Libano, fortezza del dialogo

La recensione di Elisa Pinna su L’Osservatore romano

Una nuova immagine del Paese dei cedri nel libro della giornalista Fausta Speranza

 

Nell’antica lingua siriaca, era il “cuore di Dio”. Da millenni snodo di incontri, di commerci, di scambi culturali tra civiltà diverse, oggi il Libano per molti aspetti è anche il cuore del Medio oriente. Nel biblico Paese dei cedri, una striscia di terra tra il mare e catene imponenti di montagne, stretta tra Israele e Siria, si rispecchiano infatti le tensioni, i drammi, le speranze, le occasioni mancate e la storia recente di un’intera regione che va dal Mediterraneo al Golfo Persico. Il libro Fortezza Libano, scritto da Fausta Speranza, giornalista inviata dei media vaticani, e pubblicato a luglio per i tipi di Infinito Edizioni, traccia con passione e ricchezza di dati politici, religiosi, culturali, storici — aggiornati fino all’attualità della bancarotta finanziaria e delle proteste di piazza — il quadro di un Paese dilaniato tra «tensioni interne e ingerenze esterne», come recita il sottotitolo di copertina. Il Libano è una democrazia araba, in una regione di sceicchi, teocrati, rais. Già questo lo rende un Paese pressoché unico nel panorama locale, ma anche uno spazio aperto dove le potenze regionali e globali — come osserva l’autrice — si prendono reciprocamente le misure e fanno le prove per regolamenti di conti futuri. È inoltre una Nazione in cui la matassa sociale è aggrovigliatissima, basti pensare che vi abitano 18 confessioni religiose: «Non c’è — scrive Fausta Speranza — un solo Occidente o una sola chiesa occidentale e non c’è soltanto un Oriente arabo o un solo mondo musulmano, né un solo modo di praticare l’Islam. Né una sola Chiesa orientale. Il Libano è un riflesso della formidabile diversità del mondo ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi dolori». A complicare ancora di più le cose, vi è stato l’arrivo negli ultimi dieci anni di oltre un milione di rifugiati dalla Siria, che si sono aggiunti ai 300-400 mila palestinesi dei campi profughi del 1948, ed hanno sconvolto le dinamiche e i rapporti sociali in un Paese di quattro milioni e mezzo di cittadini libanesi. Per fare un paragone, sarebbe come se l’Italia avesse accolto — osserva Fausta Speranza — 20 milioni di rifugiati. A regolare i rapporti tra le diverse componenti vi è, dal 1943, un Patto nazionale che attribuisce ai cristiani la presidenza della Repubblica, ai musulmani sunniti l’incarico di primo ministro e, ai musulmani sciiti, la presidenza del Parlamento. Fino agli anni Settanta, il Libano era sinonimo di un Paese ricco, moderno, laico, modello di società plurireligiosa. In molti lo consideravano una Svizzera del Medio oriente, con il lungomare di Beirut affollato di bar, ristoranti, locali all’ultima moda. Lo scenario è mutato quando il Paese è stato risucchiato — spiega l’autrice — nell’orbita dei conflitti tra Israele, l’Olp di Yasser Arafat, la Siria, l’Arabia Saudita, l’Iran della post-rivoluzione khomeinista. Due invasioni israeliane: la prima nel 1982 (contro i palestinesi e i loro sostenitori libanesi), la seconda nel 2006 (contro gli sciiti di Hezbollah filoiraniani); nel mezzo, una guerra civile durata dal 1975 al 1990 innescata e pilotata soprattutto dalle vicine potenze regionali. Dal 2011 poi, il conflitto siriano è tracimato attraverso i porosi confini libanesi, non solo per la massa dei rifugiati in fuga ma anche — da un lato — per le incursioni dei miliziani del sedicente stato islamico (Is) nel Paese dei cedri e — dall’altro — per l’intervento diretto a fianco del presidente siriano Assad e dell’Iran da parte delle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Spesso il Libano è percepito come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. In realtà, Fausta Speranza ne parla come di una fortezza che ha retto di fronte ad una sequenza ininterrotta di guerre, distruzioni, pressioni, attentati. «È sorprendente — scrive — come il Paese abbia tenuto testa all’egemonia siriana sui Paesi limitrofi, abbia resistito, psicologicamente oltre che militarmente al suo vicino Israele, liberando territori occupati, e poi come abbia respinto l’orrore del sedicente Stato islamico nel nord-est». In Libano inoltre, la convivenza di popolo tra cristiani e musulmani, nonostante i conflitti delle milizie e le tensioni istituzionali, non è mai venuta meno, come dimostra l’affluenza incessante di pellegrini non solo cattolici ma anche musulmani al santuario mariano di Nostra Signora del Libano ad Harissa. Il libro conduce il lettore in un viaggio pieno di riferimenti culturali, religiosi, storici, archeologici, persino culinari, oltre che ovviamente politici e sociali, mostrando anche gli aspetti meno conosciuti di quel piccolo-grande laboratorio a cielo aperto che il Libano rappresenta nel Medio oriente. Ad esempio ci svela il primo Giardino dei Giusti in terra libanese, uno spazio aperto per la preghiera individuale e la discussione collettiva in mezzo alla natura, creato nel villaggio di Kfarnabrakh nel 2019 dall’associazione Annas Linnas, guidata dal padre grecomelchita-basiliense Abdo Raad. Sull’esempio del museo ebraico dello Yad Vashem, anche qui vi è un’area che ricorda “i giusti dell’umanità”, nella quale è reso omaggio a donne e uomini di tutte le fedi che hanno scelto il bene, in situazioni molto diverse: dall’epoca della “pulizia etnica” degli armeni nell’Anatolia della prima guerra mondiale all’olocausto ebraico, dai massacri interetnici in Rwanda alle mamme di Plaza de Mayo in Argentina. L’autrice affronta anche l’ultima fase che si è aperta con le proteste scoppiate nel 2019: cristiani delle diverse denominazioni e musulmani sciiti e sunniti si sono ritrovati insieme in piazza contro il carovita e la corruzione, chiedendo il conto al governo per aver fatto sprofondare il Paese in una spirale di povertà, disoccupazione. Il premier Saad Hariri, erede di una famiglia di primi ministri sunniti tradizionalmente legati all’Arabia Saudita, è stato costretto alla dimissioni. Nel nuovo governo, presieduto — come previsto dal Patto nazionale — da un nuovo premier sunnita, Hassan Diab, sono entrati rappresentanti di Hezbollah. La pandemia di covid-19 ha poi rimescolato e complicato tutto. L’esecutivo ha dichiarato la bancarotta e sta rinegoziando il proprio debito con il Fondo monetario internazionale. La rivolta non si è fermata: ha caratteristiche nuove, a protestare ci sono soprattutto i giovani libanesi che — come si legge anche nell’introduzione del libro firmata da Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano esperto dei Paesi del Mediterraneo — vogliono «prendere in mano il loro futuro».

su L’Osservatore romano 23 luglio 2020:

https://media.vaticannews.va/media/osservatoreromano/pdf/quo/2020/07/QUO_2020_166_2307.pdf