro fiducia nell’impegno del Tigray per l’accordo di pace”, ha affermato Getachew. “Continueremo a costruire sui progressi mentre affrontiamo le sfide future”, ha aggiunto Reda. Il governo si è impegnato a riprendere completamente i servizi delle istituzioni e riparare le infrastrutture in tutte le aree della regione.

Tappe del processo di pace

Di recente, i funzionari del Tigray avevano esortato il governo del primo ministro Abiy a rispettare i termini dell’accordo di pace per quanto riguarda il ritiro delle forze straniere e non federali. La presenza delle forze eritree nel Tigray è stata infatti un ostacolo al disarmo delle forze del Tigray previsto dall’accordo di pace firmato il 2 novembre in Sudafrica. Durante il secondo incontro dei negoziati di pace tenutosi a Nairobi la scorsa settimana, le parti hanno concordato di istituire un gruppo di monitoraggio congiunto per verificare l’attuazione dell’intesa. “Hanno tutti concordato e accettato di dare pieno accesso al team di monitoraggio e verifica dell’Unione africana, così da avere uno sguardo completo a 360 gradi per garantire che tutti gli elementi degli accordi vengano effettivamente implementati”, ha detto Kenyatta durante una conferenza stampa a Nairobi. L’ex-presidente del Kenya ha inoltre affermato che la sua squadra e i rappresentanti dell’Unione africana si recheranno presto nel capoluogo del Tigray per supervisionare i progressi dell’accordo di pace.

L’appello dell’Ue a non dimenticare gli aiuti umanitari

L’Unione europea e i suoi Stati membri si sono congratulati con il governo dell’Etiopia e con il Fronte popolare di liberazione del Tigray per la firma dell’accordo per una pace duratura attraverso la cessazione permanente delle ostilità e la successiva dichiarazione dei comandanti di alto livello sulle modalità di attuazione dell’accordo. In particolare, nel comunicato pubblicato il 22 dicembre scorso si elogia il lavoro del gruppo di alto livello dell’Unione africana per il successo della mediazione che ha portato agli accordi. Dall’Ue anche parole di raccomandazione: “L’attuazione dell’accordo sulla cessazione delle ostilità richiede una leadership forte e un meccanismo di monitoraggio solido e sostenibile per garantire, tra l’altro, che la cessazione delle ostilità sia rispettata da tutte le parti, aprendo la strada alla ripresa, alla ricostruzione e alla riconciliazione”. L’Ue ricorda l’importanza di una cooperazione attiva, costruttiva ed efficace con i meccanismi nazionali e internazionali per i diritti umani. Assicurando il supporto per l’attuazione degli accordi, l’Unione europea ricorda “gli enormi bisogni umanitari nell’Etiopia settentrionale e in altre parti del Paese che richiedono una risposta adeguata e ben coordinata, le necessità urgenti delle popolazioni colpite dal conflitto”. Dunque la richiesta precisa: “Sono fondamentali un accesso umanitario senza ostacoli a tutti coloro che ne hanno bisogno e il pieno ripristino dei servizi di base in tutti i settori”.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/etiopia-tigray-conflitto-pace-disarmo-delegazione.html

In Myanmar attesa e speranza per possibili passi verso la riconciliazione

Dopo la risoluzione dell’Onu, che ha chiesto il rilascio dei leader dell’opposizione, nel Paese sarà a giorni diffuso il verdetto del tribunale sugli ultimi capi di imputazione per la Premio Nobel. A 22 mesi dal colpo di Stato, anche le potenze regionali sembrano spingere la giunta al potere ad allentare la pressione, come sottolinea Albertina Soliani, già presidente del Gruppo parlamentari amici della Birmania

Fausta Speranza – Città del Vaticano

È atteso per venerdì 30 dicembre il verdetto nel processo all’ex leader Aung San Suu Kyi per gli ultimi cinque capi di imputazione contro di lei sollevati dalla giunta militare arrivata al potere dopo il colpo di Stato nel febbraio 2021. Il premio Nobel per la Pace è stata accusata di 14 incriminazioni, tra cui una per corruzione, e condannata a 26 anni di carcere. Il 21 dicembre scorso il Consiglio di sicurezza Onu ha esortato la giunta a rilasciarla. Il Myanmar è tra i Paesi citati dal Papa nel corso della benedizione Urbi et Orbi da Piazza San Pietro. In particolare, Francesco ha lanciato un appello per la riconciliazione nel Myanmar.

Della pressione internazionale abbiamo parlato con Albertina Soliani, già presidente del Gruppo parlamentari amici della Birmania:

Ascolta l’intervista con Albertina Soliani

Soliani spiega che si è trattato della prima Risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione in Myanmar dal colpo di Stato avvenuto il 1 febbraio 2021, ma in realtà è anche la prima risoluzione in 74 anni. L’unica altra risoluzione riguardante il Paese è stata adottata dal Consiglio di sicurezza nel 1948: quella che approvava l’adesione dell’allora Birmania all’organismo mondiale.

L’appello dell’Onu

La nuova risoluzione, ricorda Soliani, chiede la fine della violenza e invita i governanti militari del Paese a rilasciare tutti i prigionieri politici, inclusa la leader democraticamente eletta Aung San Suu Kyi. L’esercito del Myanmar ha preso il potere nel febbraio 2021, arrestando lei e altri funzionari, e uccidendo diverse migliaia di persone e incarcerandone più di 16.000 persone durante le proteste. Il Consiglio di sicurezza, che è composto da 15 membri, è stato diviso per decenni. La risoluzione del 21 dicembre, sottolinea, è stata adottata con l’astensione di Cina e Russia, che nel 2008 si erano espressi contro un altro precedente testo, e il favore dei restanti 12 membri del Consiglio di sicurezza.  Anche al momento della crisi dei Rohingya – dall’estate 2017 almeno 700.000 persone in fuga dallo Stato di Rakhine in Myanmar verso il vicino Bangladesh – non c’è stato un voto del Consiglio di sicurezza. Durante tale crisi era de facto al governo Aung San Suu Kyi.

Stati Uniti e Ue

Dopo le sanzioni contro la giunta al potere decise subito da Washington in seguito al colpo di Stato, il 23 dicembre scorso il presidente Biden ha firmato il Burma act, la legge votata dal Congresso con cui gli Stati Uniti prendono posizione contro l’esercito del Myanmar ritenendolo responsabile delle violazioni dei diritti umani e ribadiscono di sostenere la lotta per la democrazia.

Anche l’Unione europea ha reagito al colpo di Stato imponendo in quattro cicli sanzioni e lanciando appelli. Le misure restrittive si sono aggiunte alla sospensione dell’assistenza finanziaria dell’UE destinata direttamente al governo e al congelamento di tutti gli aiuti dell’UE che potessero legittimare la giunta.

Dai vertici dell’Unione europea si è levata più volte la voce preoccupata per la continua escalation della violenza in Myanmar e per l’evoluzione verso un conflitto prolungato con implicazioni regionali. E’ stata più volte ribadita in via prioritaria la richiesta di cessare immediatamente tutte le ostilità e di porre fine all’uso sproporzionato della forza e allo stato di emergenza. Bruxelles ha continuato a fornire assistenza umanitaria alla popolazione, conformemente ai principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, ribadendo la richiesta che il diritto umanitario internazionale sia rispettato in toto e immediatamente.

La pressione regionale

Secondo Soliani, qualcosa sta maturando anche per quanto riguarda l’Asean, finora sostanzialmente diviso e poco incisivo. Al Summit dei Paesi del sud-est asiatico (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam) che si è svolto a novembre scorso sotto la presidenza cambogiana è emersa una posizione più decisa nell’indicare come “una priorità assoluta” la risoluzione del conflitto in Myanmar. Il Paese, ricorda Soliani, è in preda all’instabilità politica ed economica, a causa dei protratti scontri tra milizie nazionali e gruppi ribelli armati. Finora dall’Asean erano giunte molte condanne verbali delle violenze dell’esercito e l’auspicio di un veloce ritorno alla pace, ma poche azioni concrete per mitigare il conflitto.

Sin da subito i Paesi dell’associazione si erano divisi tra chi preferiva non intervenire negli affari esteri di un Paese membro, come Tailandia e Cambogia, e chi, come Indonesia e Malaysia, chiedeva una condanna forte delle azioni della giunta birmana. I leader del Sud-est asiatico, incluso quello della giunta birmana Min Aung Hlaing, nell’aprile 2021 avevano trovato un compromesso con il cosiddetto five-points consensus, un accordo il cui primo punto prevedeva la sospensione delle violenze nel Paese. Tuttavia, in oltre un anno da quell’accordo non ci sono state azioni significative della giunta affinché realizzasse gli impegni presi. Poi c’è stato il divieto imposto alla giunta di rappresentare il Paese ai Summit ASEAN e infatti in Cambogia il seggio birmano è rimasto vuoto. Soliani sottolinea che al di là dei pronunciamenti ufficiali al momento è forte la pressione da parte di questi Paesi sulla giunta anche perché – ricorda – pesa la questione dei tanti profughi nei Paesi vicini. E dunque secondo Soliani potrebbe concretizzarsi l’ipotesi di cui – dice – si parla da giorni di un possibile rilascio dei leader dell’opposizione che hanno oltre 75 anni, che comprenderebbe la San Suu Kyi e anche l’ex presidente.

Un Paese di grandi risorse

Parlando di risorse, Soliani cita innanzitutto le risorse spirituali del Myanmar, ricordando che si tratta di un popolo che sostanzialmente ha sempre scelto o cercato di scegliere modalità di non violenza nella sua battaglia portata avanti da anni per la democrazia. Soliani sottolinea che la violenza della repressione infatti stride molto con una resistenza – sottolinea – che usa le armi in difesa.  Soliani poi ricorda che la popolazione è in gravi difficoltà economiche ma che si tratta di un Paese ricchissimo di risorse, a partire da quelle minerarie e di idrocarburi, per non parlare delle cosiddette terre rare, cioè le sostanze utili per la più moderna tecnologia. Inoltre Soliani mette in luce un aspetto culturale importante: si tratta – afferma –  del Paese che in Oriente lotta per la democrazia.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/myanmar-birmania-colpo-di-stato-popolazione-asean-usa.html

Il primo martire Santo Stefano e i cristiani perseguitati oggi

Nel giorno in cui la chiesa celebra Santo Stefano protodiacono e protomartire, il rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre invita a ricordare i cristiani perseguitati oggi nel mondo. Un numero in crescita tra violenze, abusi, chiusure forzate delle chiese. Dal 1° gennaio 2022 nel mondo sono stati uccisi 14 sacerdoti e 2 religiose

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Oggi la Chiesa commemora Santo Stefano (Grecia, 5 – Gerusalemme, 36), primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli, dove sono evidenti sia la sua chiamata al servizio dei discepoli, sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso che in seguito si convertì lungo la via di Damasco. Santo Stefano è venerato come protodiacono e protomartire. Il primo epiteto è dovuto al fatto che fu il primo e forse il più importante dei diaconi eletti in Gerusalemme. Il secondo è associato al suo nome sebbene il suo martirio sia cronologicamente preceduto da quello di Giovanni Battista, morto per decapitazione. Stefano è stato il primo dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana perché aiutassero gli apostoli nel ministero della fede.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-12/santo-stefano-martire-chiasa-cristiani-perseguitati-aiuto.html

A Torino il saluto della Chiesa al cardinale Poletto

Un esempio di dedizione alla vita della Chiesa: così l’arcivescovo di Torino monsignor Repole ha ricordato, alle esequie, il porporato. Nella basilica cattedrale metropolitana di S. Giovanni Battista è stato letto il telegramma del Papa. Nosiglia: è stato un costante punto di riferimento, un padre che è vicino

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si sono svolte oggi pomeriggio a Torino le esequie del cardinale Severino Poletto, nella basilica cattedrale metropolitana di S. Giovanni Battista. Il cardinale Poletto, che è stato presidente della Conferenza episcopale piemontese, è mancato nella tarda sera di sabato scorso nella casa di Testona di Moncalieri, dove si era ritirato dopo aver rinunciato alla guida dell’arcidiocesi, nel 2010. Avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 18 marzo. La tumulazione, per sua volontà, avverrà nella basilica della Beata Vergine della Consolata in Torino.

L’abbraccio della Chiesa di Torino e la lettura del telegramma del Papa

Hanno celebrato le esequie l’Arcivescovo di Torino mons. Roberto Repole e l’arcivescovo emerito monsignor Cesare Nosiglia, unitamente al presbiterio diocesano e alla Chiesa torinese tutta. La celebrazione è stata trasmessa dalle ore 15 in streaming sul canale youtube della Diocesi. “Servitore fedele che con rettitudine e impegno ha offerto la vita al Signore e alla Chiesa”: così il Papa aveva ricordato il porporato nel telegramma inviato al momento del decesso a monsignor Roberto Repole, arcivescovo di Torino. Il telegramma è stato letto oggi in Cattedrale.

Nosiglia: è stato un costante punto di riferimento

“Del cardinale Poletto voglio ricordare l’attenzione rispettosa con cui ha accompagnato tutto il mio episcopato a Torino”, ha affermato monsignor Nosiglia, arcivescovo emerito. “È stato per me un costante punto di riferimento, al quale mi sono rivolto spesso per parlare sia di alcuni problemi della diocesi e del territorio, sia per le situazioni di alcuni preti in difficoltà”. Nosiglia è stato arcivescovo di Torino per dodici anni e durante quel periodo, ha raccontato, “il cardinale Poletto è stato come un padre che è vicino, condivide la conoscenza dei problemi ma sa anche lasciare il doveroso spazio”. È stato “presente nei momenti cruciali della vita della diocesi e alle grandi celebrazioni liturgiche: ma sempre e soltanto se da me veniva un invito esplicito alla sua partecipazione”. Nelle parole di monsignor Nosiglia anche l’ultimo incontro avuto con il cardinale Poletto,  pochi giorni prima della morte: “Abbiamo pregato insieme e l’ho trovato consapevole della sua malattia ma le sue condizioni non mi facevano pensare che ci sarebbe venuto a mancare così presto. Unisco il mio grazie per il cardinal Poletto a quello dell’intera Chiesa torinese per il suo servizio tra noi, e per l’esempio di fede che ci ha lasciato”.

L’arcivescovo Repole: credente attento a custodire la fede in Gesù

“L’esempio della sua dedizione alla vita della Chiesa, in questa nostra Torino – ha detto monsignor Repole – si ricorderà anche per il ministero silenzioso e continuativo nella parrocchia di Testona, vicino alla sua casa, dove si rendeva disponibile per i servizi liturgici e i sacramenti”. Incontrando i giornalisti, l’arcivescovo di Torino ha inoltre ricordato di avere avuto la fortuna di incontrare pochi giorni prima del decesso il cardinale Poletto che è stato suo vescovo per oltre dieci anni, di aver avuto una lunga conversazione “bella, fraterna e filiale”. Ha parlato di commozione raccontando di “un uomo lucido che sapeva che stava andando incontro alla morte considerata come l’incontro con quel Signore per cui aveva vissuto tutta la vita e che aveva atteso”. Nelle parole di Repole il cardinale Poletto “è stato un credente anche meticoloso nella sua fede; scrupoloso e attento a custodire per sé e per gli altri questa fede in Gesù Cristo”.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-12/cardinale-poletto-esequie-chiesa-nosiglia-repole-papa.html

In Tunisia prima tornata elettorale con la nuova Costituzione

Manifestazioni di piazza accompagnano l’attesa per il secondo turno delle elezioni in Tunisia, le prime dopo il referendum sulla nuova Costituzione. Al primo turno il tasso di affluenza ha segnato un record negativo. A undici anni dall’avvio della cosiddetta “primavera araba”, la Tunisia, Paese strategico del Mediterraneo, attraversa un delicato momento politico, in un contesto di precarietà economica, che non può essere ignorato, come sottolinea il ricercatore dell’ISPI Lorenzo Fruganti

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“La Tunisia non ha altra scelta che il dialogo”: lo ha detto oggi il segretario generale del potente sindacato tunisino Ugtt, Noureddine Taboubi, in occasione di un comizio nella capitale, invitando la presidenza della Repubblica a “un dialogo serio e inclusivo”. Ieri in molti sono scesi in piazza a Tunisi lamentando gli effetti dell’inflazione e le difficoltà di sussistenza per il settore agricolo. Bisogna “mettersi intorno allo stesso tavolo e discutere un’alternativa con una visione di lungo termine e un governo all’altezza delle sfide”, ha affermato. Il sindacato ritiene che la situazione generale del Paese sia difficilissima e che il popolo alla fine “affermerà la propria volontà attraverso la lotta e la pressione”. A proposito dell’accordo con il Fondo monetario internazionale, Taboubi ha detto che l’Ugtt non è a conoscenza del programma presentato dal governo.

La scommessa delle elezioni

Sono 23 i candidati eletti al primo turno per le elezioni parlamentari del 17 dicembre scorso. Lo ha annunciato due giorni dopo il portavoce dell’Autorità superiore indipendente per le elezioni (Isie), Mohamed Tlili Mansri, aggiungendo che il secondo turno riguarderà 131 collegi elettorali. Tra gli eletti o passati al ballottaggio ci sono undici ex deputati e 24 candidati in rappresentanza di partiti politici, 27 sindaci, cinque avvocati e tre ingegneri. Per i collegi che non hanno registrato alcuna candidatura, Mansri ha assicurato che il nuovo parlamento si occuperà di rilevarne la mancanza e chiederà all’Isie di organizzare elezioni legislative parziali-suppletive. “Il parlamento ha anche la possibilità di modificare la legge elettorale per passare dalla fase dei decreti a quella della legislazione con legge in parlamento.”

La disaffezione alle urne

Per quanto riguarda l’affluenza – 11,2 per cento degli aventi diritto al voto –  si è trattato del tasso più basso dalla rivoluzione del 2011, dopo anni record di quasi il 70 per cento (elezioni legislative dell’ottobre 2014) e tre volte inferiore a quella del referendum sulla Costituzione dell’estate scorsa (30,5 per cento), già caratterizzato da una forte astensione.

Dell’appuntamento elettorale e del momento storico che vive la Tunisia abbiamo parlato con Lorenzo Fruganti, ricercatore dell’ISPI:

Fruganti innanzitutto chiarisce che dopo la pubblicazione dei risultati preliminari del primo turno sarà la volta di eventuali ricorsi e controricorsi per arrivare il 19 gennaio ai risultati definitivi, mentre i ballottaggi si terranno a febbraio, secondo quanto annunciato dall’Isie. La campagna elettorale per il secondo turno partirà il 20 gennaio. I risultati definitivi del primo e secondo turno saranno annunciati il 3 marzo 2023, ha precisato il portavoce.

Il richiamo alla cosiddetta primavera araba

Lo scrutinio – ricorda il ricercatore – si è svolto il 17 dicembre, giorno dell’anniversario dell’immolazione di Mohamed Bouazizi, che nel 2011 innescò la rivoluzione che avrebbe portato alla caduta del vecchio regime e ispirato le rivolte dell’intero mondo arabo. Eppure, il voto di domenica si è tenuto in un clima di generale indifferenza e appelli al boicottaggio. L’elemento che gli analisti mettono in luce – sottolinea Fruganti – è che le elezioni di questo fine 2022 e inizio 2023 non somigliano a quelle che le hanno precedute perché con la nuova Costituzione si verifica una perdita di centralità del parlamento nelle istituzioni tunisine. La nuova Costituzione – spiega – priva i deputati di quasi tutte le loro precedenti prerogative e concentra il potere nelle mani del presidente. La prospettiva di un parlamento senza peso politico deve aver pesato sulla forte astensione al primo turno.

Lo snodo politico a luglio 2021

Quando il 25 luglio 2021 il presidente Kais Saïed ha annunciato  il ‘congelamento’ del parlamento, assumendo i pieni poteri – spiega Fruganti – il popolo tunisino gli ha concesso il suo sostegno. Il capo dello Stato ha spiegato di voler “salvare” la Tunisia bloccata da mesi di veti incrociati tra i diversi partiti. Allora – sottolinea – l’Assemblea, dotata ancora di poteri molto ampi, simboleggiava la Tunisia post-rivoluzionaria preda dei suoi tormenti e incapace di andare avanti. Contro i fallimenti del governo, il sistema politico corrotto e incapace e la malagestione della pandemia, le proteste nel Paese erano all’ordine del giorno. Fruganti richiama alla memoria un discorso alla nazione in cui Saïed  spiegava i motivi del gesto, parlando di “situazione insostenibile”: a dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini, la Tunisia, pur confermandosi l’unico vero  ‘cantiere democratico’ della regione , si mostrava preda di un’instabilità politica che ne ostacolava gli sforzi per rilanciare l’economia e i servizi.

La nuova Costituzione

Con il referendum del 25 luglio 2022 è stata approvata la nuova Carta costituzionale. Si è trattato – ricorda Fruganti – di una consultazione segnata da un tasso record di astensionismo dovuto al boicottaggio da parte di molti partiti, associazioni e sindacati (solamente il 30,5 per cento degli aventi diritto al voto si è recato alle urne). In ogni caso il referendum ha sancito la sostituzione della Costituzione del 2014, una delle Carte costituzionali più democratiche del mondo arabo, con un nuovo testo costituzionale. Fruganti ricorda che Saïed ha sempre criticato la Carta del 2014 parlando di natura bicefala dell’esecutivo, nonché di un parlamento, di un potere giudiziario e di una corte costituzionale in grado di condizionare e limitare in maniera significativa le scelte del capo dello Stato. Oggi – mette in luce Fruganti –  c’è il rischio che, in base alla nuova Costituzione, i deputati non possano concedere la fiducia al governo né ipotizzare di farlo cadere attraverso una mozione di sfiducia, poiché le condizioni per invocarla – spiega – sono troppo difficili da soddisfare. Inoltre, il parlamento sarà chiamato a confrontarsi con un’altra Assemblea le cui funzioni non sono ancora del tutto chiare. La nuova Costituzione – spiega il ricercatore – ha introdotto in Tunisia un sistema presidenziale puro in cui il capo dello Stato esercita il potere esecutivo, con l’aiuto di un capo di governo da lui designato, che non deve presentarsi in parlamento per ottenere la fiducia. Il presidente è anche comandante supremo delle forze armate, definisce la politica del Paese, ratifica le leggi e può proporle personalmente al parlamento. I testi proposti dal capo di Stato avranno priorità sugli altri. Il voto del 17 dicembre si è svolto in base al nuovo sistema elettorale uninominale che – precisa Fruganti – ha sostituito il sistema delle liste e ha ridotto l’influenza dei partiti politici nella scelta dei candidati.

Secondo Fruganti, dunque le controverse elezioni dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo in Tunisia rischiano di produrre un parlamento destinato a essere  un organo meramente consultivo privato della funzione legislativa e di controllo sull’azione del governo e del presidente. Il ricercatore dell’ISPI chiarisce che ad oggi è difficile prevedere quali saranno gli equilibri politici interni al Paese all’indomani del voto, per poi affermare che di fronte alla possibilità di una deriva autoritaria, è verosimile che la tenuta del presidente Saïed, e più in generale il futuro della Tunisia stessa, si giocheranno sulla capacità della leadership tunisina di offrire alla popolazione risposte adeguate soprattutto sul piano economico.

L’economia tra inflazione e Fondo monetario

“Il ritardo nel raggiungimento dell’approvazione finale in favore della Tunisia di un nuovo programma del Fondo monetario internazionale (Fmi) rischia di aggravare una posizione d finanziamento già difficile e di erodere le riserve di valuta estera”. E’ quanto ha affermato oggi l’agenzia internazionale di rating Moody’s in una nota, a seguito della notizia del rinvio a gennaio della richiesta di esame definitivo del dossier tunisino già fissato per il 19 dicembre, aggiungendo che tale “circostanza aumenterà anche il rischio di declassamento del rating sovrano della Tunisia, che attualmente è Caa1 e in fase di revisione per il declassamento”. Nel Paese scarseggiano beni primari come farina, latte, riso e zucchero, per non parlare delle lunghe file ai benzinai. L’inflazione, che sfiora il 10 per cento, mette a dura prova i bilanci delle famiglie. Afflitta da un debito superiore al 100 per cento del Pil e impossibilitata a indebitarsi oltre sui mercati internazionali, dopo lunghi e difficili mesi di negoziato la Tunisia ha raggiunto un accordo con il Fondo monetario internazionale per un prestito di circa due miliardi di dollari. Si tratta di circa la metà di quanto richiesto inizialmente e per ottenerlo comunque il Paese dovrà mettere in atto un programma di riforme che punta soprattutto ad una maggiore equità fiscale, tassando anche l’economia informale con tutti i problemi e le difficoltà che questo comporta. Il presidente ha accusato “gli speculatori” per i rincari e gli scaffali vuoti, ma molti lamentano il fatto che, dopo aver promesso così tanto, Saied si sia concentrato sui cambiamenti politici dimenticandosi di trovare soluzioni economiche ai loro bisogni più urgenti. Secondo Moody’s, la finalizzazione del bilancio 2023 – una probabile condizione per l’approvazione del Consiglio esecutivo dell’Fmi sull’accordo di sostegno finanziario – rimane in sospeso, così come una nuova legge sulle imprese statali.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/tunisia-costituzione-primavera-araba-elezioni-parlamento.html

In Venezuela un Natale di solidarietà, tra crisi e povertà

Negli ultimi anni il mondo ha assistito alla congiuntura molto negativa che ha vissuto il Paese, tra una dialettica politica difficilissima e una crisi finanziaria senza precedenti con migrazioni di massa verso altri Paesi della regione. I poveri sono aumentati vertiginosamente, spiega la vice responsabile della onlus America Latina-Italia, Assunta Di Pino, chiedendo che i media si occupino ancora del Venezuela e raccontando un vissuto di sofferenze ma anche di straordinaria solidarietà

Fausta Speranza – Città del Vaticano

In Venezuela, ufficialmente Repubblica Bolivariana del Venezuela, si guarda al Natale con la carica di spiritualità e di fede che caratterizza il popolo venezuelano, ma anche con la pesantezza a livello sociale di anni durissimi per la crisi economica e politica. Il capo dello Stato è Nicolas Maduro dal 2013. Nel 2019 si è aperta una fase difficile in cui il presidente è stato contestato da Juan Guaidò e nel Paese si sono moltiplicate proteste e tensioni.

Una piattaforma di dialogo sociale

Dopo varie vicende e implicazioni anche sul piano delle relazioni internazionali, il mese scorso, a Città del Messico, i rappresentanti del governo e dell’opposizione hanno firmato un accordo per affrontare l’emergenza dal punto di vista umanitario nel Paese. È stata organizzata una tavola rotonda sociale con tre rappresentanti di entrambe le parti. Tra i punti in discussione ci sono anche i 3 miliardi di dollari in fondi statali venezuelani che sono stati congelati dalle sanzioni finanziarie statunitensi. I fondi saranno supervisionati dalle Nazioni Unite e utilizzati per affrontare priorità condivise che finora includono l’assistenza sanitaria, l’alimentazione infantile e il ripristino delle infrastrutture di base del Venezuela. Le parti hanno espresso un rinnovato impegno nei confronti dell’agenda iniziale creata nell’agosto 2021. Nella loro dichiarazione congiunta dal Messico, le parti hanno concordato di proseguire i negoziati sui restanti punti dell’agenda, che include diritti politici, lo stato di diritto, il risarcimento delle vittime, la revoca delle sanzioni economiche e condizioni elettorali credibili in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Questi colloqui probabilmente continueranno a Caracas, con il Messico che fungerà maggiormente da piattaforma per annunciare accordi finalizzati. Questo è il quinto tentativo di dialogo mediato a livello internazionale in Venezuela negli ultimi otto anni, dopo che i precedenti sono falliti.

Un’emergenza non ancora superata

Beni alimentari e medicinali di base non mancano più, ma i prezzi sono carissimi per la maggior parte della popolazione. Il Venezuela è in difficoltà anche se non se ne parla, come spiega Assunta Di Pino, vicepresidente dell’Associazione America Latina-Italia (Ali):

Ascolta l’intervista con Assunta Di Pino

Dopo la fase di grande attenzione da parte dei media e degli aiuti arrivati da tante parti del mondo – afferma Di Pino –  oggi il Venezuela sembra dimenticato, come se i problemi sociopolitici fossero superati e come se l’economia andasse bene. Il Paese, secondo Di Pino, è sparito dai media, ma il Natale che ci si appresta a vivere mostra le stesse inquietudini della vigilia di Natale degli anni tra il 2017 e il 2019, quando almeno del disastro del Venezuela se ne parlava. Avere l’attenzione internazionale è fondamentale per un Paese perché arrivino aiuti. E la vicepresidente di Ali ammette di non capire perché sembra che non ci sia il volere politico a livello nazionale ma anche internazionale di cambiare le cose, proprio come avviene, dice, per altri Paesi latinoamericani che vivono grandi difficoltà.

Poveri e “dollarizzazione”

Difficile capire perché nonostante tante risorse naturali il Venezuela viva una situazione di precarietà economica. Il Venezuela è considerato un Paese in via di sviluppo con un’economia basata principalmente sulle operazioni di estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio e altre risorse minerarie. L’agricoltura riveste ormai una scarsa importanza mentre l’industria ha avuto negli ultimi decenni uno sviluppo diseguale. Di Pino racconta quello che definisce un processo di “dollarizzazione”. Significa che per far fronte alla forte crisi economica sono stati immessi nel circuito finanziario dollari con la conseguenza – spiega – che attualmente molti dei beni a disposizione si possono pagare in dollari o in euro, si trovano con prezzi in dollaro e in euro. A questo proposito Di Pino chiarisce che il costo della benzina è passato da pochi centesimi a prezzi praticamente uguali a quelli in Europa, con la differenza che i salari non sono paragonabili. Esiste in Venezuela la possibilità di ricorrere a posti convenzionati a prezzi proporzionati al costo della vita nel Paese ma Di Pino racconta che si devono fare file per circa due giorni prima di poter accedere e questo comporta problemi grandissimi per chi lavora. La vicepresidente dell’associazione riferisce di una situazione cambiata rispetto allo scenario di carenza e sofferenza degli anni passati, ma racconta che ben pochi si possono permettere di acquistare beni nei grandi e modernissimi supermercati che sono sorti nel Paese e in particolare a Caracas. Di Pino sottolinea la difficoltà di un contesto sociale in cui praticamente il bolivar non è più usato per le spese ma i salari fissi e le pensioni sono pagati in bolivar. Di fatto, ricorda che, secondo le stime delle Nazioni Unite, circa sette milioni di venezuelani hanno bisogno di assistenza umanitaria all’interno del Paese e la crisi ha portato negli ultimi anni altri sette milioni a fuggire. Sottolinea che i ricchi nel Paese sono pochi e sono diventati in questi anni sempre più ricchi, mentre i poveri si sono moltiplicati e la fascia media non esiste più.

Un’esplosione di solidarietà

La capacità del popolo venezuelano di mettersi in gioco con generosità secondo Assunta Di Pino è straordinaria. Parla di “un popolo dal cuore caldo, di forti sentimenti” che “con grande cuore e umanità e un forte slancio spirituale ha dato il meglio di sé durante la crisi”. Di Pino assicura che nel paese si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà: anche persone molto semplici danno una mano per quello che possono nelle strutture sostenute per esempio dalla onlus America Latina-Italia. Tanti, racconta, si sono rivolti per chiedere aiuti ma anche in tanti si sono offerti e continuano a offrirsi per dare una mano.

Tradizioni antiche per la speranza di Natale

Di Pino sottolinea anche la spiritualità con la quale si vive il Natale in Venezuela, che si avverte nella partecipazione agli appuntamenti liturgici ma anche nell’amore con cui si preservano tradizioni antiche, come quella che vede i giovani pattinare in gruppo intorno alla chiesa dove poi parteciperanno alla novena o alla messa di Natale. Un modo peculiare per vivere in modo comunitario anche la preparazione ai momenti di preghiera.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/venezuela-amerca-latina-crisi-economia-solidarieta-natale.html

“Governare l’incertezza”

19 Dicembre 2022

Nella trasmissione curata e condotta da Stefano Leszczynski, ospiti:

Marco De Giorgi – consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri, autore del libro intitolato Governare l’incertezza. Percorsi di innovazione sociale per nuovi partenariati pubblico-privato. Franco Angeli editore

Paolo Guerrieri – esperto di economia internazionale

Fausta Speranza – giornalista di Vatican News e Osservatore Romano

I Paesi europei sono di fronte a una sfida epocale: governare l’incertezza e la complessità dovute alla moltiplicazione delle istanze rispetto a vecchi e nuovi bisogni sociali. L’impatto della crisi e l’inadeguatezza delle risposte del settore publico, lento a reagire ai rapidi cambiamenti sociali in atto, apre l’interrogativo sulle potenzialità di nuovi percorsi di innovazione sociale che possano rafforzare i fattori di resilienza delle comunità e trasformare i fattori di crisi in opportunità di crescita:

https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/il-mondo-alla-radio/2022/12/il-mondo-alla-radio-prima-parte-19-12-2022.html

Il Papa ai nuovi ambasciatori: “Fate luce negli angoli più bui del mondo”

La diplomazia e il benessere di uomini e donne dei cinque continenti al centro del discorso del Papa con i rappresentanti di Belize, Bahamas, Tailandia, Norvegia, Mongolia, Niger, Uganda e Sudan che hanno presentato le credenziali in Vaticano. Francesco parla di dignità e diritti umani, di pace duratura e di cura della casa comune, mettendo in luce il valore del patrimonio culturale peculiare di ogni Paese: “Siate artigiani di pace”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“Mentre assumete le nuove responsabilità, desidero innanzitutto riconoscere la molteplicità dei modi in cui le vostre Nazioni contribuiscono al bene comune non solo dei propri cittadini, ma dell’intera famiglia umana”. Sono parole del Papa in occasione della presentazione, questa mattina, delle Lettere credenziali da parte degli ambasciatori di Belize, Bahamas, Tailandia, Norvegia, Mongolia, Niger, Uganda e Sudan. Ad accomunare tutti, dice il Papa,  è “la preoccupazione di edificare la comunità internazionale, come dimostra la partecipazione alle varie organizzazioni e istituzioni internazionali che sono espressione pratica dell’esigenza di solidarietà e di cooperazione tra i popoli”. (Ascolta la voce del Papa nel servizio)

Il bene comune

Francesco parla di un “compito vitale e collettivo” chiarendo il cuore dell’obiettivo della diplomazia:

Cercare di salvaguardare e far progredire il benessere degli uomini e delle donne di tutto il mondo, specialmente ai nostri giorni, segnati dai perduranti problemi legati alla crisi sanitaria globale e dai conflitti violenti in atto in tutto il mondo, l’azione concertata dell’intera famiglia delle nazioni e il lavoro della diplomazia sono più che mai necessari. Senza di essi non è possibile proteggere la dignità e i diritti umani di tutti, promuovere la giustizia, la riconciliazione e il dialogo per il bene di una pace duratura, e prendersi cura della nostra casa comune come dono prezioso per noi e per le generazioni future.

Il diritto internazionale violato

Nel discorso del Papa torna l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi” per descrivere quanto accade a livello mondiale e c’è l’appello a una “maggiore sensibilità politica per l’aumento delle violazioni del diritto internazionale”. Il Papa avverte come “conflitti molto lunghi rischiano di generare assuefazione nella coscienza pubblica” e richiama tutti a “mostrare una maggiore vigilanza e a rispondere alla chiamata ad essere costruttori di pace nel nostro tempo”.

Un patrimonio mondiale di cultura e valori

“Nell’affrontare tali sfide – dice Papa Francesco – ognuna delle vostre Nazioni, sia essa antica o giovane, può attingere a un vasto patrimonio di tesori storici, intellettuali, tecnologici, artistici e culturali, che sono contributi unici e peculiari dei vostri popoli”. Francesco rende “omaggio all’ingegno di quanti rappresentate e che sicuramente lascerà un’eredità di bene per il futuro” e spiega:

“Vedo le vostre risorse nazionali non solo come abilità e competenze da celebrare e coltivare, né semplicemente come standard elevati di cui giustamente andare fieri; la vostra intraprendenza e i vostri talenti sono anche doni che possono essere messi al servizio del mondo intero, in contesti sia bilaterali sia multilaterali, per il miglioramento dell’umanità”.

Diritti umani fondamentali

Offrendo generosamente le proprie risorse materiali, umane, morali e spirituali – aggiunge – i Paesi rispondono a una vocazione nobile ed essenziale:

Solo sforzandosi di affrontare i problemi dell’umanità in maniera sempre più integrata e solidale se ne potranno trovare le soluzioni. E non solo a quelli sopra citati. È necessario richiamare l’attenzione anche su altre situazioni diffuse che interessano i diritti umani fondamentali: la mancanza di accesso universale all’acqua potabile, al cibo o alle cure sanitarie di base; la necessità di assicurare l’istruzione a tutti coloro che troppo spesso ne sono esclusi; come pure l’opportunità di un lavoro dignitoso per tutti.

I deboli

Il pensiero del Papa è rivolto in particolare ai più deboli: “Penso anche ai malati, ai disabili, ai giovani – soprattutto alle ragazze – che non hanno sufficienti opportunità per realizzare le proprie potenzialità; come pure a quanti provengono da contesti impoveriti e rischiano di essere lasciati indietro, dimenticati o addirittura deliberatamente esclusi dalla piena partecipazione alle loro comunità”.

Angoli bui

Ancora ai diplomatici Francesco ricorda che il loro ruolo, “attraverso una costante sensibilizzazione riguardo alla condizione  di  coloro  che  si  trovano  ai  margini  della società”,  può  contribuire  “a  far  luce  negli angoli  più  bui  del  nostro  mondo,  a  portare  al  centro quanti si trovano nelle periferie e a dare voce a chi non ha voce o è stato messo a tacere”. L’incoraggiamento è preciso: “Spero che nell’esercizio delle vostre alte funzioni possiate cercare, sia qui a Roma sia altrove, modi nuovi e creativi per promuovere la solidarietà e l’amicizia sociale, in particolare con i fratelli e le sorelle più vulnerabili”.

Collaborazione e sostegno

Da parte sua, il Pontefice assicura “la collaborazione e il sostegno della Segreteria di Stato e dei Dicasteri e degli Uffici della Curia Romana”: “Sulla base delle molte iniziative esistenti e delle aree di interesse comune, sono fiducioso che le relazioni positive e cordiali tra i vostri Paesi e la Santa Sede continueranno a svilupparsi e a dare frutti”.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-12/papa-lettere-credenziali-ambasciatori-asia-africa.html